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- pensiero resistente - dibattito teorico - 26-01-11 - n. 349
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Novant’anni fa nasceva il Partito Comunista d’Italia: Lezioni per l’oggi e per il domani
di Antonio Catalfamo
La situazione attuale, pur nella sua “singolarità”, è simile a quella descritta da Gramsci in due suoi articoli pubblicati nel 1920 su «L’Ordine Nuovo». Il Partito comunista deve rinascere dal basso, attraverso piccoli gruppi radicati nel territorio e preparati sia ideologicamente sia sul piano della prassi.
Novant’anni fa, precisamente il 21 gennaio 1921, la componente comunista del Partito socialista italiano, guidata da Bordiga, Gramsci, Togliatti e Terracini, abbandonava il Teatro Goldoni di Livorno, dove si stavano svolgendo le assise nazionali socialiste, e dava vita, al Teatro San Marco, al Partito comunista d’Italia. Questo avvenimento, che ha segnato per decenni la storia del nostro Paese, sembra oggi dimenticato, privo di qualsiasi influenza sulle vicende politiche dei nostri giorni.
Ci permettiamo di evidenziare alcuni elementi che accomunano la situazione di allora a quella odierna, sulla base di due articoli che Gramsci pubblicò su «L’Ordine Nuovo», rispettivamente il 4 settembre 1920 e il 9 ottobre dello stesso anno, cioè poco prima della scissione di Livorno. In particolare, era uguale a quella attuale la configurazione del sistema dei partiti, che allora uscivano dal primo conflitto mondiale gravati da tutta una serie di problemi, che influivano sul loro modo di essere e ne determinavano alcune trasformazioni fondamentali. Scrive Gramsci: “I partiti politici sono il riflesso e la nomenclatura delle classi sociali. Essi sorgono, si sviluppano, si decompongono, si rinnovano, a seconda che i diversi strati delle classi sociali in lotta subiscono spostamenti di reale portata storica, vedono radicalmente mutate le loro condizioni di esistenza e di sviluppo, acquistano una maggiore e più chiara consapevolezza di sé e dei propri vitali interessi. Nell’attuale periodo storico e in conseguenza della guerra imperialista che ha profondamente mutato la struttura dell’apparecchio nazionale e internazionale di produzione e di scambio, è divenuta caratteristica la rapidità con cui si svolge il processo di dissociazione dei partititi politici tradizionali, nati sul terreno della democrazia parlamentare, e del sorgere di nuove organizzazioni politiche: questo processo generale ubbidisce a una intima logica implacabile, sostanziata dalle sfaldature delle vecchie classi e dei vecchi ceti e dai vertiginosi trapassi da una condizione ad un’altra di interi strati della popolazione in tutto il territorio dello Stato, e spesso in tutto il territorio del dominio capitalistico”.
E’ quel che è successo in Italia nel trapasso da quella che viene definita impropriamente “prima Repubblica” alla “seconda”. Sono venuti meno i partiti di massa, che si ispiravano, almeno negli intenti, a grandi ideologie: Dc, Pci, Psi. E’ nato un partito-azienda, del quale è “padre-padrone” un grande imprenditore, uno degli uomini più ricchi del mondo. Anche questo è un elemento di analogia, pur nella “singolarità” di ogni vicenda storica, con la situazione politica italiana che si presentava agli occhi di Gramsci dopo la prima guerra mondiale. Egli scrive, per l’appunto: “Il Partito comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria. Nessuna rivoluzione del passato ha conosciuto i partiti; essi sono nati dopo la rivoluzione borghese e si sono decomposti nel terreno della democrazia parlamentare. Anche in questo campo si è verificata l’idea marxista che il capitalismo crea forze che poi non riesce a dominare. I partiti democratici servivano a indicare uomini politici di valore e a farli trionfare nella concorrenza politica; oggi gli uomini di governo sono imposti dalle banche, dai grandi giornali, dalle associazioni industriali; i partiti si sono decomposti in una molteplicità di cricche personali”.
Lo stesso è successo nella cosiddetta “seconda Repubblica”. Sono stati chiamati a guidare i vari governi uomini dell’alta finanza come Dini e Ciampi. I ministeri economici sono stati affidati a personaggi come Padoa Schioppa, anch’essi espressione di potentati economico-finanziari. Il partito di maggioranza relativa è stato creato a propria immagine e somiglianza da uno dei più ricchi imprenditori del mondo. Gramsci analizza, nei suoi scritti, le cause che hanno determinato la scesa in campo diretta degli uomini dell’imprenditoria e dell’alta finanza, nell’immediato primo dopoguerra. Si tratta della concomitanza di elementi negativi, ma, talvolta, anche positivi, come l’irrompere sulla scena politica delle masse contadine, che diedero vita, ad esempio, al Partito Popolare, che riuscì a conquistare in Parlamento cento seggi.
Spetta a noi analizzare le matrici causali di un fenomeno analogo che si sta manifestando nel nostro tempo. Si tratta di un’operazione difficile, perché mancano gli stessi strumenti analitici: studi adeguati sulla realtà economico-sociale effettiva del Paese, sulla composizione di classe della società, sui mutamenti che intervengono periodicamente ai vari livelli della scala sociale, ecc. A nostro avviso, la borghesia, dovendo affrontare una delle più gravi crisi della sua storia, che rischia di trasformarsi da crisi ciclica in crisi sistemica, sta facendo quel che sempre fa quando si vede in pericolo: getta la maschera democratica e ricorre all’autoritarismo. Da qui il suo tirare i remi in barca, il non fidarsi più dei suoi stessi partiti di riferimento, il suo scendere direttamente in campo attraverso suoi uomini. Lo ripetiamo: si tratta solo di un tentativo di analisi, che va approfondito.
Ma la maggior parte degli “operatori del settore”, più che approfondire il fenomeno in atto, preferiscono adeguarvisi. Non è un caso che uomini dell’alta finanza come i già citati Dini, Ciampi, Padoa Schioppa siano stati sostenuti dal centro-sinistra. Non è un caso, inoltre, che il Partito democratico presenti oggi quelle caratteristiche che Gramsci attribuiva al Partito socialista suo contemporaneo. Scrive il grande intellettuale sardo: “Esso è un conglomerato di partiti; si muove e non può non muoversi pigramente e tardamente; è esposto continuamente a diventare il facile paese di conquista di avventurieri, di carrieristi, di ambiziosi senza serietà e capacità politica; per la sua eterogeneità, per gli attriti innumerevoli dei suoi ingranaggi, logorati e sabotati dalle serve-padrone, non è mai in grado di assumersi il peso e la responsabilità delle iniziative e delle azioni rivoluzionarie che gli avvenimenti incalzanti incessantemente gli impongono”. Sembra di vedere i vari Bersani, D’Alema, Fassino, Veltroni, Bindi, Marini, Franceschini. L’elenco potrebbe continuare ed estendersi anche ai “nuovi soggetti in arrivo”, come Vendola.
Gramsci ci dà pure un’immagine della classe operaia, uscita dalla prima guerra mondiale, che si avvicina anch’essa a quella della classe operaia attuale: “L’operaio nella fabbrica ha mansioni meramente esecutive. Egli non segue il processo generale del lavoro e della produzione; non è un punto che si muove per creare una linea; è uno spillo conficcato in un luogo determinato e la linea risulta dal susseguirsi degli spilli che una volontà estranea ha disposto per i suoi fini. L’operaio tende a portare questo suo modo di essere in tutti gli ambienti della sua vita; si acconcia facilmente, da per tutto, all’ufficio di esecutore materiale, di «massa» guidata da una volontà estranea alla sua; è pigro intellettualmente, non sa e non vuole prevedere oltre l’immediato, perciò manca di ogni criterio nella scelta dei suoi capi e si lascia illudere facilmente dalle promesse; vuol credere di poter ottenere senza grande sforzo da parte sua e senza dover pensare troppo”. Pensate agli operai di Mirafiori o di Pomigliano d’Arco che hanno votato “sì” al “referendum” imposto da Marchionne per far passare il suo “piano industriale”, lasciandosi convincere dalle “promesse” di maggiore occupazione e maggiori guadagni. Pensate alla pigrizia mentale degli operai che votano per la Lega.
Ma anche il ruolo che Gramsci assegna al Partito comunista è attuale: “Il Partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da «esecutore» diviene «iniziatore», da «massa» diviene «capo» e «guida», da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito comunista è dato cogliere il germe di libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie. Lo schiavo o l’artigiano del mondo classico «conosceva se stesso», attuava la sua liberazione entrando a far parte di una comunità cristiana, dove concretamente sentiva di essere l’eguale, di essere il fratello, perché figlio di uno stesso padre; così l’operaio, entrando a far parte del Partito comunista, dove collabora a «scoprire» e a «inventare» modi di vita originali, dove collabora «volontariamente» alla attività del mondo, dove pensa, prevede, ha una responsabilità, dove è organizzatore oltre che organizzato, dove sente di costituire un’avanguardia che corre avanti trascinando con sé tutta la massa popolare”.
Un compito immane per un piccolo partito. Ma anche quello di Gramsci, che sarebbe nato da lì a poco dalla scissione di Livorno, lo era. Un partito che si muoveva nell’ambito di un’epoca di viltà generalizzata, di opportunismi, di egoismi, spesso confusi, che si riverberano contro quegli stessi che li praticano. In questo clima, Gramsci ci insegna che è necessario non disperdere il seme del comunismo, formare piccoli gruppi, affiatati, radicati nel territorio e nei luoghi di lavoro, dotati di strumenti teorici e pratici. Egli scrive, difatti: “Dovere dei comunisti, in questo generale venir meno delle coscienze, delle fedi, della volontà, in questo imperversare di bassezze, di viltà, di disfattismi è quello di stringersi fortemente in gruppi, di affiatarsi, di tenersi pronti alle parole d’ordine che verranno lanciate”.
E’ da qui che dobbiamo partire per ricostruire il Partito comunista in Italia.
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