www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 16-03-11 - n. 355

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Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
La traiettoria del capitalismo storico e la vocazione tricontinentale del marxismo
 
Prima parte
Seconda parte (2 di 2)
 
di Samir Amin
 
Febbraio 2011
 
Vocazione tricontinentale del marxismo
 
La mia interpretazione del capitalismo storico dà rilievo alla polarizzazione del mondo (la contraddizione centro/periferia) prodotta dalla forma storica dell’accumulazione del capitale. Questa prospettiva pone in discussione la visione della “rivoluzione socialista” e, più in generale, della transizione al socialismo sviluppata dal marxismo storico. La “rivoluzione”, o transizione , che ci attende non è necessariamente quella su cui tali visioni storiche si sono basate, né lo sono le strategie per il superamento del capitalismo stesso.
 
Va riconosciuto che la sfida lanciata dalle più importanti lotte politiche e sociali del XX secolo è stata diretta non tanto contro il capitalismo in sé, quanto contro la dimensione imperialista permanente del capitalismo realmente esistente. La questione è dunque se questo trasferimento del centro di gravità delle lotte metta di conseguenza nuovamente in discussione il capitalismo, almeno potenzialmente.
 
Il pensiero di Marx associa a una chiarezza “scientifica” nell’analisi della realtà, l’azione sociale e politica (la lotta di classe nel suo senso più ampio) rivolta a “cambiare il mondo”. In questa lotta, l’esame dei fondamenti, ovvero la scoperta della fonte reale del plusvalore prodotto dallo sfruttamento del lavoro sociale da parte del capitale, è indispensabile. Se questo fondamentale e lucido contributo di Marx viene abbandonato, il risultato è inevitabilmente un doppio fallimento. Qualsiasi abbandono della teoria dello sfruttamento (legge del valore) riduce l’analisi della realtà a quella della sola apparenza, un modo di pensare limitato dall’abietta sottomissione alle esigenze della mercificazione, generata essa stessa dal sistema. Allo stesso modo, un tale abbandono della critica del sistema del lavoro basato sul valore annienta l’efficacia delle strategie e delle lotte per cambiare il mondo, che sono così concepite all’interno di questo quadro alienante e le cui pretese di “scientificità” non hanno alcuna base reale.
 
Tuttavia, non basta aggrapparsi alla lucida analisi formulata da Marx. Questo perché non soltanto la “realtà” si trasforma, includendo sempre “nuovi” elementi da considerare nello sviluppo della critica del mondo reale iniziata con Marx, ma essenzialmente perché, come è noto, le analisi che Marx discusse nel Capitale sono rimaste incompiute. Nel previsto (e mai scritto) VI volume dell’opera, Marx si ripropose di trattare la globalizzazione del capitalismo. Questo tema deve ora essere svolto da altri, motivo per cui ho osato sostenere la formulazione della “legge del valore globalizzato”, ripristinando il campo dello sviluppo ineguale (attraverso la polarizzazione centro/periferia) che è inseparabile dall’espansione globale del capitalismo storico. In questa formulazione, “la rendita imperialista” è inserita nell’intero processo di produzione e circolazione del capitale e di distribuzione del plusvalore. Tale rendita è all’origine del confronto: tiene conto del perché la lotta per il socialismo nei centri imperialisti sia sfumata, e sottolinea le dimensioni antimperialiste delle lotte nelle periferie contro il sistema della globalizzazione capitalista/imperialista.
 
Non tornerò qui a discutere di ciò che l’esegesi dei testi di Marx sulla questione suggerirebbe. Marx, che fu nientemeno che un gigante, con il suo acume critico e l’incredibile finezza del pensiero, deve aver avuto almeno un’intuizione del fatto che a questo riguardo si trovava di fronte ad un punto importante. Ciò è suggerito dalle sue osservazioni sugli effetti disastrosi dell’allineamento della classe operaia inglese sullo sciovinismo collegato allo sfruttamento coloniale dell’Irlanda. Marx non si sorprese dunque del fatto che fu la Francia - meno sviluppata economicamente dell’Inghilterra, ma più avanzata sul piano della coscienza politica – il primo paese in cui la rivoluzione socialista prese piede. Egli, come Engels, sperava inoltre che “l’arretratezza” della Germania avrebbe potuto permettere una originale forma di avanzamento del processo, fondendo insieme le rivoluzioni borghese e socialista.
 
Lenin andò ancora oltre. Sottolineò la trasformazione qualitativa racchiusa nel passaggio al capitalismo monopolista, traendone la necessaria conclusione che il capitalismo aveva cessato di essere una necessaria fase storica progressiva ed era diventato ormai “putrefatto” (espressione di Lenin). In altre parole, era diventato “obsoleto” e “senile” (termini miei), e che dunque il passaggio al socialismo era all’ordine del giorno, passaggio sia necessario che possibile. Ha ideato e realizzato una rivoluzione che ha avuto inizio nella periferia (Russia, “l’anello debole”). Poi, vedendo frustrate le sue speranze di una rivoluzione europea, concepì il trasferimento della rivoluzione in Oriente, dove vide che la fusione degli obiettivi della lotta antimperialista con quelli della lotta contro il capitalismo era diventata possibile.
 
Ma fu Mao a formulare rigorosamente la natura complessa e contraddittoria degli obiettivi nella transizione al socialismo che in queste condizioni andavano perseguiti. Il “marxismo” (o più esattamente il marxismo storico) si trovò di fronte a una nuova sfida, che non esisteva nel pensiero politico più cosciente del XIX secolo, ma che sorse a causa del trasferimento dell’iniziativa per la trasformazione del mondo ai popoli, nazioni e stati della periferia.
 
La rendita imperialista non beneficiò “solamente” dei monopoli dei centri dominanti (sotto forma di superprofitti), ma fu anche la base della riproduzione della società nel suo complesso, nonostante la sua evidente struttura di classe e lo sfruttamento dei propri lavoratori. Questo è quel che Perry Anderson ha analizzato chiaramente come “marxismo occidentale”, descritto come “il prodotto della sconfitta” (l’abbandono della prospettiva socialista), e che qui ci interessa. Questo marxismo venne successivamente condannato, avendo rinunciato a “cambiare il mondo” ed essendosi impegnato negli studi “accademici” senza impatto politico. La deriva liberale della socialdemocrazia e la sua marcia verso l’ideologia statunitense del “consensus” e l’atlantismo al servizio del dominio imperialista del mondo, furono le conseguenze.
 
“Un altro mondo” (espressione molto vaga per indicare un mondo impegnato nella lunga strada verso il socialismo) è ovviamente impossibile a meno che non si dia soluzione ai problemi dei popoli della periferia, soltanto l’80% della popolazione mondiale! “Cambiare il mondo” significa dunque cambiare le condizioni di vita di questa maggioranza. Il marxismo, che analizza la realtà del mondo al fine di rendere le forze che agiscono per il cambiamento il più efficaci possibili, guadagna necessariamente una decisa vocazione tricontinentale (Africa, Asia, America Latina).
 
Com’è legato ciò al terreno di lotta che ci sta di fronte? Quel che mi propongo, in risposta a questa questione, è un’analisi della trasformazione del capitalismo monopolista imperialista (“senile”) nel capitalismo monopolista generalizzato (per questa ragione ancora più senile). Questa è una trasformazione qualitativa in risposta alla seconda lunga crisi del sistema iniziata negli anni 1970, e che non è ancora stata risolta. Da questa analisi traggo due conclusioni principali: (1) Il sistema imperialista si è trasformato nell’imperialismo collettivo della Triade, in risposta all’industrializzazione delle periferie imposta dalle vittorie ottenute nella prima ondata del loro “risveglio”. [2] Questo avviene assieme alla messa in campo da parte del nuovo imperialismo di nuovi strumenti di controllo del sistema mondiale, basati sul controllo militare del pianeta e delle sue risorse, la super-protezione del possesso esclusivo della tecnologia da parte degli oligopoli e il loro controllo sul sistema finanziario mondiale. Vi è una conseguente trasformazione delle strutture di classe del capitalismo contemporaneo che vede l’emergere di una oligarchia dominante esclusiva.  
 
Il “marxismo occidentale” ha ignorato la trasformazione decisiva rappresentata dall’emergere del capitalismo monopolista generalizzato. Gli intellettuali della nuova sinistra radicale occidentale rifiutano di considerare gli effetti decisivi della concentrazione degli oligopoli che ora dominano l’intero sistema di produzione, allo stesso modo in cui dominano la vita politica, sociale, culturale e ideologica. Avendo eliminato il termine “socialismo” (e, a fortiori, “comunismo”) dal loro linguaggio, non riescono più a figurarsi la necessaria espropriazione degli espropriatori, ma solo un impossibile “altro capitalismo” che loro chiamano dal “volto umano”. La deriva dei discorsi “post” (post-modernismo, post-marxismo, ecc.) è una conseguenza inevitabile. Negri ad esempio, non dice una parola riguardo a questa trasformazione decisiva che, a mio avviso, sta alla base delle questioni del nostro tempo.
 
Il neolinguaggio di queste folli farneticazioni andrebbe inteso nel senso letterale del termine, ovvero come un illusorio immaginario del tutto slegato dalla realtà. In francese, le peuple (e meglio ancora les classes populaires), come nello spagnolo el pueblo (los clases populares), non è sinonimo di “tutti”. Si riferisce alle classi dominate e sfruttate e rimanda quindi anche alla loro diversità (nel rapporto che queste hanno con il capitale), il che rende possibile l’effettiva realizzazione di strategie concrete e di trasformarli in agenti attivi del cambiamento. Questo è in contrasto con l’equivalente inglese: people non ha questo significato, essendo sinonimo di les gens (tutti) e, in spagnolo, la gente. Il neolinguaggio non riconosce questi concetti (indicati dal marxismo e formulati in francese o spagnolo) sostituendoli con termini vaghi come la “moltitudine” di Negri. E’ un delirio filosofico attribuire a questa parola (che nulla aggiunge ma molto sottrae) un presunto potere analitico, invocando un suo utilizzo da parte di Spinoza, che visse in un epoca e in condizioni che nulla avevano a che fare con le nostre.
 
Il pensiero politico di moda nella nuova sinistra radicale occidentale ignora anche il carattere imperialista del dominio dei monopoli generalizzati, sostituendolo con il termine vago di “Impero” (Negri). Questo centralismo occidentale, portato all’estremo, omette qualsiasi riflessione sulla rendita imperialista senza la quale né il meccanismo della riproduzione sociale né la sfida che esso in tal modo costituisce, possono essere compresi.  
 
Al contrario, Mao offrì una visione che era sia profondamente rivoluzionaria che “realistica” (scientifica, nitida) riguardo i termini nei quali tale sfida doveva essere analizzata, rendendo possibile la deduzione di strategie efficaci per avanzamenti successivi sulla lunga strada della transizione al socialismo. Per questa ragione, Mao distingue e mette in rapporto le tre dimensioni della realtà: i popoli, le nazioni, gli stati.
 
Il popolo (le classi popolari) “vuole la rivoluzione”. Questo significa che è possibile costruire un blocco egemonico che metta insieme le diverse classi dominate e sfruttate, in opposizione a quello che permette la riproduzione del sistema di dominio del capitalismo imperialista, esercitato attraverso il blocco dell'egemonia compradora e lo stato al suo servizio.  
 
Il riferimento alle nazioni sta nel fatto che il dominio imperialista nega la dignità delle “nazioni” (chiamatele come volete), forgiata nella storia delle società delle periferie. Tale dominio ha sistematicamente distrutto tutto quello che rende originali le nazioni, in nome della “occidentalizzazione” e della proliferazione di spazzatura a basso costo. La liberazione dei popoli è dunque inseparabile da quella delle nazioni alle quali essi appartengono. E questa è la ragione per cui il maoismo sostituì il breve motto “Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!” con uno più esteso “Lavoratori di tutti i paesi, popoli oppressi, unitevi!”. Le nazioni vogliono la loro “liberazione”, intesa in modo complementare alla lotta dei popoli e non conflittuale ad essa. La liberazione in questione non è dunque la restaurazione del passato, illusione indotta da un attaccamento culturalista al passato, ma invenzione del futuro. Questo si fonda sulla trasformazione radicale del patrimonio storico delle nazioni, piuttosto che sull’importazione artificiale di una falsa “modernità”. La cultura che viene ereditata e sottoposta alla prova della trasformazione è qui intesa come cultura politica, avendo cura di non usare il termine indistinto di “cultura” (che comprende la forma “religiosa” ed innumerevoli altre), il quale non significa nulla poiché la vera cultura non è astratta, né una costante storica.
 
Il riferimento allo stato è posto nel necessario riconoscimento della relativa autonomia del suo potere nel rapporto con il blocco egemonico alla base della sua legittimità, anche se questo è popolare e nazionale. Questa relativa autonomia non può essere ignorata fintanto che esiste lo stato, ovvero almeno per tutta la durata della transizione al comunismo. Solo dopo è possibile pensare alla “società senza stato”, non prima. Questo non solo perché gli avanzamenti popolari e nazionali devono essere protetti dall’aggressione permanente dell’imperialismo, che ancora domina il mondo, ma anche, e forse soprattutto, perché “avanzare nella lunga transizione” richiede anche di “sviluppare le forze produttive”. In altre parole, l’obiettivo è di realizzare nei paesi della periferia ciò che l’imperialismo ha cercato di impedire, e di eliminare il retaggio della polarizzazione mondiale, elemento inseparabile dell’espansione mondiale del capitalismo storico. Il proposito non è quello del “recupero” per imitazione del capitalismo centrale, un recupero che per inciso è impossibile e soprattutto indesiderabile. Si impone una concezione differente della “modernizzazione/industrializzazione”, basata sulla partecipazione genuina delle classi popolari al processo di realizzazione, con benefici immediati ad ogni fase del suo avanzamento. Dobbiamo dunque respingere il ragionamento dominante che richiede al popolo un’attesa indefinita fino a che lo sviluppo delle forze produttive abbiano finalmente creato le condizioni per un passaggio “necessario” al socialismo. Queste forze devono essere sviluppate fin dall’inizio con la prospettiva di costruire il socialismo. Il potere dello stato è evidentemente il cuore del conflitto tra queste esigenze contraddittore di “sviluppo” e “socialismo”.
 
“Gli stati vogliono l’indipendenza”. Questo deve essere visto come un duplice obiettivo: indipendenza (forma estrema di autonomia) dalle classi popolari; indipendenza dalle pressioni del sistema mondiale capitalista. La “borghesia” (in senso lato, la classe dirigente nelle posizioni dominanti dello stato, le cui ambizioni tendono sempre verso un’evoluzione borghese) è sia nazionale che compradora. Se le circostanze le permettono di ampliare la propria autonomia nei confronti dell’imperialismo dominante, essa sceglie di “difendere l’interesse nazionale”. Ma se le circostanze non lo permettono, opterà invece per la sottomissione “compradora” alle esigenze dell’imperialismo. La “nuova classe dominante” (o “gruppo dominante”) è ancora in una posizione ambigua, anche quando si poggia su un blocco popolare, e ciò deriva dal fatto che essa è animata, almeno in parte, da tendenze “borghesi”.
 
La corretta articolazione della realtà a questi tre livelli - popoli, nazioni e stati - condiziona il buon esito dell’avanzata sulla lunga strada della transizione. Si tratta di potenziare le complementarietà degli avanzamenti del popolo, della liberazione della nazione, e dei risultati ottenuti dal potere dello stato. Ma se alle contraddizioni tra l’agente-popolo e l’agente-stato è consentito di svilupparsi, ogni avanzamento sarà definitivamente precluso.
 
Ci sarà un’impasse se uno di questi livelli non va ad articolarsi con gli altri. La nozione astratta di “popolo” essendo l’unica entità che conta, e la tesi dell’astratto “movimento”, capace di trasformare il mondo senza preoccuparsi della presa del potere, sono semplicemente naif. L’idea della liberazione nazionale, “a tutti i costi” - vista come indipendente dal soggetto sociale del blocco egemonico - porta all’illusione culturale di un irrimediabile attaccamento al passato (islam politico, induismo, buddismo ne sono alcuni esempi) ed è, di fatto, impotente. Questo genera un’idea di potere, concepito come capacità di “raggiungere degli obiettivi” per il popolo, ma che è, di fatto, esercitato senza di esso. Questo porta dunque a una deriva verso l’autoritarismo e la cristallizzazione di una nuova borghesia. La deviazione del sovietismo, evolutosi da un “capitalismo senza capitalisti” (capitalismo di stato) a un “capitalismo con capitalisti”, è l’esempio più tragico di ciò.
 
Dal momento che i popoli, le nazioni e gli stati della periferia non accettano il sistema imperialista, il “Sud” è “zona di tempesta”, luogo di sollevazioni e rivolte permanenti. A partire dal 1917, la storia è consisita principalmente di tali rivolte e iniziative indipendenti (nel senso di indipendenza dalle tendenze che dominano il sistema capitalista imperialista esistente) dei popoli, nazioni e stati delle periferie. Sono queste iniziative, nonostante le loro limitazioni e contraddizioni, ad aver dato forma alle trasformazioni maggiormente decisive del mondo contemporaneo, molto più del progresso delle forze produttive e dei relativamente lievi adeguamenti sociali che lo hanno accompagnato nel cuore del sistema.
 
La seconda ondata di iniziative indipendenti dei paesi del Sud è iniziata. I paesi “emergenti” e gli altri, come i loro popoli, sono in lotta contro i modi in cui l’imperialismo collettivo della Triade sta cercando di perpetuare il proprio dominio. Gli interventi militari di Washington e dei suoi alleati subalterni della NATO si sono anch’essi dimostrati un fallimento. Il sistema finanziario mondiale sta collassando e, al suo posto, sistemi regionali autonomi sono in via di formazione. Il monopolio tecnologico degli oligopoli è stato frustrato.
 
Riprendere il controllo delle risorse naturali è l’ordine del giorno attuale. Le nazioni andine, vittime del colonialismo interno, che è succeduto a quello straniero, si stanno facendo sentire a livello politico.
 
Le organizzazioni popolari e i partiti della sinistra radicale in lotta hanno già sconfitto alcuni programmi liberali (in America Latina) o sono sulla strada di farlo. Queste iniziative, che innanzitutto sono fondamentalmente antimperialiste, sono potenzialmente in grado di impegnarsi sulla lunga strada della transizione socialista.
 
Come si relazionano questi due futuri possibili l’uno con l’altro? “L’altro mondo” in costruzione è sempre ambiguo: porta con sé il peggio ed il meglio, entrambi “possibili” (non ci sono leggi storiche che possano darci un’indicazione prima che la storia stessa si svolga). Una prima ondata di iniziative da parte dei popoli, nazioni e stati della periferia prese piede nel XX secolo, fino al 1980. Qualsiasi analisi dei suoi componenti non ha senso a meno che non tenga conto della complementarietà e dei conflitti relativi al modo in cui questi tre livelli si relazionano tra loro. Una seconda ondata di iniziative nella periferia è già iniziata. Sarà più efficace? Potrà spingersi più in là rispetto alla precedente?
 
Terminare la crisi del capitalismo?
 
Le oligarchie al potere del sistema capitalista contemporaneo stanno cercando di restaurare il sistema com’era anteriormente alla crisi finanziaria del 2008. Per far questo, hanno bisogno di convincere la gente creando un “ consensus “ che non metta in discussione il loro potere supremo. Per riuscire in ciò, sono disposte a concessioni retoriche riguardo la sfida ecologica (in particolare la questione del clima), rendendo “verde” il loro dominio, e persino lasciando intendere di effettuare riforme sociali (“guerra alla povertà”) e politiche (“buona governance”).
 
Prendere parte a questo gioco, convincere il popolo del bisogno di modellare un nuovo consenso seppure stabilito in termini chiaramente migliori, porterà al fallimento. Peggio ancora, prolungherà illusioni deleterie. Questo perché la risposta alla minaccia sollevata dalla crisi del sistema globale necessita in primo luogo della trasformazione dei rapporti di potere a beneficio dei lavoratori, come pure di relazioni internazionali favorevoli ai popoli delle periferie. Le Nazioni Unite hanno organizzato una serie di conferenze globali che, come ci si poteva aspettare, non hanno prodotto alcunché.
 
La storia ha dimostrato che questo è un requisito necessario. La risposta alla prima lunga crisi del capitalismo decadente avvenne tra il 1914 e il 1950, principalmente attraverso i conflitti che opposero i popoli delle periferie alla dominazione del potere imperiale e, in misura diversa, attraverso i rapporti sociali interni di cui godevano le classi popolari. In questo modo, hanno preparato il terreno per i tre sistemi del secondo dopoguerra: i socialismi realmente esistenti dell’epoca, i regimi nazionali e popolari di Bandung, e il compromesso socialdemocratico nei paesi del Nord, resosi particolarmente necessario a causa delle iniziative indipendenti dei popoli delle periferie.
 
Nel 2008 la seconda lunga crisi del capitalismo è entrata in una nuova fase. I conflitti internazionali violenti sono già iniziati e sono visibili: sfideranno il dominio dei monopoli generalizzati, sulla base di posizioni antimperialiste? Come si rapporteranno alle lotte sociali delle vittime delle politiche di austerità perseguite dalle classi dominanti in risposta alla crisi? In altre parole, utilizzeranno i popoli della periferia una strategia di disincagliamento da un capitalismo in crisi, invece di quella mirante a far uscire il sistema dalla sua crisi, come perseguito invece dal potere costituito?
 
Gli ideologi al servizio del potere stanno affannandosi in vuote considerazioni circa il “mondo dopo la crisi”. La CIA può soltanto concepire la restaurazione del sistema, dando una maggiore partecipazione ai “mercati emergenti” nella globalizzazione liberale a scapito dell’Europa, piuttosto che degli Stati Uniti. E’ incapace di riconoscere che la crisi sempre più profonda non sarà “superata”, se non attraverso violenti conflitti internazionali e sociali. Nessuno sa come andrà a finire: forse in meglio (progresso in direzione del socialismo) oppure in peggio (apartheid mondiale).
 
La radicalizzazione politica delle lotte sociali è la condizione per scavalcare le frammentazioni politiche e la strategia esclusivamente difensiva (“salvaguardare i benefici sociali”). Solo questo renderà possibile l’identificazione degli obiettivi necessari a intraprendere la lunga strada verso il socialismo. Solo questo permetterà ai “movimenti” di generare un reale avanzamento.
 
Il rafforzamento dei movimenti ha bisogno di un quadro di condizioni macro-politiche e macro-economiche che rendano concretamente praticabili i loro progetti. Come creare queste condizioni? Arriviamo qui alla questione centrale del potere dello stato. Sarebbe in grado uno stato rinnovato, effettivamente popolare e democratico, di mettere in atto politiche efficaci nelle condizioni globalizzate del mondo contemporaneo? Una immediata risposta negativa ha portato, a sinistra, alla richiesta di iniziative per raggiungere un consensus globale minimo, sulla base dei cambiamenti politici universali, eludendo lo stato. Questa risposta e il suo corollario si stanno dimostrando infruttuosi. Non c’è altra soluzione che far nascere avanzamenti a livello nazionale, possibilmente rinforzato da azioni appropriate a livello regionale. Occorre puntare a smantellare il sistema mondiale (“sconnettere”) prima dell’eventuale ricostruzione su basi sociali differenti e con la prospettiva di andare oltre il capitalismo. Il principio è valido sia per i paesi del Sud, i quali incidentalmente hanno iniziato a muoversi in questa direzione in Asia e in America Latina, sia per i paesi del Nord dove, purtroppo, la necessità dello smantellamento delle istituzioni europee (e quella dell’euro) non è ancora avvertita, neppure dalla sinistra radicale.
 
L’indispensabile internazionalismo dei lavoratori e dei popoli
 
I limiti degli avanzamenti compiuti dal Sud nel risveglio del XX secolo e l’esasperazione delle contraddizioni che lo hanno prodotto, sono state le cause della perdita di slancio della prima ondata di liberazione. Ciò è stato fortemente potenziato dall’ostilità permanente degli stati del centro imperialista, che sono arrivati a condurre una guerra aperta che - va detto - è stata appoggiata, o almeno accettata, dai popoli del Nord. I benefici della rendita imperialista sono stati certamente un fattore importante nel rifiuto dell’internazionalismo da parte delle forze popolari del Nord. Le minoranze comuniste, che hanno adottato un altro atteggiamento, a volte molto forte, fallirono tuttavia nella costruzione attorno a loro di adeguati blocchi alternativi. Ed il passaggio in massa dei partiti socialisti al campo “anticomunista” ha largamente contribuito al successo delle potenze capitaliste nel campo imperialista. Questi partiti non sono stati tuttavia “premiati”, visto che già il giorno successivo al collasso della prima ondata di lotte del XX secolo, il capitalismo monopolista si liberava della loro alleanza. Non hanno imparato la lezione della sconfitta radicalizzandosi: al contrario, hanno scelto di capitolare slittando sulle posizioni “social-liberali” che conosciamo. Questa è la prova, se ce ne fosse stato bisogno, del ruolo decisivo della rendita imperialista nella riproduzione delle società nel Nord. Così, la seconda capitolazione non è tanto una tragedia quanto una farsa.
 
La sconfitta dell’internazionalismo condivide parte della responsabilità per la deriva autocratica nelle esperienze socialiste del secolo passato. Il manifestarsi di originali espressioni di democrazia nel corso delle Rivoluzioni russa e cinese, smentisce il giudizio troppo disinvolto riguardo la non “maturità” di questi paesi per la democrazia. L’ostilità dei paesi imperialisti, agevolata dal supporto dei loro popoli, ha largamente contribuito a rendere il perseguimento del socialismo democratico ancora più difficile in una condizione che già lo era, a causa del retaggio del capitalismo periferico.
 
Così, la seconda ondata del risveglio dei popoli, delle nazioni e degli stati delle periferie del XXI secolo parte in condizioni che non sono affatto migliori, anzi ancora più difficili. La cosiddetta caratteristica ideologica statunitense del “consensus” (che significa sottomissione alle richieste del potere del capitalismo monopolista generalizzato); l’adozione di regimi politici “presidenziali” che distruggono l’efficacia del potenziale anti-istituzionale della democrazia; l’elogio indiscriminato di un individualismo falso e manipolato, assieme alla disuguaglianza (vista come virtù); la raccolta dei paesi subalterni della NATO intorno alle strategie sviluppate dall’establishment di Washington - tutto ciò procede rapidamente nell’Unione Europea, che in queste condizioni altro non può essere se non quello che è, ovvero un blocco costitutivo della globalizzazione imperialista.
 
In tale situazione, il collasso di questo progetto militare diventa la prima necessità e la condizione preliminare per il successo della seconda ondata di liberazione avviata attraverso le lotte dei popoli, nazioni e stati dei tre continenti. Finché ciò non accadrà, i loro avanzamenti presenti e futuri rimarranno vulnerabili. Un possibile rifacimento del XX secolo non può, dunque, essere escluso anche se, ovviamente, le condizioni della nostra epoca sono piuttosto diverse da quelle del secolo scorso.
 
Questo scenario tragico non è tuttavia l’unico possibile. L’offensiva del capitale contro i lavoratori è già in corso negli stessi centri del sistema. Questa è la prova, se ce ne fosse bisogno, che il capitale, se rafforzato dalle sue vittorie contro i popoli della periferia, si dimostra poi abile ad attaccare frontalmente le posizioni delle classi lavoratrici nei centri del sistema. In questa situazione, non è più impossibile immaginare una radicalizzazione delle lotte. Il patrimonio delle culture politiche europee non è ancora perduto, e dovrebbe facilitare la rinascita di una coscienza internazionale adeguata alle esigenze della globalizzazione. Un’evoluzione in questa direzione, tuttavia, si scontra con l’ostacolo della rendita imperialista.
 
Questa è non solo un’importante fonte di profitti eccezionali per i monopoli, ma condiziona anche la riproduzione della società nel suo complesso. Ed infine, grazie al supporto indiretto di quegli elementi popolari che cercano di preservare a tutti i costi l’esistente modello di “democrazia” (per quanto sia in realtà antidemocratico), il peso delle classi medie può con ogni probabilità distruggere la forza potenziale derivante dalla radicalizzazione delle classi popolari. In virtù di ciò, è probabile che il progresso nel Sud tricontinentale continuerà ad essere alla ribalta, come nel secolo passato. Ciononostante, non appena gli avanzamenti avranno prodotto i loro effetti e pesantemente limitato l’estensione della rendita imperialista, i popoli del Nord dovrebbero essere in una posizione migliore per capire il fallimento delle strategie che si sottomettono alle richieste dei monopoli imperialisti generalizzati. Le forze politiche e ideologiche della sinistra radicale dovrebbero quindi prendere parte a questo grande movimento di liberazione, costruito sulla solidarietà dei popoli e dei lavoratori.
 
La battaglia ideologica e culturale è decisiva per questo rinascimento, che ho riassunto nell’obiettivo strategico della costruzione di una Quinta Internazionale dei lavoratori e dei popoli.
 

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