www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 27-09-11 - n. 378


Partito dei Comunisti Italiani . VI Congresso - Rimini 28-30 ottobre 2011 . [Documento politico]

 
Intervento sulle Tesi Congressuali del Partito dei Comunisti italiani  
 
di Giuseppe Amata
 
I dirigenti dell’Associazione Marx XXI hanno invitato i comunisti a discutere le tesi congressuali del PdCI, Raccogliendo questo invito esprimo il mio contributo.
 
Le Tesi si incentrano, a mio modesto avviso, sulla realizzazione dei tre principi enunciati: «unità democratica, unità della sinistra e ricostruzione unitaria del partito comunista». E’ di questo che sostanzialmente bisogna discutere e lo faccio rovesciando l’ordine di essi, iniziando dalla ricostruzione del partito comunista.
 
Preliminarmente bisogna però riconoscere il corretto impianto analitico che si sottopone alla discussione degli iscritti e dei comunisti intenzionati ad impegnarsi nella ricostruzione del partito comunista e che in sintesi si può riassumere nella trattazione dei seguenti argomenti largamente condivisibili:
 
a) L’esperienza storica del movimento comunista ed il superamento del capitalismo.
b) L’analisi della crisi economico-finanziaria, la caduta del saggio del profitto, il ruolo economico della Cina verso nuovi equilibri mondiali, il ruolo della finanza internazionale, stato e mercato nel capitalismo e nel socialismo: «la sfida della sinistra è di immaginare e proporre un nuovo modo di far intervenire lo Stato nell’economia a favore della classe lavoratrice, quindi un problema di potere politico reale e di indirizzi, (…) una necessità per evitare il fallimento totale che travolge tutte le classi».
c) Il ruolo egemonico degli Stati Uniti nel mondo che diminuisce a livello economico ed aumenta a livello militare tramite la Nato, la validità dell’analisi di Lenin sull’imperialismo, la prospettiva di una guerra fredda tra Usa e Cina, l’avanzata dell’America Latina.
d) La contraddizione dollaro-euro, come è nata l’Unione Europea e la lotta per la trasformazione democratica dell’Europa, per costruire un’altra Europa.
e) l’analisi del berlusconismo, la ricerca dell’unità della sinistra sul terreno del programma, l’esperienza della Federazione.
 
Detto questo, ritorniamo al nocciolo della questione.
 
Unire i comunisti, ricostruire il partito comunista. Nelle Tesi si scrive che «non è questione di breve periodo, ma un processo lungo e graduale», partendo dal superamento del PRC e del PdCI, attuando l’unificazione dei due partiti «su un percorso credibilmente breve» e «sulla base di una teoria rivoluzionaria con basi scientifiche che sappia guardare al mondo»; che «per noi il significato di “partito comunista” ha un preciso riferimento nell’elaborazione leninista e in quella gramsciana e togliattiana»; ed infine «pensando di ricostruire un grande partito comunista “di massa” come il PCI sarebbe velleitario». E dal punto di vista organizzativo si può realizzare questo obiettivo con il ritorno alla militanza, attualizzando il centralismo democratico, per «andare oltre ogni residuo del vecchio centralismo burocratico e autoritario». Questi passaggi virgolettati condensano il significato della proposta e pertanto vanno criticamente approfonditi.
 
E’ chiaro che non si possono stabilire in anticipo i tempi del processo della ricostruzione, né si può dire se saranno brevi o se saranno lunghi, considerata la frammentazione politica ed organizzativa dei partiti e dei gruppi che in Italia si richiamano al comunismo e che si vogliono rendere partecipi di questo processo. Ma soprattutto, a mio avviso, la durata di questo percorso è in riferimento alla debolezza dell’analisi ideologica e politica sulle grandi trasformazioni positive e negative che sono avvenute nel mondo negli ultimi decenni per costruire una teoria sulla quale si può ricostruire in Italia il partito comunista. Perché la difficoltà principale è proprio questa, a parte la scelta volitiva, seppur importante, dell’unificazione o dello scioglimento o del superamento dei partiti e gruppi esistenti.
 
Una riflessione critica ed autocritica della storia del movimento comunista in Italia, approfondendo le singole fasi, senza preconcetti sui diversi personaggi che sono stati alla testa di questo movimento, è indispensabile per la costruzione di una teoria a supporto della ricostruzione sia per quanto riguarda il livello ideologico, quello politico e quello organizzativo. Da questa angolazione l’affermazione contenuta nelle Tesi del «preciso riferimento» anche all’elaborazione togliattiana (oltre che a quella leninista e gramsciana) non mi pare condivisibile. Togliatti è stato un personaggio autorevole non solo della storia del movimento operaio italiano e internazionale, ma della storia nazionale, perché le sue indicazioni (accettabili o meno) sono diventate parte del tessuto economico e sociale che si è formato. Il «partito di tipo nuovo» è una sua creazione, la lotta in Italia «per una democrazia progressiva» transitoria al socialismo scaturisce dalla sua visione ideologica e politica che il PCI nel suo insieme fa propria (mentre ad esempio in Cina Mao affermava la «nuova democrazia» come transizione al socialismo, in un contesto però nel quale il Partito comunista cinese era forza dirigente e non come il PCI una forza della coalizione antifascista poi collocata all’opposizione da De Gasperi), la «via italiana al socialismo» dopo il XX Congresso del PCUS e l’VIII Congresso del PCI con la conseguente modifica dell’assetto organizzativo e con la sostituzione di importanti dirigenti come Secchia e l’ascesa di altri come Amendola è opera sua, ma che non tutto il PCI accetta, anche se la disciplina di partito sulla base di un centralismo che comincia a diventare burocratico impedisce ai critici di esprimere in tutte le istanze le loro riserve o contrapposizioni. Iniziano così le emarginazioni o le “epurazioni”, mentre la formazione dei dirigenti avviene sulla base del rinnovamento e del ringiovanimento (guarda caso, la stragrande maggioranza dei giovani promossi diventeranno con gli anni apertamente socialdemocratici). In tutte queste grandi scelte (partito di tipo nuovo, democrazia progressiva, svolta dell’VIII Congresso) stanno le radici di quello che è diventato il PCI come «grande partito di massa e nazionale» con i suoi pregi per la difesa della democrazia contro avventure totalitarie e guerrafondaie della borghesia italiana e dell’imperialismo americano e per alcune conquiste sociali e sindacali della classe operaia e delle masse popolari, ma anche con gli errori ed il revisionismo che trascinano il PCI lentamente da partito rivoluzionario a partito socialdemocratico, fino al suo scioglimento. Ed il gruppo dirigente che lo ha sciolto, fino a qualche anno prima dello scioglimento, ha sempre rivendicato la sua continuità con l’opera intrapresa da Togliatti.
 
Inoltre, all’affermazione contenuta nelle Tesi, «pensare di ricostruire un grande partito comunista “di massa” come il PCI sarebbe velleitario», permettete compagni che io aggiunga: «sarebbe sbagliato».
 
Unità della sinistra. Condivido quanto detto nelle Tesi che essa si può realizzare sulla base di un programma e che l’esperienza della Federazione, pur con i suoi limiti, è un passo avanti in questa direzione. L’unità a questo livello non si deve realizzare su questioni ideologiche o sulla costruzione di una teoria (imprescindibile per la ricostruzione del partito comunista), ma sul terreno delle lotte sociali e delle proposte di trasformazione della società. L’unità deve essere quindi allargata ad altre forze che non stanno nella Federazione della sinistra, ma che sul piano dei contenuti delle lotte politiche, sociali e sindacali che esse portano avanti si riscontra un percorso anticapitalistico ed antimperialistico unitario. A tale riguardo è anche importante l’unità per la realizzazione di liste unitarie, laddove la forza dei comunisti da soli non permette il superamento degli sbarramenti antidemocratici che sono stati creati in Italia con l’abolizione del proporzionale (concepito correttamente dai padri fondatori della Costituzione) ad opera anche del PDS, poi diventato PD che era e rimane favorevole al maggioritario, il quale premia gli schieramenti più forti a livello elettorale ed espelle l’opposizione di classe dalla assemblee elettive, come da tempo era successo in quasi tutta l’Europa occidentale.
 
Unità democratica. Nelle Tesi si parla di un’alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi, ovviamente con forze politiche diverse dalla sinistra ed in particolare con il PD. Si riconosce che «estenuanti tatticismi, esasperati politicismi e pesanti condizionamenti imposti dai poteri forti hanno finora impedito al PD di avanzare una proposta chiara» e che «la natura contraddittoria del PD» tra orientamento del vertice in direzione di una politica capitalistica ed orientamento della base su un percorso progressista, considerato che detta base è anche parte del vecchio elettorato del PCI, «non può essere ignorata dai comunisti». Nel rapporto con il PD si riconosce l’impossibilità di un patto di governo, in seguito alla rilevanza di tali questioni, ma si avanzano delle proposte per realizzare un’unità democratica in direzione della riforma della legge elettorale, della riduzione del precariato, del recupero dell’evasione fiscale, degli investimenti in ricerca, cultura, scuola, università, pubblicizzazione dei servizi e difesa dei beni comuni. Ritengo insufficienti questi obiettivi se non sono collegati ad alcuni elementi chiave per una diversa politica economica. Infatti il PD critica la politica economica di Berlusconi, ma non si oppone al paradigma dominante che è stato creato con gli accordi di Maastricht, basato sulla mobilità del capitale finanziario e sul ruolo assegnato alla Banca centrale europea, come istituzione non pubblica, ma prevalentemente a capitale privato, di emettere moneta senza l’autorità di un governo europeo che la controlli. Di fatto la Banca centrale europea è una banca d’investimento che realizza rendite finanziarie e determina dividendi ai soci. Non si può cacciare Berlusconi per «rassicurare i mercati e l’Europa, altrimenti siamo fuori» (come dice il PD), bisogna attuare una politica costituzionale ed economica che riformi l’Europa, superando il trattato di Lisbona. Senza una politica che spinga in avanti il processo di trasformazione della società (proprio per realizzare quanto è detto nelle Tesi e riportato in precedenza: «proporre un nuovo modo di far intervenire lo Stato nell’economia a favore della classe lavoratrice») non credo che si possa realizzare un’unità democratica che comprenda il PD.
 

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