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- pensiero resistente - dibattito teorico - 03-10-11 - n. 379
Critiche alle tesi del "VI Congresso nazionale del Partito dei Comunisti Italiani"
Introduzione
1. Il nemico principale è Berlusconi? Analisi fiacca, che non parte da un punto di vista di classe e del suo potere. Si esaltano gli aspetti folkloristici e non si esaminano le vere basi del potere di Berlusconi, del legame con la Lega e dell’alleanza italiana storica tra capitalismo ‘straccione’ del nord e capitalismo ‘criminale’ del sud.
2. I recenti referendum sono stati vinti solo contro Berlusconi? Essi segnano la fine della sua parabola? E il capitalismo italiano? E il PD? Perché si dimentica che consistenti parti del PD si sono schierate per il SI fino all’ultimo e che il tardivo appoggio al NO è stato evidentemente strumentale. Non dimentichiamo che le privatizzazioni in Italia le ha fatte perlopiù il PD, che invece rappresenta la proiezione europea del grande capitalismo finanziario italiano.
3. «Il PdCI poteva crollare sotto il peso delle sconfitte elettorali… privati di risorse materiali». Siamo l’unico partito della sinistra che non ha cambiato il proprio apparato dirigente dopo tre sconfitte consecutive, che ha sempre scaricato sugli altri la responsabilità delle sconfitte, trincerandosi dietro un patetico ‘non potevamo fare diversamente, noi siamo alla coda del PRC’
Capitalismo e socialismo: dal xx al xxi secolo
1. Nessuna analisi delle cause del crollo dell’URSS, solo un vago giustificazionismo meccanicistico, anzi accusando i classici del marxismo (ma chi, poi?) di averci illuso che la “transizione” sarebbe stata senza contraddizioni. Frase sibillina per dire che? Che il processo è lungo, che se ora siamo sotto terra domani risorgeremo … ma come e perché? Insomma una visione fatalista e senza analisi.
2. Atteggiamento da tifo calcistico nei confronti di esperienze internazionali. In pratica, siccome noi siamo i rappresentanti in Italia di questo movimento, se qui perdiamo, altrove vinciamo alla grande. Mosche cocchiere? Ma il punto è: qual è la forma di socialismo di cui stiamo parlando? Le vie possono essere diverse ma l’obbiettivo deve essere unico, altrimenti non abbiamo nulla in comune, se non il nome ‘comunista’, un brand che si cerca di riesumare a meri scopi elettoralistici.
La crisi dell’economia reale
1. La crisi attuale del capitalismo.«La caduta tendenziale del saggio di profitto nel settore dell’industria … apriva la fase della terziarizzazione dell’economia, ... Per compensare la minore capacità d’acquisto dei lavoratori, il capitale è riuscito a drogare il livello dei consumi attraverso lo sviluppo del credito e la crescita dell’indebitamento privato...» Ma è mai possibile che non si faccia cenno alle CAUSE di tutto ciò? Ossia la crisi di sovrapproduzione. Senza questa comprensione sembra che sia solo un problema di distribuzione e che il capitalismo sia insano solo perché avido.
2. Stato e mercato tra capitalismo e socialismo.Singolare che si citi la scuola di Chicago a proposito del golpe cileno e non l’analoga applicazione delle stesse teorie nella Cina di Deng. “L'esperimento liberista rischiava di fallire, e Milton Friedman fu nuovamente invitato a visitare la Cina: esattamente come quando, nel 1975, i Chicago Boys e i piranha avevano chiesto il suo aiuto, allorché il loro programma aveva provocato una rivolta interna in Cile. Una visita di alto profilo del celebre guru del capitalismo era proprio l'incoraggiamento di cui i «riformatori» sentivano l'esigenza.
3. «La sfida per la sinistra è di immaginare e proporre un nuovo modo di far intervenire lo Stato nell’economia in favore della classe lavoratrice, quindi un problema di potere politico reale e di indirizzi.» Siamo alla frutta! Ogni prospettiva rivoluzionaria è del tutto collassata. La sfida è “indirizzare” il capitalismo attraverso lo Stato, che perde ogni connotazione di classe e invece diventa alleato di un popolo interclassista. Si invoca il regime di concorrenza, il rischio di impresa e «Uno Stato che programmi lo sviluppo dell’economia»
Il nuovo quadro mondiale: la transizione verso il multipolarismo
1. L’America Latina.Singolare che all’America Latina si dedichi uno spazietto meno della metà di quello dedicato alla Cina e che il paese più osannato sia il Brasile. A Cuba e Venezuela un tributo quasi di forma, a Lula lodi sperticate. Inoltre nessun accenno ai vastissimi problemi e contraddizioni create dallo sfruttamento del territorio brasiliano, per citarne solo uno la coltivazione per i biocarburanti. Ma forse far parte del BRIC conta più di tutto. Le uniche eccezioni a questo comportamento si sono registrate in quei paesi, come la Libia, in cui una dirigenza nazionale ha imposto finora delle regole e dei contratti molto più onerosi sia ai cinesi, che agli italiani o ai tedeschi, che comportano una compresenza di tecnici locali, borse di studio universitarie presso i paesi dei contraenti, ecc.!
2. Le rivolte in Medio Oriente e Nord Africa. Non c’è la minima analisi sull’attacco imperialista alla Libia. Nessuna presa di posizione. Eppure le dichiarazioni di Castro e Chavez avrebbero potuto dare una falsa riga. «È compito dei comunisti … indicare per l’ Italia la strada di una vocazione Mediterranea, che sola può toglierci dalla scomoda posizione di subalternità ad un’Europa continentale che guarda ad altri interessi o interviene in modo neocoloniale, come in Libia, o spalleggia Israele e calpesta i diritti del popolo palestinese.» Questa è grande! Il compito dei comunisti qual è? Incitare l’Italia a perseguire la politica che fu di Andreotti e di Craxi!
3. L'Europa e l’Unione Europea. Sull’ Europa il livello di obnubilamento interclassista aumenta. «Il multipolarismo mette in discussione la guerra fredda, all’ombra della quale la superpotenza Usa è legittimata a controllare, con il suo ombrello militare, i suoi partner (Europa occidentale, Giappone). Viceversa, la politica di distensione, dialogo e cooperazione Est/Ovest, praticata dalla socialdemocrazia tedesca negli anni ‘70, favorisce l’espansione autonoma della Cee.» Osanna alla socialdemocrazia tedesca che si oppose all’unilateralismo USA.
4. Non basta. «In questo quadro generale, nella prospettiva del superamento dei blocchi militari, nonché sulla base di una sempre più accentuata integrazione sovranazionale dell’ economia, il Pci muta la sua politica sull’ Europa e scommette su una sua possibile evoluzione progressiva.» Una critica a questa politica sarebbe doverosa, almeno una motivazione del perché non ha funzionato. Noi comunisti diciamo che non ha funzionato perché non poteva funzionare, perché non era un processo guidato dalla classe operaia e i suoi alleati, ma dalla borghesia europea. Eppure il PCI ci credette. E allora perché va tutto in vacca? Ma certo «La situazione, però, si modifica rapidamente. La fine dell’Urss e l’unificazione della Germania segnano una svolta decisiva nel processo d’integrazione europeo.» Ma se l’URSS fosse sopravvissuta a se stessa, le politiche antipopolari europee sarebbero state meno gravi? È l’avidità capitalistica che porta a questo o una inevitabile crisi di sovrapproduzione? La storia raccontata come una favoletta in cui a un certo punto arriva il lupo cattivo è veramente originale!
5. «La nascita dell’Euro, comunque, rappresenta una grande contraddizione intercapitalista, poiché pone una sfida aperta alla supremazia del Dollaro…» Scarse le parole usate per descrivere il processo di riduzione a semicolonie dei Paesi del nord del Mediterraneo (PIGS, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) da parte dell’Asse Franco-Tedesco. Scarsa analisi della ripresa imperialistica europea ai danni dei popoli del mediterraneo.
6. «È nostro compito contrapporre all’UE dei capitali, che sta implodendo sotto i colpi della crisi e delle proprie interne contraddizioni, un’ Europa del lavoro: che non significa astrattamente ‘più diritti’ nell’attuale contesto di mercato capitalistico, ma, in concreto, un’Europa che unifichi verso l’alto gli standard salariali e di protezione dei lavoratori, difenda lo Stato sociale e allarghi la sfera di ciò che è pubblico, introducendo forme di orientamento e di controllo sociale della produzione». Un programma socialdemocratico di cui non si dice chi come e perché lo dovrebbe fare. Senza una strategia politica né una tattica.
7. «Va contrastata la partecipazione subalterna dell'Ue al progetto imperialista Usa». Cosa significa che bisogna appoggiare l’ imperialismo EU quando esso si smarca da quello USA? Le basi militari non vanno bene quando sono NATO, ma vanno benissimo quando sono europee?
8. «Tutti a sinistra condividono l’esigenza di lottare per conquiste parziali nel quadro attuale della UE (vi sono cioè le basi per un programma minimo condiviso)». Ma quando mai, facciano nomi e cognomi: PD, SEL? Sono possibili conquiste parziali nel quadro attuale della UE, o è necessario un totale ribaltamento delle forze in gioco? Questo è il motivo per cui la proposta economica proposta in alternativa alle ‘lacrime e sangue’ EU è di tipo accomodativo, redistributivo, comunque non conflittuale e anche compatibile con quelle del PD, ossia ‘paghiamo tutti, ma con giustizia’. Assumere il punto di vista del nemico di classe e delle sue compatibilità! Invece la parola d’ordine che, sempre più si leva fra i partiti comunisti d’Europa, è: imponiamo con la lotta l’uscita dall’Euro, nazionalizziamo le banche, denunciamo i debiti internazionali (magari garantendo i piccoli risparmi) e ridiamo ai popoli d’Europa la propria sovranità. Questa dovrebbe essere la vera politica di alleanze rivoluzionaria che mette insieme classe operaia, piccoli agricoltori rovinati, precari, piccoli produttori che sono stati strozzati dalla moneta forte europea. Fuori dall’EU, fuori dall’Euro.
L’Italia
1. Si parte da una personalizzazione della figura di Berlusconi e lo si dipinge come il nemico principale da abbattere ad OGNI costo. Si scambia la base elettorale berlusconiana, che è certamente fatta da tanto popolo insoddisfatto, con i suoi veri soci di maggioranza. È come se si ripercorresse, ancora dopo la lezione di Gramsci, l’errore di confondere la piccola borghesia che votò Mussolini con il blocco industriale-agrario che lo sostenne. Si maschera l’interesse del Vaticano, degli USA della Confindustria, come se esso fosse stato conquistato da Berlusconi dopo la sua vittoria e non chi lo ha sostenuto fin dall’inizio e ora lo sta scaricando.
2. La politica tenuta dalla ‘sinistra’ è velata da un continuo alone di giustificazionismo, mentre si fa di Veltroni l’uomo nero su cui scaricare tutto il male. Non una parola sul partito atlantico di D’Alema-Napolitano, non una parola sui profondi interessi stranieri prevalentemente finanziari che caratterizzano l’asse finanziario Ciampi-Prodi-Padoa Schioppa-Draghi.
3. Il modello Marchionne rimane del tutto avulso da questa contesa politica, come se fosse un accidente collaterale che potrebbe anche riassorbirsi, se solo ce ne fosse la volontà, e non il motore di entrambe le parti della politica. Le privatizzazioni, le politiche di distruzione della scuola pubblica, ‘errori’ dovuto a insipienza. Ma chi ha fatto le privatizzazioni e le liberalizzazioni in Italia? Berlusconi o D’Alema? Chi ci ha precipitato nella morsa dell’Euro? Chi ha fatto le leggi liberticide antisindacali che dal 1998 relegano i sindacati non concertativi nella semiclandestinità?
4. Quanto alla mafia, ma come si può parlare ancora di “inquinamento”, “piaga sociale, che introduce pesanti elementi di distorsione delle stesse regole di mercato”? Siamo ancora una volta all’interclassismo più ottuso. L’unica analisi che si riesce a riesumare è quella, francamente più etica che politica, di Berlinguer.
5. Uscire dalla crisi. «Il ‘modello Marchionne’, non è solo ingiusto, è anzitutto un modello sbagliato.». Il modello Marchionne è giustissimo per i padroni! Visto il probabile declassamento dell’Italia in serie B europea, Marchionne dal suo punto di vista fa benissimo ad ‘americanizzare’ la FIAT, salvando l’azienda del suo padrone dalla nave che affonda. Che questo debba essere contrastato dagli operai, come fu impedito lo smantellamento delle fabbriche da parte dei nazisti, è altra questione. Ma tentare di convincere Marchionne a cambiare politica è ridicolo se non criminale.
6. «Bisogna virare con forza verso la società della conoscenza e dei saperi. Una società che investa in innovazione tecnologica e ricerca scientifica, che punti sulla buona occupazione e sull’aumento dei redditi.» Perché si fa l’esatto contrario? Per stupidità o per grettezza? ovviamente né per l’una né per l’altra cosa. Come al solito, senza un’accurata analisi di classe di ciò che sta avvenendo nel sistema capitalistico internazionale, non si possono capire le ragioni di ciò che avviene né individuare i nemici e intavolare una politica di alleanze. Qual è il ruolo che è stato assegnato all’Italia nel mondo imperialista?
7. «Per farlo deve rompere con l’attuale modello di “capitalismo di Stato”, passivo erogatore di aiuti senza criterio alle imprese, e liberare risorse per programmare la nuova economia della conoscenza. Lo Stato deve uscire da questa economia, rompere con quelle imprese che sono parassitarie … Ed entrare nella nuova economia dello sviluppo sostenibile fondato sulla società della conoscenza.» Ma roba da non credere, c’è il capitalismo buono e quello cattivo! E quale sarebbe quello cattivo? Quello di Stato! Siamo al marasma, ci contraddiciamo da un rigo all’alto. (È un caso che nessuno parla più del fiume di denaro che va alla Chiesa con la scuola privata?)
8. La centralità del lavoro: il blocco sociale e il blocco storico. Una rassegna dei problemi del lavoro italiano, condivisibile da quasi tutti gli economisti borghesi. Manca il punto di rottura col sistema capitalistico, già commentato precedentemente.
9. Il Sud risorsa ed opportunità per l’Italia.«C’è un divario storico che va colmato. Un’operazione che l’Italia in 150 anni non ha mai voluto né saputo fare», ma come si può prima citare Gramsci e poi scadere nel fatalismo interclassista così smaccato? I mali del Mezzogiorno da dove originano?
10. «Il ripristino della legalità…» questa parola è orribile, da “società civile” che neanche le associazioni cattoliche usano più. Dov’è finita la “giustizia sociale”?
11. Chiudere con una citazione di Mazzini è davvero originale!
La politica delle alleanze
1. Sconfiggere Berlusconi e uscire dal berlusconismo. «… fuori dall’alleanza democratica non c’è … alcuna possibilità di impedire la deriva autoritaria e degenerativa dell’Italia». Questo ricatto non può funzionare più. Gridare all’uomo nero ci ha portato i disastri dei due governi Prodi, dell’Arcobaleno e degli altri flop elettorali.
2. I 5 punti sono declinati tutti in una logica della compatibilità. a. È scandaloso mettere al primo punto la legge elettorale, cioè il proprio particolare interesse di sottocasta politica. b. Riduzione e non semplice abolizione del precariato? c. Recupero dell’evasione fiscale, ma per far che? È la stessa ricetta di ogni economista borghese. Non c’è una parola su guerre, grandi opere, finanziamenti a privati, né tanto meno sul debito e la tagliola dell’Euro. d. Richiesta di investimenti assolutamente generici e. Beni comuni senza un legame con le lotte .
3. L’unità della sinistra e la ricomposizione di classe.Dopo aver prefigurato l’alleanza elettorale ma non di governo col PD, (chissà perché il PD la dovrebbe concedere, peraltro chiunque conosca la legge elettorale attuale sa che per esser ammessi in alleanza con una coalizione- e quindi usufruire del quorum elettorale ribassato rispetto alla presentazione non in coalizione- BISOGNA FIRMARE UN PROGRAMMA DI GOVERNO E LA DESIGNAZIONE DEL CANDIDATO PRESIDENTE, altro che “fronte democratico”, qui si prendono solo in giro i militanti), si dice la «… Federazione della Sinistra, un soggetto che permette un lavoro unitario tra i comunisti e, allo stesso tempo, è terreno di pratica dell’unità della sinistra». Due cose in assoluta contraddizione che testimoniano la continua contraddizione.
4. Unire i comunisti, ricostruire il partito comunista. Si lancia l’OPA di minoranza su PRC, confidando nella maggiore coesione organizzativa del PdCI e mettendo sotto il tappeto le differenze ideologiche (Sinistra europea in primis).
Quale partito comunista
Il «…partito comunista ha un preciso riferimento nell’elaborazione leninista e in quelle gramsciana e togliattiana. Tali riferimenti vanno costantemente e coraggiosamente attualizzati.» Una partenza allarmante: parlare di semplice ‘riferimento’ che oltre tutto vanno, perché mai ‘coraggiosamente’?, attualizzati non promette nulla di buono. E infatti il contenuto esclude il proletariato e scivola, a causa della fine del fordismo (basta con gli operai di fabbrica, cioè), verso le “nuove figure sociali”. Il termine ‘classe operaia’ o ‘proletariato’ non è mai usata in questo capitolo. Si passa quindi alle forme organizzative, senza sapere chi organizzare. L’unico momento in cui si parla di operai è: «Una presenza organizzata comunista nei luoghi di lavoro è indispensabile per iniziare a contrastare il diffuso fenomeno di voto operaio leghista nel nord del paese. Per farlo è necessario rafforzare il nostro lavoro nella Cgil e la presenza quotidiana del Partito al fianco delle lotte dei lavoratori.» Quindi l’unica preoccupazione è solo elettoralistica e la via per riacciuffare qualche voto è lavorare dentro la CGIL, ove ancora i lavoratori sono prigionieri.
Seconda parte comunisti in europa e nel mondo
Qui si sorvola in modo inconcludente sul punto già citato della Sinistra Europea, che resta una discriminazione ideologica fondamentale che non si può mettere sotto il tappeto. Invece si propone un «un soggetto che tenga insieme tutte le forze che si riconoscono nel GUE/NGL … una sorta di Forum … paneuropeo». Con che faccia si citano KKE, AKEL, PCP (e poi solo a proposito dei loro successi elettorali)?
La politica estera dell'italia
Esclusa ogni considerazione sull’imperialismo USA e EU (non si cita neanche la parola in questo paragrafo), l’equilibrismo nell’ attribuire a Berlusconi tutte le malefatte e alla politica estera di D’Alema (anche se citato solo cripticamente attraverso l’equivicinanza) tutti i punti meno odiosi. Totale oblio della dichiarazione di Prodi sul riconoscimento del carattere ‘ebraico’ dello Stato di Israele, sull’acquisto dei 131 caccia americani, dell’accettazione della base di Vicenza. Totale oblio del fatto che la guerra di Libia l’hanno voluta principalmente PD e Napolitano.
La centralità del lavoro
Si ripetono le stesse impostazioni dei 5 punti. Moderatismo e assoluta mancanza di delineare altro che un ritorno a un impossibile era del welfare che fu.
La questione sindacale
Una difesa della CGIL, che viene vista solo come sotto attacco attraverso un tentativo di isolarla da parte di Confindustria, giustificazionista senza ritegno («Ad ogni modo l’ accordo ha permesso di far uscire la Cgil dall’isolamento»), stravolgendo completamente il senso della lotta interna («talvolta anche la stessa Cgil non ha aiutato fino in fondo la Fiom a fronteggiare questi attacchi»). Silenzio assordante sui diritti sindacali, conculcati dalla legge D’Alema nota come AntiCOBAS e antiUSB.
Questioni di genere e questioni di classe
Dopo una lunga tirata che fotografa la situazione italiana, arriva: «Noi pensiamo che dalla crisi del capitalismo di oggi non si uscirà se la mentalità padronale non smetterà di cullarsi nell’illusione fantastica di ritorno al tempo delle ferriere e non comincerà a curarsi degli uomini e delle donne il cui lavoro, sia materiale che immateriale, è ancora indispensabile alla sua riproduzione». Che dire? Anche certe organizzazioni cattoliche hanno una visione più di classe e meno fumettistica dei rapporti di lavoro.
Costituzione e democrazia
Ci si limita come al solito a una serie di ricettine neanche riformiste, ma solo nostalgiche del welfare che fu. Del fascismo si vedono solo gli aspetti più esteriori dei rigurgiti in camicia nera e non si parla della mancata alternativa culturale ed identitaria da contrapporre specie nel proletariato giovanile.
L’università e la ricerca
Qui è più grave, perché non si colgono i veri processi di classe che corrono dentro l’università e le ricette sono tutte interne a una logica premiale del tutto reazionaria.
Scuola e saperi
È incredibile che non si riesca a fare un discorso chiaro di classe e a scagliarsi frontalmente chiedendo l’abolizione dei finanziamenti alle scuole private, alla nomina vescovile dei docenti di religione, alle discriminazioni territoriali (Nord/Sud, Centro/periferia) e religiose. Che nella scuola si sia compiuto il massacro dei posti di lavoro più pesante della storia della Repubblica è da ricordare?
Cultura, egemonia culturale
Inizio interessante sul marxismo, poi: «Questo pur necessario impegno oggi non è più sufficiente a definire in modo convincente la nostra identità politica e culturale.», «… il pensiero moderno sull’uguaglianza e sulla libertà di cui il marxismo è stato e continua ad essere il frutto più coerente.» Il resto è illeggibile, ma di che parla? Ma a chi si parla?
Questione ecologica e beni comuni
«Superare la dittatura del PIL». Siamo tornati a Robert Kennedy. Anziché combattere il capitalismo prendiamo il “benessere interno lordo” come strumento di lotta. Ma chi le ha scritte queste cose?
Il welfare
Si riescono a citare «i lavori della Commissione sulla misurazione delle performance economiche e del progresso sociale, istituita dal Presidente francese e coordinata da Stiglitz, Sen e Fitoussy due anni fa. Riorganizzare è possibile, ma occorre farlo confermando tale scelta.» . Socialdemocratici? Siamo al riorganizzare il welfare entro le compatibilità capitaliste. «…la presenza del soggetto pubblico, che per noi non può che essere centrale.» Poi ci sono le cliniche private.
I giovani
Sembra di leggere l’annuario ISTAT. Del violento attacco all’età pensionabile di uomini e donne se n’è appena accennato prima, ma qui non c’è traccia. Eppure dovrebbe essere cruciale legare i diritti degli anziani e dei giovani per evitare che siano messi gli uni contro gli altri.
Immigrazione
«Occorrono al contrario politiche in grado di gestire positivamente questi flussi in un sistema di diritti-doveri universali,» Non ci si può credere, siamo al securitarismo. «…a partire dal diritto al voto.» Il cretinismo parlamentare: la voglia di acchiappare qualche voto, prima dei diritti degli immigrati e del conflitto da spezzare tra diritti dei lavoratori autoctoni e diritti dei lavoratori immigrati.
APPENDICE ALLE CRITICHE ALLE TESI DEL “VI CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI”
Unità d’Italia, processo di unificazione europeo e attualità
È istruttivo ancora una volta rifarsi ai classici e studiare l’analisi che Gramsci fece del Risorgimento italiano. Una storia in cui le classi popolari (quel poco di classe operaia ma soprattutto le classi contadine) furono del tutto escluse prima e massacrate, laddove si ribellarono, dopo. Una storia in cui la Corona sabauda, attraverso una fitta rete di alleanze internazionali (principalmente Gran Bretagna), riuscì a ottenere una mera espansione territoriale, incanalando nei propri disegni le classi dominanti e facendo da collante ad esse: industriali e agrari del Nord e latifondisti del Sud. Il saccheggio delle risorse finanziarie del Sud fu perpetrato immediatamente con la rapina delle casse dei due Banchi di Napoli e di Sicilia; quello del territorio (mancata divisione dei latifondi e attraverso la spoliazione della ‘mano morta’ ecclesiastica a beneficio di una ristretta casta di faccendieri) e della industria leggera (prevalentemente tessile cresciuta all’ombra della monarchia borbonica) e dell’agricoltura estensiva, attraverso l’abbattimento delle protezioni doganali nei vent’anni successivi coi governi della Destra Storica. Ciò creò la Questione Meridionale facendo del Mezzogiorno una semi-colonia, caratterizzata dall’essere un mercato interno, soggiogato ideologicamente attraverso l’acquisizione a poco prezzo della classe intellettuale (ridotta a rango di ‘paglietta’), ma soprattutto un territorio dominato dalla mafia.
La Sinistra Storica non fu da meno; reintrodusse pesanti protezioni doganali a favore dell’ormai crescente industria manifatturiera del Nord e cambiò alleato finanziario, dalla Francia alla Germania. L’epoca di Crispi prima e Giolitti dopo gettarono l’Italia nelle avventure coloniali, avendo però scarsi capitali da esportare, ma prevalentemente braccia di contadini da abbindolare. La dissennata politica di Grande Potenza poi ci precipitò nella grande carneficina della Guerra, dalla quale l’Italia uscì con le ossa rotte economicamente e politicamente, come non poteva essere altrimenti avendo fatto finta di giocare da pari a pari coi Grandi.
È nostro compito, ammaestrati dal metodo gramsciano, descrivere questo primo scorcio della storia dell’Unione Europea. Come entra l’Italia nell’EU? Durante tutti gli anni della guerra fredda, dopo gli anni ‘60 degli scontri fortissimi con la classe operaia, in posizione privilegiata per due ordini di motivi: il primo strategico, la posizione al centro del Mediterraneo non consente di far rischiare fratture entro il sistema imperialistico. Ma il secondo – che fa sì che il primo abbia efficacia – politico: un forte partito comunista impone, ma forse consente, alla classe dominante democristiana di giocare un ruolo internazionale in cui l’interesse nazionale non venga svenduto, certo sempre entro i limiti imposti dall’ imperialismo USA. È l’epoca delle nazionalizzazioni, dei rapporti col mondo arabo, della realizzazione di Togliattigrad… Come si colloca il PCI di fronte a queste scelte? Il sistema capitalistico gli dà tutto lo spazio – grazie anche alla possibilità di far partire un welfare prima mai assaggiato grazie anche ai frutti del miracolo economico – di avvicinarsi al sistema di potere, fino a condividerne le responsabilità degli anni dei governi di unità nazionale, avvenuti proprio in occasione del rilancio delle lotte operaie e studentesche.
Con la caduta del ‘muro’ e stroncata ogni velleità di giocare un ruolo autonomo da parte dell’erede del PCI, cambia la musica della borghesia. Soprattutto rientra in gioco la Germania, mentre in Francia gli eredi del nazionalismo gaullista vengono estromessi. Chi progetta a quel punto la Nuova Europa? Guardiamo i risultati della Moneta unica: fine della svalutazione competitiva dei Paesi deboli e quindi grande successo della competitività franco-tedesca, trasformazione del debito espresso in monete deboli che evaporano a debito che occorrerà pagare veramente in moneta forte, messa sotto tutela delle politiche dei PIGS. Esattamente quello che abbiamo già visto in Argentina e le politiche proposte anche qui sono sempre le stesse: moneta forte, privatizzazioni (ossia svendita del patrimonio pubblico), distruzione del mercato del lavoro.
Dopo la primavera araba, questa maledetta estate europea, con la fine delle velleità berlusconiane di giocare una propria partita all’ in- terno del Paese (crisi del debito) e all’esterno (guerra di Libia), la messa nell’angolo delle rivendicazioni secessioniste della Lega (che sperava di tagliare la coda meridionale della lucertola Italia per sgabbiare in serie A), la ripresa di ossigeno da parte del PD come partito delle banche e dei grandi monopoli col supporto vendoliano, l’afasia dei ‘comunisti a parole’ nostrani (Ferrero e Diliberto) divisi tra un vorrei (oppormi) ma non posso (perché comunque qualche posticino lo devo pur chiedere), vede una chiarificazione delle forze in campo. Da un lato tutti quelli che fanno la guerra fuori e dentro l’Italia (Val di Susa), che si sbracciano per invocare misure sempre più antipopolari (mercato del lavoro, privatizzazioni, pensioni, grandi opere), impersonati principalmente da Marcegaglia e Marchionne col PD e sindacati concertativi (senza escludere la CGIL) che ne vogliono impersonare la rappresentanza politica; il blocco berlusconiano che si trascina a ruota nella speranza di non essere del tutto sbaragliato; i respingenti a sinistra di SEL e infine i gregari dei gregari. Dall’altro i movimenti che hanno dato grande prova di resistenza e lucidità: referendum, Val di Susa e altre opposizioni sociali nei territori. Rappresentanze politiche esigue e poco coese: non mitizzerei il ruolo della FIOM (lasciar la casa madre significherebbe il licenziamento di oltre la metà dei funzionari), anzi essa è da incalzare in modo stringente; i sindacati di base, divisi ed eterogenei ideologicamente tra di loro e al loro interno; i raggruppamenti politici (da seguire con attenzione Comunisti Sinistra Popolare, in parte anche la Rete dei Comunisti, da evitare e smascherare le contraddizioni, specie internazionale di PCL e Sinistra Critica).
La crisi del movimento comunista: Chrušhëv e Togliatti
Non si può fare un’analisi scientifica della situazione attuale, se non si individuano correttamente le cause che hanno portato il movimento comunista internazionale, dall’essere al potere in un terzo del Pianeta e aver messo alle corde l’imperialismo anche nei Paesi del Terzo mondo, a una fase che richiama il 1914. E conseguentemente il Partito comunista più grande d’occidente, quello italiano, a essere scomparso e le ceneri disperse ai quattro venti.
L’URSS
Vi è una tradizione comunista internazionale, a cui iscriveremmo alcuni eminenti studiosi[1], che hanno con coerenza ripercorso il periodo – che per brevità potremmo definire staliniano – smontando le più triviali mistificazioni borghesi, grazie anche all’uso di documenti e testimonianze dell’epoca. In questo pensiero purtroppo aleggia sempre a nostro avviso una visione personalistica della lotta politica e non si coglie quelle che è stato lo scontro di classe.
La rottura chrušëviana del 1956 resta quasi intrappolata all’interno di un evento putchista a cui il PCUS e tanti partiti comunisti non seppero opporsi. Altri partiti (Cinese, Albanese) seppero opporsi, grazie alle proprie dirigenze immuni dal morbo revisionista. Il giudizio del dopo Chrušëv resta del tutto inespresso e gli eventi avvenuti con Gorbaëv ancora una volta rubricati sotto la voce: tradimento! I comunisti si possono accontentare di questa ricostruzione favolistica della propria storia? Se siamo marxisti dobbiamo saper ‘usare’ la chiave di lettura marxista proprio per la nostra storia. “La lotta tra le due linee, tra il marxismoleninismo e le deviazioni borghesi non era mai cessata sin dal 25 ottobre 1917.”[2] “L’eliminazione della maggioranza marxistaleninista del Presidium fu possibile grazie all’intervento dell’esercito…”[3] “Non si può ritenere come casuale il fatto che i trockijsti, i buchariniani, i fautori delle deviazioni nazionalistiche … siano diventati agenti informatori dello spionaggio fascista… È dall’interno che le fortezze si espugnano più facilmente”[4] Si tratta di capire perché la linea delle deviazioni borghesi prevalse, quali furono le classi sociali che la produssero e la sostennero contro quella del proletariato, quali conseguenze produsse.
Credo che non ci dobbiamo inventare nulla. Le deviazioni chrušëviane furono perfettamente inquadrate per primo dal compagno Enver Hoxha già nel 1960 [5] e solo in seguito alla fine del 1962 e poi nel febbraio del 1963 dai compagni del PCC. A ben vedere quei Partiti tutto chiesero, tranne che di dare la stura a ‘vie autonome’ o nazionali al socialismo, quali reclamate da Togliatti e quali poi furono riconosciute al Tito riammesso dalla scomunica del 1948. Anzi quei Partiti non reclamarono che la più ferrea ‘ortodossia’ sulle principali questioni che erano: la questione della pace e della coesistenza pacifica e la questione della presa del potere.
Il sistema chrušëviano, con la proclamazione della dottrina della ‘coesistenza pacifica’ in cui i sistemi politici entravano in una fase conciliatoria in cui non solo il conflitto socialismo/capitalismo veniva bloccato, ma anche le lotte di liberazione dei popoli ne subivano una nefasta conseguenza.
Qual era la composizione della classe che aveva preso il potere in URSS nel 1956? Dalle dottrine interne ed esterne possiamo ricavare utili indicazioni. Della politica estera abbiamo già detto. In politica interna la lotta si caratterizza subito per la liquidazione della collettivizzazione delle campagne e per lo spostamento del peso dell’industrializzazione dall’ industria pesante a quella leggera. Questo non fu fatto solo attraverso scelte politiche, ma fu ottenuto anche mettendo mano anche al meccanismo di valutazione dei risultati economici, ripristinando la valutazione borghese della legge del valore, facendo sì che le aziende dovessero anche produrre in funzione di qualcosa che assomiglia molto a un ‘profitto’ ed escludendo l’emulazione socialista: l’incentivo materiale e individuale al posto di quello collettivo e morale. Si ricordi quanto lottò contro l’introduzione di questa visione Che Guevara da ministro dell’economia a Cuba.
Quindi le deviazioni economiciste erano l’ effetto di una vittoria strategica di un’alleanza burocratico-militare, che era uscita trionfante dalla Guerra (e che riuscì a evitare il ritorno della lotta di classe, approfittando o provocando la morte di Stalin), ma furono anche la causa della creazione di una nuova classe tecnocratica che aveva perso completamente di vista la prospettiva della lotta di classe e si atteneva solo ai risultati economici. Naturalmente, quando si abbandona il marxismo-leninismo, tutto è conseguenziale: il contrasto strategico con l’imperialismo va superato, le lotte del terzo mondo vanno riviste, i rapporti con gli altri paesi socialisti improntati a una nuova divisione internazionale, cui Cina e Albania non si vollero sottomettere.
Cosa è avvenuto negli anni in URSS e nel suo intorno? Man mano che la nuova classe prendeva piede, ci si allontana sempre più dal socialismo. Non più sorretto dalla emulazione socialista, il Paese si avvia a un regresso che l’economicismo non aveva previsto. La competizione militare con gli USA ha fatto il resto. Non c’è dubbio che alcune delle conquiste della classe operaia, ottenute durante gli anni dei primi due piani quinquennali, rimasero fino alla fine. Possiamo definirle una sorta di welfare molto allargato, prezzo cha la classe dominante doveva pagare per garantirsi un consenso di massa di una classe operaia sempre più insofferente verso la classe burocratica. Il proletariato aveva perso le leve del comando in URSS con dall’avvento del chrušëvismo. Chiaramente questa risposta, anche se fondamentalmente corretta, risulta alquanto dogmatica, se non la arricchiamo di contenuti.
C’erano dei ‘capitalisti’ in URSS? C’era una classe che non agiva per gli interessi del proletariato, ma che con una mentalità economicista, agiva per i propri interessi escludendo il proletariato dalla gestione del potere. Naturalmente, siccome le basi materiali del dominio di tale classe sono sempre state fragili, il suo dominio doveva essere assicurato attraverso un compromesso col proletariato che consentiva a questo una certa sicurezza “dalla culla alla tomba” si diceva. C’era una classe dominante che esercitava il suo dominio attraverso lo Stato di cui si era impossessata delle leve, ma a cui non aveva cambiato i connotati.
Infatti, a un certo punto, quando il sistema non resse più e affondò sotto il proprio peso nel 1991, i singoli membri di questa classe dovettero fare a pezzi anche il simulacro dello stato socialista per impossessarsi dei pezzi. Il dazio pagato all’imperialismo USA è stato enorme. (L’arrivo di Putin ha ripristinato l’ ordine delle cose, ma non certo il segno di esse.) In politica estera, dopo gli anni di chrušëviani, in cui si assiste a una pseudo organizzazione dei Paesi del COMECON, in realtà a una loro integrazione in un sistema in cui l’ economicismo assegnava loro una specializzazione che li rendeva subordinati al centro (si veda ancora una volta l’esempio della coltivazione della canna a Cuba), gli anni brezneviani non fanno altro che mantenere questa situazione.
L’Italia
Riportiamo lo stesso schema interpretativo all’Italia. In particolare osservando come la degenerazione revisionista del campo socialista (non c’è rischio di confusione col revisionismo della II Internazionale) ha preso le mosse da una deriva economicista, una tendenza che è stata sempre presente nel movimento comunista e mai sradicata. In Italia dopo la fine della Guerra si pose il grave problema di continuare la lotta di classe, dopo che i comunisti furono esclusi dal governo e sull’Italia calò la cortina di ferro dell’imperialismo USA. Nel primo decennio ci fu lo scontro frontale col potere democristiano, grazie anche alla politica del fronte unito col PSI, che aderiva pienamente al campo socialista (ricordiamo il Premio Stalin concesso a Nenni) e che culminò con la lotta contro la legge truffa del ‘53. In questo periodo il numero di comunisti arrestati e uccisi dal potere borghese fu addirittura superiore a quello durante il periodo fascista a testimonianza di quanto fosse forte lo scontro di classe in Italia. Successivamente nel PCI – in seguito ovviamente a quanto avvenne in URSS – cominciò a cambiare qualcosa, prima nella strategia e poi inevitabilmente anche nella pratica.
La teoria della ‘coesistenza pacifica’ rendeva ingombrante lo scontro frontale con la borghesia. La presa del potere da parte della classe operaia venne sempre più sfumata in una prospettiva sempre più lontana. Che cosa si poteva sostituire alla teoria rivoluzionaria? Il capolavoro togliattiano consistette proprio nel far discendere dall’economicismo sovietico una nuova linea per l’Italia, una ‘via nazionale’ che però partiva dalla stessa esigenza (evitare lo scontro con l’imperialismo USA) e viaggiava parallela (spegnere la lotta di classe in Italia). Poiché il capitalismo italiano è storicamente arretrato e la vera rivoluzione borghese ancora è incompleta, i comunisti si devono fare carico di diventare classe dirigente, completare quella rivoluzione e – attraverso le “riforme di struttura” sempre più ‘avanzate’ – mettere il Paese di affrontare una transizione pacifica verso il socialismo. Una ‘guerra di posizione’ che, mutuando esteriormente alcune parole gramsciane, ci consegna una ricetta in cui i conflitti USA/ URSS, capitale/lavoro, nord/sud si accomodano tutti ‘pacificamente’. A questa rotazione ideologica corrisponde un drastico cambiamento nella composizione di classe del Partito, da partito in cui la maggioranza dei quadri e dei dirigenti erano operai, a iniezioni sempre più massicce di intellettuali, piccolo borghesi, ma anche alcuni ‘illuminati’ alto-borghesi. Il Partito si converte in un partito di massa, in cui i quadri sopravvissuti alla lotta antifascista si annacquano e si disperdono.
In questo contesto ideologico gli scontri dei giovani operai genovesi, reggiani e palermitani del luglio ’60, le giornate di Piazza Statuto del ’62, vengono viste con sospetto se non con aperta ostilità. Le fiamme rivoluzionarie seguite all’attentato a Togliatti vengono sedate immediatamente. Fino all’autunno caldo del ’69, in cui il PCI si ritrovò non alla testa di un movimento rivoluzionario e operaio, ma alla coda con parole d’ordine sempre di tipo economico e mai di tipo politico, superato – e costantemente in guerra con essi – da gruppi e gruppuscoli che a sinistra cercavano disordinatamente di riorganizzare una prospettiva rivoluzionaria. Il periodo berlingueriano non farà che assecondare questa tendenza. Gli sprazzi identitari legati alla ‘questione morale’ sono belle pagine di letteratura, scritte da chi è più preoccupato di salvare il sistema che di abbatterlo. In realtà la politica si articolerà attraverso il compromesso storico, i governi di unità nazionale (contro chi? contro i padroni non di certo). Da lì, da quella deriva economicista si deve far partire l’inizio del tarlo che ha corroso il PCI e poi lo ha consegnato in mano al liquidatore di turno. Pertanto, è stucchevole e antimarxista attribuire tutta la responsabilità del crollo dell’URSS all’attività di Gorbacëv, così come è del tutto assolutamente incredibile (anche e soprattutto per la personale consistenza del personaggio) attribuire la responsabilità della catastrofe del PCI al suo ultimo segretario, Occhetto e non ad un processo, come fù detto, di profonda “mutazione genetica”.
Conclusioni
Ci pare che possa essere rintracciata una linea comune nelle degenerazioni che hanno roso – chi prima, chi dopo – i principali Partiti comunisti dopo il 1956. L’avvento di una classe di burocrati-tecnocrati, che avevano obiettivo il raggiungimento di risultati economici, dimenticando che non è inessenziale chi raggiunge e come questi obiettivi. La frase di Deng Xiao-Ping, “Non ha importanza il colore del gatto, purché prenda i topi”, descrive con orientale concisione e poesia la migliore sintesi di questa degenerazione economicista.
La storia si è incaricata finora con puntuale drammaticità di stabilire vinti e vincitori: il crollo dell’URSS e del PCI fa piazza pulita di ogni possibile contestazione. Cosa resta? Ma resta la nostra storia! Tutto quello che di successo invece l’esperienza del socialismo ha creato nelle lotte per l’ abbattimento del sistema capitalista e la costruzione del socialismo in un solo paese. La rivoluzione russa, cinese, cubana, la Resistenza. I successi travolgenti, mai più eguagliati nella storia dell’umanità, dei primi tre piani quinquennali sovietici dal 1928 al 1942 e i due della ricostruzione dal 1946 al 1955. La straordinaria vittoria contro la più poderosa macchina militare della storia, quella nazista, praticamente da soli, ma non a mani nude, perché senza quei primi tre piani quinquennali ci sarebbe stata solo la più umiliante sconfitta.
“È dall’interno che le fortezze si espugnano più facilmente”, questa profetica frase di Stalin ci deve fare chiarezza sul passato, ammonire sul futuro, ma ci deve anche ammaestrare sul presente. Troppe cose ancora non sono chiare sulla strategia politica ai comunisti oggi e qui in Europa occidentale, in particolare quella meridionale. I problemi del radicamento nella classe operaia, nella nuova classe operaia che si sta formando attorno alla cittadella capitalistica, le parole d’ordine su cui mobilitare la classe e il percorso per trasformarla da semplice agitazione a strumento di lotta politica. Ma abbiamo alle spalle giganti che ci hanno preceduto, cerchiamo di metterci sulle loro spalle per guardare più avanti.
Il Congresso del Pdci potrebbe anche esser una occasione di svolta almeno per la chiarezza che serve ormai da tempo nel pessimo quadro della poltica italiana.
Il Partito Comunista dovrebbe servire a rendere protagoniste le masse lavoratrici e a prospettare una uscita dalla società capitalistica verso quella socialista. Negli ultimi decenni, e ancor di più dopo la svolta della Bolognina, le attenzioni sono andate quasi esclusivamente alla rappresentanza parlamentare e quella governativa. Questo distacco tra la “missione” fondamentale dei comunisti e le azioni dei partiti che in tal modo si denominavano, hanno provocato il disastro che si è poi conclamato con la vicenda dell’Arcobaleno e con quasi definitiva scomparsa dei comunisti come forza politica organizzata ed autonoma.
Non si possono più compiere errori e a tal fine vogliamo stigmatizzare la coazione a ripetere della dirigenza del nostro Partito relativamente alla rinnovata alleanza col Partito Democratico e col centro-sinistra con la formulazione del cosiddetto fronte democratico (esulando dalla partecipazione al governo) pensando quindi alla rappresentanza elettorale con qualche deputato (per evitare lo sbarramento al 4% per chi si pone al di fuori delle coalizioni). Ebbene purtroppo tutto ciò non è possibile, perché, con la legge elettorale attuale, chi entra in coalizione deve “necessariamente” sottoscrivere un programma ed indicare il capo della coalizione, come si evince chiaramente dal modulo di istruzioni del Ministero degli Interni che di seguito è allegato. Ergo, se si andasse ad una alleanza di quel tipo dicendo che la nostra partecipazione è solo frutto di un accordo tecnico mentiremmo ai nostri militanti, ai nostri elettori e all’intera opinione pubblica.
DEPOSITO, PRESSO IL MINISTERO DELL’ INTERNO, DEI CONTRASSEGNI DELLE LISTE DEI CANDIDATI (1)
1. – Le operazioni preliminari alla presentazione delle liste dei candidati.
Le operazioni preliminari alla presentazione delle liste dei candidati per l’elezione Camera dei Deputati sono le seguenti:
1) deposito del contrassegno della lista presso il Ministero dell’interno;
2) deposito, presso il Ministero dell’interno, dell’eventuale dichiarazione di collegamento;
3) deposito, presso il Ministero dell’interno, del programma elettorale con l’indicazione del capo della forza politica o dell’unico capo della coalizione;
Le vie da scegliere, relativamente al quadro politico italiano sono solo due: o dentro al centro sinistra oppure fuori lanciando una prospettiva vera di alternativa di società, così come dovremmo parlar chiaro sull’incredibile accordo sottoscritto dalla Cgil dando ormai per i persa la prospettiva di cambiare il glorioso sindacato già comunista ed avere una prospettiva internazionale condannando l’imperialismo USA tanto quanto quello UE. In sostanza un congresso vero, per questo motivo, assieme ad altri compagni romani e di altre regioni abbiamo costruito una critica alla mozione politica che vada anche aldilà dei puri e semplici meccanismi regolamentari del congresso (peraltro il Congresso del Pdci è stato convocato dalla Direzione e non dal Comitato Centrale, caso crediamo unico al mondo, forse per evitare una discussione franca nell’organismo più vicino alla base ed inoltre unico titolato da statuto a varare documento e regolamento congressuale) . E’ chiaro che l’intervento del segretario Diliberto alla recente festa nazionale del PD, taglia la testa al toro: specie quando dice che sui tre punti su cui non si sarà d’accordo, garantisce che non si romperanno le scatole. Mai come oggi serve appunto la chiarezza sugli obiettivi, siamo ormai arrivati all’ultima spiaggia ed è per questo motivo che ci appelliamo a tutti i compagni che la pensano conseguentemente ad interpellarci anche via mail per poter criticare e costruire una area politica come COMUNISTI SEMPRE .
Primi firmatari:
Emiliano Celli, Comitato Centrale PDCI
Stefano Panicci, Comitato Federale PDCI Roma
Paolo Colantoni, Direttivo di sezione G.Pajetta PDCI Roma
Marco Ticchi, Direttivo di sezione G.Pajetta PDCI Roma
Carlo Nucci, Direttivo di Sezione G.Pajetta PDCI Roma
Valerio Nicolosi, Dirigente comunista M.Sacro Roma
Massimo Ombres, Militante Comunista
Davide Macchini, Militante Comunista
Ivano Fioravanti, Militante Comunista
Teresa Perreca, Militante Comunista
Ida Liberati, Mlitante Comunista
Teresa Silli, Militante Comunista
Chi fosse interessato ci chiami al telefono al 3346349880 oppure 3403356102 oppure
scriva alla mail comunistisempremoz@libero.it
Note:
[1] Kurt Gossweiler, Contro il revisionismo, Zambon Editore, 2002.
Domenico Losurdo, Stalin.Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, 2008.
Accanto a questi ci piace invece ricordare:
Anna Louise Strong, L’era di Stalin, La città del sole/Zambon, 2004
Ludo Martens, Stalin. Un’altro punto di vista, Zambon, 2005/6
[2] Ludo Martens, Op.Cit.,p.323
[3] Ludo Martens, Op. Cit.,p.324
[4] Storia del Partito Comunista (bolscevico)dell’URSS
[5] Discorso pronunciato a nome del CC del PLA alla conferenza degli 81 partiti comunisti e operai a Mosca il 16 novembre 1960
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