www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 11-10-11 - n. 380

da zzs-blg.blogspot.com/2011/10/there-is-better-way.html
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
C'è un modo migliore
 
di Zoltan Zigedy
 
Cosa possiamo apprendere da Marx riguardo al dilatarsi della seconda ondata di crisi economica mondiale che ha il suo epicentro in Europa?
 
Scrivendo il primo volume del Capitale quasi 150 anni fa, Marx ha posto alla fine del primo capitolo un curioso saggio intitolato "Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano". A seguito di una rigorosa argomentazione che pone le merci al centro della sua analisi del capitalismo, questa quarta sezione sembra quasi una smentita di tutto ciò che la precede:
 
"In genere, la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l'analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia post festum e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento. Le forme che danno ai prodotti del lavoro l'impronta di merci e quindi sono il presupposto della circolazione delle merci, hanno già la solidità di forme naturali della vita sociale, prima che gli uomini cerchino di rendersi conto, non già del carattere storico di queste forme, che per essi anzi sono ormai immutabili, ma del loro contenuto. Così, soltanto l'analisi dei prezzi delle merci ha condotto alla determinazione della grandezza di valore; soltanto l'espressione comune delle merci in denaro ha condotto alla fissazione del loro carattere di valore. Ma proprio questa forma finita - la forma di denaro - del mondo delle merci vela materialmente, invece di svelarlo, il carattere sociale dei lavori privati, e quindi i rapporti sociali dei lavoratori privati. Quando dico: abito, stivali, ecc. si riferiscono alla tela come incarnazione generale del lavoro umano astratto, la stravaganza di questa espressione salta agli occhi. Ma quando i produttori dell'abito, degli stivali, ecc. riferiscono queste merci alla tela - o all'oro e argento, il che non cambia niente alla sostanza - come equivalente generale, la relazione dei loro lavori privati col lavoro complessivo sociale si presenta loro appunto in quella forma stravagante.
 
Tali forme costituiscono appunto le categorie dell'economia borghese. Sono forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, per i rapporti di produzione della produzione di merci. Quindi, appena ci rifugiamo in altre forme di produzione, scompare subito tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l'incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci" [Marx, Il capitale, Editori Riuniti, pag. 107]
 
Il "segreto" descritto da Marx in questo brano non solo ci consente di capire le merci o persino il capitalismo, ma è la chiave stessa per apprezzare il metodo marxista.
 
Il marxismo si differenzia dall'"economia borghese" proprio perché, attraverso un accurato studio della storia e dei modelli che ne emergono, capisce che le merci, alla stregua dei mercati, delle banche, e persino dei credit-default swap di oggi, sono degli artefatti umani evoluti e in evoluzione più facili da comprendere se li vediamo attraverso i rapporti sostanziali tra gli attori umani che consapevolmente costruiscono e impiegano questi strumenti. Vale a dire che questi elementi, come le relazioni sociali che li sottendono, non sono né fissi né eterni ma mutevoli e variabili.
 
Contrariamente al pretenzioso e borioso hegelismo dell'illustre esperto Francis Fukiyama, il capitalismo che viviamo non costituisce la "fine della storia"; slogan come "non c'è alternativa" tipici del trionfalismo di iconici personaggi politici come Margaret Thatcher, sono stupidi e roboanti.
 
Eppure i leader politici e pensatori economici di oggi sono incantati da quella che Marx avrebbe chiamato l' "incantesimo e la stregoneria" dei mercati. Credono fermamente che la profonda crisi economica che sta distruggendo la vita di migliaia di persone e precipitando il tenore di vita di altri milioni può essere risolto solo con l'angusta camicia di forza dell'economia borghese e le sue eterne "leggi" teologiche. Ma a differenza delle leggi della natura, le leggi economiche borghesi riflettono i rapporti sociali, i rapporti tra le classi sociali stabilite dal potere, un dominio e dei privilegi che potrebbero facilmente essere rovesciati o modificati dall'intervento umano. Non possiamo sostituire la seconda legge della termodinamica con una legge fisica "migliore", ma possiamo cambiare le attuali "leggi" che caratterizzano i mercati finanziari con nuovi rapporti sociali e, di conseguenza, con un nuovo ordine economico.
 
Come nota Marx, questo punto sfugge a coloro che non possono immaginare "altre forme di produzione", coloro che rimangono dogmaticamente sposati alle "immutabili" leggi dell'economia borghese.
 
Con l'eccezione di quelli che combattono l'austerità e la tirannia dei santi padri del dogma economico, come il Partito comunista greco e altri partiti non vincolati a simulacri irrazionali, l'economia globale rimane strangolata dal feticismo dei mercati e dei predatori finanziari che sfruttano tale feticismo.
 
Quello che serve urgentemente è una rottura con lo stagnante, autolesionista stereotipo che innalza l'ammorbante settore finanziario a uno status privilegiato, tra le nostre istituzioni.
 
Lo dimostra la tragica indulgenza dei partiti di sinistra - progressisti, socialdemocratici, e simili - verso il feticismo dei mercati finanziari di tutto il mondo. Le insaziabili esigenze degli agenti finanziari - il Fondo Monetario Internazionale, la Banca centrale europea, e (nel caso dell'Europa) i funzionari dell'Unione europea - dissanguano i lavoratori di quel poco che sono riusciti a salvare quando si è scatenato l'uragano economico del 2008. Inesorabilmente, una piccola elite di manipolatori finanziari e i loro fondi speculativi, fondi di private equity e banche d'investimento hanno estorto concessioni sotto forma di spietati programmi di austerità imposti sulle masse.
 
Tanto maggiori sono le concessioni dei governi in termini di tagli di posti di lavoro, spesa pubblica e servizi sociali, tanto peggiori sono i risultati delle economie dei loro paesi. Peggiori i risultati delle loro economie, maggiore è il loro debito in rapporto al PIL. Maggiore è la percentuale di debito sovrano sul prodotto nazionale, maggiori sono le pretese di concessioni degli avvoltoi della finanza. E il ciclo si ripete all'infinito. Questo è il tipo di reductio ad absurdum che solo un folle potrebbe abbracciare.
 
Il laboratorio per questa follia è la Grecia. Da due anni i predatori finanziari si agitano sul prezzo relativamente piccolo del debito internazionale che il governo greco deve restituire, esigendo intanto la resa della Grecia sul suo patrimonio e sulla sua spesa sociale per coprire o a garanzia dei loro crediti. La leadership dell'UE avrebbe facilmente potuto sistemare questo debito in una cassetta di sicurezza, come ha fatto per le banche nel 2008 e 2009, proteggendo la Grecia dagli avvoltoi. Invece, non ha fatto altro che collaborare con l'assalto perpetrato dal settore finanziario. Quella collaborazione, insieme all'arrendevolezza del governo politicamente fallimentare del PASOK, ha portato alla catastrofe il popolo greco.
 
Recenti reportage sulla povertà apparsi su The New York Times e The Wall Street Journal hanno appena abbozzato il dolore ora sopportato quotidianamente dai lavoratori in Grecia.
 
E con l'approvazione dell'ultimo pacchetto finanziario che comprende imposte sugli immobili, riduzioni salariali e licenziamenti, la miseria continuerà. Dato che queste misure draconiane, estorte dai titani della finanza, rallenteranno ulteriormente l'economia greca, i funzionari insisteranno con voci stridule che i greci sono ora ancora ben lontani da ridurre il loro debito nazionale e ancor più paralizzati dagli interessi che devono pagare. Ci saranno sicuramente ulteriori pretese di privatizzazione e di austerità.
 
Mantenendo la calma di fronte al feticismo dei mercati e alla ferrea disciplina imposta dai suoi discepoli dottrinari, una parte sempre più grande della popolazione si è unita ai comunisti greci e ai dirigenti sindacali militanti per dire semplicemente "No!" a questa schiavizzazione volontaria. Non temono per il destino delle istituzioni capitaliste in sfacelo, nessun civile dibattito per la sorte delle oppressive banche europee. Non sono affatto intimoriti da un futuro senza le imponenti strutture costruite dalle élite europee per plasmare l'Europa a vantaggio dei privilegiati.
 
Affrontano il futuro con ottimismo. Invece di "Non c'è alternativa", propongono che "Ci deve essere un modo migliore". Converrebbe al resto del mondo accogliere questo messaggio e prendere in seria considerazione la scelta socialista.
 
Il Vecchio Moro, come i suoi amici affettuosamente chiamavano Marx, avrebbe sorriso allo slogan: "Non pagheremo noi la vostra crisi!"
 
Zoltan Zigedy
 

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