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da Zoltan Zigedy Blog - zzs-blg.blogspot.it/2012/07/getting-serious-about-politics.html
e - mltoday.com/subject-areas/commentary/getting-serious-about-politics-1435-2.html
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Cominciamo ad affrontare la politica in modo serio
 
di Zoltan Zigedy
 
08/07/2012
 
Le relazioni economiche chiariscono la politica, così come la politica può gettare luce sull'economia. In realtà, è impossibile comprendere l'una senza la piena comprensione dell'altra, e soprattutto senza una conoscenza del loro reciproco rapporto. Questo senza dubbio spiega la saggezza degli economisti classici (e di Marx ed Engels), nel definire i loro studi "economia politica". Allo stesso modo, l'incapacità di integrare sistematicamente i due domini sociali spiega la frustrazione degli economisti accademici moderni, persino premi Nobel, che tuonano contro i politici, colpevoli di ostacolare le loro soluzioni all'attuale crisi economica globale.
 
Un esempio calzante è Paul Krugman, l'economista/opinionista più importante degli Stati Uniti. Non ce l'abbiamo con Krugman in particolare - molti altri economisti condividono la sua frustrazione verso chi prende le decisioni politiche negli Stati Uniti e in Europa - ma il podio prestigioso di cui gode dal The New York Times lo rende certamente un bersaglio facile. Sia sulle pagine recenti di The New York Review of Books (insieme con la moglie) che nella sua rubrica apparsa sul The New York Times, Krugman si è scagliato contro gli impedimenti politici che ostacolano il "recupero" proposto da lui. Fino a qualche tempo fa, Krugman si limitava a ripetere semplicemente e senza sosta la sua ricetta per il recupero. Ma ora, come il biblico Paolo sulla via di Damasco, Krugman ha ricevuto l'illuminazione. Nel suo caso, si è trattato del riconoscimento dell'intimo legame tra le dinamiche politiche e il mutamento della politica economica, delle politiche arretrate del frazionismo politico.
 
Indubbiamente la recente scoperta del ruolo della dimensione politica da parte di Krugman e di altri liberali come Robert Reich, è dovuta almeno parzialmente all'avvicinarsi delle elezioni presidenziali e dei membri del Congresso negli Stati Uniti. Se hanno ragione a vedere tanta posta in gioco, resteranno sicuramente delusi dalle opzioni politiche proposte da parte dei candidati dei due partiti.
 
Le crisi economiche non solo chiariscono la politica, la smascherano anche. Nel momento in cui affondiamo sempre di più in un'apparentemente ingestibile crisi economica globale, il panorama politico rivela in modo lampante dove risiedono gli interessi di classe dei vari partiti e schieramenti.
 
Ciò che emerge non è bello, né promettente. Sarebbe sciocco pensare che oltre quaranta anni di costruzione e rafforzamento di una politica neo-liberale possa armare le esistenti istituzioni politiche con i mezzi per affrontare una crisi di ferocia quasi senza precedenti. E' pressoché folle credere che una politica affinata in un lungo periodo di stabilità e fiducia compiaciuta nel capitalismo, sia adeguata al momento in cui le basi del sistema stanno crollando. Eppure, questa stoltezza e follia è ciò che ci porta il 2012.
 
Le politiche del periodo precedente alla crisi
 
Un lungo periodo di sviluppo relativamente senza crisi economiche in Europa e negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, ha privato i partiti di sinistra e comunisti del loro fervore radicale e rivoluzionario. Con l'aumento massiccio di fiducia nelle promesse del capitalismo e della sua sostenibilità, gli anticapitalisti si sono ritirati nel parlamentarismo e nel riformismo. Nel contempo, i partiti borghesi - quelli del capitalismo - si sono avvicinati ideologicamente prima attorno a un modesto Stato sociale keynesiano e poi, dopo l'abbandono del contratto sociale del dopoguerra e la successiva caduta del socialismo nell'Unione Sovietica e nei paesi dell'Europa orientale, intorno all'agenda neo-liberale. La politica in Europa e negli Stati Uniti si è evoluta in una sempre più ristretta cerchia di consenso economico che celebrava la supremazia dei mercati e di quel minimo di giustizia sociale compatibile con l'accumulazione capitalistica. I partiti borghesi abbracciavano il capitalismo sfrenato e l'individualismo, differenziandosi solo sul ritmo delle privatizzazioni e dello smantellamento delle ex garanzie sociali. E i partiti radicali, anche i partiti comunisti, sono "mutati" o si sono sciolti per essere inclusi nella cerchia sempre più ristretta della comune ideologia. Negli Stati Uniti, i due partiti dominanti competono sempre di più sullo stesso terreno, limitando le differenze soprattutto allo stile di vita e alle questioni culturali. In Europa, i sistemi parlamentari multipartitici stavano evolvendosi inesorabilmente nella farsa bipartitica già ben consolidata negli Stati Uniti.
 
Con la sorpresa di molti, questa gioiosa festa del trionfalismo capitalista è stata bruscamente interrotta da una crisi economica globale di un'intensità mai vista dai primi decenni del secolo scorso. Purtroppo, la sinistra è mal preparata per affrontare questa crisi, quanto lo sono i suoi avversari borghesi.
 
Un risveglio?
 
Dopo quasi quattro anni di incessante instabilità economica e l'intenso dolore patito da una crescente maggioranza della cittadinanza, è sicuramente giunto il momento di mettere in discussione la fattibilità del capitalismo. Con tutti i sintomi di un'altra grave ricaduta, che amplifica la distruzione del crollo del 2008-2009, certamente l'idea di un distacco radicale dai rapporti sociali e economici capitalistici è all'ordine del giorno.
 
Ma per affrontare la crisi, dobbiamo distanziarci in modo radicale dal pensiero che ha caratterizzato "l'età dell'oro" dello sviluppo capitalistico postbellico, un'epoca che ha sedotto la sinistra negli Stati Uniti e in Europa nel comodo letto di collaborazione di classe e riformismo.
 
Alcuni vedono nella svolta elettorale in Europa per i "socialisti" di Francois Hollande in Francia o il successo parlamentare della coalizione SYRIZA in Grecia come un segno di una rinascita della sinistra. Molti, sia nella amorfa, ideologicamente confusa sinistra statunitense o nei i partiti europei verdi/rosso pallido, ripongono le loro speranze in questo sviluppo.
 
Gli Eventi mostreranno che questo è un percorso illusorio, un percorso che investe nel tentativo di puntellare il sistema che ha portato distruzione, povertà e dolore alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Certamente la vincita di Hollande e il successo di SYRIZA in Grecia significano qualcosa. Rappresentano un primo tentativo, un tentativo circospetto e guardingo, di allontanarsi dalla rigida disciplina dei mercati e dalla sudditanza finanziaria. Rappresentano i voti timidi e paurosi di un ampio e compiaciuto ceto medio che, nonostante le ferite profonde inferte dalla crisi, ancora serba la speranza di tornare al benessere pre-crisi. Esprimono la falsa promessa di un processo indolore che presumibilmente sarà in grado di tirare le briglie al capitalismo predatorio attraverso la negoziazione e la ragionevolezza. E, tragicamente, rappresentano un vicolo cieco che porta a un'ulteriore devastazione del tenore di vita e all'aumento della disoccupazione e della povertà.
 
Dal punto di vista delle classi dominanti, l'ascesa dei socialisti francesi e di SYRIZA in Grecia segnala il passaggio della staffetta a nuove forze, con il mandato di gestire il capitalismo (così come la candidatura di Obama ha segnato un passaggio simile nel 2008).
 
I loro successi elettorali mettono in evidenza la consapevolezza che una nuova direzione è sia desiderata che giustificata, anche se essa rimane saldamente nel campo capitalista. Nelle parole di Giorgos Marinos, un dirigente del KKE [Partito Comunista di Grecia], "... è stata promossa dalla classe borghese, dall'Unione europea e dalle altre istituzioni imperialiste, una riforma della scena politica per gestire più efficacemente la crisi del capitalismo a favore del capitale, per impedire la lotta di classe...". Fino a quando gran parte della sinistra in Europa e negli Stati Uniti non riesce a capirlo, si allontanerà da ogni vera uscita da questa profonda crisi del sistema capitalista.
 
Sia Hollande e i suoi socialisti, nonché SYRIZA, propongono di rifiutare le misure di austerità richieste dai banchieri centrali, dai creditori internazionali, e dai politici dell'Unione europea, e di concentrarsi invece sulla crescita economica in Francia e in Grecia. Anche se questa proposta ha forse racimolato consensi elettorali, non potrà mai essere più che un semplice slogan politico. Non può.
 
Credere che l'austerità possa essere allontanata semplicemente con la volontà è sciocco o denota malafede. L'austerità imposta in Europa è un imperativo economico reso possibile dalle debolezze dell'Unione europea, che consentono al capitalismo predatorio di sfruttare i più vulnerabili dei membri dell'Unione. Il capitale finanziario è il mezzo usato per imporre questa austerità e solo se il capitale finanziario sarà messo in ginocchio si potrò sfuggire all'austerità. Non c'è nulla nel programma socialista francese o nella piattaforma di SYRIZA che accenna minimamente a come questo potrebbe o dovrebbe essere fatto.
 
L'austerità ha una dimensione politica, ma al suo nucleo c'è sia un meccanismo economico per restaurare e ampliare la redditività che l'espressione del dominio economico dei mercati finanziari. Non cogliere questo punto, non capire che l'austerità emana da una sorgente sita nel cuore del sistema capitalista, significa mancare di trarre insegnamenti dagli ultimi quattro anni. Solo un attacco frontale al capitalismo, un programma per smantellare un sistema economico che concentra sempre maggiore ricchezza in sempre meno mani, risponde a questa sfida.
 
Ancora prima che finissero i festeggiamenti per la vittoria schiacciante del partito socialista, i predatori finanziari si sono concentrati sulla Francia. I funzionari statali parlano di una "spirale del debito", mentre altri al governo rassicurano nervosamente i mercati finanziari che la Francia raggiungerà i propri obiettivi di disavanzo. Un esperto finanziario citato da The New York Times ha osservato: "Finora i mercati sono stati gentili con la Francia ... ma ... la Francia rimane 'la periferica fortunata'". Non per molto. E i socialisti non hanno nessuna risposta.
 
Sfuggire al dilemma del debito
 
Non è esagerato affermare che efficaci risposte politiche alla crisi devono ancora maturare negli Stati Uniti e in Europa. Le forze conservatrici e socialdemocratiche dominano il panorama politico, pur non mostrando alcun programma per sfuggire alle grinfie della finanza e del capitale monopolistico. Questo indubbiamente cambierà quando questi partiti ben disposti al capitalismo non riusciranno a respingere l'assalto capitalista.
 
In Europa, i partiti rivoluzionari rimasti fedeli ai loro principi, come il Partito Comunista di Grecia (KKE) convincerà sempre più greci e altri europei ad appoggiare la causa dell'anticapitalismo militante e a infondere vita nell'opzione socialista. Offrono una risposta al dilemma del debito.
 
Durante le ultime elezioni parlamentari greche, il KKE è stato preso di mira in modo feroce per essersi rifiutato di unirsi a SYRIZA in un eventuale governo di coalizione. Esponenti della "sinistra" dentro e fuori la Grecia, hanno disonorato l'indipendenza del partito e calpestato i suoi principi con attacchi irresponsabili sulla sua posizione. I Comunisti greci hanno categoricamente rifiutato di cooperare con un governo che avrebbe cercato di preservare il capitalismo e non sarebbe riuscito a tutelare gli interessi dei lavoratori. La storia mostrerà che questa presa di posizione segna la via da seguire, nonostante le perdite elettorali generate dalla paura e dalla confusione.
 
Negli Stati Uniti, la fosca politica bipartitica continua a opprimere i lavoratori, senza tregua in vista. Entrambi i partiti competono per avere contributi elettorali dal settore finanziario e dalle altre grandi aziende monopolistiche, ricevendo cospicue somme. Entrambi i partiti ricompenseranno debitamente questa generosità.
 
Ancora una volta, come nella corsa alle elezioni del 2008, il settore finanziario sta riversando denaro nelle casse di Obama (a un ritmo ancora maggiore rispetto alla campagna precedente). E nonostante la retorica della sua campagna elettorale e le apologie dei liberali e le loro tattiche prevedibili atte a seminare paura, Obama ancora una volta, risponderà alle aspettative dei donatori alla sua campagna. I prossimi cinque mesi promettono un'orgia di spese multimediali su immagini e slogan orwelliani. Nessuna risposta al dilemma del debito e alla crisi globale uscirà da questo dramma di basso livello. Ironia della sorte, l'importante economista liberale, Robert Reich, lo ammette in un recente post sul suo sito web. Di fronte alla ricaduta che potrebbero avere sulle prospettive di rielezione di Obama i pessimi dati economici e la minaccia di una negativa percezione dell'economia, Reich sostiene che c'è poco che l'amministrazione possa fare per cambiare la situazione: ironico e patetico.
 
Come in Europa, la risposta del popolo arriverà con l'emergere di un soggetto anticapitalista che sostiene il socialismo, un partito comunista o dei lavoratori, una formazione che sfidi al cuore i rapporti sociali ed economici capitalisti. Giorgos Marinos del KKE lo formula succintamente e bene: "Ci sono forze più che sufficienti per gestire il sistema. Ciò di cui le persone hanno bisogno sono i veri partiti comunisti, quelli che non gestiranno la barbarie capitalista in nome della 'sinistra di governo' e in nome del 'pragmatismo', accettando rapporti di forze negativi; se così fosse si aprirebbe la strada alle forze del capitale e verrebbe sprecato del tempo prezioso, per il quale la classe operaia e gli strati popolari pagherebbero un prezzo elevato".
 
Sì, i lavoratori stanno pagando un prezzo alto e dobbiamo fare il possibile per dare alle persone dei veri partiti comunisti.
 

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