www.resistenze.org
- pensiero resistente - dibattito teorico - 24-10-12 - n. 426
da www.tintaroja.es/opinion/72-sobre-la-qlegitimidad-democraticaq-del-estado
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Sulla "legittimità democratica" dello Stato
di Alexis Navarro Neira
da Tintaroja, rivista digitale dei Collettivi dei Giovani Comunista (CJC Spagna)
15/10/2012
"Lo Stato è piuttosto un prodotto della società giunta ad un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, nasce la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'ordine; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato" [Engels: L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato – IX. Barbarie e civiltà n.d.t.]
Questa frase di Engels definisce chiaramente ciò che è per i marxisti lo Stato, cioè quell'ente che oggi, in tempi di crisi capitalista, è sulla bocca di molti, soprattutto dei politici di turno, con appelli a difenderlo e a fare sacrifici per il suo bene, o di alcune parti, con nazionalismi che proclamano il loro diritto di essere un nuovo Stato all'interno dell'Unione europea.
Tuttavia, lo Stato non è che un prodotto storico della società e, in ogni momento, con una configurazione distinta. Lo Stato capitalista attuale infatti, ha poco più di due secoli, iniziando la sua storia con la Rivoluzione francese del 1789, nella quale la borghesia ruppe con l'Ancien regime e il suo Stato feudale. Va osservato che l'avvento del capitalismo non fu precisamente pacifico, né democratico. Tuttavia, la stessa borghesia, in un'epoca che la vede scossa nella sua posizione e nel potere, richiama costantemente alla normalità democratica, alla legittimità tanto delle urne come delle leggi approvate in Parlamento. Ma dietro queste apparenti "democrazia" e sovranità popolare, si nasconde il dominio di tutte le sfere dei capitalisti, giacché lo Stato, nascendo dalla necessità di contenere gli antagonismi di classe e, al tempo stesso, in mezzo al conflitto tra le classi, è, come regola generale, lo Stato della classe più potente, della classe economicamente dominante, la quale con il suo aiuto diventa anche politicamente dominante, acquisendo tramite esso nuovi strumenti per la repressione e lo sfruttamento della classe oppressa.
Così, il moderno Stato democratico-borghese è uno strumento in più di cui si serve il capitale per sfruttare il lavoro salariato. E in questo Stato attuale, lo sfruttamento si legittima inoltre con il cosiddetto "quarto potere", i mezzi di comunicazione, simbolo della sua libertà di espressione, uno dei principi fondamentali della democrazia. Ma questa libertà di espressione chi c'è l'ha e chi la esercita realmente? Possono i lavoratori e i settori popolari esercitarla in pari modo con la borghesia? Le idee della classe operaia hanno la stessa diffusione dell'ideologia borghese? Un'analisi dei principali mezzi di comunicazione nello Stato spagnolo ci mostra la cruda realtà, in cui solo due o tre gruppi controllano l'immensa maggioranza dei canali televisivi, stazioni radio e giornali (Grupo Prisa, Vocento, ecc ...), servendo come mezzi d'agitazione della propaganda capitalista, screditando la lotta e le conquiste della classe operaia. Differiscono appena nel loro approccio alla notizia, gli uni po' più "liberali" altri più "progressisti", ma tutti sotto il potere della classe dominante, e come si sa, "fino a quando i leoni non avranno i propri storiografi, i racconti di caccia eleveranno sempre i cacciatori". Fino a quando la classe operaia non si organizza e costituisce il suo potere, i mezzi di comunicazione venderanno le bontà del capitalismo.
L'idea che lo Stato rappresenti gli interessi della classe dominante, è più evidente in tempi di crisi del capitalismo, come quello attuale, in quanto basta dare un'occhiata alla composizione del governo spagnolo per vedere come la maggior parte dei suoi membri sono rappresentanti della borghesia nazionale, o come molti politici accedono a posti nei consigli d'amministrazione delle grandi multinazionali spagnole, incassando così i servizi forniti.
Un'altra delle caratteristiche con le quali si cerca di fornire una legittimità popolare è l'esistenza di leggi approvate da un parlamento scelto tramite elezioni ogni quattro anni. Qui basterebbe la famosa affermazione di Lenin per il quale ciò che viene scelto ogni quattro anni è il Consiglio d'amministrazione degli interessi della borghesia. In realtà, chi possiamo votare ogni quattro anni? Chi rappresentano i partiti politici? In una società divisa in classi, i partiti politici rappresentano gli interessi di classe e non bisogna dare ascolto alle loro parole e propaganda, ma fare attenzione a cosa realmente fanno quando agiscono. Come diceva Lenin, quando la crisi fa si che le buone parole e le intenzioni non valgono, i partiti politici mostrano realmente il loro carattere di classe e chi rappresentano.
Il PSOE prometteva piena occupazione e altri miglioramenti sociali, ma una volta al governo applicò una serie di tagli contro la classe operaia. Le campagne elettorali di questi partiti sono finanziate a suon di milioni dalla borghesia spagnola, la quale, ora che i partiti precedentemente utili ai suoi interessi sono screditati, non esiterà a far salire altre opzioni politiche per gestire il suo sistema. Da qui l'ascesa di UPyD [Unione progresso e democrazia] e IU-PCE [Sinistra unita - Partito comunista spagnolo], questa stampella di "sinistra" che in piena crisi strutturale invita a salvare lo stato sociale, creando false illusioni tra i lavoratori di questo paese e dimenticando la vera natura dello Stato borghese.
Inoltre, in un sistema che tende in tutti i suoi aspetti alla reazione, questa famosa "democrazia" che tanto dicono di rispettare, la violano essi stessi, come nella recente riforma della legge elettorale che esige dai partiti extraparlamentari milioni di firme per potersi presentare alle elezioni. E' questa la democrazia che dobbiamo difendere e nella quale dobbiamo agire senza uscirne?
Una volta realizzate le elezioni e configurato il parlamento, comincia la promulgazioni delle leggi, che secondo i giuristi borghesi rappresentano la volontà di tutto il popolo sovrano e per questo devono essere rispettate, senza entrare nel giudizio della loro "moralità" o della loro "finalità". Ma un semplice sguardo al contenuto delle leggi che si approvano basta per rendersi conto degli obiettivi perseguiti. Attualmente, nella crisi strutturale del sistema, vediamo con maggiore chiarezza il carattere borghese di questo diritto (Riforma del lavoro, Riforma delle pensioni, Riforma della sicurezza sociale, Riforma dell'istruzione...) attacchi chiari contro le condizioni di vita della classe operaia e dei settori popolari. Il diritto, questo ideale di giustizia e libertà per molti, come vediamo, non è nient'altro che il riflesso della base economica del paese e, con un'economia basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e l'appropriazione da parte di pochi della ricchezza generata da tutti, questa sovrastruttura legale non farà altro che legittimare lo sfruttamento e difendere gli interessi della minoranza.
Così, quando non gli sono sufficienti le leggi, lo Stato utilizza anche i suoi distaccamenti speciali di uomini armati (Polizia, Guardia civil), forza pubblica che si rende necessaria perché dalla divisione della società in classi, la continua lotta tra esse induce quella dominante a dotarsi di questi corpi per proteggere i propri privilegi, aumentando, in situazioni di tensione come quell'attuale, il numero dei membri di questi corpi e le spese per amarli e le azioni contro i lavoratori.
Per questo, a nulla servono oggi gli appelli per una "rigenerazione democratica" dello Stato e della politica, né quelli che chiedono il recupero del "welfare state". Sono canti di sirene che legittimano il capitalismo, quindi lo sfruttamento, allontanando la classe operaia dalla sua opera storica come classe, ovvero la presa del potere e l'utilizzo dello Stato a favore della stragrande maggioranza della popolazione, quella che vive del proprio lavoro, distruggendo la proprietà privata sui mezzi di produzione e pertanto facendola finita con la borghesia, instaurando il controllo operaio e popolare in tutti gli aspetti economici e sociali.
Abbiamo, come nel caso dell'Unione Sovietica, esempi di tutto questo, dove lo Stato socialista compì grandi progressi come la pensione a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, lo sradicamento della disoccupazione nel 1937, le vacanze retribuite, l'alloggio come diritto concreto e non come speculazione... rispecchiamoci nel diritto dell'URSS, dove la base economica era la proprietà sociale di tutti i mezzi di produzione, con la pianificazione economica a vantaggio di tutti, avanzando verso il comunismo e la completa estinzione dello Stato, che con la fine dell'esistenza delle classi cesserà di esser necessario e troverà posto nel museo della Storia umana.
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