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- pensiero resistente - dibattito teorico - 08-11-12 - n. 429
Lenin, uomo del futuro
di areaglobale
07/11/2012
Nel mondo in cui viviamo si insegna ai bambini la storia di popoli vissuti migliaia di anni fa (sumeri, assiro-babilonesi, fenici, egizi, greci, romani...). In questo mondo, gli insegnamenti di Platone o di Aristotele vengono presentati come fondamento della "civiltà occidentale" e testi scritti un bel numero di anni fa (la Bibbia o i Vangeli, ad esempio) vengono presentati come "verbo", "verità". Ci insegnano le lingue morte perché dicono che sono necessarie per capire le lingue vive. Se studi la fisica ti parlano di Newton, se studi la geometria ti insegnano Euclide, se ti occupi di letteratura ti fanno leggere Dante, Manzoni, Leopardi, ecc.. Se studi l'arte ti fanno vedere Giotto e Michelangelo, mentre se studi la musica ti fanno ascoltare Mozart o Beethoven...
In questo mondo in cui viviamo c'è solo un ambito del "passato" dal quale, a quanto ci viene detto, non abbiamo nulla da imparare: è l'ambito della trasformazione dell'esistente. Tutto il pensiero del superamento del capitalismo è ormai impensabile; tutta la pratica del superamento del capitalismo è ormai impraticabile.
Non passa giorno che il capitalismo non decreti la "morte di Marx" e con essa quella di qualsiasi ipotesi di superamento rivoluzionario della società capitalistica. Ma questo decretare quotidianamente la morte di qualcuno - che si era già peraltro dichiarato defunto il giorno prima - non è solo un rito scaramantico. E' piuttosto la distribuzione della "dose giornaliera" di quella particolare forma di ideologia che la classe dominante ha creato apposta per noi e che consiste in un solo, semplice, ma potente messaggio: il capitalismo sarà anche pieno di difetti e di malfunzionamenti (come si vede anche dalle conseguenze sulla vita delle persone delle crisi economiche e della devastazione della natura), ma è non superabile. E come lo sappiamo? Perché abbiamo visto "come è andata a finire in Russia"...
Ora, l'insuperabilità storica del modo di produzione capitalistico è chiaramente una favola; per usare il linguaggio di Marx, un'ideologia. Ma il capitalismo è riuscito - e tuttora riesce - ad usare la sconfitta del primo tentativo di "costruzione dell'alternativa", per dire che non c'è alternativa. Ovviamente, "a sinistra", si è fatto a gara per prendere al volo questo grande pallone che ci è stato lanciato, pieno di quella sostanza che i latini (appunto) chiamavano merda. Sul risultato di questa gara non c'è molto da aggiungere.
Il fatto è che forse stiamo diventando tutti un po' hegeliani. Se il reale è razionale, cioè che è non reale (perché non esistente, in quanto sconfitto) non può essere che non razionale ovvero non può esistere. Non come nel prendere al volo il pallone, lì abbiamo vinto.
Abbiamo sbagliato noi e non c'è neppure la rivincita, che si dà anche a briscola. E poiché delle sconfitte - siano esse transitorie o definitive - ci si vergogna (troppa fatica capire davvero perché si sono prodotte), ecco cosa succede nel "movimento" cosiddetto anti-agonista, anti-capitalista, anti-razzista, anti-imperialista, anti-fascista, e così via anti-ando...: se dici Lenin - oibò - sei out. Ma se dici "beni comuni" - oplà - sei in (anche se nessuno - sul pianeta Terra, almeno - ha ancora capito cosa diavolo siano questi beni comuni).
Noi vogliamo essere decisamente out.
Innanzitutto, vogliamo essere "out" dalla gran parte di questo "movimento" di cui auspichiamo la dissoluzione (meglio se rapida). E poi vogliamo essere "out" da tutto quel "nuovismo a tutti i costi" un po' provinciale che non serve ad altro che a distruggere meticolosamente ogni strumento di comprensione e di trasformazione dell'esistente.
Per questo, 95 anni dopo la più grande rivoluzione, cominciamo la pubblicazione di un saggio molto corposo sul contributo teorico e sull'esperienza pratica del più grande rivoluzionario.
Dedichiamo questo 7 novembre a lui, uomo del futuro.
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