www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 16-11-12 - n. 430

da CEPRID - www.nodo50.org
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Dallo "stato sociale" alla dittatura del proletariato
 
di Ilya Ioffe
 
27/10/2012
 
Una delle manifestazioni più visibili e significative della crisi del capitalismo si riflette nella rapida accelerazione del processo di smantellamento del cosiddetto "stato sociale". Questo processo, che con diversi livelli d'intensità dura da alcuni decenni, negli ultimi anni ha ricevuto un forte impulso sotto forma di indirizzi economici e politici verso il "recupero della stabilità finanziaria", la "riduzione del deficit di bilancio", il "risanamento dell'economia", eccetera. "Misure inevitabili" alle quali la grande borghesia attinge regolarmente in tempi duri, col fine non solo di conservare, ma di rafforzare la propria posizione dominante. In molti paesi dell'Europa occidentale, tra cui Francia, Grecia, Portogallo, Inghilterra, il nuovo cambiamento radicale delle classi governanti verso il neoliberismo ha provocato la forte risposta dei lavoratori, che si sono opposti al tentativo delle autorità di rimuovere di volta in volta una quota dei benefici sociali. Eppure, gli scioperi, le manifestazioni di massa e altre forme di protesta non hanno avuto al tempo alcun risultato: il governo Sarkozy ha aumentato l'età pensionabile a 62 anni, la Grecia ha accettato il programma di "stabilizzazione finanziaria" imposto dall'UE, i bilanci dell'Irlanda hanno subito drastici tagli, ecc. È chiaro che la correlazione delle forze di classe nel mondo imperialista oggi non è a favore dei lavoratori.
 
La borghesia europea e nordamericana che domina totalmente il mondo dopo la disintegrazione dell'URSS, senza grandi difficoltà, ricorrendo appena alla violenza, vince la resistenza isolata del debole nemico di classe. Rispetto alla forza e sicurezza di sé del grande capitale, che impone passo per passo la linea che gli conviene, la sinistra occidentale, sia quella ufficiale "socialdemocratica", che la sinistra "antisistema" appare chiaramente incapace e schiacciata. E' chiaramente incapace di guidare il crescente malcontento delle grandi masse e incanalarlo verso la lotta anticapitalista. E' incapace di offrire un programma alternativo, i cui principali contenuti non siano i palliativi "per porre fine alla crisi", ma la rottura radicale con l'ideologia dominante liberale e la chiamata alla rottura rivoluzionaria del marcio sistema sociale, per il quale la "crisi" è diventata da tempo lo stato naturale. Il vettore principale della lotta politica e ideologica delle forze di sinistra nei paesi capitalisti ricchi non è diretto verso la distruzione e la rimozione dell'ordine economico e della classe dominante, ma alla conservazione di quei benefici sociali che quest'ordine offre ancora ai salariati. Si suole chiamare "stato sociale" la somma di questi benefici ancora garantiti. Per vedere se la lotta per i resti dello stato sociale ha qualche possibilità di successo, se questo gioco vale la pena o se non sia arrivato il momento per le forze di sinistra di cambiare radicalmente la loro agenda politica e ideologica, andiamo a fare una incursione nella storia.
 
Lo stato sociale nacque, si è rafforzato, ha raggiunto il suo apice, ha iniziato a regredire e, infine, ha raggiunto il suo penoso stato attuale all'interno del capitalismo statale-monopolistico o, utilizzando il termine convenzionale borghese, "capitalismo organizzato". Dalla metà del XIX secolo, la situazione dei lavoratori europei occidentali ha cominciato a subire importanti cambiamenti. La massa senza diritti e spietatamente sfruttata dei contadini senza terra e dei piccoli artigiani di ieri, in realtà trasformati in schiavi, poco a poco cominciò a diventare un elemento importante delle nazioni politiche formate su una nuova base di classe. La conquista dei diritti politici formali uguali a quelli della borghesia, rafforzò considerevolmente le posizioni del proletariato occidentale per quanto riguarda la distribuzione del prodotto nazionale. Lo Stato borghese non poteva più ignorare i lavoratori. Il fattore che ha cambiato radicalmente non solo la situazione politica, ma anche materiale e culturale del proletariato bianco dell'Europa occidentale e del Nord America è stato il passaggio del capitalismo alla sua fase imperialista. La sostituzione della concorrenza con il monopolio, il predominio del capitale finanziario, che ha sottomesso l'industria e l'agricoltura, la rapida espansione dei monopoli verso i mercati esteri e l'ottenimento da parte del capitale monopolistico di giganteschi super-profitti attraverso lo sfruttamento delle materie prime e la manodopera a basso costo delle colonie, tutte queste nuove circostanze prodotte dell'imperialismo rappresentarono un cambiamento radicale nella distribuzione delle forze di classe nelle società capitaliste più avanzate. Le classi dominanti dei paesi imperialisti, conservando integralmente la proprietà sui mezzi di produzione, ebbero la possibilità di condividere con i propri lavoratori una piccola parte dei profitti ottenuti dal saccheggio imperiale. Nel suo lavoro "L'imperialismo e la scissione del socialismo" Lenin descrisse la situazione venutasi a creare nel modo seguente:
 
"Lo sfruttamento delle nazioni oppresse, indissolubilmente legato alle annessioni, e particolarmente lo sfruttamento delle colonie, da parte di un pugno di «grandi» potenze, trasforma sempre più il mondo «civile» in un parassita che vive sul corpo di centinaia di milioni di uomini dei popoli non civili. Il proletariato di Roma antica viveva a spese della società. La società odierna vive a spese del proletariato contemporaneo. Marx ha dato particolare rilievo a questa profonda osservazione di Sismondi. L'imperialismo muta alquanto le cose. Lo strato privilegiato del proletariato delle potenze imperialistiche vive parzialmente a spese di centinaia di milioni di uomini dei popoli non civili".
 
Vale a dire, che una parte importante dei proletari della metropoli imperiale - il suo "strato privilegiato" - divenne compartecipe del saccheggio delle colonie, beneficiaria dei super-dividendi e, rispetto alla popolazione di queste colonie, era diventata la classe sfruttatrice. Non era più lo stesso proletariato a cui Marx ed Engels si rivolgevano nel "Manifesto" - che "non ha patria" e che "non ha niente da perdere che le sue catene". Si trattava adesso della "aristocrazia operaia". Il suo benessere materiale e il suo status sociale dipendevano tanto dai successi o fallimenti nella lotta contro la propria borghesia, come dal progresso e approfondimento dell'espansione imperialista del "proprio" Stato. Cominciò così a cambiare alla radice il rapporto tra il proletariato e l'istituzione dello Stato borghese. Assumendo le funzioni di redistribuzione della ricchezza nazionale, quest'ultimo da macchina di oppressione e repressione di classe che durante la rivoluzione gli operai dovevano distruggere e sostituire con lo Stato, che poi sarebbe dovuto sparire, della dittatura del proletariato, si era trasformato nel "progetto comune" dei lavoratori privilegiati e delle classi dominanti.
 
La trasformazione dei rapporti di produzione, caratteristici della fase di consolidamento dell'imperialismo, si riflesse nella coscienza di classe e, di conseguenza, nel contenuto della lotta politica della classe operaia occidentale. Prese forza la tendenza verso il collaborazionismo con la borghesia nazionale, che si riflesse nelle tendenze note come opportunismo e socialsciovinismo. La socialdemocrazia rivoluzionaria di fatto si trasformò in una forza controrivoluzionaria, nel "partito operaio borghese".
 
Proprio in questo periodo di divisione del movimento operaio tra quello rivoluzionario e quello opportunista si formarono quelle strutture sociali che successivamente sono state le basi dell'attuale "stato sociale". L'esempio più evidente è il cosiddetto "socialismo prussiano" introdotto nella Germania di Bismarck e che per la prima volta stabilì il sistema di sicurezza sociale e le pensioni. La prima variante del socialismo prussiano fu la teoria del socialismo statale di Lassale, che annunciava che la classe operaia era la portatrice della "idea pura dello Stato" hegeliana.
 
Così la nascita e i primi passi dello Stato Sociale sono indissolubilmente legati alla politica di classe dell'imperialismo occidentale e la strada intrapresa dal movimento operaio europeo in unione e collaborazione con il capitale nazionale.
 
Il successivo passo per il rafforzamento e lo sviluppo dello stato sociale, durante il quale ha raggiunto il suo massimo splendore e assunse l'aspetto che conosciamo dal passato recente del "welfare state", è stato durante gli anni tra le due guerre della "Grande Depressione", il "New Deal "di Roosevelt, lo stato corporativo del fascismo italiano e del nazismo tedesco, e, naturalmente, durante il periodo della "guerra fredda " del dopoguerra - l'era della lotta globale tra il cosiddetto "imperialismo della Triade" (Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone) e il socialismo sovietico. In questa fase la politica dello stato sociale rispondeva a due obiettivi principali: in primo luogo "salvare il capitalismo da se stesso", vale a dire risolvere la contraddizione tra produzione socializzata al massimo, monopolizzata e i meccanismi di distribuzione di mercato, e in secondo luogo di combattere la diffusione e la pratica del comunismo. Il raggiungimento di questi obiettivi (soprattutto il secondo) richiedeva il massimo consolidamento delle società occidentali, la creazione di una base di classe la più ampia possibile, la quale, naturalmente, significava una ridistribuzione significativa sia del potere politico, come dei beni materiali. I circoli dirigenti delle grandi potenze imperialiste fecero concessioni senza precedenti nel campo dei diritti sociali e delle libertà civili, includendo di fatto fino a due terzi dei salariati nello strato della "aristocrazia operaia". La ricostruzione dell'Europa e del Giappone dopo la guerra, e la colossale corsa agli armamenti, crearono i presupposti per la crescita economica con bassa inflazione, accompagnata da un tasso di disoccupazione molto basso. L'assenza di difficoltà a trovare lavoro e ampie garanzie sociali resero il capitalismo attrattivo per la maggioranza dei lavoratori occidentali e crearono un'immagine favorevole per i popoli dei paesi in via di sviluppo che avevano raggiunto l'indipendenza. Il basso livello di disoccupazione creò l'illusione del "diritto al lavoro", mentre la continua crescita del benessere accompagnato dalla fioritura del liberalismo borghese si inscriveva perfettamente nel seducente concetto del "socialismo dal volto umano".
 
Tuttavia il corso della storia poco a poco continuò il suo lavoro. Sotto l'aspetto della pia apparenza della fioritura e della falsa "pace sociale", maturano le premesse per la redistribuzione di turno del potere e della proprietà. Per qualche tempo il "capitalismo organizzato" era riuscito a soffocare il dolore dell'antagonismo di classe all'interno delle prospere società occidentali, ma le profonde contraddizioni del modo di produzione capitalistico erano ancora lì e aspettavano solo il momento giusto per irrompere, come lava vulcanica, in superficie. Da un lato, il proletariato europeo e nordamericano che sentiva la sua forza, trasformandosi nella "classe media", esigeva una quota maggiore dei benefici. Dall'altro, la grande borghesia imperialista, nella quale seguendo la logica oggettiva dello sviluppo del capitalismo monopolistico acquisiva un sempre maggiore peso il settore finanziario, non pensava più di sopportare il peso del consenso del dopoguerra e si preparava alla resa dei conti finale per recuperare le posizioni perdute. La situazione si infiammò inoltre per il movimento di liberazione anticoloniale sostenuto dal blocco sovietico, che andava complicando notevolmente il processo d'estrazione dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei paesi post-coloniali dell'Impero.
 
L'ordine economico keynesiano, basato sull'ingerenza attiva dello Stato nell'economia e lo stimolo della domanda al consumo, così come del "welfare state" creato da quest'ordine, ha ricevuto critiche da destra e da sinistra. Come spesso accade nella storia, nella lotta di classe vincono i più organizzati, uniti e ideologicamente coerenti. Negli anni '60 e '70 del secolo scorso, il vantaggio in tutte queste componenti era dal lato della grande borghesia imperialista. Le loro organizzazioni politiche risultarono più forti, più combattive, i loro leader più carismatici, le loro idee più attraenti e comprensibili per ampi strati piccolo-borghesi e i loro apologeti più acuti e convincenti di quelli della sinistra. Il programma dettagliato della svolta neoliberista, elaborata dalle principali istituzioni ideologiche dell'Occidente negli anni 1950-1960, è stato lanciato subito dopo la crisi petrolifera del 1973. Ebbe inizio il conseguente smantellamento delle istituzioni dello stato sociale. Il primo colpo e il più significativo per la classe operaia occidentale fu il forte aumento della disoccupazione. Verso la metà del 1975, il numero totale dei disoccupati nei paesi capitalisti sviluppati raggiunse i 15 milioni. Inoltre, più di 10 milioni cominciarono a lavorare la settimana incompleta o furono temporaneamente licenziati dalle aziende. Si ridusse il reddito reale dei lavoratori. Gli indicatori medi del tasso di disoccupazione nei principali paesi capitalistici aumentarono del 3-5%. Ma non si tratta solo dei parametri quantitativi che riflettono le dinamiche di crescita della disoccupazione, ma anche dei cambiamenti qualitativi in tutto lo spettro dei rapporti tra lavoro e capitale che si crearono all'epoca dello "stato sociale" keynesiano. Negli anni del dopoguerra aumentò l'influenza dei sindacati, l'espansione del settore statale, lo sviluppo progressivo del diritto del lavoro, una maggiore protezione sociale e altri elementi strutturali dello pseudo-socialista "capitalismo organizzato", ciò fece sì che molti dei posti di lavoro lasciarono la sfera delle relazioni di mercato. Questo fenomeno è stato chiamato dagli economisti e sociologi la "decomodificazione del lavoro". Nei principali paesi imperialisti, così come nelle socialdemocrazie scandinave nel mercato del lavoro era apparsi interi settori di operai e impiegati praticamente blindati contro il licenziamento, ricevendo aumenti salariali e un ampio spettro delle prestazioni sociali corrispondenti, come la malattia, la pensione garantita a carico del datore di lavoro, ecc… Questi settori privilegiati della "aristocrazia operaia" potevano esistere grazie allo sfruttamento del lavoro sottopagato nei paesi del Terzo Mondo e della parte non privilegiata dei lavoratori (per lo più appartenenti a minoranze etniche o immigrate) nei propri paesi.
 
I lavoratori, occupati in questi settori del boom del mercato del lavoro, protetti contro gli improvvisi cambiamenti della domanda e dell'offerta, sono stati i principali beneficiari dell'organizzazione economica e politica del dopoguerra, proprio all'inizio delle riforme neoliberiste.
 
Con l'inizio della privatizzazione di massa delle imprese statali, la caduta dell'influenza dei sindacati sotto i colpi dei regimi conservatori di destra di Reagan, Thatcher e Koll, con l'estensione della disoccupazione di massa, la percentuale della "aristocrazia operaia", che apprezzava il "socialismo" all'interno del capitalismo, nell'esercito globale dei salariati cominciò a diminuire rapidamente. In seguito, gli "aristocratici" hanno dovuto competere nel "libero mercato" con i loro fratelli di classe per un numero sempre più basso di posti di lavoro. Di nuovo, come nei vecchi tempi del capitalismo "non organizzato" la loro forza-lavoro era diventata una merce. Ma non finisce qui. Approfittando del crollo del campo socialista, il passaggio della Cina sulle tracce del capitalismo neoliberista e l'apertura dei mercati dei paesi in via di sviluppo all'espansione illimitata del capitale straniero, la grande borghesia imperialista ha iniziato il processo di deindustrializzazione dei propri paesi. Ha cominciato a spostare i posti di lavoro dei ricchi paesi industriali verso i paesi poveri con abbondante forza lavoro e assenza di legislazione del lavoro. Adesso l'operaio occidentale viziato dallo "stato sociale" deve competere per il suo posto con il fratello cinese, vietnamita e indonesiano. Il nuovo imperialismo delle strutture finanziarie globali e delle corporazioni transnazionali non necessità più del proprio proletariato. Quest'ultimo può dimenticare per sempre la sua partecipazione nella redistribuzione degli utili, quasi da socio.
 
L'analisi oggettiva storico-materialista dello "stato sociale" mostra la sua stretta connessione con lo sviluppo dell'imperialismo - la fase più alta e ultima del capitalismo. La vita e il destino dello stato sociale nelle sue varie forme dipendono dal carattere dei rapporti tra il capitalismo interno delle potenze imperialiste e gli interessi esterni della classe dominante imperialista. James Petras chiama queste relazioni "conflitto tra Repubblica e Impero". A suo tempo, la Repubblica, lacerata da contraddizioni interne, portò l'Impero, che da un lato riprese parte delle sue contraddizioni, ma dall'altro ebbe le risorse necessarie per la sua sopravvivenza. Oggi l'Impero ha sempre più peso della Repubblica, perché la borghesia imperiale ottiene il suo principale vantaggio dall'espansione all'estero, e non dalla valorizzazione del suo proletariato nativo. Quest'antagonismo è espresso nello smantellamento dello stato sociale, nella liquidazione dei privilegi del lavoro salariato imperiale e di conseguenza dalla proletarizzazione graduale della "aristocrazia operaia". Fino a che punto questo ritorno "al punto di partenza" della classe operaia occidentale può condurre alla sua radicalizzazione, alla comprensione da parte dei loro dirigenti che la lotta per i resti dello stato sociale è condannata e che è necessario trasformarla nella lotta per il socialismo e la dittatura dei lavoratori, dipenderà in gran misura dalle dimensioni e dalla profondità della crisi che è in atto.
 
Al posto dello "stato sociale" o, per usare l'espressione di David Harvey, del "liberalismo incorporato", arriva la dittatura. Il suo arrivo è quasi inevitabile, e da parte nostra dipenderà solo il suo contenuto di classe. Quale sarà? Marceranno le masse dei lavoratori disperati e disillusi dal capitalismo sotto la parola d'ordine "Proletari di tutti i paesi, unitevi!" verso il potere del popolo lavoratore, oppure ubriachi e stravolti al grido di "Fuori del mio paese!" e attraverso il massacro e il pogrom dei "negri ", ci si lancerà direttamente verso la dittatura nazional-fascista? La risposta dipende dalle forze della sinistra, dalla loro decisione, coesione e maturità ideologica.
 
Levaya Rossiya / Russia di sinistra / N. 9/2010 
Traduzione diretta dal russo di Marian Arturo Llanos 
Nota del traduttore: questo articolo è stato scritto nel 2010 ma il suo approccio è ancora attuale
 
 

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