Traduzione per
resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
2011
Una versione leggermente diversa di questo articolo è stata pubblicata con il titolo "Degrow or Die?" nel numero dicembre / gennaio 2011 della rivista britannica Red Pepper, per cui è stato scritto in origine.
Nel paragrafo di apertura al suo libro del 2009,
Storms of My Grandchildren [Tempeste dei miei nipoti], James Hansen, massima autorità scientifica mondiale sul riscaldamento globale, ha dichiarato: «Il Pianeta Terra, la creazione, il mondo in cui la civiltà si è sviluppata, il mondo con i modelli climatici che conosciamo e la stabilità delle coste, è in pericolo imminente... La conclusione sorprendente è che lo sfruttamento continuo di tutti i combustibili fossili sulla Terra minaccia non solo le altri milioni di specie del pianeta, ma anche la sopravvivenza dell'umanità stessa, e le scadenze sono più brevi di quanto pensassimo.» (
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Nel fare questa dichiarazione, comunque, Hansen stava solo parlando di
una parte della crisi ambientale globale che attualmente minaccia il pianeta, vale a dire, il cambiamento climatico. Recentemente, gli scienziati di primo piano (compreso Hansen) hanno proposto nove limiti planetari che segnano lo spazio operativo sicuro per il pianeta. Tre di questi limiti (cambiamento climatico, biodiversità e il ciclo dell'azoto) sono già stati superati, mentre altri, come l'uso di acqua dolce e l'acidificazione del mare, sono emergenti baratri planetari. In termini ecologici, l'economia sta ormai crescendo a una scala e una invadenza che si scontrano coi limiti planetari e fanno a pezzi i cicli biogeochimici [vitali] del pianeta. (
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Quindi, quasi quattro decenni dopo che il Club di Roma ha sollevato la questione dei "limiti alla crescita", l'idolo crescita economica della società moderna è ancora una volta di fronte a una formidabile sfida (
3). Ciò che è nota come la "economia della decrescita", associata in particolare ai lavori di Serge Latouche, è emersa come un importante movimento intellettuale europeo nel 2008 con la storica conferenza a Parigi, "De-crescita economica per la sostenibilità ecologica e l'equità sociale", e da allora ha ispirato una rinascita del pensiero verde radicale, come dimostra la "Dichiarazione sulla Decrescita" di Barcellona del 2010.
Ironia della sorte, l'ascesa fulminea della decrescita (décroissance in francese) come concetto ha coinciso negli ultimi tre anni, con la ricomparsa della crisi economica e della stagnazione su una scala che non si vedeva dal 1930. Il concetto di decrescita costringe dunque a confrontarsi con le domande: è possibile la decrescita in un società capitalista basata sul crescere-o-morire? E se no, che cosa ciò potrebbe significare nella transizione verso una nuova società?
Secondo il sito web del progetto europeo decrescita, «decrescita dà l'idea di una riduzione volontaria della dimensione del sistema economico, che comporta una riduzione del PIL» (
4). "Volontario" indica qui l'enfasi sulle soluzioni volontaristiche, anche se non come individualista e non pianificata secondo la concezione europea come movimento di "volontaria semplicità" degli Stati Uniti, in cui gli individui (di solito persone "perbene") semplicemente scelgono di rinunciare a un modello di mercato ad elevati consumi. Per Latouche, il concetto di "decrescita" significa un cambiamento sociale importante: un cambiamento radicale dalla crescita come obiettivo principale dell'economia moderna, verso il suo opposto (contrazione, riduzione).
La premessa di base di questo movimento è che, di fronte a un'emergenza planetaria ecologica, la promessa della tecnologia verde si è dimostrata falsa. Questo può essere attribuito al Paradosso di Jevons, secondo cui una maggiore efficienza nell'uso dell'energia e delle risorse non conduce alla conservazione ma a una maggiore crescita economica, e quindi a un aumento della pressione sull'ambiente (
5). L'inevitabile conclusione - associata ad una varietà di pensatori politico-economici e ambientali, non solo di quelli collegati direttamente al progetto europeo di decrescita - è che ci deve essere una modificazione drastica delle tendenze economiche operative a partire dalla Rivoluzione Industriale. Come l'economista marxista Paul Sweezy ha detto più di due decenni fa: «Dal momento che non c'è modo di aumentare la capacità dell'ambiente di sopportare i carichi [economici e demografici] gravanti su di esso, ne consegue che l'aggiustamento deve provenire interamente dall'altro lato dell'equazione. E poiché lo squilibrio ha già raggiunto proporzioni pericolose, ne consegue anche che ciò che è essenziale per il successo è un capovolgimento, non solo un rallentamento, delle relative tendenze degli ultimi secoli.» (
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Dato che i paesi ricchi sono già caratterizzati da "eccesso" ecologico, sta diventando sempre più evidente che non vi è infatti alcuna alternativa, come Sweezy ha sottolineato, a una inversione nelle richieste poste sull'ambiente da parte dell'economia. Ciò è coerente con l'argomento dell'economista ecologico Herman Daly, che ha a lungo insistito sulla necessità di uno stato stazionario dell'economia. Daly fa risalire questa prospettiva alla famosa discussione di John Stuart Mill dello "stato stazionario" nei suoi Principi di Economia Politica, dove ha sostenuto che se l'espansione economica deve stabilizzarsi (come previsto dagli economisti classici), l'obiettivo economico della società potrebbe quindi spostarsi agli aspetti qualitativi dell'esistenza, piuttosto che della mera espansione quantitativa.
Un secolo dopo Mill, Lewis Mumford ha insistito nella sua Condizione di uomo, pubblicato per la prima volta nel 1944, non solo sullo stato stazionario in senso ecologicamente necessario di Mill, ma sul fatto che esso dovrebbe anche essere collegato a un concetto di «comunismo di base... [che] applica a tutta la comunità gli standard della famiglia», la distribuzione di «prestazioni secondo il bisogno» (una visione che conduce a Marx).
Oggi questo riconoscimento della necessità di favorire una battuta d'arresto della crescita economica nelle economie supersviluppate, anche per ridurre queste economie, è vista come radicata nella teoria de
La legge dell'entropia e il processo economico di Nicholas Georgescu-Roegen, che ha stabilito le basi della moderna economia ecologica. (
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La decrescita come tale non è vista, anche dai suoi proponenti, come una soluzione stabile, ma volta a ridurre le dimensioni dell'economia a un livello di output che può essere mantenuto continuamente in uno stato stazionario. Questo potrebbe significare ridurre le economie ricche ben di un terzo sotto i livelli attuali con un processo che equivarrebbe a investimenti negativi (in quanto non solo cesserebbe il nuovo investimento netto ma potrebbe essere sostituito anche solo una parte, non tutta, dello stock di capitale obsoleto). Una economia stazionaria, al contrario, avrebbe effettuato investimenti sostitutivi, ma avrebbe arrestato nuovi investimenti netti. Come dice Daly, «una economia stazionaria» è «un'economia con stock costanti di persone e oggetti, mantenuta a certi desiderati livelli sufficienti da un basso tasso di 'flusso' di manutenimento, cioè, dai più bassi possibili flussi di materia ed energia.» (
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Inutile dire che niente di tutto questo potrebbe accadere facilmente, data l'economia capitalista di oggi. In particolare, il lavoro di Latouche, che può essere visto come esemplare del progetto europeo di decrescita, è irto di contraddizioni, risultanti non dal concetto di decrescita in sé, ma dal suo tentativo di aggirare la questione del capitalismo. Questo può essere visto nel suo articolo del 2006, "The Globe Downshifted", dove si sostiene in forma contorta:
«Per alcuni dall'estrema sinistra la risposta secca è stata che il capitalismo è il problema, lasciandoci bloccati in un fosso e impotenti a muoversi verso una società migliore. La contrazione economica è compatibile con il capitalismo? Questa è la domanda chiave, ma a cui è importante rispondere senza ricorrere a dogmi, se i veri ostacoli vogliono essere compresi ...
«Eco-compatibile con il capitalismo è concepibile in teoria, ma irrealistico nella pratica. Il capitalismo richiede un elevato livello di regolamentazione per realizzare la riduzione della nostra impronta ecologica. Il sistema di mercato, dominato da grandi multinazionali, non andrà mai da sé lungo il sentiero virtuoso di eco-capitalismo...
«Meccanismi per contrastare il potere con il potere, come esisteva nelle regole keynesiano-fordiste dell'era socialdemocratica, sono possibili e auspicabili. Ma la lotta di classe sembra essersi infranta. Il problema è: il capitale ha vinto...
«Una società basata sulla contrazione economica non può esistere sotto il capitalismo. Ma capitalismo è una parola apparentemente semplice per una storia lunga e complessa. Liberarsi dei capitalisti e bandire il lavoro salariato, la moneta e la proprietà privata dei mezzi di produzione farebbe precipitare la società nel caos. Porterebbe su larga scala il terrorismo... Abbiamo bisogno di trovare un altro modo al di là dello sviluppo, dell'economicismo (la fede nel primato di cause economiche e dei fattori) e della crescita: non significa abbandonare le istituzioni sociali che sono state annesse dalla economia (moneta, mercati, anche i salari), ma ristrutturarli in base a diversi principi.» (
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In questo modo apparentemente pragmatico e non-dogmatico, Latouche cerca di operare una distinzione tra il progetto della decrescita e la critica socialista del capitalismo: 1) dichiarando che "il capitalismo eco-compatibile è concepibile", almeno in teoria, 2), suggerendo che i keynesiani e il cosiddetto approccio "fordista" alla regolamentazione, associati alla democrazia sociale, possono, se possibile, addomesticare il capitalismo, spingendolo verso il basso in un "percorso virtuoso di eco-capitalismo", e 3), insistendo sul fatto che la decrescita non è finalizzata a spezzare la dialettica capitale-lavoro salariato o interferire con la proprietà privata dei mezzi di produzione. In altri scritti, Latouche chiarisce che vede il progetto della decrescita compatibile con la valorizzazione continua (ad esempio, l'aumento dei rapporti di valore capitalistici) e che tutto ciò che si avvicina una sostanziale eguaglianza viene considerata fuori portata. (
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Ciò che Latouche sostiene più esplicitamente in relazione al problema ambientale è l'adozione di ciò che chiama "misure riformiste, i cui principi [di economia del welfare] sono stati delineati nel 20° secolo dall'economista liberale Arthur Cecil Pigou [e] avrebbero portato a una rivoluzione "internalizzando le esternalità ambientali dell'economia capitalista"(
11). Ironia della sorte, questa posizione è identica a quella degli economisti neoclassici ambientali, mentre si distingue dalla critica più radicale spesso promossa dall'economia ecologica, in cui la nozione che i costi ambientali possano essere semplicemente internalizzati nell'odierna economia capitalistica è nettamente attaccata. (
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«La crisi ecologica stessa è menzionata» nel progetto della decrescita attuale, come il filosofo greco Takis Fotopoulos ha criticamente osservato, «in termini di un problema comune che 'l'umanità' affronta a causa del degrado dell'ambiente, senza alcun riferimento a tutte le variegate implicazioni di classe di questa crisi, cioè, del fatto che le conseguenze economiche e sociali della crisi ecologica sono principalmente pagate in termini di distruzione di vite e di mezzi di sussistenza dei gruppi sociali inferiori - in Bangladesh come a New Orleans - e molto meno in termini di quelli delle élite e delle classi medie.» (
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Dato che rende il concetto astratto della crescita economica il suo obiettivo, al posto della realtà concreta di accumulazione del capitale, la teoria della decrescita - nella forma autorevole articolata da Latouche e altri - naturalmente affronta difficoltà nel confrontarsi con la realtà di oggi della crisi economica/stagnazione, che ha prodotto livelli di disoccupazione e devastazione economica superiori rispetto a qualsiasi momento dal 1930. Latouche stesso scrisse nel 2003 che «non ci sarebbe niente di peggio di una economia di crescita senza crescita.» (
14). Ma, di fronte a una economia capitalista presa in una profonda crisi strutturale, gli analisti della decrescita europei hanno poco da dire. La Dichiarazione di Barcellona sulla Decrescita semplicemente ha detto: «Le cosiddette misure anticrisi che cercano di stimolare la crescita economica sono destinate a peggiorare le disuguaglianze e le condizioni ambientali nel lungo periodo.» (
15). Non desiderando sostenere la crescita, né rompendo con le istituzioni di capitale - né, del resto, allineandosi con i lavoratori, il cui bisogno più grande in questo momento è l'occupazione - i leader teorici della decrescita rimangono stranamente in silenzio di fronte alla più grande crisi economica dai tempi della Grande Depressione.
A dire il vero, di fronte alla "decrescita reale" nella Grande Recessione del 2008-2009 e alla necessità di una transizione verso la "decrescita sostenibile", ha osservato l'economista ecologica Joan Martinez-Alier, che ha recentemente ripreso la bandiera della decrescita, ha offerto il palliativo di «un breve periodo keynesismo verde o di un New Deal verde.» L'obiettivo, ha detto, è stato quello di promuovere la crescita economica e di «contenere l'aumento della disoccupazione», attraverso investimenti pubblici in tecnologie verdi e infrastrutture. Questo è stato visto come coerente con il progetto della decrescita, a condizione che tale keynesismo verde non «diventi una dottrina di continua crescita economica.» (
16). Tuttavia, rimane imprecisato come i lavoratori si inseriscano in questa strategia per molti versi tecnologica (basata sulle idee di efficienza energetica che gli analisti della decrescita in generale rifiutano).
Infatti, piuttosto che affrontare il problema della disoccupazione direttamente - attraverso un programma radicale che darebbe alla gente posti di lavoro finalizzati alla creazione di valori d'uso reali compatibilmente con una società più sostenibile - i teorici della decrescita preferiscono mettere l'accento su orari di lavoro ridotti, e separare «il diritto di ricevere una remunerazione dal fatto di essere assunti» (attraverso la promozione di un reddito di base universale). Tali modifiche si suppone che consentano al sistema economico di ridursi e, al contempo, garantiscano un reddito alle famiglie, il tutto mantenendo intatta la struttura sottostante di accumulazione capitalistica e dei mercati.
Eppure, guardato da un punto di vista più critico, è difficile vedere la vitalità della diminuzione delle ore di lavoro e le garanzie di reddito a una così vasta estensione così come suggerito, se non come elementi di una transizione verso una società post-capitalista (anzi socialista). Come diceva Marx, la regola per il capitale è: "Accumulate, accumulate! Questa è la Legge e questo dicono i profeti!" (
17). Per rompere con fondamento capitalistico della "legge del valore", o per mettere in discussione la struttura alla base dello sfruttamento del lavoro (che entrambi sarebbero minacciati da una forte riduzione delle ore di lavoro e delle garanzie del reddito reale) occorre sollevare più grandi problemi sul cambio di sistema di quelli che i teorici della decrescita non sembrano disposti a riconoscere al momento. Inoltre, un approccio sensato alla creazione di una nuova società dovrebbe fornire non solo reddito e tempo libero, ma anche necessità di affrontare i bisogni umani di lavoro utile, creativo e non alienato.
Ancora più problematico è l'atteggiamento di gran parte della corrente teoria della decrescita verso il Sud del mondo.
«Decrescita», scrive Latouche, «deve valere per il Sud come per il Nord se si vuole avere la possibilità di impedire che le società del Sud corrano verso il vicolo cieco dell'economia di crescita. Dove c'è ancora tempo, esse devono essere indirizzate non allo sviluppo ma al disimpegno - rimuovendo gli ostacoli che impediscono loro di svilupparsi in modo diverso... I paesi del Sud hanno bisogno di sfuggire alla loro dipendenza economica e culturale dal Nord e riscoprire la propria storia - interrotta dal colonialismo, dallo sviluppo e dalla globalizzazione - per stabilire distinte identità culturali indigene... Insistendo sulla crescita nel Sud, come se fosse l'unico modo per uscire dalla miseria che la crescita ha creato, non può che determinare ulteriori occidentalizzazioni.» (
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Mancando di una teoria adeguata dell'imperialismo, e non riuscendo a risolvere il baratro immenso di disuguaglianza che separa la più ricca delle nazioni dalla più povera, Latouche riduce quindi l'intero immenso problema del sottosviluppo a una autonomia culturale e a una soggezione a un feticcio della crescita occidentalizzata.
Questo può essere paragonato alla risposta molto più ragionata di Herman Daly, che scrive:
«È un'assoluta perdita di tempo oltre che moralmente arretrato predicare dottrine stazionarie ai paesi sottosviluppati prima che i paesi supersviluppati abbiano preso tutte le misure per ridurre sia la propria crescita della popolazione che la crescita del loro consumo pro-capite di risorse. Pertanto, il paradigma della stazionarietà deve prima essere applicato nei paesi supersviluppati ... Una delle maggiori forze necessarie per spingere i paesi supersviluppati verso un... paradigma stazionario deve essere l'indignazione del Terzo Mondo al loro consumo eccessivo... Il punto di partenza dell'economia dello sviluppo dovrebbe essere il "teorema dell'impossibilità"... che uno stile USA di economia ad alto consumo di massa per un mondo di 4 miliardi di persone è impossibile, e anche se per qualche miracolo potesse essere raggiunto, sarebbe certamente di vita breve.» (
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L'idea che la decrescita come concetto possa essere applicato essenzialmente nello stesso modo sia ai paesi ricchi del centro che ai paesi poveri della periferia rappresenta un errore di categoria a seguito dell'imposizione grossolana di un'astrazione (la decrescita) in un contesto in cui è essenzialmente priva di senso, ad esempio, a Haiti, o in Mali, o anche, per molti versi, in India. Il vero problema nella periferia globale è superare i legami imperiali, trasformando il modo di produzione esistente, e creando possibilità produttive sostenibili-egualitarie. È chiaro che molti paesi del Sud con redditi pro capite molto bassi non possono permettersi la
decrescita, ma potrebbero usare un tipo di
sviluppo sostenibile, rivolto a soddisfare le esigenze reali come l'accesso all'acqua, al cibo, assistenza sanitaria, istruzione, ecc. Ciò richiede un cambiamento radicale nella struttura sociale lontano dai rapporti di produzione del capitalismo/imperialismo. È significativo che negli articoli largamente circolanti di Latouche non si parli praticamente affatto di quei paesi, come Cuba, Venezuela e Bolivia, dove sono state intraprese lotte concrete per spostare le priorità sociali dal profitto ai bisogni sociali. Cuba, come ha indicato il Living Planet Report, è l'unico paese sulla Terra con alto sviluppo umano e sostenibile impronta ecologica. (
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È innegabile che oggi la crescita economica sia il principale fattore di degrado ecologico planetario. Ma incentrare la propria intera analisi sul rovesciamento di un'astratta "società della crescita" è perdere ogni punto di vista storico e gettar via secoli di scienza sociale. Per quanto prezioso sia il concetto di decrescita in senso ecologico, esso può assumere senso genuino solo come parte di una critica di accumulazione del capitale e parte della transizione verso un ordine comune sostenibile, egualitario, quello in cui i produttori associati governano la relazione metabolica tra natura e società, nell'interesse delle generazioni successive e la terra stessa (il socialismo-comunismo come lo definì Marx) (
21). Ciò che è necessario è un "movimento co-rivoluzionario", per adottare il termine pregnante di David Harvey, che riunirà la critica tradizionale al capitale della classe operaia, la critica all'imperialismo, le critiche al patriarcato e al razzismo, e la critica alla crescita ecologicamente distruttiva (insieme ai loro rispettivi movimenti di massa) (
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Nella crisi generalizzata del nostro tempo, un tale movimento co-rivoluzionario generale è concepibile. In questo caso, l'oggetto sarebbe la creazione di un nuovo ordine in cui la valorizzazione del capitale non governerebbe più la società. «Il socialismo è utile», ha scritto E.F. Schumacher in
Piccolo è bello, proprio perché «esso stesso crea la possibilità per il superamento della religione dell'economia», cioè «la tendenza moderna verso la quantificazione totale a scapito della valorizzazione delle differenze qualitative.» (
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In un ordine sostenibile, le persone delle economie più ricche (in particolare quelle delle classi di reddito superiori) dovrebbero imparare a vivere con "meno" in termini di materie prime, al fine di ridurre le esigenze pro capite sull'ambiente. Allo stesso tempo, la soddisfazione dei reali bisogni umani e le esigenze della sostenibilità ecologica potrebbero diventare i principi costitutivi di un nuovo ordine più comune volto alla reciprocità umana, permettendo un miglioramento e perfino una
pienezza qualitativi (
24). Una tale strategia - non dominata da cieco produttivismo - è coerente col fornire alle persone un lavoro degno. La lotta ecologica, intesa in questi termini, deve mirare non solo alla decrescita in astratto, ma più concretamente alla deaccumulazione - una fuga da un sistema orientato all'accumulazione di capitale senza fine. Al suo posto abbiamo bisogno di costruire una nuova società co-rivoluzionaria, dedicata ai bisogni comuni dell'umanità e della terra.
Note
1) James Hansen,
Storms of My Grandchildren (New York: Bloomsbury, 2009), ix.
2) See Johan Röckstrom, et al., "A Safe Operating Space for Humanity,"
Nature 461 (September 2009): 472-75; John Bellamy Foster, Brett Clark, and Richard York,
The Ecological Rift (New York: Monthly Review Press, 2010), 13-19.
3) Donella Meadows, Dennis H. Meadows, Jørgen Randers, and William W. Behrens III,
The Limits to Growth
: A Report for the Club of Rome's Project on the Predicament of Mankind (New York: Universe Books, 1972).
4) "What is Degrowth?" http://degrowth.eu.
5) See John Bellamy Foster, Brett Clark, and Richard York, "Capitalism and the Curse of Energy Efficiency,"
Monthly Review 62, no. 6 (November 2010): 1-12.
6) Paul M. Sweezy, "Capitalism and the Environment,"
Monthly Review 41, no. 2 (June 1989): 6.
7) Herman E. Daly,
Beyond Growth (Boston: Beacon Press, 1996), 3-4; John Stuart Mill,
Principles of Political Economy (New York: Longmans, Green and Co., 1904), 452-55; Lewis Mumford,
The Condition of Man (New York: Harcourt Brace and Jovanovich, 1973), 411-12; Nicholas Georgescu-Roegen,
The Entropy Law and the Economic Process (Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press, 1971).
8) Herman E. Daly,
Steady-State Economics (Washington, D.C.: Island Press, 1991), 17.
9) Serge Latouche, "The Globe Downshifted,"
Le Monde Diplomatique (English edition), January 13, 2006, http:mondediplo.com.
10) Serge Latouche, "Would the West Actually be Happier with Less?: The World Downscales,"
Le Monde Diplomatique (English edition), December 12, 2003, http://mondediplo.com and "Can Democracy Solve All Problems?"
International Journal of Inclusive Democracy 1, no. 3 (May 2005): 5, http://inclusivedemocracy.org.