www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 26-04-13 - n. 451

Alcune note per l'analisi della crisi capitalistica
 
Renato Ceccarello
 
aprile 2013
 
Circola nel WEB un guazzabuglio confuso e confusionario sulla crisi capitalista in rapporto al rinnovato interesse per Marx ed alla ripresa degli studi marxisti. (Non citerò direttamente nessuno ma userò, non senza sarcasmo, il corsivo per espressioni e concetti rintracciabili in questo o quell'autore).
 
Si tratta dei materiali di un convegno non proprio recentissimo (1) sulla crisi successiva al crollo finanziario del 2007, dove si sono confrontate (o scontrate - non lo sappiamo non essendo stati invitati) opinioni e "analisi" diversissime per nulla convergenti.
 
Spezzata una lancia a favore di Vladimiro Giacchè, (2) vera nota stonata, gli altri interventi risultano accomunati non dal riferimento a Marx, ma dalla sua storpiatura, persino delle premesse filosofiche del suo pensiero che Marx stesso chiarisce in più di un'occasione. (3) Un altro tratto comune, al quale non si sottrae nemmeno Giacché, è l'assoluta ignoranza di ogni studio o contributo leniniano (4) e di ogni riferimento al marxismo-leninismo. Per esempio la categoria "imperialismo" è del tutto assente, come se non esistesse e non fosse mai esistita.
 
Servirebbe un libro intero per polemizzare con i singoli. Un esercizio impegnativo ma di dubbia utilità, giacché i sordi non dialogano, tanto più se c'è quella distanza tra comuni mortali ed "accademici", "forti" di decine di pubblicazioni, dalla presunzione sconfinata come dal fatto che nessuno disdegna di citarsi a iosa. (5) Ci limiteremo perciò a entrare e rispondere nel merito di questioni importanti, non senza avvertire un senso di disagio per la precarietà delle analisi e la debolezza degli argomenti a sostegno di posizioni "innovative" e di pretese "scoperte".
 
1) Crisi e saggio di profitto
 
Ad eccezione di Giacché, i partecipanti al convegno mettono in discussione o negano che la caduta del saggio di profitto e la sovrapproduzione di merci (la sovrapproduzione di capitali non è nemmeno discussa) siano la causa, almeno indiretta, della crisi attuale, che viene invece ricondotta al funzionamento dei meccanismi finanziari che dall'economia reale si sarebbero resi completamente autonomi (per altro la differenza tra completa autonomia ed indipendenza ci sfugge). Di passaggio scopriamo pure che, grazie a questo fatto (a Marx era evidentemente "sfuggito"), il plusvalore si genera ai confini tra produzione e circolazione.
 
Come noto, il saggio di profitto è il rapporto tra il plusvalore pv realizzato alla fine di un ciclo produttivo in cui viene anticipato un dato capitale mediante la vendita delle merci, e tale capitale appunto considerato. Marxianamente tale capitale è composto di anticipi in mezzi di produzione (capitale costante c) e in salari (capitale variabile v), (6) per cui tale saggio si esprime con la formula (anzi formuletta "insignificante")
 
P' = pv / (c+v)
 
Per il fatto che la produzione capitalistica ha un carattere dinamico e dialettico, in cui si deve ponderare con grande attenzione la concorrenza tra capitalisti, tale saggio, come risultante anche di significative controtendenze, tende, nel lungo termine, a scendere. Per concorrere e realizzare un profitto straordinario a scapito della concorrenza occorre innovare alzando la produttività del lavoro. Ciò comporta la sostituzione di lavoro vivo (di operai) con macchine e processi (capitale costante) più produttivi. Ma ben presto, per sostenere la concorrenza, tali innovazioni vengono introdotte dall'intero comparto produttivo, pena l'esclusione dal mercato. Chi si ferma è perduto è, in ultima analisi, il sunto di Schumpeter e Marx (7). Se talvolta l'innovazione di processo può diminuire i costi, quasi sempre avviene il contrario, con il rapporto tra capitale costante e variabile che tende complessivamente a crescere. Mentre il plusvalore complessivo, a parità di impiegati, aumenta solamente se il processo innovativo coinvolge il paniere di beni e servizi che costituiscono l'equivalente del salario. Ciò che importa in un processo di lungo periodo non è la vicissitudine del singolo capitale che, promovendo temporaneamente l'innovazione, si appropria di una quota di plusvalore a discapito della concorrenza, ma la relazione tra il plusvalore complessivo e il capitale investito, rapporto che tende a calare con l'aumento del capitale costante che fa aumentare il denominatore della frazione. Mentre invece il saggio di plusvalore riconducibile al rapporto tra il pluslavoro di cui si appropria il capitalista e il lavoro necessario (ovvero salario) può complessivamente anche aumentare, tanto più in epoche di diminuzione del salario reale. (8)
 
Per cui è senz'altro vero che saggio di plusvalore e saggio di profitto, marxianamente intesi, di fatto hanno andamenti contrastanti, il primo che sale, l'altro che scende.
 
In una delle relazioni del menzionato convegno, adoperato anche da altri per smentire la caduta del saggio di profitto, Marx (ma anche Adam Smith e l'intera economia classica) viene incredibilmente storpiato confondendo i due saggi considerando come saggio di profitto il saggio di plusvalore perché il capitale costante è una partita di giro.
 
Ora, se è vero che l'anticipo di capitale costante viene ricostituito con la vendita della merce, ciò accade anche per il capitale variabile, senza che vi sia modo di privilegiare il secondo al primo. Nessun capitalista trova gratis impianti, macchine e materie prime. Egli acquista tutto ciò al mercato, ne più, ne meno, di come acquista la forza-lavoro. Nel capitalismo moderno parte dell'anticipo di capitale (che può servire anche per pagare gli operai) è prestato dalla banca, ma non gratis! E nemmeno la liquidità che affluisce dall'emissione di titoli è gratis: azioni ed obbligazioni vengono ripagate con quote di plusvalore, così come l'uso di capitale bancario.
 
Anche l'economia borghese (per alcuni complice di quella marxista nel mistificare le cause della crisi e per rimanere ancorata all'economia reale per mezzo dei "fondamentali") considerando il ROE (Return On Equity) come indice di efficienza aziendale, non raffronta affatto il profitto netto d'impresa col salario, ma con i "mezzi propri", ricalcando le orme degli anticipi e per il capitale costante e per quello variabile, una volta detratto dal capitale totale quello derivante dai prestiti. (9)
 
2) Crisi e sovrapproduzione
 
Anche per la presenza della produzione "just in time" la sovrapproduzione di merci è poco visibile. Il capitale si accorge prima di un tempo che il mercato non assorbe e rallenta la produzione prima che si accumulino rilevanti stock di merci invendute. Ma gli effetti sono gli stessi, ad eccezione delle minori perdite perché meno merce di consumo deperisce e va sprecata. Gli impianti rimangono inutilizzati o sottoutilizzati, alcuni chiudono, a dimostrazione che troppo capitale è operativo (così che la sovrapproduzione di capitale risulta rilevante e ben osservabile). La dinamica licenziamenti-produzione a orario ridotto-diminuzione del salario rimane la stessa. Il fatturato è in calo e il saggio di profitto sotto il livello medio. La sovrapproduzione data ormai due secoli. Nel 1800 si manifestava periodicamente, mentre nel 1900 si è manifestata per lunghi periodi, come l'attuale, sotto forma di crisi permanente.
 
Perché si producono queste crisi? Vi sono due ordini di motivi.
 
A) nel suo procedere dinamico e dialettico la produzione capitalistica è in continua rivoluzione: agli operai vengono sostituite le macchine con continue ondate di licenziamenti, disoccupazione, abbassamento del salario che comportano a sua volta la diminuzione della quota di produzione sociale sotto forma di consumi (verso cui vengono spesi i salari); e questo calo dei consumi quasi sempre trascina di li a poco anche il calo della produzione di beni di investimento. In forma pura la ripresa dei consumi avviene solo col rilancio del ciclo accumulativo, che comporta però la ripresa degli investimenti e lo spostamento della produzione sociale - almeno fino a che non vi è ripresa del salario - verso i consumi dei capitalisti. Gli stretti equilibri delle quote di produzione sociale analizzati da Marx (10) negli schemi di riproduzione del capitale complessivo sociale (apprezzati - tra l'altro - da tutta l'economia borghese) vengono continuamente alterati in forma ciclica in branche dove si è prodotto "troppo" ed altre dove una domanda superiore all'offerta si manifesta con temporanei aumenti di prezzi. Il fenomeno, ampiamente studiato anche da parte keynesiana , comporta un procedere secondo una linea armonica di sviluppo, dove la produzione è completamente assorbita, come un caso eccezionale.
 
In estrema sintesi: la produzione capitalistica è un fenomeno necessariamente anarchico che procede con sprechi e strozzature.
 
B) Perché i "consumatori" nel senso più lato (cioè i soggetti che acquistano beni di consumo e mezzi di produzione - operai, capitalisti ed anche "ceti medi") possono trattenere il proprio denaro e aspettare a spenderlo o non spenderlo affatto nell'acquisto di beni e servizi reali, contrariamente a quanto previsto dalla "legge degli sbocchi" di Say, per cui "l'offerta crea la propria domanda".
 
Ebbene, dalla grande crisi del 1929 il capitalismo si è attrezzato, sbarazzandosi di economisti e dogmi liberali e neoclassici, mettendo sotto lo Stato, con le politiche di spesa pubblica finanziate con il deficit di bilancio. Con la spesa pubblica lo Stato andava a sopperire al deficit di domanda privata in funzione anticiclica, combattendo le tendenze alla stagnazione ed alla recessione tipiche del capitalismo nella sua matura fase imperialista.
 
Quando le politiche keynesiane sono arrivate ad esaurimento per insostenibilità finanziaria, ossia quando il debito pubblico è arrivava a grandi quote percentuali del reddito nazionale, in alcuni paesi (a partire dagli USA) da venti anni a questa parte si è lanciato una sorta di keynesismo privato con la dilatazione del credito bancario al consumo. Ma anche questo fenomeno doveva creare instabilità finanziaria alimentando le note "bolle speculative" finanziarie (fenomeno dei mutui "sub-prime" e dei derivati su cui torneremo oltre.
 
Ciò che qui interessa è che con il deficit e il debito privato si mettono dei soldi in mano a dei consumatori che rilanciano la domanda, quindi il ciclo capitalista, quindi i profitti ottenuti da masse più ampie di plusvalore prodotto e realizzato.
 
Tali soldi, è vero, vanno presto in mano ai capitalisti in cambio dell'alienazione di beni e servizi. Ma è errato affermare che diventano direttamente plusvalore ed ancora più errato rapportare direttamente tali quattrini al capitale variabile, per sostenere, contrabbandando al solito il saggio di plusvalore con quello di profitto, che quest'ultimo, anziché in calo, è in aumento.
 
Col rilancio del ciclo capitalistico, è vero, aumenta pure il plusvalore ed il profitto, ma aumenta in pari modo l'anticipo di capitale, senza influenza significativa sul saggio di profitto.
 
C'è un solo modo, improbabile, che tali quattrini si trasformino in quota rilevante di plusvalore: cioè il caso, puramente teorico, che lo stimolo della maggior domanda non faccia ripartire l'economia. Così se, poniamo, i beni di consumo assommino a 60 milioni di tonnellate equivalenti di grano che costano 60 miliardi di Euro (ci cui 30 in plusvalore e 30 in salari), mediante uno stimolo economico di ulteriori 30 miliardi, tali beni di consumo andranno ripartiti in 20 milioni di tonnellate in salari e 40 milioni in profitti: ma, allora, 1) all'aumento del profitto corrisponde la diminuzione del salario; 2) i beni consumati dai capitalisti (calando!) assommerebbero ad un equivalente di 20 milioni di tonnellate, mentre i rimanenti 20 milioni sarebbero consumati da terzi, in cambio di 20 miliardi di profitti incamerati, tramite il meccanismo del debito, dalla classe capitalista in forma di liquidità.
 
Nella realtà le cose stanno diversamente: tramite il meccanismo della concorrenza e della parificazione del saggio di profitto verrebbero ben presto prodotte 90 milioni di tonnellate piuttosto che 60, così che l'aumento del profitto rispetto al salario si dimostra un fatto puramente temporaneo e di breve periodo.
 
Con il che questa pretesa truffaldina di invocare una crescita artificiosa del saggio di profitto è completamente smontata in tutti gli aspetti.
 
3) La moneta in Marx
 
Marx ancora la moneta, con le sue diverse funzioni (mezzo di circolazione, mezzo di pagamento, tesoro, denaro mondiale), alla circolazione metallica basata sui metalli preziosi, seguendo l'evoluzione storica della civiltà umana dai tempi antichi. Ciò gli permette di partire da una base concreta, storica e materiale, per indagare il valore che, come noto, viene ricondotto - conformemente all'economia classica - al lavoro socialmente necessario incorporato nelle merci. Una base immediata ed evidente, che subito porta al valore di scambio per approdare in profondità, oltre la superficie e l'immediatezza, al valore come rapporto sociale tra produttori.
 
Nel fare ciò Marx fa giustizia delle pretese costruzioni filosofiche hegeliane (11) per mezzo delle quali il reale è un prodotto dell'idea, facendo, al contrario, il percorso opposto: dal reale alle produzioni teoriche che di esso danno una spiegazione razionale. Francamente, non gli si poteva chiedere di fare di più e meglio. Tale indagine non è affatto abbozzata e nemmeno frammentata. Al contrario, nel libro II del Capitale, trattando degli schemi di riproduzione, è minuzioso fino alla noia (12)
 
A Marx viene imputato di non aver analizzato adeguatamente la produzione di moneta bancaria e, nella trattazione della moneta bancaria, di non essere andato oltre alla funzione di raccolta del risparmio e della sua messa a disposizione del capitale industriale. Di nuovo, Marx ha fatto più che bene a fare così perché questa è stata fino a poco tempo fa la funzione principale assolta dalle banche, riflettendo semplici ed elementari categorie dell'economia reale prese in considerazione da ogni economista serio.
 
Come noto, la produzione sociale si suddivide in beni di consumo e di investimento. Parte di questi ultimi sostituiscono il capitale costante, parte vanno a costituire il substrato materiale dell'investimento vero e proprio che allarga il ciclo produttivo. Detratti i beni prodotti in sovrappiù che non si riescono a vendere, perché la sovrapproduzione è una caratteristica intrinseca del capitalismo, l'ammontare monetario della produzione è pari a salari e profitti (al lordo del capitale costante). Parte di questi profitti compongono il reddito del capitalista che egli spende in consumi, parte costituiscono l'ammontare monetario dell'investimento. Ovviamente alcuni capitalisti sono in fase di risparmio, altri in fase di spesa con utilizzo del credito. Da un punto di vista sociale l'ammontare del risparmio non può che incontrarsi con la somma monetaria corrispondente ai beni di investimento che allargano il ciclo. La violazione di questo principio implica la "produzione", a partire dalle banche, di "capitale fittizio", e Marx analizza anche questo, nel libro III del Capitale, con riferimento alla figura astratta di capitale che poteva darsi al suo tempo, senza avventurarsi in voli pindarici su sviluppi futuristici puramente teorici.
 
A livello generale, con riferimento alla produzione sociale (esclusa quindi la produzione di capitale fittizio), le banche nel loro complesso non possono dar luogo ad alcun effetto moltiplicativo del credito. Esse non moltiplicano ne pani ne pesci. Pani e pesci sono prodotti dagli uomini col sudore della fronte. Il moltiplicatore dei depositi, naturalmente, è un meccanismo esistente. Ma è un meccanismo di microeconomia. In un'economia in cui la finanza riflette la produzione reale, mi ripeto, non esiste. Esiste solo nella costruzione di capitale fittizio, in cui il "valore aggiuntivo" non riflette affatto la produzione di beni e servizi. Chi imputa a Marx l'ancoraggio della sua indagine monetaria alla produzione materiale, infine, non ha capito ne la critica marxiana alla legge degli sbocchi di Say, ne gli schemi della riproduzione sociale, ne la sovrapproduzione.
 
Marx conosceva la moneta bancaria e fiduciaria e ne ha trattato, seppur, conveniamo, in modo non troppo astratto ed organico. Altri lo hanno fatto e, per stare ad un autore che viene citato, nessuno vuol disconoscere i meriti di un Wicksell nell'aver immaginato una circolazione sulla sola base della creazione di moneta bancaria col meccanismo di produzione di coppie attività/passività e col meccanismo moltiplicatore. Nessuno impedisce a nessuno di utilizzare in modo proficuo questi contributi successivi e di elaborarne di altri. Ma non mi pare che le "teste d'uovo" del citato convegno abbiano fatto dei passi in avanti in questo senso. Da un lato leggiamo di produzione bancaria di quasi moneta che, affiancandosi a quella ufficiale, neutralizzerebbe gli effetti di riscaldamento/raffreddamento del ciclo economico, per "scoprire" poi, nelle stesse pagine, che un modesto rialzo del tasso di sconto di una FED produce il crollo del credito basato sui mutui "sub prime".
 
Ma quanto sia sottovalutato l'approccio marxiano alla moneta e quanto invece sopravvalutato il meccanismo tecnico bancario è dimostrato da tutte le crisi, compresa l'attuale: il credito si restringe, e al posto della moneta fiduciaria si esige il pagamento col tanto vituperato "contante", e, possibilmente, non fidandosi nemmeno di questo, lo si trasforma nel lingottino da sotterrare o portare in Svizzera! (Non a caso durante le crisi torna la corsa all'oro e il suo prezzo schizza in avanti).
 
4) Crisi e capitale fittizio
 
Fino a pochi decenni fa, diciamo fino alla metà degli anni 80' del secolo scorso, il capitale fittizio si poteva grossomodo limitare all'ammontare dei titoli azionari ed obbligazionari, compresi quelli del debito pubblico. Come Marx illustrò nel libro III del Capitale il capitale fittizio ha un suo sviluppo particolare, relativamente autonomo dall'economia reale. Il corso di un'azione di una società privata è determinato dai tassi d'interesse del sistema bancario, dalle prospettive generali e particolari dell'economia, così come dall'ammontare dei dividendi e dalla regolarità della loro distribuzione, dalla valutazione sulla solidità e solvibilità, infine dalla valutazione del patrimonio. Il suo valore può essere quotato in borsa giorno per giorno ed essere oggetto di speculazioni.
 
Al giorno d'oggi il capitale fittizio è valutato fino a 20 volte l'economia reale mondiale. All'ammontare dei titoli tradizionali va aggiunto l'ammontare dei fondi speculativi di ogni tipo, operanti sui "future", sui "warrant", sui derivati di borsa in genere.
 
Si tratta di un fenomeno (relativamente) nuovo e complesso che va attentamente analizzato. Negare che abbia delle ricadute sull'economia reale è altrettanto sciocco che affermare che esso sia da questa strettamente determinato.
 
L'esplosione delle "bolle" finanziarie con la caduta verticale di interi comparti finanziari, quale che sia la complessità dell'architettura finanziaria su cui sono costruiti, provoca contraccolpi terribili sul sistema bancario, sul credito, sul patrimonio delle società investitrici, quindi, indirettamente o direttamente sull'economia reale. La crisi del 2007 è stata prima finanziaria, poi, a breve periodo, si è trasformata in crisi dell'economia reale. Ma anche la grande crisi del 1929 inizio con il crollo della borsa di Wall Street e di lì a non molto divenne crollo dell'economia reale.
 
Anche qui, malgrado l'enfasi posta sul fenomeno, dall'analisi delle "teste d'uovo", si fanno ben pochi passi avanti: non è dato ad esempio capire quale è il livello sostenibile di un indebitamento, quale incremento dei tassi d'interesse crea il crollo della quotazione dei titoli, quali bolle sono a rischio d'esplosione e in quali tempi. Tantomeno consola apprendere la presenza di regolari irregolarità. Grazie, ma di questi vuoti ossimori che denotano, al di la dei paroloni, l'incomprensione dei fenomeni e la superficilità con cui sono trattati, facciamo volentieri a meno.
 
E' comunque bene affermare, non molto - è vero, quanto sappiamo. Abbastanza comunque per richiamare questi signori ad un uso corretto e proficuo del metodo e dell'analisi marxiani.
 
In primo luogo: se la classe capitalista nel suo insieme decide di risparmiare e trattenere denaro reale, quel denaro necessario alla rotazione dei capitali, evitando così di comperare beni di investimento e di consumo di lusso, una quota di plusvalore non viene realizzata producendosi sovrapproduzione e perdite. Bene che vada l'economia rallenta. Al peggio va in recessione. In ogni caso si produce una ulteriore caduta del saggio di profitto che questa volta non sta dalla parte della controtendenza, ma della tendenza. Uno dei motivi per cui la crisi si produce non è perché i capitalisti consumano di più, ma, al contrario, perché consumano di meno (o comunque non consumano secondo le potenzialità loro concesse dal possesso di denaro derivante dalla vendita delle loro merci). Se questo denaro finisce nel circuito del capitale fittizio possono succedere due cose: o questo capitale viene reinvestito nella produzione, ed allora si rimedia per questa via al mancato investimento diretto; oppure viene investito in speculazione a danno della crescita reale.
 
In secondo luogo nel breve e medio periodo, è vero, il capitale fittizio può venire prodotto attraverso il meccanismo del debito con la fondamentale intermediazione bancaria. Esso può dar luogo nel breve e medio periodo a dei profitti nominali più alti rispetto ai profitti reali del settore reale dell'economia. E' bene però saper di cosa si parla con un esempio calzante. Impegno la mia casa per ottenere un prestito (quindi producendo capitale fittizio) di 200.000 Euro che investo in una società di assicurazioni per lucrare sulla differenza tra i tassi d'interesse. A sua volta la banca vende l'ipoteca ad una seconda banca investendo il ricavato in una società di intermediazione finanziaria. Di nuovo la seconda banca cede l'ipoteca ad una terza, e così via. Il capitale fittizio prodotto con l'ipoteca iniziale viene così moltiplicato di varie volte, pur fondandosi sullo stesso bene che lo origina: la casa. Poniamo che questa moltiplicazione sia per quattro nel giro di 10 anni. Ciò non significa affatto che di questi 800.000 Euro in 10 anni 600.000 siano costituiti da profitti, secondo un tasso di profitto (calcolato con l'interesse composto) del 15 % annuo. Il tasso di profitto nominale è dato solo dai differenziali lucrati sui diversi tassi d'interesse tra una attività ed una passività e dall'aumento della quotazione dei titoli prodotti in ciascuna moltiplicazione di capitale (con la cessione della stessa ipoteca). Cioè, per capirci, se 200.000 Euro in 10 anni diventano 300.000 e se, poniamo, in ogni anno il gioco dei differenziali dei tassi d'interesse è del 2 % , rapportando il montante di questi interessi più la somma della lievitazione del titolo (100.000 Euro) al capitale iniziale di 200.000 otteniamo un tasso di profitto nominale inferiore al 6 %. Ossia un terzo del tasso precedente. Con il rischio che la quotazione dei titoli possa crollare annullando tutta la "fatica" profusa per ottenere la sua lievitazione.
 
Questo gioco può essere - e lo è - un incentivo a lasciare l'investimento reale, dove il tasso di profitto è mediamente sempre più basso, verso il lido finanziario dietro la finta certezza che "io riuscirò a vendere prima che il mio titolo crolli". Gianni Morandi ci ha ricordato questa illusione con un celebre motivetto del quale pochi, forse nemmeno lui stesso, hanno colto il lato ironico (13).
 
In terzo luogo: il capitale fittizio non è affatto indipendente dal capitale reale (14).Non solo e non tanto nel senso che il capitale reale ne da l'unità di misura, quanto perché esso è tale, così come il profitto nominale che su di esso si realizza, in quanto scambiabile in ogni momento con il capitale reale. Se questa scambiabilità viene in forse il crollo delle quotazioni è probabile. Se essa viene meno la probabilità del crollo si tramuta in certezza dell'annullamento. Per cui tale capitale non è affatto in grado di autosostenersi come corpo separato dell'economia reale.
 
In quarto luogo: se tale capitale non è indipendente (e nemmeno completamente autonomo - che vuol dire la stessa cosa) vuol dire che con il capitale reale ha delle relazioni. Sono più strette di quanto possa sembrare. Con l'esempio posto abbiamo demolito l'immagine dei guadagni vertiginosi. Ovvero, possono darsi quanto più elevato è il grado di rischio. Se i vantaggi fossero tali nessun fesso si attarderebbe nel mondo ad investire in economia reale, a delocalizzare, a rilocalizzare sfruttando i differenziali salariali di costo (15). In altre parole il confronto di convenienza tra un settore e l'altro d'investimento continua a vertere sul tasso di rendimento atteso.
 
E non è nemmeno vero che il capitale reale sfrutta di più la forza-lavoro traumatizzata perché incattivito dai fannulloni che moltiplicano a sbaffo il loro capitale. No, non esiste il giusto sfruttamento. Esso è quello che è. Semplicemente la classe, con il tradimento dell'opportunismo e del riformismo da un lato, con la globalizzazione e la crisi economica dall'altro, ha perso potere contrattuale sperimentando rapporti di forza nazionali ed internazionali che non giocano a suo favore.
 
Che dire: l'analisi della crisi rimane aperta e non è storpiando Marx ed ignorando Lenin che si fanno dei passi avanti alla sua comprensione. Semmai ci si allontana. Le pretese avanguardie politiche e sindacali tornino a fare la loro parte e gli intellettuali tornino ad essere organici alla classe.
 
Note
 
1) "Marx e la crisi", Università di Bergamo, 23 aprile 2010.
 
2) Vladimiro Giacché: "Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi"
 
3) Il Marx maturo fa ben presto i conti con il Marx "giovane hegeliano". Come esempio è sufficiente questo passo dal Capitale (poscritto alla II edizione):
"Per il suo fondamento, il mio metodo dialettico, non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche direttamente l'opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli sotto il nome di Idea, trasforma addirittura in soggetto indipendente, è il demiurgo (creatore - n.d.r.) del reale, mentre il reale non è che il fenomeno esterno al processo del pensiero. Per me, viceversa, l'elemento ideale non è altro che l'elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini"
Il Capitale, libro I°, Editori Riuniti, VIII edizione, giugno 1974, p. 44
 
4) Ad esempio, Lenin, nel noto saggio popolare "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", sulla base degli studi di Hilferding ed Hobson, tratteggia a chiare lettere la figura di capitale finanziario come fusione di capitale industriale e bancario, sotto l'egida del secondo, facendo così chiarezza sulla artificiosa contrapposizione tra le due figure. Inoltre delinea il suo dominio sulla società capitalista e sullo stesso capitale industriale.
"Concentrazione della produzione; conseguenti monopoli; fusione e simbiosi delle banche con l'industria: in ciò si compendia la storia della formazione del capitale finanziario e il contenuto del relativo concetto"
Da "l'imperialismo e la guerra imperialista" Feltrinelli reprint, pag 50.
Quindi:
"Il generale il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dall'applicazione del medesimo alla produzione, di staccare il capitale denaro dal capitale industriale e produttivo, di separare il rentier, che vive soltanto del profitto tratto dal capitale denaro, dall'imprenditore e da tutti coloro che partecipano immediatamente all'impiego del capitale. L'imperialismo, vale a dire l'egemonia del capitale finanziario, è quello stadio supremo del capitalismo, in cui tale separazione raggiunge enormi dimensioni. La prevalenza del capitale finanziario su tutte le rimanenti forme del capitale, importa una posizione predominante del rentier e dell'oligarchia finanziaria, e la selezione di pochi Stati finanziariamente più forti degli altri".
Ivi, pag. 62
 
5) D'altra parte, parafrasando Lenin (Che fare? 1902) "Non ci si deve occupare delle questioni poste da questo o quel pubblicista, ma da quelle poste dal movimento reale".
 
6) Sorvoliamo qui sul fatto che nella realtà va tenuto conto della distinzione tra capitale anticipato in fisso (impianti e macchinario) e circolante (materie prime e ausiliarie, semilavorati, forza-lavoro), per cui, di fatto, l'anticipo di capitale è maggiore della semplice somma c + v di capitale costante e variabile.
 
7) "La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo le forze produttive, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali". Marx-Engels: il manifesto del partito comunista.
 
8) Ci è ben nota, come lo era a Marx, la differenza tra prezzi e valori.
 
9) Un intero capitolo del libro II del Capitale (il 19°) è dedicato a smontare l'affermazione smithiana per cui la somma di valore delle merci si riduce alla somma di salari, rendite e profitti, ignorando la riproduzione del capitale costante. Alcuni autori se la cavano a buon mercato introducendo tale riproduzione all'interno della categoria "profitto lordo". Marx, sarcasticamente, conclude così il citato capitolo: " Risultato: la confusione smithiana continua ad esistere ancora oggi, ed il suo dogma costituisce un ortodosso articolo di fede dell'economia politica". Opera citata, pag. 409.
 
10) Marx, libro II del Capitale, cap. 20° - la riproduzione semplice, e cap 21° Accumulazione riproduzione allargata. Opera citata.
 
11) E' vero che nell'analisi del denaro Marx usa il metodo dialettico, lo stesso usato anche da Hegel "L'estensione e l'approfondimento storico dello scambio dispiega l'opposizione latente nella natura della merce tra valore d'uso e valore. Il bisogno di dare, per gli scopi del commercio, una presentazione esterna di tale opposizione, spinge verso una forma indipendente del valore delle merci; e non s'acquieta ne si posa fino a che tale forma non è definitivamente raggiunta mediante il raddoppiamento della merce in merce e denaro". Il Capitale, libro I, opera citata, pag. 119. Ma tale passo è preceduto da questo: "Nel loro imbarazzo i nostri possessori di merci pensano come Faust. All'inizio era l'azione. Ecco che hanno agito ancor prima di aver pensato. Le leggi della natura delle merci hanno già agito nell'istinto naturale dei possessori di merci. Costoro possono riferire le loro merci l'una all'altra come valori, e quindi come merci, soltanto riferendole per opposizione, oggettivamente, a qualsiasi altra merce come equivalente generale. Quindi l'azione sociale di tutte le merci (cioè dei loro possessori - n.d.r.) esclude una merce determinata nella quale le altre rappresentino universalmente i loro valori. Così la forma naturale di questa merce diventa forma di equivalente socialmente valida. Mediante il processo sociale, l'essere equivalente generale diventa funzione sociale specifica della merce esclusa. Così essa diventa denaro". (Opera citata, pag. 119). In precedenza: "Una merce determinata, l'oro, ha conquistato storicamente questo posto privilegiato tra le merci …" (Opera citata, pag. 102). E' del tutto chiaro che il metodo svela, inconsciamente, il risultato che il processo storico ha posto nella pratica quotidiana. Il metodo non inventa nulla. Scopre. Quanto il valore sia un derivato sociale del processo di produzione e non una costruzione filosofica può ben essere dedotto anche da questo sintetico passo: "Gli uomini equiparano l'un con l'altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l'uno con l'altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti omogenei. Non sanno di fare ciò ma lo fanno." (Opera citata, pag. 106).
 
12) Il Capitale, libro II, opera citata, cap. 20: in particolare dal paragrafo 5 al paragrafo 12.
 
13) "Uno su mille ce la fa …"
 
14) "L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come la base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio degli speculatori". Lenin, opera citata pag. 31
 
15) L'attuale globalizzazione segna solo un mutamento di forma nella contesa mondiale. Gia a metà ‘800 il capitalismo è un fatto mondiale. "Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso un fatto mondiale la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari ha tolto all'industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, giorno per giorno, affossate. Esse vengono sostituite da nuove industrie, la cui introduzione è questione vitale per tutte le nazioni civili - industrie che non lavorano più materie prime del posto, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano solamente nel paese, ma in tutto il mondo". Marx-Engels: il manifesto del partito comunista.
 

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