www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 16-07-14 - n. 507

Sulla questione dello Stato

Miguel Urbano Rodrigues | odiario.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/07/2014

In un testo di 40 pagine pubblicato nel 1967 su Militante (*), la rivista del Partito Comunista Portoghese, lo storico leader Álvaro Cunhal definisce la questione dello Stato come la questione centrale di ogni rivoluzione. In questo saggio egli fa rivivere una fondamentale tesi leninista.

Alla fine del diciannovesimo secolo, il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein sosteneva che fosse possibile sconfiggere la borghesia e trasformare radicalmente la società all'interno di un quadro istituzionale (quello tedesco sotto la presidenza di Otto von Bismarck) senza il bisogno di una rivoluzione. Per Bernstein, "il movimento (leggasi riforme) è quasi tutto". La posizione di Bernstein, denunciata come opportunistica e rinunciataria da Rosa Luxemburg e Lenin, segnò l'inizio della rottura col marxismo da parte dei partiti e delle organizzazioni che fino ad allora avevano difeso la presa del potere della classe operaia attraverso il percorso rivoluzionario.

La distruzione del capitalismo in Russia dopo la Rivoluzione d'Ottobre, concepita e diretta dal Partito bolscevico, non pose fine alle controversie riguardo alla questione centrale: è possibile costruire il socialismo in un paese usando le istituzioni create dalla borghesia per raggiungere i suoi obiettivi?

Il colpo di stato in Cile del 1973 guidato dal generale Augusto Pinochet (ideato negli Usa) e la fine tragica dei mille giorni del governo cileno di Unità popolare fu la risposta della storia a chi insisteva nel difendere la "via pacifica" per la costruzione del socialismo, usando lo stato borghese.

Dopo un quarto di secolo, vittorie elettorali in sequenza di Hugo Chavez in Venezuela hanno reso il dibattito in materia nuovamente attuale. La morte prematura del leader della Rivoluzione bolivariana non solo, tuttavia, ha confermato che la sua evoluzione è stata condizionata fortemente sin dall'inizio dal fattore soggettivo, ma ha creato previsioni negative sul corso del processo rivoluzionario.

Álvaro Cunhal ricorda nel suo testo che Lenin insiste sul fatto che una volta preso il potere, il proletariato non può limitarsi a prendere le redini dell'apparato di stato borghese, ma deve distruggerlo e rimpiazzarlo con un nuovo stato.

È utile ricordare che al suo ritorno in Russia dopo la Rivoluzione del Febbraio 1917, Lenin contrastò qualunque forma di collaborazione con il governo del Principe Lvov. Chiedendo nelle sue Tesi di Aprile "tutto il potere ai Soviet", il grande rivoluzionario, nel quadro di un dualismo di potere, delineò un cambiamento nella strategia del partito. Mesi dopo, quando scrisse "Stato e Rivoluzione", Lenin ritornò agli insegnamenti di Karl Marx e approfondì la critica dell'illusione che il partito degli operai possa collaborare con la borghesia (a quel tempo, il governo Kerensky).

Ovviamente la situazione europea agli albori del terzo millennio è molto diversa da quella in Russia del 1917. Ma ci sono lezioni della storia che restano attuali. Álvaro Cunhal enfatizza una di queste nel 1967 per ricordare a tutti che lo stato borghese è "uno strumento di dominio di una classe sopra le altre", e che occorre distruggerlo e rimpiazzarlo con un tipo diverso di stato, una volta che il popolo ottiene il potere. Il lucido saggio di Cunhal è ancora attuale.

Quasi mezzo secolo è passato, in un'Europa dominata dalle grandi imprese, dove molti partiti comunisti sono diventati socialdemocratici e persistono nelle organizzazioni e nelle forze progressiste illusioni sulla cosiddetta democrazia rappresentativa. Essi condannano l'imperialismo e il capitalismo ma, per l'assenza a medio termine delle condizioni soggettive per l'emergere di situazioni pre-rivoluzionarie, essi adottano strategie riformiste, integrate con il sistema esistente. Senza riconoscerlo, agiscono come se potessero un giorno governare attraverso le istituzioni borghesi. Il Partito della Sinistra Europea e partiti come la greca SYRIZA sono in pratica innocui per lo stato borghese e servono i suoi obiettivi. Essi praticano una forma di opportunismo che si mostra nel linguaggio politico dei loro leader. Accettano, ad esempio, la dittatura della borghesia europea con una facciata democratica come una forma di democrazia politica, il che è un serio errore.

Ovviamente i partiti che lottano per il socialismo devono partecipare ai parlamenti e lottarvi per ottenere riforme rivoluzionarie. Lenin ha fornito un riconoscimento importante per questi tipi di intervento. Ma senza illusioni. Il suo ruolo (del partito comunista, ndt) dovrebbe essere quello di combattere il sistema senza la prospettiva di una possibile cooperazione con i partiti borghesi all'interno o all'esterno del parlamento. Le riforme che hanno un contenuto rivoluzionario sono, inoltre, impraticabili nelle istituzioni sotto il controllo del capitale.

Marx e la questione dello stato

In una recente intervista per il sito basco "Boltxe" (pubblicata su lahaine.org il 18 Maggio 2014), mentre commentavo la crisi strutturale del capitalismo, ho richiamato l'attenzione sul rilancio esplosivo del marxismo. Contrariamente alle profezie degli intellettuali anticomunisti, conferenze e seminari sull'opera e il pensiero di Karl Marx si stanno moltiplicando oggi in Europa e nelle Americhe. Per fornire un esempio, un corso su Marx alla Sorbona in Francia, promosso dal filosofo e storico Jean Salem, è un successo, accompagnato su internet da più di 30.000 persone.

L'interesse della nuova generazione per il marxismo conferma la sua vitalità, come una ideologia creativa e dinamica, così come concepita da Marx, un indispensabile strumento rivoluzionario per comprendere il mondo di oggi e le sue trasformazioni attraverso la lotta contro il capitalismo del ventunesimo secolo, che è diverso da quello che ispirò l'autore del Capitale, ma per il quale, tanto oggi come ieri, lo sfruttamento del lavoro umano è una condizione necessaria per la sua sopravvivenza. Dal momento che il capitalismo è essenzialmente disumano, non vedo alternative per l'umanità diverse dal socialismo.

Come comunista sono consapevole che la parola "socialismo" è suscettibile di molte interpretazioni. Le lezioni della sconfitta dell'Unione Sovietica e la trasformazione della Russia in un paese capitalista ci portano, inoltre, alla certezza che la scomparsa del capitalismo non porta ad un unico modello di socialismo.

Negli ultimi anni sono state pubblicate molte opere importanti di filosofi marxisti rivoluzionari. Citerò tra gli altri, le quali opere meritano attento studio, l'italiano Domenico Losurdo e il francese Georges Labica.

Entrambi, vorrei sottolineare, concordano con Cunhal sulla conclusione dell'essenzialità, quando un partito marxista-leninista prende il potere, di distruggere lo stato borghese alle radici. L'esito dell'esperienza cilena - e non potremo mai ricordare troppo questa evidenza - ha dimostrato in modo chiaro l'impossibilità di utilizzare efficacemente l'apparato statale creato dalla borghesia per imporre un sistema incompatibile con questi obiettivi di classe. Il corso degli eventi nel Venezuela bolivariano e in Bolivia confermano inoltre che la cosiddetta "via pacifica al socialismo" è una visione romantica.

Marx e l'estinzione dello stato

E' tuttavia illusorio e ingenuo credere che la distruzione dell'apparato di stato borghese di per sé risolva il problema della costruzione, del funzionamento e della natura dello stato socialista. Poco dopo la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, Lenin avvisò il Partito delle tremende sfide della transizione dell'immediato futuro.

Losurdo solleva in particolare la questione teorica fondamentale del passaggio dal capitalismo ad una società socialista umanizzata senza sfruttatori né sfruttati. In Marx non si trova una risposta a questa problematica cruciale.

Losurdo non critica direttamente la tesi marxista dell'estinzione dello stato. Ma ci ricorda, con una certa frustrazione, le risposte che la storia ha dato riguardo questo tema nelle società dove i partiti comunisti hanno preso il potere e hanno cominciato a edificare il socialismo. Questi partiti hanno sostituito, in un contesto di lotta di classe elevata, lo stato borghese che avevano distrutto con uno stato di transizione. L'obiettivo, ancora lontano, era il comunismo, dopo la costruzione del socialismo.

Ma in nessuno di questi esperimenti rivoluzionari il nuovo stato, costruito dal Partito sulle rovine dell'esistente stato borghese, andò verso l'estinzione, come Marx aveva previsto. È avvenuto il contrario. Lo Stato, per diverse ragioni in distinte circostanze storiche, si rafforzò e crebbe continuamente. Ciò avvenne in particolare nell'Unione Sovietica, a Cuba e in Vietnam. Non credo che gli errori e le deviazioni commesse dai partiti comunisti di questi tre paesi, e ve ne furono di molto gravi, possano essere stati il motivo per cui il ruolo e le dimensioni dello stato socialista non si siano ridotte. Ciò che avvenne, al contrario, fu una ipertrofia dello Stato.

Troviamo la spiegazione di questo fenomeno politico, sociale ed economico, qualcosa di non previsto da Marx, dobbiamo ammettere, nella resistenza dell'essere umano a trasformarsi, persino se per il proprio beneficio.

L'umanità ha ottenuto risultati prodigiosi nel campo della scienza e della tecnologia. La vita oggi è totalmente differente da quella dell'Atene di Pericle. Ma l'uomo del ventunesimo secolo non è né migliore né più intelligente del passato. Consideriamo solo due esempi, Platone e Aristotele. L'homo sapiens contemporaneo, coi suoi pregi, vizi e aspirazioni, non differisce molto nella sua capacità di amare, sentire e lottare dagli ateniesi del quinto secolo prima di Cristo, o dai cittadini di Gerusalemme ai tempi di Gesù.

L'uomo nuovo, per adesso, rimane un'aspirazione, un essere mitico o utopico. Il rapidissimo emergere in Russia di Yeltsin e di milioni di esseri umani del vecchio tipo, con tutti i difetti del capitalismo, impone una riflessione.

La transizione dal capitalismo al socialismo sarà molto più lenta rispetto alla previsione di Marx.

Nell'apparato mostruoso al servizio del capitale noto come Unione Europea, la probabilità di rotture rivoluzionarie nei paesi periferici, a loro volta attratti verso il centro del sistema imperialista, è minima in questa congiuntura, anche dove vi siano le condizioni oggettive favorevoli.

Questa convinzione non implica che i comunisti abbassino le armi nella lotta contro il capitalismo.

L'opzione comunista richiede prontezza continua nel combattere il capitalismo, il nemico dell'umanità.

L'avvertimento di Rosa Luxemburg sulla scelta tra socialismo o barbarie è ancora attuale oggi. Nelle mani dell'umanità giace la scelta tra continuità o estinzione.

Le Rivoluzioni non avvengono nei tempi previsti. Ho avuto il privilegio di essere testimone e di aver modestamente partecipato alla brillante e fin troppo breve saga del 25 Aprile [1974 in Portogallo] e nel difendere le sue conquiste.

So che la mia vita si avvicina alla fine. Ma il mio appuntamento come comunista non è con il calendario ma con i principi e i valori con cui ho vissuto, l'ideologia che ha dato un senso alla mia avventura esistenziale.

Vedo come ingenua la speranza che le rivoluzione future siano il frutto dei movimenti sociali. Lo spontaneismo non produce profondi cambiamenti storici. La lotta di classe continua ad essere il motore della storia. Ed è il partito marxista-leninista di nuovo tipo che fornisce l'avanguardia che può guidare questa lotta.

Al momento le condizioni soggettive per la rivoluzione socialista non sono state create. Ma il capitalismo non ha soluzioni per salvare dalla distruzione il suo mostruoso progetto di dominio universale. E' destinato a scomparire. Il capitalismo è già entrato in un lento processo di implosione.

La marea della lotta di classe si alza. E la convergenza di molte lotte in molti paesi sarà fatale al capitalismo.

Serpa e Vila Nova de Gaia, Luglio 2014

* Edito nel 1967 e rieditato nel 2007, con la prefazione di José Casanova


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