www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 18-09-14 - n. 512

Per una interpretazione marxista dei "Grundrisse" (1)

Renato Ceccarello

09/09/2014

I "Lineamenti Fondamentali di Critica dell'Economia Politica", meglio noti come i "Grundrisse", furono frettolosamente scritti in forma di appunti da Marx per Marx, quindi non destinati alla pubblicazione, nel 1857-58 e da lui utilizzati nella stesura dell'opera matura compiuta (o parzialmente compiuta) "Il Capitale", destinata al pubblico, anche se lui riuscì a dare alle stampe solo il I° volume.

Si tratta di un'opera di difficile lettura, della qual cosa l'autore, che scrive per se stesso, non ha evidentemente colpa. Nell'opera vi è tuttavia uno sviluppo, per circa una ventina di pagine, non ripreso da "Il Capitale" o in altre opere, di ardua interpretazione in cui il convitato di pietra, anche se mai esplicitamente nominato, è il comunismo. Esso è descritto a grandi linee nel suo divenire come "rivoluzionamento" (ma questa è già un'interpretazione) dei rapporti capitalistici di produzione le cui contraddizioni dialettiche, come vedremo, lo pongono.

In queste pagine Marx non parla esplicitamente della necessità della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato, prestandosi così a più interpretazioni, riformista ed "anarchica", come di fatto è avvenuto in Italia in entrambe le versioni.

Certamente è lecita l'interrogazione sulla non ripresa di questi specifici appunti dedicati al nesso capitale fisso, capitale in generale-comunismo. Così come è lecito rispondere che Marx abbia deciso di abbandonarli, forse rendendosi esso stesso conto delle difficoltà di lettura ed interpretazione e, perché no?, della presenza di contraddizioni. Una ciambella non riuscita con il buco, insomma.

Per contro si tenterà qui di dare una interpretazione marxista, coerente cioè con i tratti fondamentali dell'opera di Marx, così come sono stati ripresi dalla fondamentale corrente di pensiero cui il militante-scienziato di Treviri ha dato inizio. (1)

Il testo fa un uso di categorie identiche a quelle de "Il Capitale", anche se alcune diversamente nominate. Per esempio si parla di "lavoro necessario" cui corrisponde in termini di valore il capitale variabile (v) e di "lavoro superfluo" piuttosto che pluslavoro cui corrisponde il plusvalore (pv). Inoltre la categoria "capitale fisso" nei "Grundrisse" è molto larga, comprendendo sì il macchinario che trasferisce il suo valore al prodotto finito un po' alla volta in ragione del suo consumo e della sua usura, ma anche con le sue implicazioni sociali; mentre ne "Il Capitale" la categoria è limitata al macchinario che ruota più lentamente del capitale variabile. Viceversa nel libro II° de "Il Capitale" vi è un'analisi approfondita dei nessi tra le due sezioni del capitale - sezione I° produzione dei mezzi di produzione e sezione II° produzione dei beni di consumo - , assente nei "Grundrisse", che esclude alcuni sviluppi che, in quest'ultimo testo, l'autore da alla produzione di capitale fisso, tale da farlo talora sembrare (qui il giudizio è di nuovo opinabile) come prodotto al di là della pura valorizzazione del capitale. Per essere più chiari il capitale fisso nei "Grundrisse" ha un valore d'uso che non consiste nella produzione immediata di beni di consumo e la cui produzione implicherebbe la partecipazione dell'intera società attraverso il tempo libero dei suoi membri a partire dalla sussunzione (incorporamento) delle conquiste della scienza.

Le pagine in questione si appoggiano ad un assunto fondamentale, che al tempo stesso è anche una legge economica, ossia al fatto che la concorrenza capitalistica sui costi di produzione all'interno di una stessa branca produttiva, per esempio produzione di tessuto, si svolge adoperando nuovo capitale fisso più produttivo (nel senso che aumenta la produttività del lavoro da questo assorbito) per ottenere un plusvalore straordinario che muove al ribasso il prezzo di vendita costringendo tale concorrenza ad adeguarsi adottando l'innovazione introdotta. Nella composizione di valore definitiva se la branca innovata produce beni di consumo il valore di scambio si abbassa, occorrendo meno tempo di lavoro per produrre i consumi che si scambiano colo salario. E ad ogni modo l'incidenza del capitale variabile su quello costante (c), costituito in misura crescente da capitale fisso, si abbassa e perché per lo stesso livello produttivo occorrono meno operai e perché questi costano meno.

Ad innovazione completata la composizione complessiva di valore del capitale innovato C = c + v + pv vede perciò un aumento di c più che di pv a discapito del capitale variabile v, da cui, come noto, segue la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Questo incremento del capitale costante attraverso l'aumento del capitale fisso (il cui lavoro incorporato è chiamato da Marx "lavoro materializzato") provoca, nell'idea dell'autore, una diminuzione del lavoro impiegato (lavoro necessario) di modo che la tendenza di quest'ultimo è di diventare poco significativo nel processo di valorizzazione.

"… il valore materializzato nel macchinario si presenta … come presupposto rispetto al quale la forza valorizzante della singola capacità lavorativa scompare come qualcosa di infinitamente piccolo" (2)

Questo peso preponderante del capitale fisso (perciò del capitale costante) crea nella produzione capitalistica delle nuove contraddizioni, perché esso, obiettivamente, può definire un modo di produzione superiore, in cui la legge del valore non è più l'elemento regolatore della società, salvo il fatto che fino a che permane il dominio della borghesia la base della produzione rimane il lavoro salariato ed il lavoro estorto in forma di plusvalore. La produzione di capitale fisso consentirebbe inoltre una produzione enorme tale da soddisfare in misura crescente i bisogni della società andando al di la degli angusti limiti capitalistici, nei quali ha senso produrre fino a che il prodotto è vendibile, ossia fino a che esistono lavoratori e non in grado di acquistarlo.

Dice infatti Marx:

"con la produzione in masse enormi che è posta con il macchinario, scompare altresì nel prodotto ogni relazione con il bisogno immediato del produttore (dell'operaio) e quindi con il valore d'uso immediato" (3)

Questo nuovo modo di produzione in cui il lavoro necessario viene distribuito su tutti i membri abili al lavoro della società, potendo così diminuire la quota del singolo lavoratore ed aumentare il lavoro liberato non può che essere il comunismo. Che il comunismo sia la chiave di lettura è suggerito dal seguente passo

"Il macchinario non perde il suo valore d'uso appena cessa di essere capitale. Dal fatto che il macchinario è la forma più adeguata del valore d'uso del capitale fisso non consegue affatto che la sua sussunzione sotto il rapporto sociale del capitale sia il rapporto sociale di produzione più adeguato ed ultimo per l'impiego del macchinario" (4)

oltre che dalle considerazioni relative ad altri passi, tra cui il seguente

"Il tempo di lavoro come misura della ricchezza pone la ricchezza stessa come fondata sulla povertà e il tempo disponibile (oltre quello occupato dal lavoro necessario, in attività varie date dallo sviluppo dell'uomo libero, svincolato dal rapporto di capitale) come tempo che esiste nella e in virtù dell'antitesi con il tempo di lavoro eccedente (occupato dal pluslavoro e sussunto dal capitale) , ovvero tutto il tempo di un individuo è posto come tempo di lavoro e l'individuo è degradato a puro operaio, sussunto sotto il lavoro. Il macchinario più sviluppato costringe oggi l'operaio a lavorare più a lungo del selvaggio o di quando lavorava egli stesso con gli strumenti più semplici o rudimentali" (5)

In altre parole è l'antitesi posta alla situazione reale (che perdura tutt'oggi, ben oltre il tempo di Marx, con l'eccezione dell'esperienza del socialismo reale) che costituisce un polo delle contraddizioni cui è sottoposto il capitale attraverso lo sviluppo del capitale fisso.

Questa antitesi pone parte del tempo reso libero con la fine del dominio del capitale, un tempo perciò contrapposto al tempo disponibile per il capitale, cioè plusvaloro, un tempo per lo sviluppo produttivo in grado di rispondere ai bisogni liberando ulteriore tempo di lavoro.

"il tempo libero - che sia ozio, sia tempo per una attività più elevata - ha trasformato il suo possessore in un altro soggetto, ed è proprio come altro soggetto che questi entra nel processo di produzione immediato. Se lo si considera rispetto all'uomo in divenire, questo esercizio è disciplina, e al tempo stesso scienza sperimentale, scienza materialmente creativa e materializzantesi (nel macchinario) se lo si considera rispetto all'uomo divenuto nel cui cervello esiste il sapere accumulato nella società. (6)

Le contraddizioni poste per antitesi sono due.

La prima contraddizione è tra la potenzialità del capitale fisso di produrre oltre i limiti capitalistici e di emancipare l'umanità dal bisogno con la contemporanea creazione di un individuo sociale da un lato e il mantenimento del rapporto sociale di capitale dall'altro.

Scrive Marx:

"Il furto di lavoro altrui, sul quale si basa la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile in confronto a questa nuova base creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere al fonte di ricchezza il tempo di lavoro cessa e deve cessare di esserne la misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la base del valore d'uso (7).

Tale individuo sociale, operaio in divenire, prende quindi il posto dell'operaio tradizionale, e ciò è prefigurato dalla circostanza che già nel capitale questa figura comincia a prendere forma durante il trapasso del lavoro operaio, da indipendente, ossia di mestiere, a sussunto alla macchina come lavoro di sorveglianza. Ma, nel dominio del capitale questo divenire si ferma qui senza diventare divenuto.

La seconda contraddizione poggia sul fatto che la produzione con dominanza di capitale fisso rende il lavoro dell'operaio in quanto sussunto nel macchinario, quindi privato di quelle abilità che in passato costituivano il presupposto dell'operaio di mestiere, un lavoro sociale, indistinguibile dagli altri lavori produttivi, prefigurando la possibilità di una produzione sociale come un tutto unico, senza bisogno che la ripartizione dei beni avvenga con lo scambio dei prodotti, senza quindi che il lavoro diventi sociale come astrazione dei lavori privati delle branche produttive e dei capitalisti.

Scrive infatti Marx:

"Nel processo di produzione della grande industria, come da un lato l'assoggettamento delle forze della natura all'intelligenza sociale è il presupposto della forza produttiva del mezzo di produzione sviluppato a processo automatico, così come dall'altro il lavoro del singolo, nella sua esistenza immediata, è posto come lavoro singolo soppresso, ossia lavoro sociale. Così viene a cadere l'altra base di questo modo di produzione (capitalistico, ossia il fatto che il lavoro sociale deriva dal lavoro privato attraverso lo scambio dei prodotti). (8)

Ciò che non è chiaro in questi passi di Marx, ma che viene chiarito dall'intera sua opera, scritta e militante, è se queste contraddizioni si risolvono gradualmente o necessitano di un preliminare sconvolgimento politico, una rivoluzione, durante la quale almeno i fondamentali mezzi di produzione vengono sottratti ai capitalisti ed utilizzati dallo stato, in rappresentanza del proletariato per organizzare gradualmente (in un periodo di transizione) il modo socialista e comunista di produzione.

Questi brani, così come possono essere interpretati in modo coerente con il marxismo, si prestano pertanto ad essere equivocati.

1 - sul piano del riformismo

Se i presupposti del comunismo già operano nel modo di produzione capitalistico con la tendenza del capitale fisso a dominare le altre forme del capitale si può ipotizzare l'inizio di una transizione senza la necessità che la società si appropri per intero dei mezzi di produzione: diciamo, in brevità, senza una rivoluzione proletaria che socializzi almeno i mezzi di produzione fondamentali. Di fatto il riformismo si basa sulla possibile coesistenza di questi due sistemi contrapposti. Esso ha avuto il suo momento di "gloria" nella seconda metà del novecento, con l'applicazione del keynesismo da un lato e con la creazione dello stato sociale dall'altro.

Keynesismo e stato sociale hanno fatto il paio per lunghi periodi: da un lato la spesa sociale per istituire opere pubbliche e servizi non a pagamento, ma anche imprese pubbliche (Italia, Francia) doveva venire in soccorso all'industria privata tendente alla stagnazione, creando la "domanda aggregata", dall'altro l'istituzione, attraverso i servizi, di un settore economico formalmente non invaso dalla pratica capitalistica.

Nella versione italiana, come portato dell'elaborazione togliattiana, le "riforme di struttura" dovevano progressivamente restringere il campo d'azione delle leggi capitalistiche definendo un'economia di transizione (detta nello specifico economia "mista") che alla fine del percorso avrebbe dovuto avere connotati non capitalistici.

Oggi questa politica è stata abbandonata già con il venir meno del campo socialista, ma con una accelerazione in seguito alla costruzione europea, sotto il peso del debito pubblico, la cui necessità di finanziamento inaugurava la politica dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni.

2 - sul piano dell'anarchismo (anche con teorici e militanti sedicenti comunisti).

Si tratta di larga parte della sponda politica dell'operaismo italiano che ha scelto di disperdersi nel territorio nei centri sociali, dopo aver teorizzato il passaggio dall' "operaio massa" all' "operaio sociale". Se già durante il dominio del capitale questo opera per la sua dissoluzione creando un organismo sociale che esso sussume e sfrutta, ecco che tale organismo viene contrapposto alla fabbrica, con l'operaio produttivo che perde progressivamente "potere contrattuale e sociale", andando verso l'estinzione. Di passaggio, non è male accostare a ciò l'operazione di negazione del partito comunista perseguita da questa tendenza.

A distanza dal momento in cui queste posizioni sono state teorizzate, possiamo vedere come questo anarcocomunismo ristagni, politicamente ed organizzativamente, lungi dall'aver smosso ed organizzato per una prospettiva comunista questi "nuovi soggetti" da contrapporre al "residuale operaio di fabbrica".

In realtà una lettura attenta e ragionata di queste pagine dei "Grundrisse", suggerita tra l'altro dal mondo reale e globale dove il lavoro salariato non è affatto numericamente regredito, oltre che da scritti successivi di Marx, pone la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione la cui soluzione sta nell'espropriazione dei capitalisti. E' questa espropriazione che permette alle moderne forze produttive prodotte in regime capitalistico di dispiegarsi disegnando nuovi e diversi rapporti sociali non in conflitto con esse. Questo risulta chiaramente dal Marx di "Per la critica dell'economia politica" redatto nello stesso periodo dei "Grundrisse" e pubblicato nel 1859.

Nell'introduzione Marx scrive:

"A un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di distribuzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali per l'innanzi tali forze s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale." (9)

Quando Marx scrive:

"Che una parte crescente (della produzione) venga impiegata nella produzione di mezzi di produzione, dipende quindi … dal fatto … che una parte del tempo di produzione è sufficiente alla produzione immediata. Ciò implica che la società possa attendere, che possa sottrarre gran parte della ricchezza già prodotta, sia al godimento immediato, per impiegare questa parte nel lavoro non immediatamente produttivo." (10).

Egli delinea una società di transizione, dove i mezzi di produzione fondamentali sono espropriati dai capitalisti e posti sotto il suo controllo, cosa che è appunto possibile se tutta la società si muove secondo decisioni prese e non secondo linee di tendenza. Ciò implica l'esistenza di un suo governo che amministra l'economia decidendo, a seconda delle fasi quanti e quali mezzi di produzione produrre e quanti beni di consumo.

Molti anni dopo, nel 1875, Marx riprende in termini assai espliciti questo discorso.

"Quella con cui abbiamo da fare qui, è una società comunista, non come si è sviluppata dalla sua propria base, ma viceversa, come sorge dalla società capitalistica; che porta quindi sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno è uscita." (11)

Quindi un nuovo che non è del tutto nella sua nuova base, perché uscito da una rivoluzione; un nuovo che porta quindi le insegne di una vecchia base, ma che, state i nuovi rapporti di produzione instaurati, può corrodere le basi del vecchio fino alla loro estinzione. Per essere ancora più espliciti proseguiamo la citazione

"Perciò il produttore singolo riceve - dopo le detrazioni - esattamente ciò che da. Ciò che egli ha dato alla società è la sua quantità individuale di lavoro. Per esempio: la giornata di lavoro sociale consta della somma delle ore di lavoro individuale; il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata di lavoro conferita da lui, la sua partecipazione alla giornata di lavoro sociale. Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto equivale ad un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un'altra.

Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perché nella nuova situazione nessuno può dare niente all'infuori del suo lavoro, e perché d'altra parte niente può diventare proprietà dell'individuo all'infuori dei mezzi di consumo individuali.

Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità in un'altra." (12)

A ciascuno secondo il suo lavoro piuttosto che "a ciascuno secondo i propri bisogni", diversamente da quanto risulterebbe se al posto del regime capitalistico subentrasse immediatamente una produzione basata sulle forze produttive propriamente comuniste. Ciò avvalora in modo completo la nostra interpretazione delle pagine dei "Grundrisse" secondo cui le contraddizioni poste dialetticamente dallo sviluppo delle forze produttive, in particolare del capitale fisso, si risolvono con la rivoluzione proletaria, ossia con l'atto in cui i capitalisti vengono espropriati e la società può iniziare la produzione e la distribuzione su basi differenti.

Siamo stati tirati, è vero, a scrivere su queste pagine principalmente per ragioni di polemica politica, ma non si può tacere su un nuovo fatto importante. Il capitale oggi non gode di buona salute, specie dopo la crisi finanziaria del 2008. Crescita striminzita in alcuni paesi e recessione continua in altri, distruzione del diritto del lavoro con la sua precarizzazione con salari da fame, disoccupazione di massa manuale e intellettuale. In altre parole incapacità del capitale di porsi come il modello di riferimento per la pubblica opinione. Sembra proprio che la contraddizione tra carattere sociale della produzione ed appropriazione privata non sia ora una pura determinazione dialettica, ma una realtà oggettiva che tarda, per tante cose che sappiamo, a diventare coscienza collettiva.

Marx non parla spesso e lungamente del comunismo, se non quando, come nella citazione precedente, è tirato a farlo. Questo perché, da materialista, lasciava che fosse il movimento della società a dipanare le contraddizioni del capitale e a definire nel concreto i passi del suo cambiamento.

Questo comunismo come divenire necessita oggi di elaborazione. L'assenza di questa elaborazione, associata alla carenza di elaborazione della crisi del capitale (ad esempio del nesso dialettico tra economia reale ed economia finanziaria) è elemento di divisione tra comunisti, per cui se è vero che l'apparato teorico borghese appare impotente rispetto alla crisi del suo modo di produzione, non può essere che le forze comuniste "stiano alla finestra" perché, oltre alla difficoltà oggettiva di incidere, non sono in possesso di modelli interpretativi e propositivi adeguati.

Note

1) Lo scrivente è convinto che una lettura "pluralista" di Marx possa essere fatta solo mutilandone le sue opere e il suo operato politico di almeno una di queste tre caratteristiche fondamentali: togliendovi il carattere rivoluzionario si apre al riformismo; togliendovi il carattere dialettico si apre a interpretazioni meccaniciste, per esempio, in Italia al bordighismo; togliendo infine il carattere organizzato della lotta di classe a cui Marx dedicò il suo operato di militante si apre all'anarchismo. Egli dichiara pertanto, almeno per le questioni richiamate da questo articolo, la sua totale concordanza con il seguente eccellente scritto del 1908 di Plekhanov: "le questioni fondamentali del marxismo" (IEI, Milano, 1945) di cui, anche per la rarità dell'opera, si cita per intero il seguente passo:

"… nell'epoca attuale, la storia prepara in tutti i paesi progrediti uno sconvolgimento di eccezionale importanza, che, è fondato presumere, si produrrà con la violenza. Esso consisterà nella trasformazione del modo di ripartizione dei prodotti. L'evoluzione economica ha creato delle forze colossali di produzione che per essere messe in opera esigono una determinata organizzazione della produzione.

Queste forze non possono trovare la loro applicazione che nei grandi stabilimenti industriali, basati sul lavoro collettivo, sulla produzione sociale.

Ma l'appropriazione individuale dei prodotti, derivando da condizioni economiche totalmente differenti di un'epoca in cui dominavano la piccola industria e la piccola produzione agricola, è in flagrante contraddizione con tale modo sociale di produzione. In virtù di questo modo di appropriazione, i prodotti creati dal lavoro sociale degli operai diventano la proprietà privata degli imprenditori. Questa contraddizione economica iniziale condiziona tutte le altre contraddizioni sociali e politiche esistenti in seno alla società attuale. Ed essa diventa sempre più grave. Gli imprenditori non possono rinunziare alla organizzazione sociale della produzione perché è una fonte della loro ricchezza. Al contrario la concorrenza li obbliga ad estendere tale organizzazione ad altri rami dell'industria, in cui non esiste ancora.

Le grandi imprese industriali eliminano i piccoli produttori e determinano così l'aumento del numero e, per conseguenza, la forza della classe operaia. Si avvicina la conclusione fatale.

Per sopprimere la contraddizione tra modo di produzione dei prodotti e la loro ripartizione, contraddizione nociva agli operai, questi devono impossessarsi del potere politico che si trova attualmente nelle mani della borghesia … L'evoluzione economica porta necessariamente alla rivoluzione politica, e quest'ultima sarà, a sua volta, la fonte di importanti cambiamenti nel regime economico della società.

Il modo di produzione prende lentamente e gradualmente un carattere sociale; la trasformazione del modo di ripartizione sarà un risultato di uno sconvolgimento compiuto con la violenza.

E' così che il movimento storico si svolge, non da noi, ma in Occidente … La forza ha sempre avuto la funzione di levatrice, ogni volta che una nuova società è venuta al mondo. Così parlava Marx, e non era il solo a pensare in questo modo. (ivi pag 138, 139, 140)

2) Grundrisse, Einaudi 1976, pag. 708.

3) Ivi.

4) Ivi, pag 711.

5) Ivi, pag 721.

6) Ivi, pag 725.

7) Ivi, pag 717.

8) Ivi, pag 722.

9) Per la critica dell'economia politica, Editori Riuniti, Roma 1979 pag. 5

10) Grundrisse pag 719.

11) Critica al programma di Gotha, Feltrinelli 1976, pag 16

12) Ivi.


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