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Sul dominio ideologico attraverso il concetto dei gradi transitori di un processo rivoluzionario

Ana Saldanha | odiario.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

31/10/2014

L'edificazione del socialismo, che passa per il necessario superamento del modo d'organizzazione attualmente dominante, ha sempre collocato il movimento comunista internazionale di fronte alla problematica di come effettuare questa transizione. Su tale questione, due sono le letture da sempre antagoniste: una riformista e l'altra rivoluzionaria.

Introduzione

Consideriamo l'opera teorica di Karl Marx e di Friedrich Engels e l'eredità teorico-pratica di Vladimir Ilich Lenin come un'arma teorica che ci rende possibile la trasformazione del mondo. In questo senso, le categorie filosofiche e dell'economia politica di cui ci hanno munito costituiscono la nostra base per una analisi scientifica della realtà concreta, attraverso lo studio dello sviluppo dei rapporti di produzione. Il materialismo storico e dialettico costituisce un sistema di punti di vista scientifici sulle leggi generali che reggono lo sviluppo della natura e della società, permettendoci di riflettere sulle possibilità storiche concrete della rivoluzione socialista e, di conseguenza, delle vie da seguire per l'edificazione del socialismo, verso il comunismo. Questa edificazione, che passa dal necessario superamento del modo di organizzazione attualmente dominante, ha sempre collocato il movimento comunista internazionale dinanzi alla seguente problematica: come effettuare questa transizione? Nella discussione scaturita da tale questione, sono due le letture da sempre antagoniste che si confrontano: una, riformista, che difende la possibilità dell'esistenza di tappe intermedie tra il capitalismo e il socialismo; l'altra, rivoluzionaria, erede degli insegnamenti delle rivoluzioni borghesi dei secoli XVIII e XIXI e della Rivoluzione Socialista d'Ottobre del 1917, che difende la necessaria rottura rivoluzionaria come processo di transizione dal capitalismo al socialismo.

L'assunzione della prospettiva riformista si impose in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, per giustificare la partecipazione istituzionale dei partiti comunisti a governi controllati dalla classe dominante (che essi, teoricamente, volevano sostituire al potere). Gradualmente, partiti comunisti con una storica ed eroica tradizione di lotta e di resistenza, sostennero la possibilità di una via pacifica e istituzionale come possibilità di costruzione del socialismo. Questa visione predominerà all'interno del PCF e del PCI nel dopoguerra, e ci aiuta a comprendere la fine di questi partiti come avanguardia della classe operaia e la loro completa sottomissione alla classe dominante, antagonista, nel tentativo di conciliare gli interessi di classe in modo da gestire il capitalismo e non di superarlo.

Fu così che in Italia Togliatti sostenne la "democrazia progressiva" e il PCF approvò, nel 1968, il Manifesto di Champigny – "Per una democrazia avanzata, per una Francia socialista". La "democrazia avanzata" sorge come una tappa intermedia necessaria per la costruzione del socialismo, senza contrassegnare la natura di classe dello Stato di questa "democrazia avanzata" e, pertanto, tacendo su quale sia la forma di lotta tra le classi antagoniste che permetterà il superamento dei rapporti di produzione capitalistici.

La "democrazia avanzata" pone, definitivamente, le basi dell'eurocomunismo che giungerà a una stessa posizione con Georges Marchais (PCF), Enrico Berlinguer (PCI) e Santiago Carrilho (PCE), responsabili della distruzione della matrice teorica dei partiti comunisti di cui erano segretari generali.

Gli insegnamenti di Marx e Lenin sono, a questo punto, indispensabili. Il testo che presentiamo intende riflettere sulla questione dei "gradi di transizione", ricorrendo pertanto alle categorie marxiste-leniniste che ci permettono di leggere e comprendere i rapporti produttivi imposti dal capitale.

Sul dominio ideologico e linguistico

Il dominio ideologico dell'attuale classe dominante è attuato attraverso diversi mezzi e discipline. Va considerato che, al contrario della corrente idealista, non è l'idea a determinare la realtà, ma è quest'ultima che determina le idee e le concezioni. In questo senso, il linguaggio e la coscienza sono determinate dalla forma nella quale il nostro essere esprime la sua vita produttiva (ciò che produciamo e come lo produciamo) e nascono dalla necessità di scambio tra gli esseri umani. Coscienza e linguaggio costituiscono così un fenomeno sociale, basandosi entrambi sulle relazioni reali che gli individui stabiliscono tra loro: "sono gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero" (K. Marx e F. Engels, 1845, L'ideologia tedesca).

Il linguaggio è, in questo senso, un modo d'essere del pensiero che si materializza nel complesso di segni che rende possibile la comunicazione – e, di conseguenza, la comprensione – umana. Esso però non può essere slegato dall'ideologia, perché il dominio ideologico di una classe abbraccia, analogamente, il piano linguistico, potendo così modificare la natura di un concetto – e in questo modo allontanarlo dalla sua etimologia originale -, o globalizzarlo. Consideriamo la globalizzazione di un concetto, idea o espressione, come l'estensione di questo concetto, espressione o idea da parte di una classe economicamente e politicamente dominante, nello Stato imperialista, alle classi dominate del suo e di altri Stati – che, sebbene siano capitalisti, sono anch'essi dominati da un Impero; per questo motivo, la globalizzazione di un concetto, idea o espressione non tiene in considerazione le differenti condizioni culturali e linguistiche degli Stati che si trovano sotto il dominio imperiale.

Vogliamo, così, far risaltare il fatto che la globalizzazione culturale imperialista, invertendo, modificando e alterando i concetti, le espressioni e le idee, lo fa in modo che il suo dominio perduri. La manipolazione linguistica da parte della classe, oggi, mondialmente dominante è, in tal modo, fondamentale per imporre l'ideologia desiderata.

Coloro che costituiscono la classe dominante hanno coscienza (e una coscienza di classe "per sé") di controllare il contenuto del momento storico in cui dominano come classe. Sono i pensatori, i produttori e i distributori delle conoscenze e delle idee, per cui "le loro idee sono le idee dominanti dell'epoca" (K. Marx e F. Engels, 1845, L'ideologia tedesca).

Pertanto, quando sono utilizzate espressioni come ad esempio "libertà democratiche", "difesa della democrazia" e "difesa delle libertà", bisogna intendere tali espressioni (e, di conseguenza, i concetti che le formano) in un determinato quadro di imposizione ideologica e, pertanto, in un determinato quadro di dominio di classe.

In questo senso, la comprensione del concetto di "democrazia" o di "libertà" dipende dalla sottostante lettura di classe. Quando il capitale afferma che tutte le "libertà democratiche" sono assicurate, nell'attuale stadio di sviluppo capitalistico, segnato dall'approfondimento dello sfruttamento e delle diseguaglianze che conducono ad una profonda regressione civile e alla barbarie, il ruolo dei comunisti deve essere quello di smontare ideologicamente questo discorso.

In un sistema strutturalmente diseguale, mantenuto attraverso il dominio di una minoranza, sfruttatrice su una maggioranza sfruttata, basato sullo sfruttamento dell'Uomo e delle risorse naturali del pianeta, non ci può essere "libertà", ancor meno "democratica", per cui è fondamentale (ri)pensare concetti globalmente volgarizzati. In questo senso, per un rivoluzionario capace di intendere e leggere scientificamente la società che lo circonda, la democrazia borghese è "per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica" (Lenin, 1917, Stato e Rivoluzione). Questo concetto non può, di conseguenza, essere slegato (così come l'esercizio del potere) dalla natura di classe di uno Stato.

Già nel 1902, Lenin segnalava nel Che Fare? che c'è, da un lato, la democrazia borghese "inevitabilmente ristretta, che respinge in modo dissimulato i poveri" e, dall'altro, la democrazia per la quale lotta un rivoluzionario e che significa "la soppressione del dominio di classe".

La coscienza critica ci deve, in questo modo, mettere in guardia relativamente ai concetti tante volte volgarizzati e il cui contenuto pretende di esser globale. Deve, in ugual modo, aiutarci a compiere una critica e autocritica costanti, come uomini e donne rivoluzionarie, capaci di leggere la realtà senza dimenticare di munirci dell'arma teorica contro il capitalismo e la sua attuale fase imperialista.

Dal dominio ideologico (linguistica) alla questione della politica delle alleanze

Sulla manipolazione linguistica, Lenin metteva in guardia sull'errore della lettura riformista di una possibile "collaborazione di classe" (Lenin, 1902, Che Fare?), aggiungendo che la libertà "è una grande parola, ma sotto la bandiera della libertà dell'industria si sono fatte le guerre più brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro i lavoratori sono stati costantemente derubati" (ibid).

In questo senso, la politica delle alleanze tra la classe operaia e, da un lato, gli altri lavoratori, e, dall'altro, le altre classi e strati antimonopolistici (ma non necessariamente anticapitalisti, tra cui "l'obiettivo del socialismo" è pertanto assente) deve esser fatta, non come fine a sé stessa, ma come un mezzo attraverso il quale le classi e gli strati maggioritari (non dominanti) – sotto l'avanguardia della classe antagonista fondamentale – domineranno la classe minoritaria (dominante): "Dal 1905 in poi hanno propugnato sistematicamente l'alleanza della classe operaia con i contadini, contro la borghesia liberale e lo zarismo, senza mai rinunciare tuttavia ad appoggiare la borghesia contro lo zarismo (per esempio nelle elezioni di secondo grado e nei ballottaggi) e senza cessare la lotta ideologica e politica più intransigente contro il partito contadino rivoluzionario borghese, i "socialisti-rivoluzionari", smascherandoli come democratici piccolo-borghesi che si annoveravano falsamente tra i socialisti." (Lenin, 1920, Estremismo, malattia infantile del comunismo)

La politica delle alleanze costituisce, in questo modo, una strategia, volta all'obiettivo rivoluzionario che guida l'azione di coloro che lottano per esso: la costruzione del socialismo – tappa necessaria per la costruzione di una società senza classi, il comunismo. Ora, questo obiettivo può esser raggiunto solo sotto la guida di un partito rivoluzionario, organizzato e disciplinato, il cui "compito (…) non consiste nel proclamare un'impossibile rinuncia a qualsiasi compromesso" ma, soprattutto "nel saper conservare, attraverso tutti i compromessi inevitabili, la fedeltà ai principi, alla propria classe, al proprio compito rivoluzionario, alla preparazione della rivoluzione e all'educazione delle masse popolari per la vittoria della rivoluzione" (Lenin, 1917, Nessun compromesso?). Questi compromessi devono, per questo, esser visti come una mera tattica rivoluzionaria, combinando sia forme legali (come la partecipazione al parlamento borghese), sia forme illegali di lotta.

I compromessi e le alleanze tra classi e altri strati sono, così, necessari, ma solo transitoriamente. Si possono fare, fra l'altro, non solo nel quadro di una dittatura della borghesia, ma, anche, nel quadro di una dittatura (rivoluzionaria) del proletariato, poiché le classi sociali (e, di conseguenza, la lotta di classe), una volta raggiunto il potere del proletariato, in alleanza con altre classi e strati di lavoratori, non scompaiono nello Stato socialista.

Così, ad esempio, nel 1920, tre anni dopo la Rivoluzione socialista in Russia, in una fase in cui ancora si compivano "i primi passi nella transizione del capitalismo al socialismo, la fase inferiore del comunismo" (Lenin, 1920, Estremismo, malattia infantile del comunismo), Lenin rilevava il persistere delle classi sociali, aggiungendo che queste, anche "dopo la conquista del Potere del proletariato", continueranno ad esistere "per anni in ogni parte" (ibid).

Nel processo rivoluzionario, sono, quindi, necessarie alleanze tattiche e strategiche, a volte una convivenza stretta con classi e strati i cui interessi si distanziano dalla maggioranza delle classi e strati dei lavoratori. In questo senso, se il socialismo non significa "soltanto cacciare i proprietari fondiari e i capitalisti (…) ma vuol dire eliminare i piccoli produttori di merci" (ibid) bisogna tenere in considerazione "che è impossibile cacciare, impossibile schiacciare" i piccoli produttori di merci "con i quali bisogna trovare un'intesa, che si possono (e si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro di organizzazione molto lungo, molto lento e molto prudente" (ibid).

Durante il processo rivoluzionario, le alleanze e compromessi devono, poi, esser visti come una necessità per il consolidamento del socialismo, visto che la classe d'avanguardia, i contadini poveri e gli altri lavoratori continuano ad aver di fronte la borghesia e i suoi alleati: "Si può vincere un nemico più potente soltanto con la massima tensione delle forze e alla condizione necessaria di utilizzare nella maniera più diligente, accurata, attenta, abile, ogni benché minima "incrinatura" tra i nemici, ogni contrasto di interessi tra la borghesia dei diversi paesi, tra i vari gruppi e le varie specie di borghesia nell'interno di ogni singolo paese, e anche ogni minima possibilità di guadagnarsi un alleato numericamente forte, sia pure temporaneo, incerto, incostante, instabile, infido, non incondizionato" (ibid), con l'obiettivo di estinguere, gradualmente, le classi e, pertanto, le contraddizioni tra loro, in modo da costruire la società comunista.

D'altro canto, nel quadro della dittatura della borghesia, le alleanze e i compromessi di classe non devono perdere di vista l'obiettivo rivoluzionario della trasformazione della struttura capitalista: "Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere (…) La giusta tattica dei comunisti deve consistere nell'utilizzare queste oscillazioni e non nell'ignorarle, e la loro utilizzazione esige che si facciano delle concessioni a quegli elementi che si orientano verso il proletariato nel momento e nella misura in cui si orientano verso di esso, lottando in pari tempo contro gli elementi che si orientano, invece, verso la borghesia" (ibid). Per realizzare la sua missione storica, la classe rivoluzionaria deve, pertanto, "sapersi rendere padrona di tutte le forme o di tutti i lati, senza la minima eccezione, dell'attività sociale (e condurre a termine, dopo la conquista del potere politico, e talvolta con grande rischio e grandissimo pericolo, quel che non era riuscita a terminare prima); la seconda è che la classe rivoluzionaria deve essere pronta alla sostituzione più rapida e inattesa di una forma con l'altra" (ibid).

Ora, se nella costruzione del socialismo non possiamo negare l'importanza e la necessità di una politica di alleanze con le classi e gli strati antimonopolistici, la partecipazione nelle istituzioni politiche che rappresentano la grande borghesia, nel quadro del suo dominio [la politica di alleanze] può esser vista solo come una eventuale tattica transitoria volta a creare una situazione rivoluzionaria. A questo proposito, ricordiamo i successi degli avvenimenti (e alleanze) che condussero alla Rivoluzione socialista d'Ottobre del 1917: "Il 27 febbraio 1917 il proletariato russo, insieme con una parte dei contadini, scossa dall'andamento degli avvenimenti bellici, e insieme con la borghesia, rovesciò la monarchia. Il 21 aprile 1917 abbatté il potere assoluto della borghesia imperialistica, e fece passare il potere nelle mani dei piccoli-borghesi fautori di una politica di conciliazione con la borghesia. Il 3 luglio il proletariato cittadino, sollevatosi in una dimostrazione spontanea, inferse un colpo al governo dei conciliatori. Il 25 ottobre lo rovesciò e instaurò la dittatura della classe operaia e dei contadini poveri" (Lenin, 1918, Una lezione dura ma necessaria).

Ossia, l'aggregazione di forze, a volte attraverso la via istituzionale, è necessaria per concretizzare, non un mero processo di rottura, ma un processo di rottura rivoluzionaria. Sarà in questo modo, attraverso differenti processi di lotta interclassista, a volte con alleanze tattiche, altre volte strategiche che il proletariato, la classe rivoluzionaria prenderà gradualmente coscienza di essere classe "per sé", la quale, essendo la "coscienza socialista delle masse operaie", costituisce la "unica base che possa garantirci la vittoria" (Lenin, 1902, Che Fare?)

Dal dominio ideologico (linguistico) alla questione dei gradi di transizione

La rottura rivoluzionaria (quando una classe prima dominata passa ad esercitare il controllo e il dominio dell'organismo politico, prima sotto il dominio della classe sua antagonista), necessaria per mettere fine allo sfruttamento che (con l'eccezione del comunismo primitivo) ha sempre accompagnato la storia di ogni società, passa per un grado transitorio fondamentale: "La tappa intermedia tra lo Stato, organo di dominio della classe dei capitalisti, e lo Stato, organo di dominio del proletariato è precisamente la rivoluzione, che consiste nel rovesciare la borghesia e nello spezzare e demolire la sua macchina statale (…). Che la dittatura della borghesia deve essere sostituita dalla dittatura di una sola classe, il proletariato; che alle «tappe intermedie» della rivoluzione seguiranno le «tappe intermedie» dell'estinzione graduale dello Stato proletario"(Lenin, 1918, La Rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky).

Nella lotta per il superamento rivoluzionario del capitalismo è urgente avere costantemente presente una caratteristica fondamentale dell'organo politico di sostegno di una classe dominante (che è alla base di qualsiasi organizzazione socioeconomica – ad eccezione del comunismo primitivo), la natura di classe di uno Stato: "Poiché lo Stato è la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro interessi comuni e in cui si riassume l'intera società civile di un'epoca, ne segue che tutte le istituzioni comuni passano attraverso l'intermediario dello Stato e ricevono una forma politica. Di qui l'illusione che la legge riposi sulla volontà e anzi sulla volontà strappata dalla sua base reale, sulla volontà libera. Allo stesso modo, il diritto a sua volta viene ridotto alla legge" (K. Marx e F. Engels, 1845, L'ideologia tedesca)

Nei differenti modi di produzione che l'umanità ha conosciuto, lo Stato ha sempre avuto un ruolo storico e un significato preciso, essendo il frutto e la "prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili". (Lenin, 1917, Stato e Rivoluzione)

La comprensione della natura di classe di uno Stato è, in questo modo, un punto fondamentale per preparare tattiche e strategie che ci permettono di costruire uno Stato dominato dalla grande maggioranza, oggi dominata. Il dibattito sulle "tappe" e i "gradi di transizione" include anche un altro elemento: la transizione rivoluzionaria per via pacifica – e, pertanto, istituzionale – o per via rivoluzionaria – che necessariamente combinerà forme istituzionali e violente di lotta? A questa discussione non è sfuggito nemmeno il PCP.

Ricordiamo, a questo proposito, il documento pubblicato nell'aprile del 1961 su Militante, dal titolo "La deviazione di destra nel Partito Comunista Portoghese negli anni 1956-1959" e approvato dal Comitato Centrale del PCP. Secondo questa analisi, vi è una deviazione di destra nella Direzione del Partito tra il 1956 e il 1959. Nell'articolo si afferma (punto 2) che la "soluzione pacifica per il rovesciamento della dittatura fascista (…) costituisce una deviazione opportunista di destra che ha contaminato tutto l'orientamento del Partito. Essa si basa sulla falsa valutazione della correlazione di forze sul piano nazionale, sul disprezzo della natura e della forza dello stato fascista, sul giudizio del ruolo delle condizioni oggettive e sulla sottostima dell'importanza decisiva delle condizioni soggettive (di organizzazione e altre), la presentazione della via pacifica, non come mera possibilità o aspirazione, ma come la via probabile e praticabile per sconfiggere la dittatura salazarista, ha avuto un'influenza nociva sull'andamento generale del movimento democratico e sullo sviluppo dell'azione e dell'organizzazione del Partito".

Vogliamo così ricordare che l'autocritica e l'analisi della situazione concreta del Partito tra il 1956 e 1959, a partire dal V Congresso (1957), fece in modo che, nel 1961, il CC considerasse che le linee d'azione e di riflessione politica stabilite dalla Direzione del Partito in quel periodo avevano impedito che (punto 8) "si educassero le masse all'idea del sollevamento nazionale e dell'assalto al potere, spezzarono l'impeto combattivo e la disposizione alla lotta delle masse popolari e portarono il Partito, la classe operaia e le masse in una posizione di attesa e disorientamento".

L'esercizio dell'autocritica ha permesso al PCP di rettificare la deviazione. Fu, nel complesso, questa stessa deviazione che venne assimilata dagli altri partiti europei, o quasi, che considerava la possibilità di una transizione pacifica al socialismo, che si espresse nelle loro concezioni euro-comuniste, nel sostegno delle tappe intermedie, dentro uno stesso modo di produzione, nelle quali sono inclusi i riferimenti alle "democrazie progressive" o "avanzate".

Pertanto la discussione sulle "tappe" e i "gradi di transizione" è fondamentale per la comprensione di quello che fu l'eurocomunismo e delle sue nefaste conseguenze per il movimento comunista internazionale. In questa riflessione, lo studio e la comprensione delle categorie della filosofia e dell'economia politica marxista-leninista, in particolare della categoria di Stato e di una sua lettura alla luce della lotta di classe, sono imprescindibili.

La Rivoluzione di Aprile del 1974 e la contro-rivoluzione del Novembre 1975: la confusione tra "tappe" e "gradi di transizione".

Il 25 Aprile 1974, il sollevamento militare e quello popolare che seguì crearono una situazione rivoluzionaria. Questa situazione rivoluzionaria permise che iniziasse un processo rivoluzionario che venne bloccato il 25 novembre 1975 da una contro-rivoluzione. Questa contro-rivoluzione, ancora oggi in corso, ha permesso l'approfondimento del capitalismo monopolista e della finanziarizzazione dell'economia.

La contro-rivoluzione non ha permesso, in questo modo, che si dessero i diversi gradi transitori necessari per il consolidamento dello stato socialista – ossia, la presa di potere da parte dei lavoratori. Così, la dittatura della borghesia tornò a riaffermarsi, questa volta non sotto la forma fascista, ma – tenendo conto della correlazione di forze di allora (quando il lavoro guadagnava terreno di fronte al capitale) – sotto la forma classica della "democrazia borghese".

Quando nel 17 Aprile 1917, Lenin affermava che "l'originalità dell'attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima fase della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa dell'insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla sua seconda fase, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini" (1917, Tesi di Aprile), la prima tappa – la rivoluzione democratico-borghese – costituiva una mera strategia politica per la creazione di una situazione rivoluzionaria che permettesse la transizione al socialismo.

La necessità di questa prima tappa rivelò, nonostante questo, le sue contraddizioni e limiti. Così, a Settembre dello stesso anno, è lo stesso Lenin a dichiarare il fallimento di questa prima tappa, insistendo sulla necessità di una rivoluzione in cui il potere dello Stato sia nelle mani di un governo rivoluzionario, democratico e popolare, eseguendo la volontà di una maggioranza di operai e contadini: "Il problema del potere non può essere né eluso né rinviato perché è proprio questo il problema fondamentale, quello che determina tutto lo sviluppo della rivoluzione, la sua politica estera ed interna. Che la nostra rivoluzione abbia "perso inutilmente" sei mesi in esitazioni a proposito dell'organizzazione del potere, è un fatto incontestabile, dovuto alla politica tentennante dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi. Ma la politica di questi partiti è stata determinata, in ultima analisi, dalla situazione di classe della piccola borghesia, dalla sua instabilità nella lotta fra capitale e lavoro. Si tratta adesso di vedere se la democrazia piccolo-borghese ha imparato qualcosa in questi importantissimi sei mesi, straordinariamente ricchi di contenuto, oppure no. In caso negativo, la rivoluzione è perduta, e solo un'insurrezione vittoriosa del proletariato potrà salvarla" (Lenin, 1917, Uno dei problemi fondamentali della Rivoluzione).

In Portogallo, il 5 ottobre del 1910 ci fu una rivoluzione democratico-borghese. La borghesia consolidò il suo potere e dominio. Questo dominio si impose gradualmente, distruggendo essenzialmente le relazioni feudali. E', nel complesso, 16 anni dopo che questo potere e dominio si approfondiscono attraverso il terrorismo di stato, alleato della grande borghesia (soprattutto latifondista). La risposta rivoluzionaria a questo dominio della grande borghesia nazionale (in profonda alleanza con l'oligarchia straniera) si verificò il 25 Aprile 1974, quando una rivoluzione democratica e nazionale si oppose al dominio politico ed economico della classe dominante portoghese. Il sollevamento militare e, in seguito, popolare (la cui unione ha permesso lo scoppio di una rivoluzione) crearono, nel complesso, una situazione rivoluzionaria che andava al di là dei presupposti iniziali che avevano guidato i capitani nella sollevazione militare, come alternativa alla dittatura fascista della grande borghesia degli ultimi 48 anni. Si trattò, poi, non di una semplice rivoluzione democratico-borghese – e, pertanto, di una tappa (come Lenin la definisce nelle sue Tesi di Aprile del 1917) che poteva aprire nuove strade alla realizzazione di una rivoluzione socialista -, ma di un processo rivoluzionario che, creando una situazione rivoluzionaria, mirava ad un nuovo ordine socio-economico.

Questa situazione rivoluzionaria permise avanzamenti e progressi: nel complesso, il tentativo di transizione al socialismo fu bloccato dall'avvento della contro-rivoluzione. Da allora, i progressi e le conquiste sia del periodo rivoluzionario, sia del periodo contro-rivoluzionario che immediatamente seguì la Rivoluzione, subirono forti attacchi.

Si pone così all'ordine del giorno, la necessaria trasformazione rivoluzionaria dell'attuale sistema per il suo effettivo superamento.

Così, se il 24 Aprile 1974 ci trovavamo in piena dittatura fascista, oggi ci troviamo dinanzi sia un processo contro-rivoluzionario, che ha avuto inizio con un golpe reazionario il 25 Novembre 1975, sia ad uno stadio più avanzato dello sviluppo del capitalismo monopolista.

Come rivoluzionari, non possiamo, in questo contesto, avere dubbi sulla strada da seguire: superare il modo di produzione capitalista (e i suoi relativi rapporti di produzione) attraverso la concretizzazione della dittatura del proletariato, ossia, della "organizzazione dell'avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli oppressori" (Lenin, 1917, Stato e Rivoluzione) – che "non può limitarsi a un puro e semplice allargamento della democrazia" poiché "insieme a un grandissimo allargamento della democrazia, divenuta per la prima volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia per i ricchi, la dittatura del proletariato apporta una serie di restrizioni alla libertà degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti" (ibid).

Conclusione

Il dominio ideologico della borghesia si impone attraverso diverse vie, colpendo il linguaggio e, pertanto, i vocaboli e le espressioni, alterando i concetti. In questo senso, per un rivoluzionario, tutti i termini e le espressioni comuni e volgarmente utilizzate dalla borghesia devono essere visti alla luce del suo dominio di classe.

Il linguaggio, i concetti, le categorie socioeconomiche che ci permettono di leggere e comprendere la società sono, così, fondamentali per portare avanti la costruzione del socialismo e, allo stesso tempo, metterci in guardia relativamente a quelle proposte e linee d'azione contrarie alla prospettiva della trasformazione rivoluzionaria dei rapporti di produzione imposti dal capitale finanziario.

L'affermazione senza ambiguità della società che vogliamo costruire ci obbliga, quindi, ad uno studio e una riflessione costante per meglio comprendere gli errori di analisi e le deviazioni occorse nel seno di partiti con una eroica storia di resistenza e di lotta, che alla fine conducono alla loro (quasi) disgregazione.

La costruzione di uno Stato socialista – e pertanto, di una organizzazione sociopolitica ed economica di dominio di una classe su un'altra (che, nel socialismo, è il dominio del proletariato e delle altre classi lavoratrici, eventualmente in alleanza con altre classi e strati, sulla grande borghesia nazionale e straniera, ossia, la dittatura del proletariato) – non può realizzarsi senza una politica delle alleanze con altre classi e strati; nel complesso, non possiamo confondere l'apparente costruzione di soluzioni governative, nel quadro del capitalismo, con la trasformazione rivoluzionaria di questo.

Nel lungo processo di lotta di classe, nel quadro del modo di organizzazione socioeconomico costruito e dominato dalla grande borghesia, non possiamo nemmeno sottovalutare la capacità d'integrazione delle masse nella lotta per il socialismo senza mettere in discussione il concetto della presa di coscienza di classe "per sé", che avviene attraverso le varie lotte: in questo senso, consideriamo fondamentale ricordare gli insegnamenti di Lenin quando afferma che la "coscienza socialista delle masse operaie" è la "unica base che possa garantirci la vittoria" (Lenin, 1902, Che Fare?).

Ricordiamoci che non c'è socialismo senza masse che lottano per esso.


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