www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 07-04-15 - n. 538

I comunisti, le elezioni e il parlamento

Liher Calleja | tintaroja.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

07/04/2015

Partendo dalla concezione ideologica del rapporto tra base e sovrastruttura trattata in precedenza, studiamo la questione della partecipazione alle elezioni borghesi e alle loro diverse istituzioni (parlamenti, amministrazioni regionali e comunali…).

Se nello scorso articolo dicevamo che la base economica determina la sovrastruttura, in modo che quest'ultima serva, tra le altre cose, a legittimarla e a facilitarne le funzioni, assegniamo questo stesso ruolo al parlamento e altre istituzioni regionali (autonome) e municipali.

Per tanto, come sintetizzato da Lenin nella sua opera "Stato e rivoluzione", il parlamento non è altro che uno strumento di potere della classe dominante (composta da grandi industriali e banchieri), dove i vari strati della borghesia cercano di accordarsi sulle misure che più li favoriscono. E' possibile qualche riforma congiunturale in seno al parlamento, ma generalmente sono di tipo molto concreto e parziale e, soprattutto, straordinariamente transitorie visto che nel caso esse rappresentino un ostacolo reale per la classe dominante sono facilmente abolite.

In questo senso, noi comunisti non incoraggiamo la falsa illusione che nel parlamento si possano dare soluzioni ai problemi di cui soffre il popolo lavoratore. Inoltre, "i comunisti, [...] denunciano e rivelano agli operai e alle masse lavoratrici la pura e semplice verità: di fatto, la repubblica democratica, l'Assemblea costituente, il suffragio universale, ecc. sono la dittatura della borghesia, e per emancipare il lavoro dall'oppressione del capitale non c'è altra via che la sostituzione di questa dittatura con la dittatura del proletariato. Solo la dittatura del proletariato può emancipare l'umanità dall'oppressione del capitale, dalla menzogna, dalla falsità, dall'ipocrisia della democrazia borghese, che è la democrazia per i ricchi, e instaurare la democrazia per i poveri, cioè rendere effettivamente accessibili agli operai e ai contadini poveri i benefici della democrazia, che restano oggi (pesino nella repubblica - borghese - più democratica) inaccessibili di fatto alla stragrande maggioranza dei lavoratori". [1]

Detto questo, quale deve esser la posizione dei comunisti di fronte alle elezioni e ai parlamenti borghesi: rifiutarle categoricamente o parteciparvi sistematicamente?

Nessuna delle due. Questa ampia discussione tra i diversi settori del Movimento comunista internazionale fu sintetizzata dall'Internazionale Comunista in diverse risoluzioni, nelle quali si sottolineò la necessità di analizzare il momento concreto della situazione concreta per decidere se partecipare alle elezioni o, al contrario, boicottarle. [2]

Si giunse alla conclusione che generalmente bisognerebbe partecipare in questi spazi borghesi giacché occorre "educare gli stati arretrati della propria classe, precisamente al fine di risvegliare e di illuminare le masse rurali, non evolute, oppresse, ignoranti". [3]

I momenti di non partecipazione o boicottaggio diretto possono esser vari, ma si segnalarono maggiormente i momenti di crisi rivoluzionaria o di fervente culmine rivoluzionario delle masse.

Tenuto conto di questo breve quadro teorico, dobbiamo passare alla seguente questione: con quali finalità e metodi i comunisti devono partecipare ai parlamenti?

In primo luogo dobbiamo tenere sempre in mente il fine ultimo di ogni lotta rivoluzionaria.

Anche per la lotta parlamentare, essendo una forma specifica della lotta di classe in generale, vale questa massima. Anzi, viene relegata in secondo piano giacché è subordinata alla lotta delle masse lavoratrici.

In questo senso, le campagne elettorali non devono avere come principale obiettivo la massima raccolta di voti, ma la capacità di mobilitare il popolo lavoratore attraverso le proprie parole d'ordine.

Conviene definire quali sono le caratteristiche di una politica parlamentare comunista, affinché si possa essere capaci di distinguerla da quella di tipo opportunista.

La concezione opportunista del parlamento si basa sulla "salvezza dall'alto", la quale nega il ruolo delle masse lavoratrici nelle trasformazioni sociali. In questo modo, [gli opportunisti] concentrano praticamente la totalità dei loro sforzi nel conseguire riforme parziali nei parlamenti borghesi, riforme di cui, nonostante esse siano modeste e provvisorie, si cerca di attribuirsi il merito in modo da trarre legittimità e guadagnare voti nelle elezioni future. Essi ignorano che le poche riforme che il popolo lavoratore è capace di conquistare sono il frutto di una dura lotta di classe e non la conseguenza del presunto carattere più o meno progressista di un certo governo.

La concezione comunista della lotta parlamentare si basa sull'utilizzo del parlamento come tribuna per l'agitazione rivoluzionaria, per favorire lo sviluppo della coscienza di classe.

Dai diversi parlamenti si cerca di denunciare le manovre del nemico di classe, dando particolare enfasi ai problemi quotidiani (come i licenziamenti, i piani occulti come il TTIP, gli scioperi, ecc.), coinvolgendo e organizzando le masse intorno alle idee rivoluzionarie. Occorre inoltre a questo scopo la presentazione di progetti di legge o emendamenti ad altre leggi, non con il fine di essere approvate dalla maggioranza borghese, ma per dimostrare nella pratica il carattere antipopolare di queste istituzioni. Anche se a volte può essere complicato, è di estrema importanza la difesa scrupolosa della verità negli interventi parlamentari, per quanto dura possa essere, giacché il nostro intervento non cerca di adulare le masse, ma di contribuire alla loro maturazione politica e allo sviluppo della loro coscienza.

I deputati comunisti non devono mai rompere i loro legami con il popolo lavoratore. Devono quindi partecipare alle azioni di massa (come scioperi, riunioni, assemblee…).

Note

1. Lenin, "Democrazia e Dittatura" (1918)
2. Tra le altre: Risoluzione del II Congresso dell'Internazionale Comunista: "Il Partito comunista e il parlamentarismo" e la Risoluzione del Presidium allargato del Comitato esecutivo dell'Internazionale Comunista: "I compiti delle sezioni dell'Internazionale Comunista rispetto alla politica comunale", rispettivamente 1920 e 1930.
3. Lenin, "L'estremismo, malattia infantile del comunismo" (1920)


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