www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 13-07-15 - n. 552

La crisi greca dimostra che l'alternativa al sistema capitalista passa per la rivoluzione

Miguel Urbano Rodrigues
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

12/07/2015

L'evoluzione della crisi greca consegna lezioni importanti alle forze progressiste che in decine di paesi lottano in contesti diversi contro l'imperialismo.
Il principale insegnamento è la conferma dell'impossibilità di quella che settori della socialdemocrazia chiamano "riforma umanizzata del capitalismo".

La vittoria di Syriza alle elezioni greche ha seminato illusioni. I discorsi pieni di promesse di Tsipras durante la campagna elettorale hanno contribuito a che i partiti socialisti in Europa e in America Latina identificassero Syriza come un "partito della sinistra radicale", destinato a introdurre grandi cambiamenti nella società greca. Il governo Syriza-Anel è stato sostenuto anche da alcuni partiti comunisti europei. Ma dopo l'avvio dei negoziati con le istituzioni europee (nuovo nome della troika) si è acclarato che Tsipras avrebbe accettato la maggior parte delle richieste di Bruxelles.

Durante una visita di due settimane in Grecia, nel maggio scorso [vedi qui], ho rilevato come il governo intendesse continuare la stessa politica di sottomissione all'imperialismo del [precedente governo di] coalizione Nuova Democrazia e Pasok, introducendo semplicemente alcuni cambiamenti di immagine.

Le sue continue concessioni alle proposte di Bruxelles non hanno impedito che venisse rinviato l'accordo per sbloccare i 7,2 miliardi di euro al governo di Atene (l'ultima fase della seconda tranche di "aiuti"), evitando il default imminente.

Alcuni giorni prima che scadessero i termini del pagamento di 1,5 miliardi di euro al FMI, Tsipras ha indetto un referendum. Il popolo ha dovuto rispondere se accettare o respingere le ultime proposte dell'Eurogruppo. In un drammatico discorso, Tsipras ha chiesto agli elettori di votare NO.

I cittadini hanno risposto al suo appello. Il NO ha ottenuto oltre il 61% dei voti espressi. Il governo ha interpretato il NO come un appoggio alla politica di Tsipras.

Il referendum, respinto dal Partito comunista (KKE), è stato un colpo di teatro del primo ministro.

Alla ripresa dei negoziati a Bruxelles, il primo ministro greco ha tradito la fiducia degli elettori, chiedendo un nuovo piano di salvataggio di 53 miliardi di euro e presentando all'Eurogruppo proposte ancora peggiori di quelle che erano già state respinte.

Tsipras aveva rifiutato l'austerità, ma alcuni giorni dopo ha proposto un'austerità potenziata. Significativamente, Syriza, Pasok e Potami hanno emesso una dichiarazione congiunta il giorno successivo al referendum: un consenso che rende manifesta la politica di classe del governo.

Ma contrariamente a quello che si aspettava Tsipras, l'Eurogruppo ha differito l'accordo. Un atteggiamento dettato non tanto dalla nuova proposta greca, quanto dalle contraddizioni interne ai paesi membri. Germania, Finlandia, Olanda e altri paesi vogliono escludere la Grecia dall'euro. Diversa è la posizione della Francia.

Il governo Syriza-Anel è disperato. Al momento in cui scriviamo l'accordo si presenta come difficile, nonostante la capitolazione totale che conferma le previsioni del KKE (odiario.info 30/06/2015)

Cile, Venezuela, Grecia

La consapevolezza che il capitalismo non riesce a trovare soluzioni alle sue crisi strutturali ha contribuito a una maggiore aggressività imperialista (Gascao, odiario.info, 03/07/15).

Questa opzione è palese nella strategia degli Stati Uniti, pronti ad attaccare i popoli che non si sottomettono incondizionatamente al suo progetto di dominio mondiale.

Il blocco di Cuba, le guerre contro i popoli di Iraq, Afghanistan e Libia, il sostegno politico-militare alle organizzazioni terroristiche siriane, l'appoggio alle aggressioni dello stato fascista di Israele e le minacce all'Iran esprimono bene questa politica.

Mai la solidarietà delle grandi potenze imperialiste in difesa dell'Ordine del Capitale fu così trasparente.

L'evoluzione della crisi greca conferisce attualità alla lezione del Cile.

La risposta imperiale all'opzione socialista della Unità Popolare di Allende, quando partecipavano al governo un partito socialista marxista e il partito comunista, è stata un barbaro golpe militare.

Trascorsi oltre 40 anni e scomparsa l'URSS, il mondo, egemonizzato dal capitalismo, è molto diverso.

Oggi è sufficiente che un politico al potere decida di rispondere, anche timidamente, alla dittatura del capitale, perché venga considerato un nemico del sistema.

In Honduras, Manuel Zelaya, il presidente costituzionale, è stato deposto da un colpo di stato militare organizzato dagli Stati Uniti. In Paraguay hanno deposto un presidente che cercava timide riforme democratiche non gradite a Washington.

In Venezuela, Bush e Obama hanno montato e finanziato, senza successo, continue cospirazioni per rovesciare Hugo Chavez, anche se le strutture del capitalismo nel paese erano rimaste pressoché intatte.

Morto Chavez, una brutale campagna mediatica ha demonizzato l'inoffensivo "Socialismo del XXI secolo" e il presidente Barack Obama ha inoltre dichiarato che la rivoluzione bolivariana resta una insopportabile "minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti".

In Bolivia, le modeste misure socializzanti di Evo Morales hanno tanto infastidito Washington che l'ambasciatore degli Stati Uniti ha organizzato un complotto (fallito) che ha portato alla sua espulsione da La Paz.

L'alternativa è la rivoluzione

Nella confusione ideologica in corso, stimolati da un sistema mediatico manipolatore, la sottomissione totale del governo greco ai sacerdoti del capitale ha confermato l'impossibilità di trasformazione delle società capitaliste nell'ambito del sistema; cioè, mediante via istituzionale.

Ma le illusioni seminate da Syriza e dai demagoghi populisti Tsipras e Voroufakis si sono dissipate?

No. Le forze progressiste in Europa e alcuni partiti comunisti, in particolare quelli del Partito della Sinistra Europea (SE), anche se nei loro programmi menzionano il socialismo come obiettivo finale (verso il comunismo) agiscono nel sistema, come se fosse possibile raggiungere il potere attraverso le elezioni.

Ovviamente nell'attuale contesto europeo, la conquista del potere politico attraverso una rivoluzione è, a breve termine, impossibile. In alcuni paesi dell'Unione europea ci sono le condizioni oggettive per rotture rivoluzionarie, ma non quelle soggettive.

Ecco perché non sono realistici i programmi, a volte molto ambiziosi, concepiti per una transizione nel quadro di una rivoluzione democratica e nazionale.

In condizioni molto più favorevoli rispetto a quelle odierne, la rivoluzione democratica e nazionale portoghese ispirata ai valori del 25 Aprile [1974, la Rivoluzione dei garofani, ndt] è stata brutalmente interrotta da un colpo di stato militare promosso dalla borghesia con l'appoggio dell'imperialismo.

Oggi, scomparsa l'Unione Sovietica, le grandi potenze dell'Unione europea utilizzerebbero la forza, se necessario, nei confronti di qualsiasi paese membro il cui governo democratico e progressista promuovesse politiche scomode per l'Ordine capitalista.

Che fare allora?

Le rivoluzioni non sono predeterminate.

Trionfarono quasi sempre in situazioni inaspettate, contro l'apparente logica della Storia. E' accaduto per quella francese nel 1789, per la russa nel l917, per quelle cinese, vietnamita e cubana.

Il Partito Comunista di Grecia (KKE) ci offre l'esempio di un'organizzazione rivoluzionaria, che pur nella consapevolezza di non potere conquistare a breve il potere alleandosi con altre forze progressiste, lotta con fermezza e coraggio per la distruzione del sistema capitalista nel suo paese.

Si può non essere pienamente d'accordo con le sue posizioni, ma la sua coerenza e tenacia nella lotta ispirano rispetto e ammirazione nei comunisti degli altri partiti.

Le rivoluzioni - ripeto - non hanno una data prefissata sul calendario. Sono assolutamente convinto che il capitalismo non ha soluzioni per la sua crisi strutturale. E' entrato in un'agonia che può durare molti anni.

Il polo egemone dell'ingranaggio, gli Stati Uniti, mantiene con gli alleati un enorme capacità di scatenare colpi di stato e guerre imperialiste. Sono manifestazioni di disperazione, guerre mostruose che provocano l'aumento della resistenza nei popoli vittime del terrorismo di stato.

La simultaneità e la convergenza di queste lotte e l'ascesa delle lotte di massa nei paesi dell'Asia, dell'Africa, dell'Europa e dell'America Latina possono essere decisive nella disgregazione di questo sistema oppressivo, minato da contraddizioni interne. Possono accelerare la sconfitta finale.

In questa battaglia ritengo insostituibile la partecipazione dei partiti comunisti rivoluzionari.

L'alternativa sarà la costruzione del socialismo, dopo una dolorosa e prolungata tappa di transizione, diversa per ogni paese.

Una certezza: la via istituzionale al socialismo è impossibile, come confermato dagli esempi della Storia.

Gerês, 12 luglio 2015

L'originale portoghese di questo articolo è in
odiario.info



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