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Brasile: tre crisi... ne manca una

Mauro Iasi * | solidarite-internationale-pcf.fr  blogdaboitempo.com.br
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

13/08/2015

Nel contesto brasiliano si intrecciano due crisi: una crisi economica e una crisi politica. Ne manca una, che spesso è decisiva e segna i momenti storici di rottura: la crisi dello Stato.

Direttamente o indirettamente, ogni crisi in una società capitalista è legata a una crisi economica, ma i legami tra dimensioni politiche ed economiche della crisi non sono sempre chiari. Come sappiamo, la crisi è inerente al processo di accumulazione, ma ci sono momenti in cui questa crisi si fa più visibile e dove il paradosso della sovraccumulazione esplode bruciando i capitali, distruggendo le forze produttive, con tutti gli effetti sui lavoratori che conosciamo. Poi, la crisi politica dipende dalla coesistenza delle frazioni della classe dominante e dagli accordi politici per formare il blocco dominante e, in larga misura, dalla forma politica che storicamente si stabilisce e dentro la quale questa coesistenza diventa possibile.

Tuttavia, la crisi dello Stato è qualcosa di più profondo. E' il segnale che la contraddizione va oltre i limiti che l'ordine borghese può contenere. Emerge in primo piano la lotta di classe, che minaccia non solo l'uno o l'altro segmento delle classi dominanti, ma l'ordine borghese stesso. Si tratta di una crisi che, anche se si manifesta in una data situazione caratterizzata dal governo dell'una o dell'altra fazione del blocco dominante, è allo stesso tempo una crisi dello Stato borghese.

La crisi economica

La grande illusione dell'ultimo periodo ciclico è stato il credere al mito dello sviluppo capitalistico "sostenibile", come se si potesse evitare la crisi attraverso la gestione degli investimenti, il controllo fiscale e monetario, del consumo, della spesa pubblica e tutti gli altri fattori della cosiddetta "macroeconomia". Come ammoniva Mészáros [filosofo marxista ungherese, assistente di Lukacks. NdT] tempo fa, si tratta di un vano tentativo di controllare un "metabolismo sociale incontrollabile".

La cosiddetta "sostenibilità" significa, in poche parole, un equilibrio tra la domanda crescente trainata dal consumo e un crescente aumento della produzione, che a sua volta genererebbe più posti di lavoro e, di conseguenza, più consumo e via dicendo. Basterebbe che lo Stato garantisse agli investitori capitalisti delle buone condizioni per garantire la crescita economica, l'aumento delle entrate e delle risorse a disposizione del governo per gli investimenti pubblici, sia nel settore delle infrastrutture, per migliorare la continuità del ciclo economico virtuoso, sia con politiche compensative per ridurre gli effetti più visibili della povertà assoluta.

La radice della crisi attuale è la prova del carattere incontrollabile del capitale. Il capitale si accumula in modo diseguale tra le componenti che lo costituiscono, in proporzione sempre più in capitale costante (macchinari, tecnologia, installazioni, etc.) che in capitale variabile (forza lavoro), generando quella che Marx chiamò la caduta tendenziale del saggio di profitto.

In questo approccio, ciò che genera la crisi non è l'assenza delle condizioni per la crescita dell'accumulazione, ma è proprio la crescita stessa, la quale genera una sovraccumulazione che rende impossibile al capitale il ritorno al ciclo della sua riproduzione con dei profitti accettabili.

Spetta allo Stato borghese, come attore principale, adottare le misure necessarie per attivare nella pratica le contro-tendenze alla caduta del saggio di profitto, e per gestire l'inevitabile crisi ciclica e periodica. L'autore del Capitale ha elencato sei contro-tendenze. Notate come sia possibile identificarle chiaramente nell'azione economica ciclica dei governi borghesi:

- Aumento del grado di sfruttamento del lavoro;
- Riduzione dei salari;
- Aumento della sovrappopolazione relativa (espropriare molto più di quanto venga utilizzato dal capitale nella sua sfera produttiva);
- Riduzione dei costi del capitale costante (sovvenzioni, nuovi materiali, infrastrutture, ecc.);
- Espansione dei mercati, sia per drenare la sovrapproduzione di merci, o per trovare nuove fonti di materie prime o di macchine, ecc., sia, nella fase attuale del capitalismo, per esportare capitali;
- Autonomizzazione della sfera bancaria per compensare con gli interessi pagati sui titoli di Stato o in altre forme, la caduta del saggio di profitto.

Queste misure, che dimostrano l'essenzialità dello Stato nel funzionamento dell'economia capitalista - smontando così il presupposto liberale - non evitano la crisi, né impediscono la caduta tendenziale del saggio di profitto, ma imprimono al movimento dell'economia il suo carattere ciclico, cioè momenti di crescita dell'accumulazione, di picco, di crisi, di recessione e via così.

Quello che vediamo oggi è un momento in cui paghiamo il prezzo della crescita capitalistica descritta in precedenza come virtuosa. Secondo il Bollettino di monitoraggio della congiuntura (www.criticadaeconomia.com.br):

"Rispetto allo stesso mese dello scorso anno, la produzione industriale è scesa del 3,2%, l'indice mensile di giugno 2015 è il 16° consecutivo negativo. Su base semestrale, l'intero settore dell'industria è diminuito del 6,3% nei primi sei mesi del 2015, la riduzione più consistente dal primo semestre del 2009 (-13,0%), all'apice dell'ultima crisi mondiale del 2008/2009. Ancora più allarmanti sono le cifre del crollo dei principali settori industriali. Essi hanno già disattivato gran parte della produzione di beni strumentali (macchinari, attrezzature, installazioni) che è continuata a scendere dal -11,2%, nel secondo semestre dello scorso anno, al -20,0% dei primi sei mesi del 2015. Il settore strategico dei beni di consumo durevoli è un altro esempio, in quanto riflette il calo della domanda di metalli, passando dal -10,1% nel secondo semestre del 2014 al -14,6% dei primi sei mesi di quest'anno".

A far disperare il governo, in questo periodo, è il fatto che i meccanismi di incentivo agli investimenti e per la crescita economica che in precedenza funzionavano, ora sembrano far precipitare l'economia.

Dalla crisi economica alla crisi politica

E' in questo contesto di crisi di sovraccumulazione e di necessità di bruciare i capitali che si rivela l'irrazionalità della logica capitalistica. Il cosiddetto "aggiustamento" attuato dal governo Dilma [Rousseff, presidente, NdT] attraverso il suo funzionario Levy [Joaquim Levy, il ministro delle finanze, NdT] (dire di sostenere Dilma ma essere contro Levy equivale a dire che di essere per i Rolling Stones ma senza Mick Jagger) risponde agli interessi del capitale, ma si scontra con gli interessi dei capitalisti. Spiegazione: si esprime qui, ancora una volta, la vecchia contraddizione propria della società borghese tra l'interesse generale e gli interessi particolari.

Il capitale necessita di distruggere le forze produttive, di ridurre la produzione e il consumo, di devastare i mercati, distruggere il potere d'acquisto della moneta, schiacciare i salari e di licenziare in massa per ricreare le condizioni per la ripresa degli investimenti con tassi accettabili di profitto. Tuttavia, se tutti concordano sul rimedio, non possiamo aspettarci che ogni capitalista in particolare sia disposto a sacrificarsi per il bene comune dell'accumulazione distruggendo le proprie forze produttive e la propria capacità di produzione.

Come ci spiega Mandel, seguendo le orme di Marx, questo è esattamente il motivo per cui lo scoppio della crisi è catastrofica, perché, paradossalmente, nel momento che la precede, i capitalisti, invece di rallentare, intensificano la produzione.

Senza altri interventi, una crisi di questa natura metterebbe a repentaglio l'ordine del capitale, come è avvenuto nei primi anni del XX secolo, con le due guerre mondiali e, in quel contesto, con lo scoppio delle rivoluzioni socialiste in Russia, Cina e successivamente in altre parti del globo. E' lo Stato che, ancora una volta, scende in campo per garantire l'ordine borghese. E' fondamentale la trasformazione della crisi dell'economia capitalista in una crisi di tutta la società, esigendo così sacrifici condivisi per tornare a una mitica crescita che beneficerà tutti.

Tuttavia, le varie fazioni che compongono il blocco di potere (in questo momento storico, i settori che compongono il grande capitale monopolistico), come è naturale supporre, non sempre sono d'accordo sul come gestire la crisi e cercano, in base alla loro vicinanza al governo di turno, di salvare le loro industrie, garantire i loro investimenti e, se possibile, schiacciare i loro concorrenti. L'unico consenso nel blocco dominante ruota intorno al fatto che il peso maggiore della crisi ricada sulla classe operaia, ma anche qui ci sono problemi, perché la sopravvivenza politica di una o dell'altra frazione della borghesia presuppone che non sia identificata con le misure draconiane imposte contro l'intera popolazione per salvare il capitale.

In questo momento, la situazione politica può diventare fonte di confusione per l'osservatore non avvertito. Questo perché, nei conflitti interni della borghesia monopolistica e delle sue espressioni politiche, le frazioni in lotta approfittano della crisi per regolare i conti con il precedente assetto delle forze politiche, per occupare un posto centrale nell'amministrazione dello Stato borghese e del suo governo.

I segni esteriori appaiono invertiti. Storicamente, abbiamo assistito nel nostro continente alla lotta tra conservatori e liberali. Ma i liberali al governo agiscono come conservatori e i conservatori all'opposizione come liberali. Essi gettano il peso della crisi sul blocco politico al governo, per assumerne il posto e beneficiare della ripresa del ciclo di crescita del saggio di profitto ottenuto grazie al massacro dei salari e dell'occupazione, alla distruzione delle forze produttive e della capacità di consumo.

Il PT [Partito dei Lavoratori, di Rousseff e Lula, NdT] ha beneficiato di questo ciclo, del discredito caduto sul blocco PSDB/DEM/PMDB a causa della crisi. Ha raggiunto lo status di partito di governo, ha costruito un nuovo blocco di alleanze per un nuovo governo PT/PCdoB/PSB... e, naturalmente, con il PMDB [PCdoB, Partito Comunista del Brasile, di origine maoista, non deve essere confuso con il PCB, NdT]. Ora, con l'emergere di una nuova crisi e delle sue conseguenze, l'opposizione sta cercando di ribaltare questo gioco, attirando il PMDB allo scopo di formare un nuovo blocco, per una nuova alternanza e per garantire la giusta continuità dell'accumulazione del capitale e dei suoi cicli.

Il fatto è che, in questo contesto, la crisi economica si esprime anche in una crisi politica che potrebbe provocare un cambiamento del blocco di potere al governo. Allo stesso modo, i vari segmenti del grande capitale monopolistico (industriale, agricolo, finanziario, esportatore, commerciale, ecc.), che si sono sistemati nel blocco di governo, sono ora alla ricerca di un'alternativa. In realtà, essi giocano su entrambi i tavoli e sostengono il vincitore.

C'è qualcosa che manca in questo scenario e questa assenza è cruciale per i lavoratori, nell'impasse politica attuale. Il trasformismo del PT e la sua scelta di un governo di collaborazione di classe ha disarmato la classe operaia prima di un possibile scenario di intensificazione della lotta di classe. La posizione al ribasso e difensiva di un "riformismo di bassa intensità", come dice Andrew Singer (io credo che non è stato nemmeno questo), ha posto il centro del governo sotto la dipendenza economica del mito della crescita "sostenibile" rendendolo politicamente ostaggio dell'alleanza con il PMDB.

Il zelante compromesso per attuare l'aggiustamento "necessario" a garantire la continuità dell'accumulazione capitalista, posto come prerequisito per un buon sviluppo del programma di governo del PT, ha fornito al blocco dell'opposizione l'ingrediente di cui aveva bisogno: un governo che si presenti come "di sinistra" e compia un aggiustamento brutale contro i lavoratori per salvare i profitti dei grandi monopoli.

La crisi crea così due vantaggi per il blocco dell'opposizione conservatrice. La situazione economica, la riduzione dei consumi con il debito, la disoccupazione, l'inflazione e l'erosione dei salari, lo smantellamento delle politiche pubbliche e semi-pubbliche di aiuto ai poveri per l'accesso a beni e servizi essenziali (come ad esempio l'istruzione e la sanità), tutto questo genera un clima adatto al sostegno della tesi della mancanza di controllo, coronata dalle accuse di corruzione. Uno scenario in cui un'operazione politica (non al vertice del potere per il momento, ma nella sua base sociale) diventa possibile: allontanare alcuni segmenti medi del governo e conquistarli all'opposizione.

Il secondo vantaggio è per noi il più serio e pericoloso. Si tratta dell'impegno del governo nel salvare il capitale attaccando i lavoratori, allontanandosi dalla propria base sociale originaria della sinistra e ponendosi sotto l'influenza del discorso politico della destra. Una manipolazione efficace che identifica il "Petismo" [PT] con il "comunismo", permette al blocco d'opposizione di attaccare la coalizione attualmente al governo dello Stato borghese, non per quello che fa realmente (perché in questo campo vi è un accordo sulla volontà dell'ordine borghese), ma sul pregiudizio contro la sinistra.

Il moralismo della crociata contro la corruzione serve, così, sia per guadagnare l'appoggio nei settori medi che per attaccare le basi della classe operaia, offrendo la spiegazione della corruzione come una cortina fumogena che nasconda le dinamiche dello sfruttamento capitalistico.

La crisi mancante

Nonostante la drammaticità della crisi (in parte gonfiata per interesse dell'opposizione conservatrice), l'ordine è per ora garantito. Sia dal blocco che cerca di rimanere al potere sia dalla possibile alternanza con un'altra coalizione di forze borghesi maggiormente conservatrici.

Ciò rivela che lo Stato borghese non è stato colpito dalla crisi, o, in altre parole, che la crisi politica si limita a un confronto sulle condizioni e la forma dell'ordine borghese.

La classe operaia, sconfitta e divisa, reagisce come può. Rifiuta le garanzie date alle imprese contro i lavoratori, fa sciopero (spesso), cerca di mantenere in vita i movimenti sociali che lottano per le loro richieste specifiche (la terra, la difesa della salute pubblica, la difesa dell'università pubblica e dell'istruzione, contro gli espropri in città, contro la violenza della polizia, ecc.); Tuttavia, questa non è un'espressione politica che possa trasformare la crisi politica in una crisi dello Stato borghese.

E' comune dare la colpa alla sinistra e alla sua cronica incapacità di unirsi. Ma questa è un'altra perversione della crisi attuale. Il grande problema dell'unità della sinistra (un'urgente necessità) è che una sua parte considerevole è intrappolata nel paradosso che alimenta la crisi politica della classe operaia. Questo paradosso è la necessità di questi settori della sinistra di recuperare il sostegno delle loro basi sociali (e questa è una buona notizia perché criticano la linea generale della politica economica e gli attacchi contro i lavoratori), pur continuando a sostenere il governo che ha deciso di attaccare i lavoratori per difendere una politica di destra.

Il paradosso di questo governo è che per difendersi ha bisogno di mobilitare i segmenti che sono brutalmente colpiti dalle sue politiche. Vuole l'appoggio degli operai, ma impone un giorno di riduzione di salario, delle riduzioni salariali e dei vantaggi ai dirigenti, e li tratta come nemici durante uno sciopero con cui volevano semplicemente recuperare i diritti acquisiti perduti. Vuole l'appoggio dei professori universitari ma smantella l'università pubblica trasferendo migliaia di reais alle università private Vuole l'appoggio di chi lotta per la terra ma dirotta miliardi di dollari all'agro-industria e seppellisce la riforma agraria.

Una vera unificazione di questi segmenti della classe operaia, il suo ingresso deciso sulla scena in difesa delle proprie esigenze, riconfigurerebbe i blocchi politici mettendo in primo piano la lotta di classe tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle classi dominanti (sembra essere in questa direzione che puntano la sinistra in seno al PT e una parte importante dei movimenti sociali). Ciò innescherebbe una crisi dello Stato e metterebbe in pericolo l'ordine borghese, collocando la prospettiva della rottura in primo piano, seppellendo sia la possibilità di una ricomposizione della coalizione di governo attuale con delle forze di sistema sia quella di una continuità con una vittoria elettorale nel 2018.

Noi non crediamo che il nucleo dirigente del PT abbia alcun interesse a muoversi in questa direzione. Esso scommette su una ripresa economica che normalizzi le cose, riportando il PMBD al governo, ritenendo che, in questo scenario, il vecchio ricatto del rischio (che è reale, sostanziale e oggi molto probabile) che l'arrivo al potere di un blocco più conservatore diventi il passaporto per la continuità del ciclo PT. La sinistra riformista del PT e i movimenti sociali non hanno la forza per invertire questa tendenza dentro il PT e non possono abbandonarlo. La sinistra rivoluzionaria resiste a fianco dei lavoratori, ma è lontana, anche unita, dall'essere un'alternativa politica a breve termine. Questo è il paradosso.

A volte, le analisi politiche portano molti a credere che quello che manca sia la volontà politica, che con una buona riunione e la disposizione al dialogo tutto si risolverebbe. Purtroppo, non è così. Ciò che manca è un'uscita della crisi economica che vada oltre i confini della crisi politica e si trasformi in una crisi dello Stato borghese (1). Questa è la buona (e la cattiva) notizia... e può, in breve, non mancare ancora.

(1) "Certo, quest'incertezza, questa mancanza di chiarezza è essa stessa un sintomo della crisi della società borghese. Come prodotto del capitalismo, il proletariato è necessariamente sottoposto alle forme di esistenza del suo produttore. Questa forma di esistenza è l'inumanità, la reificazione. Certamente, con la sua semplice esistenza, il proletariato è la critica, la negazione di queste forme di vita. Ma prima che la crisi oggettiva del capitalismo sia giunta a compimento ed il proletariato stesso sia riuscito a penetrarla ed a comprenderla pienamente, acquistando una vera coscienza di classe, si tratterà di una mera critica della reificazione, che in quanto tale supera ciò che nega solo in modo negativo. Anzi, se la critica non riesce ad andare al di là della pura e semplice negazione di una parte, se non è presente in essa almeno una tendenza alla totalità, allora essa non può affatto oltrepassare ciò che nega, come è dimostrato dal carattere piccolo-borghese della maggior parte dei «sindacalisti»." (György Lukács: Storia e coscienza di classe,1922)

* Mauro Iasi è professore aggiunto alla Scuola del servizio sociale della UFRJ, ricercatore al NEPEM (Centro studi e ricerche marxiste) e membro del Comitato centrale del Partito Comunista Brasiliano (PCB).


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