www.resistenze.org
- pensiero resistente - dibattito teorico - 11-02-16 - n. 576
Materialismo Storico, Struttura e Sovrastruttura del processo Storico, da Marx a Gramsci ai giorni nostri
Mario D'Acunto
03/12/2015
Relazione all'iniziativa Pubblica presso la Biblioteca della Circoscrizione 6 di Pisa.
Il tema che vorrei affrontare oggi pomeriggio riguarda la relazione profonda tra le categorie del materialismo storico ed uno degli aspetti fondamentali dello sviluppo del socialismo del XX secolo, vale a dire il problema della transizione verso il socialismo e i modelli di pianificazione economica nei paesi che hanno conosciuto una rottura rivoluzionaria, paesi in cui la questione della transizione dal Capitalismo al Socialismo è diventata centrale nell'organizzazione economica-politica e sociale della società. I paesi in questione, sono ovviamente l'URSS e Cuba. Non farò una analisi, nemmeno sommaria, dei processi di pianificazione, quello che mi interessa è mettere in evidenza alcuni aspetti che hanno caratterizzato le scelte produttive e sociali e i vincoli pressanti che molto spesso i pianificatori si sono trovati ad affrontare.
Un aspetto va immediatamente segnalato, il materialismo storico ci insegna che i processi storici sono caratterizzati dal loro carattere mutevole e dai meccanismi di sviluppo di questi. Lenin diceva che nel carattere dialettico del materialismo noi sappiamo che lo sviluppo è lotta degli opposti, (Lenin, Sulla questione della dialettica) [1], questo vuol dire che il peso delle concezioni sulla natura che noi sviluppiamo scientificamente e tecnologicamente hanno un peso determinante anche sulle forme di transizioni verso il socialismo che siamo in grado di applicare. Da questo punto di vista, le scelte politiche, sociali ed economiche che vengono, oggi, effettuate dai pianificatori in Cina e a Cuba, sono estremamente importanti per capire come i concetti e le categorie del materialismo siano state di guida nelle scelte di questi paesi. Mentre l'attuale realtà Cinese è particolarmente complessa, e richiede una analisi a parte, quella Cubana offre molti spunti che questa sera utilizzerò.
1) Un primo aspetto da chiarire è il peso del termine economico nella pianificazione. Ogni sistema economico è un sistema che deve produrre oggetti materiali che devono soddisfare bisogni umani.
In una società capitalista, le varie scuole economiche si caratterizzano per il focus che caratterizza il loro approccio con gli aspetti economici. Gli economisti classici (Pietro Verri, Adam Smith, Thomas Robert Malthus, David Ricardo, John Stuart Mill) considerano l'economia come una scienza che studia i modelli e i processi di formazione e distribuzione della ricchezza dei paesi, mentre i neoclassici (Irving Fisher, Vilfredo Pareto, Alfred Marshall, Leon Walras, Arthur Cecil Pigou) pongono l'attenzione sulle modalità attuative che gli individui realizzano per soddisfare i loro bisogni, poiché tali azioni comportano scelte in funzione dei mezzi limitati a disposizione. In entrambe le scuole così come in altre forme di pensiero economiche che stanno all'interno del paradigma capitalista, è centrale l'analisi delle forme che assume il Capitale, le cui condizioni di esistenza non vengono messe in discussione.
Il Capitalismo è definito come un sistema dominato dalla proprietà privata e dalla necessità di produrre e vendere merci e caratterizzato dalla necessità di massimizzazione della capacità produttiva (minimizzazione dei costi di produzione) e la massimizzazione del profitto in seguito alla produzione e alla distribuzione di merce. Per fare un esempio di come funziona il modo di produzione capitalistico pensiamo ad un bene essenziale, il cibo. Il sistema capitalistico produce una quantità di cibo sufficiente per sfamare 12 miliardi di esseri umani, questo perché la capacità produttiva è portata alla sua massima espressione per abbattere i costi di produzione. Ma di questa enorme quantità di cibo, una metà è distrutta o sprecata, e questo per aumentare i profitti, in quanto l'eccedenza di una merce ne provoca anche il suo deprezzamento. Come conseguenza si ha che oltre un miliardo e mezzo di esseri umani ha un accesso al cibo o in quantità non sufficienti o negato del tutto. Inoltre per produrre questa enorme quantità di cibo, poi in parte distrutto, si utilizzano l'85% delle risorse idriche e il 70% dei combustibili fossili:
La logica che trasforma il mezzo (la legge del profitto e l'accumulazione) a fine in sé ha prodotto il grande paradosso del divario tra lo sviluppo delle forze produttive e la distribuzione della ricchezza prodotta.
Si può parlare di quattro forme di Capitale: il capitale finanziario, a volte definito capitale-investimento finanziario; il capitale produttivo, vale a dire gli investimenti produttivi, il "capitale umano", ossia la forza-lavoro, e quello denominato capitale sociale, vale a dire l'accumulazione di conoscenza e pratiche produttive, inserite in un circuito di relazione sociali fondate sullo scambio di conoscenze e pratiche lavorative. Queste quattro forme di Capitale non devono essere pensate svincolate l'una dall'altra, piuttosto organizzate in modo gerarchico, in cui il capitale investimento finanziario si fonde con il capitale produttivo e il capitale commerciale.
Il capitale produttivo e quello finanziario creano quella massa-denaro che permette di spostare investimenti verso quelle aree, che per motivi geopolitici, sono favorevoli per la produzione. Da tale quadro l'economista "borghese" studia le condizioni di ottimo, cioè il più razionale ed efficiente Keyesiana. Basti pensare alle spese militari dei maggiori paesi capitalisti, uno strumento che serve a rilanciare la produzione anche a fronte di politiche liberiste. Gli esempi non mancano, dalle politiche di Bush del primo decennio di questo secolo, fino al New Deal degli anni '30: per uscire dalla crisi del '29 è stata necessaria la seconda guerra mondiale.
Una economia pianificata, al contrario, realizza un sistema economico in cui la proprietà dei mezzi di produzione è statale ed è proprio lo Stato che prende le decisioni in merito agli investimenti, alla produzione e alla distribuzione del reddito.
2) Il problema essenziale del passaggio da una economia di mercato ad una economia pianificata è la questione della "transizione" [2]. Una economia pianificata centralizzata è definita da un Piano, che si sviluppa secondo due elementi: 1) Un progetto, cioè la funzione obiettivo che si propone di raggiungere; 2) le disposizioni prese in vista del raggiungimento della funzione obiettivo, cioè la definizione dei mezzi da utilizzare per il raggiungimento dell'obiettivo del piano.
I rapporti di produzione che si attuano nei paesi socialisti, devono "superare" la contraddizione tra lavoro sociale e lavoro privato, e devono fare in modo che il lavoro sociale si espliciti in una forma diversa dalla forma del valore. Tuttavia gli ostacoli alla realizzazione di un pieno e funzionante calcolo economico sociale, di cui ha parlato Engels, sono stati tradizionalmente [3]: lo sviluppo molto debole delle forze produttive socialiste e dei suoi rapporti di produzione, e dall'altro l'incapacità di avere una reale base di calcolo corrispondente alla complessa realtà. Questo ultimo aspetto oggi può essere superato dall'avvento delle attuali tecnologie informatiche che permettono di maneggiare quantità enormi di dati provenienti dalle esigenze del pianificatore.
La pianificazione infatti è lo strumento principale per mettere in marcia la strategia dello sviluppo e della politica economica. Lo scenario può cambiare rapidamente, così come la produzione, e questo richiede di avere una esatta e affidabile rappresentazione delle esigenze produttive e quindi di enormi quantità di informazioni da leggere e manipolare in tempi brevissimi. Siccome la pianificazione è una fase necessaria nella gestione di ogni attività, nel caso di una economia nazionale, rappresenta un processo di previsione, fissazione degli obiettivi, bilancio dei compiti da risolvere e delle risorse che vanno utilizzato in modo ottimale, essendo queste per definizione sempre insufficienti.
In parole povere, la pianificazione esprime il movimento della società socialista, è la forma di movimento delle relazioni socialiste attraverso cui si concretizzano tutti gli obiettivi e le tattiche di piano. La pianificazione è l'amministrazione cosciente dell'incertezza [4]. Il pianificatore fa una serie di ipotesi, assume un certo comportamento e cerca di minimizzare il grado di incertezza, così da raggiungere l'obiettivo prefissato. Questo lavoro di previsione richiede computer potenti per trattare quantità enormi di dati. Questi computer sono accessibili solo in tempi recentissimi. I pianificatori sovietici non hanno mai avuto a disposizione computer così potenti, essendo costretti a lavorare con strumenti che, oggi, possiamo definire rudimentali e primitivi.
La fase di transizione post-capitalista verso il socialismo (indipendentemente dalla questione dei tempi), non implica il solo processo di statalizzazione e socializzazione delle strutture di produzione, bensì la modifica sostanziale del loro funzionamento basilare. Non si tratta di agire solo sulla forma di proprietà, ma occorre intervenire anche sul modello organizzativo della produzione, sugli obiettivi e sui mezzi per raggiungerli.
Qui le categorie fondamentali del materialismo storico intervengono segnalandoci il primo aspetto: non ci sono modelli universali per la costruzione del socialismo che possano permettere di non essere direttamente connessi alle situazioni particolari dei diversi paesi. Il riconoscimento dell'esistenza di diverse strade per la costruzione del socialismo, che riflettono le diverse condizioni storiche, le diverse condizioni economiche e socio-politiche, della cultura, del pensiero, delle tradizioni, di tutte quelle espressioni caratteristiche dell'attività dell'essere umano e dello sviluppo della sua coscienza, tutti questi non negano i valori né il carattere universale della teoria marxista.
Ma le categorie del materialismo intervengono anche in un altro aspetto cruciale: cioè conciliare la pianificazione nazionale diretta da uno Stato con i meccanismi di mercato che sono in costante mutamento, e utilizzare questi meccanismi senza permettere che diventino dominanti nello stimolo delle azioni degli individui. In questo contesto, si è dimostrato anche come la questione sia estremamente delicata: in tutti i socialismi riformati, in cui si sono introdotti elementi di libero mercato questi hanno finito per prevalere rispetto agli interessi generali e collettivi.
2bis) Una costante nella fase di transizione può essere però trovata. Marx parla di transizione al socialismo a partire dall'esaurimento da parte del capitalismo della sua capacità di sviluppare le forze produttive: "Tra la società capitalista e la società comunista si interpone un periodo di trasformazione rivoluzionaria che corrisponde ad una transizione il cui stato non può che essere la dittatura rivoluzionaria del proletariato".[5]
Nella fase di transizione, la capacità di eliminare lo sfruttamento di una classe sull'altra, si basa sul superamento dei rapporti di proprietà precedenti, infatti le relazioni di proprietà rappresentano il nucleo dei rapporti di produzione, come unica forma per far corrispondere le forze produttive con le nuove relazioni di produzione, che necessariamente possono avvenire solo dopo la presa del potere politico da parte delle classi lavoratrici. Oltre al superamento dei rapporti di proprietà, occorre definire il nuovo modo di produzione: cosa produrre, per chi. Come afferma Marx nella Critica al programma di Gotha, l'operaio deve lavorare non solo per se stesso, ma anche per le esigenze della società [5]. Quindi eliminando ogni forma di sfruttamento equivale ad introdurre un equo calcolo della retribuzione. Questo calcolo non può essere universale, ma anche qui intercorrono le condizioni locali nelle quali si opera nella fase di transizione.
Per esempio, nella Cuba che cominciava la sua costruzione al socialismo, le condizioni coloniali si facevano ancora sentire oltre ai limiti geografici del clima caraibico. Come fece notare Ernesto Che Guevara, non esistono riferimenti utilizzabili dal pensiero di Marx per definire le caratteristiche dell'economia politica nel periodo di transizione al socialismo. E non potrebbe essere altrimenti se siamo all'interno del pensiero materialista. Infatti l'enorme peso specifico del pensiero di Marx ed Engels sta nel fatto per cui il socialismo e il comunismo non sono un insieme di prescrizioni elaborate ex ante dalla cattedra, bensì un movimento reale che abbatte lo stato di cose presente. La transizione verso il socialismo si costruisce con la prassi rivoluzionaria, la stessa che ha sempre portato alla sperimentazione di forme di pianificazione adeguate allo sviluppo specifico delle forze produttive, così in Russia a partire dal '17, in Cina dal '49, a Cuba dal '59. Questo non vuol dire un maggiore peso della prassi sulla teoria, ma come ci insegna il materialismo storico, la coscienza e la teoria rivoluzionaria non può che nascere dal vivo dello scontro sociale, dal vivo delle lotte delle classi lavoratrici e dal continuo confronto con queste.
3) Da Lenin prendiamo in prestito due concetti: Lo sviluppo è lotta degli opposti; e Quali sono le forze produttive, tali devono essere i rapporti di produzione. [6]
Nelle economie di mercato come in quelle pianificate, un ruolo strategico è dato dal capitale sociale. Marx ed Engels hanno mostrato che l'economia capitalista si associa a forme di produzione e forze produttive sempre più sociali e questo fa sì che la socializzazione dei mezzi di produzione diventi una necessità oggettiva. Inoltre, l'introduzione di nuove tecnologie nel processo produttivo implica anche una profonda modifica della forza-lavoro, il suo impiego quantitativo e qualitativo.
Analogamente, come è stato fatto notare de Bettelheim, "l'esistenza delle categorie di mercato all'interno del settore di Stato dell'economia socialista, è legata al fatto che all'attuale livello di sviluppo delle forze produttive, i soggetti economico-giuridici devono disporre di un certo margine di iniziativa affinché il sistema economico d'insieme possa funzionare in modo efficace" [2]. Lenin diceva ".. il fatto che per la repubblica dei soviet, il fatto di chiamarsi Repubblica Socialista non significa affatto che il nuovo ordine economico debba essere socialista, ma esprime invece, la volontà del potere dei soviet di assicurare la transizione verso il socialismo" [4].
Analogamente, nei primi anni dell'esperienza cubana, Che Guevara e Fidel Castro furono portati a riconsiderare sotto nuovi aspetti l'approccio dell'economia politica, in quanto convinti che le tesi di Engels riguardo l'organizzazione socialista per tappe dei paesi arretrati fossero da riattualizzare. Infatti uno dei fondamentali problemi nella economia di transizione è il permanere o meno della legge del valore, che è uno dei pilastri dell'economia capitalista. Che Guevara era convinto che la coesistenza tra pianificazione e legge del valore poteva essere possibile solo nella fase iniziale del processo rivoluzionario, nel corso della transizione, venendo meno la legge del valore, andranno a scomparire il mercato ed il denaro.
Le domande fondamentali nella prima fase della pianificazione cubana, o meglio dell'approccio cubano alla pianificazione, le problematiche relative alla transizione, riguardano la teoria del valore, ma anche la concezione materialista della storia: la materialità del marxismo è la materialità delle relazioni sociali all'interno del quale è racchiuso il destino della storia dell'essere umano. Pensare di cambiare il mondo senza una rivoluzione è improponibile, in quanto si tratterebbe di trasformazioni anche positive ma all'interno di un sistema economico capitalistico, e quindi di una sistema di dominio di una classe sull'altra.
Il dibattito e l'attuazione della pianificazione in questo contesto di transizione si orientarono, sotto la spinta del Che, verso una grande attenzione dell'elemento umano come protagonista della nuova organizzazione produttiva e distributiva. Un carattere umano che la pianificazione sovietica, anche per motivi oggettivi, non avrà mai, o almeno non in modo così palese. Inoltre, nelle fasi iniziali, soprattutto nella direzione del Che, la valutazione principale era che le leggi mercantili-monetarie e del valore fossero un male necessario di cui liberarsi quanto prima. Accettare le relazioni mercantili-monetarie come qualcosa di naturale, non solo implicava logiche aliene al socialismo, come già Marx aveva evidenziato nella Critica al Programma di Gotha, ma implicava che accettare che l'economia socialista e quella capitalista siano dirette dalle stesse leggi. In pratica, una pianificazione siffatta mostrerebbe essere solo un cambiamento delle variabili sulle stesse equazioni concepite dalle economie capitaliste. Ma è pur vero, è questo era chiarissimo sia a Lenin che a Che Guevara, che la soggettività rivoluzionaria non può mai prescindere nel suo modus operandi dalle condizioni oggettive storicamente date.
La capacità di adattamento del marxismo alle condizioni oggettive, caratteristica questa che discende dalla sua visione materialistica della storia e dei processi in atto, stanno alla base della NEP (Nuova Politica Economica), che negli anni '20 immediatamente dopo la fase del Comunismo di Guerra, introduce elementi mercantili nell'economia sovietica. Ma la NEP viene concepita come una fase obbligatoria sì, date le condizioni oggettive in cui versava l'economia sovietica, ma transitoria. Analogamente la concezione della legge del valore può essere accettata solo perché transitoria e non universale in una economia socialista.
Il problema è quindi come superare, pur in una fase fortemente transitoria, la legge del valore? A Cuba nel biennio '63-'64 si scontrano due diverse visioni: la prima era quella del cosiddetto "Calcolo Economico", che prevedeva una sorta di autogestione finanziaria dell'impresa, che poteva a sua discrezione dare premi in denaro ai lavoratori per eliminare l'assenteismo; l'altra visione è quella sostenuta dal Che del "Sistema Budgetario di Finanziamento" in cui si prevede di riequilibrare tutti i rami della produzione attraverso una pianificazione economico-finanziaria complessiva. Entrambe queste visioni si sono scontrate con la difficoltà oggettiva di tutti i modelli di pianificazione nei sistemi socialisti:
"la quantità di lavoro sociale racchiusa in un prodotto, non ha bisogno di essere fissata solo indirettamente. La società può semplicemente calcolare quante ore di lavoro sono contenute in una macchina a vapore, o in un ettolitro di frumento dell'ultimo raccolto, in centro metri quadri di stoffa di una certa qualità. In un sistema pianificato si dovrà organizzare un piano di produzione a seconda dei mezzi di produzione ai quali appartengono anche le forze-lavoro. Il piano sarà, quindi, determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso, considerati in rapporto tra di loro e in rapporto alla quantità di lavoro necessaria alla loro produzione, senza l'intervento di ogni qualsivoglia tipo di valore". [7]
Questo approccio prevedeva un maggiore peso dei lavoratori nell'organizzazione produttiva e quindi il controllo politico della produzione. Come aveva previsto Engels, in pratica, le categorie di prezzo e di valore non dovrebbero avere effetto nei calcoli essenziali alla pianificazione socialista. Tuttavia questa previsione teorica di Engels non si è realizzata nelle economie socialiste, in quanto in tutti i modelli di pianificazione si è sempre tenuto conto delle spese e delle entrate monetarie, attraverso il calcolo monetario che tiene necessariamente conto del sistema dei prezzi. La differenza con un sistema mercantile, è che in un sistema socialista si deve tenere conto anche di calcoli non monetari che sono legati alla ricaduta sociale della produzione oltre che alle necessità politiche [2].
La sfida della pianificazione e della transizione al socialismo sono di una straordinaria attualità, in quanto il sistema capitalista è incompatibile con le esigenze di 7 miliardi di esseri umani e di un pianeta, la Terra, sempre più piccolo per lo sfruttamento secondo la logica del profitto.
Bibliografia
[1] Stalin G.V., Materialismo Dialettico e Materialismo Storico, http://xoomer.virgilio.it/primomaggiointernazionalista/testi/documenti.libri/libri/stalin_materialismo.htm ( Visitato il 26 Ottobre 2015)
[2] Bettelheim C., Problemi teorici e pratici della pianificazione, Samonà e Savelli, 1969.
[3] Engels F. Anti-During, Editori Riuniti, 1971
[4] Vasapollo L., Il Tocororo e l'Uragano, Zambon editore, 2011.
[5] Gamba E., Pala G., Il programma minimo per la classe e i comunisti in una fase non rivoluzionaria, La Città del Sole, 2015.
[6] Lenin V.I., Stato e Rivoluzione, Editori Riuniti, 1970.
[7] Guevara E., L'Economia, Baldini Castoldi Dalai, 1996
|
|
Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support Resistenze.org.
Make a donation to Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|