Geopolitica e Lotta di classe - Intervento del TKP all'Incontro Internazionale delle Pubblicazioni Teoriche di Sinistra a Cuba
Anıl Çınar - Partito Comunista di Turchia (TKP) | tkp.org.tr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
17/10/2025
In rappresentanza del nostro partito, Anıl Çınar, membro del Consiglio del TKP, ha partecipato all'Incontro Internazionale delle Pubblicazioni Teoriche dei Partiti e dei Movimenti di Sinistra organizzato quest'anno dal Partito Comunista di Cuba e dedicato al centenario della nascita di Fidel Castro, il grande leader della Rivoluzione Cubana. Di seguito riportiamo il testo completo dell'intervento tenuto da Anıl Çınar durante la conferenza intitolata «Geopolitica e relazioni internazionali».
* * *
Geopolitica e geo-strategia sono concetti non molto amati da noi marxisti. La ragione è che nella formazione di una strategia rivoluzionaria il ruolo occupato dagli equilibri di classe è universale e, in un certo senso, prioritario. La geopolitica, invece, come indica il suo stesso nome, si basa sulle proiezioni territoriali degli Stati e degli specifici fattori di potere. In questa prospettiva, le classi possono apparire come semplice fattore secondario.
Malgrado ciò, gli eventi che conducono la classe dominante alla crisi e alle dinamiche rivoluzionarie - in relazione al sistema imperialista mondiale - hanno inevitabilmente un risvolto geopolitico. Al punto che le domande sul momento e sul modo in cui potranno maturare le trasformazioni rivoluzionarie in ciascun Paese e nel mondo, sulle fratture che potranno dare loro origine e sul modo in cui potrà essere difesa la rivoluzione possono trovare risposta soltanto in una prospettiva molto specifica e determinata dal fattore temporale. E tutto ciò, in effetti, costituisce in un certo senso una geo-strategia.
Nelle tesi redatte da Lenin nei mesi di marzo e aprile del 1917 è impossibile non riconoscere questa geo-strategia nelle sue osservazioni sulle condizioni di esistenza e di durata della spinta rivoluzionaria. E d'altronde, come dimenticare le modalità in cui le rivoluzioni e i movimenti indipendentisti contro l'imperialismo dell'Ottocento e del Novecento hanno plasmato la mappa dell'Europa e del mondo? Se teniamo presente come ognuno di questi progressi dovette fronteggiare forze controrivoluzionarie ed eserciti di occupazione, non possiamo non ammettere che questo processo conteneva una forte componente «geopolitica».
Basta ricordare la mappa del Medio Oriente diffusa da George W. Bush in tutto il mondo prima di invadere l'Iraq, o la mappa che Netanyahu si è trovato a presentare a una sala vuota durante una seduta delle Nazioni Unite per capire che, volenti o nolenti, d'ora in avanti saremo costretti a tenere sempre sott'occhio delle mappe.
I nostri nemici non conoscono limiti - nemmeno i limiti rappresentati dalle frontiere. Basta vedere in quali condizioni hanno ridotto il mondo. Dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica e dalla frammentazione della Jugoslavia a oggi, la tendenza che si osserva è chiarissima: l'imperialismo ha dimostrato di voler gettare nella spazzatura la mappa di un intero Novecento segnato da rivoluzioni e lotte di liberazione nazionale.
Nelle due grandi guerre mondiali - e in ogni occasione - gli imperialisti hanno dimostrato la propria determinazione a spartirsi il mondo a piacimento, nei momenti in cui nessuno era in grado di contrastarli. Oggi - e già da tempo, in realtà - sfruttano a loro vantaggio l'assenza di una grande potenza socialista che li contrasti come in passato.
L'idea che le frontiere dei Paesi possano essere modificate viene proclamata apertamente e confermata dai fatti. Il linguaggio della diplomazia è più che mai impregnato di guerra. L'idea che in qualunque momento possa accadere qualunque cosa, e che i più potenti possano fare ciò che vogliono senza che nessuno li trattenga, ha trasformato le dinamiche del mondo imperialista in una «legge della giungla» come mai prima d'ora.
E certamente, tutto questo obbliga anche noi a tenere sempre gli occhi puntati sugli eventi internazionali.
Ma è proprio per queste ragioni che dobbiamo porre al centro una prospettiva di classe. Proprio un mondo di questo tipo, infatti, crea un clima in cui la questione di classe si sviluppa silenziosamente per poi prendersi la sua vendetta.
Pensiamoci: ogni volta che abbiamo concepito la lotta palestinese come qualcosa di distinto dalla lotta del povero contro il ricco e dell'oppresso contro l'imperialista e l'occupante, è stato proprio allora che abbiamo iniziato a perdere la nostra arma più potente. Perdere il sostegno dell'opinione pubblica mondiale non era forse la più grande preoccupazione del sionismo? Gli eventi degli ultimi mesi non dimostravano forse che cosa può accadere a un occupante che inizia a perdere legittimità perfino agli occhi dell'opinione pubblica statunitense e nei settori della popolazione su cui faceva maggiore affidamento? Non è evidente che la risorsa su cui il popolo palestinese può maggiormente contare è che tutti noi, uno per uno, riusciamo a conquistare l'opinione pubblica dei nostri rispettivi Paesi?
Tutto questo, nella sua presenza come nella sua assenza, costituisce la vendetta della prospettiva di classe.
Il fatto che oggi l'Europa, e sempre più anche il resto del mondo, venga investita da un clima di guerra e di stato di eccezione a opera della classe dominante e dei suoi governanti va forse attribuito esclusivamente agli eventi internazionali e alla loro logica interna? Possiamo forse separare il fatto che d'ora in avanti Volkswagen o un'altra grande impresa inizi a produrre materiale bellico dal fatto che si stia tentando di abituare milioni di persone a vivere all'interno di rifugi, dal dilagare dell'ostilità verso i migranti, dal razzismo e dall'ascesa della destra? E oggi, possiamo forse considerare questi provvedimenti eccezionali, adottati in Paesi che - per utilizzare una terminologia che ci appartiene - sembrano costituire in assoluto un «anello debole», come separati dalla paura di una possibile agitazione rivoluzionaria?
Sarebbe un grave errore considerare tutti questi processi - innescati sia deliberatamente sia in modo spontaneo, ma caratterizzati da profondi risvolti di classe - come qualcosa di separato dall'attualità della rivoluzione. È vero che da tempo non compaiono all'orizzonte esplosioni rivoluzionarie, impulsi concreti. Sotto questo aspetto, si potrebbe perfino affermare che non esista alcuna minaccia rivoluzionaria destinata a suscitare il timore della classe dominante. Ma il problema non è forse proprio questo? La causa principale di questa situazione è che la classe operaia e le grandi masse sono state allontanate dalla rivoluzione sul piano psicologico, ideologico e, naturalmente, politico. E per questo, il punto più debole di questo fosco panorama verrà allo scoperto nel momento in cui una classe dominante ormai abituata da tempo alla pigrizia si troverà a dover fronteggiare un impulso rivoluzionario.
Ma la precondizione perché ciò avvenga consiste nel guardare il mondo in una prospettiva di classe e in una prospettiva rivoluzionaria. E questo proprio in un periodo in cui la rivoluzione appare così lontana...
In quale altro modo si può spiegare la determinazione del popolo cubano, che rimane ostinatamente in piedi sotto un blocco al quale forse nessun altro Paese al mondo riuscirebbe a resistere nemmeno per una settimana? Non esiste un altro Paese assediato dalla geopolitica e dagli eventi internazionali come Cuba. E tuttavia, alla base della sua resistenza vi è l'insistenza sulla rivoluzione socialista, malgrado i temporanei arretramenti subiti dalla costruzione del socialismo. Dobbiamo capire a fondo da quale tipo di morale rivoluzionaria traggano origine questa determinazione e questa insistenza, e come possano infondere energia ai rivoluzionari di tutto il mondo.
Il sistema imperialista attraversa indubbiamente una fase di transizione, e tale fase è caratterizzata dall'assenza di regole della gerarchia imperialista capeggiata dagli Stati Uniti. Questa assenza di regole è una dimostrazione di forza. Dal nostro punto di osservazione, la Turchia, notiamo che questa dimostrazione di forza può implicare rischi tali da farci tornare indietro di un secolo. In Turchia, il potere politico vive le conseguenze di una crisi in cui si intrecciano molteplici aspetti. Tale situazione fa sì che il nostro Paese sia più vulnerabile agli interventi esterni - degli Stati Uniti e della Gran Bretagna in primo luogo. In queste condizioni, la Turchia si assume sempre più il compito di facilitare il compito alle potenze imperialiste occidentali. Il restringersi del margine di autonomia riduce le opzioni disponibili alla Turchia, a dispetto delle timide dichiarazioni del tipo «abbiamo anche altre alternative». Tuttavia, deve essere chiaro che questi elementi negoziali finiscono per trasformarsi, in ultima analisi, in semplice collaborazione.
E dev'essere altrettanto chiaro che senza uno sviluppo rivoluzionario la Turchia non ha alcuna possibilità di uscire dalla NATO. Tutto ciò impone ai comunisti della Turchia, che lottano in un Paese membro della NATO, di assegnare un'importanza particolare alla lotta contro l'imperialismo statunitense e contro la NATO stessa.
Questa priorità implica, al tempo stesso, l'impossibilità di porre tutti i Paesi sullo stesso piano. Come Partito Comunista di Turchia, noi seguiamo da vicino gli eventi sul terreno geopolitico e internazionale. Ciononostante, la lotta contro l'imperialismo può avvenire soltanto nell'ambito di una strategia che ponga al primo posto la nostra posizione di classe. Questa è la condizione indispensabile per trarre vantaggio dalla situazione internazionale. E anche nel definire chi sono i nostri amici e i nostri nemici, in ultima analisi, dobbiamo operare in funzione di questa prospettiva.
Gli ultimi decenni ne sono la prova più evidente. Il maggiore ostacolo che l'assenza di regole e l'arroganza degli imperialisti devono fronteggiare è la legittimità di resistere contro di loro, e la capacità di trasformare questa legittimità in una lotta in grado di far capire agli imperialisti che non sono al sicuro nemmeno a casa loro.
Loro fanno affidamento sui loro apparati mediatici, sui loro eserciti, sulle loro banche e sui loro servizi segreti. Ma verrà il giorno in cui sarà evidente che nessuno di questi apparati potrà salvarli.
Ma vi è una condizione: che noi non dimentichiamo il nostro compito e che svolgiamo come si deve il nostro lavoro.
Grazie.
Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support Resistenze.org.
Make a donation to Centro di Cultura e Documentazione Popolare.