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L'anti-imperialismo non verrà dai BRICS

Greg Godels | zzs-blg.blogspot.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/12/2025

Multipolarismo - l'idea che vi sia più di un attore economico decisivo nell'ambito dell'economia globale - è una realtà importante. Lo dimostra, più di ogni altra cosa, l'ascesa della Repubblica Popolare Cinese. Le dimensioni e il ritmo della sua crescita, così come la vasta iniziativa della Nuova Via della Seta, evidenziano come la RPC operi in un certo senso in modo indipendente dall'attore più potente del mercato globale, gli Stati Uniti. Sebbene la Cina si astenga da un linguaggio antagonista, dichiarando di voler avere con gli USA relazioni improntate alla cooperazione e alla partnership, il fatto stesso che gli USA rifiutino una relazione di questo tipo crea un ulteriore polo competitivo, incentrato sulla Cina, nell'ambito dell'economia globale.

Analogamente, la classe dirigente degli Stati Uniti tenta da tempo di assorbire il mondo post-sovietico - Russia, Europa orientale e altri Stati già collaboratori dei sovietici - nell'ordine economico dominato dagli USA. Questi ultimi pretendono che questi Stati giochino allo stesso gioco e rispettino le stesse regole, pena l'esclusione dalla partecipazione. Nel momento in cui questi soggetti esitano ad accettare queste condizioni o si rifiutano di farlo, si trasformano anch'essi, inevitabilmente, in poli alternativi.

Anche altri attori, in passato minori o più docili - Brasile, India eccetera - che hanno successivamente acquistato una statura economica maggiore, possono oggi rappresentare dei contrappesi rispetto all'unipolarismo statunitense.

Il tendenziale indebolimento del totale dominio degli USA sull'economia di mercato internazionale è una realtà del nostro tempo. Nessun individuo razionale potrebbe contestare questo fatto (anche se tale tendenza potrebbe facilmente invertirsi).

Sin dalle origini del commercio internazionale sono esistite tendenze e contro-tendenze contrapposte - verso la concentrazione o la diversificazione, verso il monopolio o la competizione, e verso l'unipolarismo o il multipolarismo. Rientra nella natura, nell'essenza stessa degli scambi di mercato che un attore privilegiato emerga come dominante, per poi essere sfidato da rivali destinati a loro volta a spartirsi o a dominare il mercato - un processo che si ripete o si inverte sistematicamente. Come ribadì Friedrich Engels, «la concorrenza muta nel monopolio. Del resto il monopolio genera la concorrenza anziché arrestarne il flusso».

La storia fornisce molti esempi di imperi o nazioni giunti a dominare un ambito di commercio o di scambio a spese dei loro «partner» commerciali: il predominio veneziano nel Mediterraneo, quello olandese nel commercio europeo con le Isole delle Spezie, quello di imperi europei successivi nella tratta degli schiavi, quello britannico nel traffico dell'oppio con la Cina e via dicendo. In quasi tutti i casi, altri imperi o nazioni hanno sfidato, spesso con successo, questo predominio.

Con l'avvento della Guerra Fredda, l'immensa potenza degli Stati Uniti assunse e mantenne un ruolo guida nel governare e proteggere l'ordine capitalista, che comprendeva allora oltre metà della popolazione mondiale. Dopo la caduta dell'Unione Sovietica, i leader statunitensi hanno tentato di estendere il loro dominio al mondo intero, progettando un nuovo ordine destinato a codificare e a garantire le diseguaglianze esistenti e lo sviluppo ineguale in atto. Una situazione che, naturalmente, privilegia gli interessi degli USA.

Se è questo assetto delle cose ciò che vogliamo considerare unipolarismo, allora è chiaro che non è sostenibile. Inevitabilmente, nuovi rivali emergeranno a sfidare il predominio USA. Si sforzeranno di spezzare il regno economico degli Stati Uniti mediante innovazioni, inganni, trucchi, manipolazioni del mercato, alleanze e perfino conflitti aperti. Il capitalismo funziona così.

Ed è proprio questo che sta accadendo.

Dunque, l'alterna tendenza verso il multipolarismo e l'unipolarismo è una conseguenza inevitabile degli scambi di mercato in un mondo fatto di proprietà privata e interessi nazionali esclusivi.

Va sottolineato che - qualora tutte le altre condizioni rimangano invariate - questa dinamica non garantisce ai lavoratori di trarre alcun beneficio, né di evitare alcuno svantaggio, dall'avvicendamento tra i poli esistenti. I cambiamenti nelle relative posizioni economiche degli Stati nazionali all'interno dell'economia globale non influiscono affatto sul destino di coloro che vivono in società divise in classi. Un operaio o un contadino possono guadagnare ben poco da una tendenza dall'unipolarismo al multipolarismo - qualunque eventuale guadagno sarà determinato da altri fattori.

* * *

Esiste tuttavia una concezione completamente diversa del multipolarismo, slegata dalla tendenza effettiva della competizione a sospingere l'economia mondiale verso un assetto mondiale unipolare o multipolare. Sin dai tempi di Karl Kautsky, una parte della sinistra ha scommesso sul multipolarismo ravvisandovi una risposta morale all'imperialismo, un antidoto allo sfruttamento economico, un anti-imperialismo. Allora come oggi, si riteneva che gli Stati nazionali avrebbero potuto accettare razionalmente un ordine stabile basato su interessi comuni e su rapporti equi e paritari (sarebbe stato sufficiente ammansire i predatori...). Lenin si fece beffe di questa posizione, che fu spazzata via dalla prima guerra mondiale.

Ma fu davvero spazzata via? Macché! L'illusione di una fratellanza di potenze capitaliste disposte ad accettare relazioni eque e paritarie si ostina a sopravvivere...

Liberali e socialdemocratici investirono massicciamente nella Lega delle Nazioni, destinata a rinnovare le regole della politica e dell'economia internazionali dopo la catastrofe del primo conflitto mondiale. Si riteneva che sotto il suo ombrello protettivo le nazioni grandi e piccole sarebbero vissute in amicizia. La Lega prometteva di rintuzzare l'aggressività e il predominio delle grandi potenze. Ma nel giro di due decenni si profilò all'orizzonte una nuova guerra mondiale.

Dopo il secondo conflitto mondiale nacque un'altra istituzione «multipolare» - le Nazioni Unite. Assoggettata al dominio delle potenze capitaliste (che nella maggior parte dei casi erano anche fantocci obbligati della classe dominante degli Stati Uniti), la promessa di una molteplicità di poli che avrebbe garantito pace, armonia ed equità lasciò ben presto il posto alla manipolazione, all'indecisione o - nella migliore delle ipotesi - all'impotenza. L'ONU - oggi un'istituzione multipolare che riunisce Stati nazionali a orientamento capitalista - è una farsa dei nostri giorni.

Ma adesso ci sono i BRICS, un'alleanza formata da un eterogeneo assortimento di Stati con ideologie diverse, sistemi di governo diversi, economie diverse, livelli di sviluppo diversi e atteggiamenti diversi verso la giustizia sociale, uniti dal comune interesse a ricavare qualche vantaggio da un riassetto dell'ordine mondiale esistente. Esponenti del centro e della sinistra di ogni tendenza hanno voluto ravvisare nei BRICS e nei BRICS+ un fronte anti-imperialista. Una riflessione storica insufficiente, una scarsa presa d'atto delle loro differenze e soprattutto l'incapacità di capire le economie di mercato inducono costoro a immaginare che Stati nazionali mossi da interessi di parte siano destinati in qualche modo a edificare una struttura comune governata dall'interesse reciproco. Kautsky condividerebbe questa illusoria speranza; Lenin la liquiderebbe senza mezzi termini.

Ho sempre contestato, con insistenza e coerenza, questa concezione fuorviante dell'anti-imperialismo. I BRICS non possono rappresentare una risposta all'imperialismo - non più di quanto un'alleanza di corporation possa rappresentare una risposta allo sfruttamento capitalista.

Ed è proprio questa la tragedia della «soluzione BRICS» all'imperialismo. Essa ignora il fondamento stesso dell'imperialismo - il modo di produzione capitalista. Distrae i «guerrieri della giustizia sociale» e perfino alcuni marxisti dalla causa radicale della crescente diseguaglianza tra le nazioni e al loro interno. Per ignoranza o senso di frustrazione, alimenta la falsa speranza che sia possibile attenuare lo sfruttamento senza combattere il capitalismo.

* * *

Nel caso in cui le argomentazioni teoriche non funzionassero, ho proposto un test pratico per il multipolarismo e, nello specifico, per i BRICS. Se i BRICS sono un'alternativa anti-imperialista, allora i BRICS - o i loro esponenti più determinati - dovrebbero ergersi vigorosamente contro gli atti di imperialismo più vergognosi ed eclatanti. Come ho affermato in altra sede, la reazione dei membri dei BRICS alle atrocità in corso a Gaza costituisce la cartina di tornasole del loro impegno anti-imperialista - e questo test i BRICS l'hanno clamorosamente fallito.

Sarebbe stato lecito aspettarsi che il recente voto del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sul piano statunitense-israeliano mirante a prolungare il dominio semi-coloniale su Gaza - palesemente destinata a essere governata in modo altrettanto brutale del vecchio Congo Belga - innescasse una resistenza «anti-imperialista» da parte dei BRICS. Al contrario, i membri dei BRICS che a parole si professano i più grandi amici di Gaza hanno deciso di astenersi dal voto.

E ancora: sarebbe stato lecito aspettarsi che queste scandalose astensioni inducessero molti «multipolaristi» a fermarsi un istante, a riflettere e a riconsiderare la loro illusione relativa all'anti-imperialismo dei BRICS.

Oltretutto molti, a sinistra, hanno preso le distanze da questo piano e hanno criticato l'astensione della Russia e della Cina. Il Partito Comunista Palestinese ha denunciato il voto, così come altri partiti comunisti e operai.

In un articolo intitolato "IBRICS sono i nuovi difensori del libero scambio, del WTO, del FMI e della Banca Mondiale" e favoriscono il genocidio continuando a commerciare con Israele, Yves Smith di Naked Capitalism denuncia energicamente l'atteggiamento dei BRICS su Gaza, citando anche le analoghe critiche sollevate da altri, tra cui Fiorella Isabel, che pubblica un podcast di sinistra, e la giornalista di sinistra Vanessa Beeley.

Malgrado ciò, gli apologeti quali gli «Amici della Cina Socialista» difendono l'astensione della Cina e della Russia. La loro curiosa argomentazione è la seguente: «Esercitando il loro diritto di veto, la Cina e la Russia non avrebbero fatto che indebolire la propria posizione di fronte alle nazioni arabe e islamiche, rafforzando di conseguenza quella degli Stati Uniti». Il che equivale a sostenere che un voto contrario alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza sarebbe costato loro l'amicizia di alcuni di coloro che hanno pugnalato alla schiena la causa palestinese, e che una sfida lanciata contro il piano USA avrebbe in qualche modo rafforzato le già solidissime relazioni tra gli Stati Uniti e questi traditori dell'avvenire di Gaza.

Dopo la risoluzione su Gaza, gli Stati Uniti hanno sferrato un'offensiva contro la sovranità venezuelana. La potenza militare statunitense gonfia i muscoli nelle acque al largo del Venezuela, insistendo affinché il popolo venezuelano si pieghi alle pressioni USA. La minaccia è reale e accompagnata dalla disgustosa dimostrazione di forza messa in atto dagli Stati Uniti assassinando gli equipaggi di imbarcazioni in navigazione in acque internazionali, con uccisioni prive di qualsiasi legittimità dimostrabile.

E come hanno reagito la Repubblica Popolare Cinese e la Russia, queste «punte di diamante» dell'anti-imperialismo dei BRICS?

Kejal Vyas e James T. Areddy, scrivendo sul Wall Street Journal, commentano con aria di sufficienza: «Per due decenni il Venezuela ha coltivato alleati anti-americani in tutto il globo, dalla Russia alla Cina fino a Cuba e all'Iran, nella speranza di dare vita a un nuovo ordine mondiale in grado di contrapporsi a Washington. Il piano non sta funzionando». I due commentatori sanno bene che sul piano economico Cuba e l'Iran non sono in condizione di prestare aiuto al Venezuela. Quanto alla Russia e alla Cina, la loro conclusione è la seguente: «Entrambi i Paesi stanno attualmente cercando di negoziare importanti accordi diplomatici e commerciali con Trump, il che dà loro scarsi incentivi a sprecare capitale politico sul Venezuela».

Dovrebbe essere chiaro che la Russia, la Repubblica Popolare Cinese e altri Stati dei BRICS hanno il diritto sovrano di determinare la propria politica estera o una politica estera collettiva indipendente, a prescindere da quanto potrebbero auspicare altri soggetti. Purtroppo, diversamente da quanto avveniva nel pieno della Guerra Fredda contro gli Stati socialisti, nessuna grande potenza o alleanza è disposta a rischiare uno scontro con altre grandi potenze - ma è proprio la disponibilità a fare questo a costituire storicamente il tratto distintivo di un anti-imperialismo autentico.

E dovrebbe essere altrettanto chiaro che coloro i quali elevano i BRICS al rango di icone dell'anti-imperialismo stanno arrecando un danno alla sinistra. Per quanto benintenzionati possano essere alcuni leader dei BRICS, questi ultimi sono ben lungi dal costituire un blocco anti-imperialista. Ostinarsi ad alimentare la fantasia secondo cui l'unione intorno ai BRICS è la base per la costruzione di un fronte anti-imperialista serve soltanto a distogliere la sinistra dall'attaccare quello che è il fondamento dell'imperialismo: il capitalismo.


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