www.resistenze.org - pensiero resistente - dibattito teorico - 26-03-26 - n. 959

La "teoria francese" nella Guerra Fredda intellettuale (*)

John Bellamy Foster | monthlyreview.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Marzo 2026

Monthly Reviews, vol. 77, n. 10, marzo 2026

*) Il presente articolo è una recensione del libro Requiem for French Theory: Transatlantic Funeral Dirge in a Marxist Key di Aymeric Monville, Gabriel Rockhill e Jennifer Ponce de Leon. L'espressione «French Theory» (qui resa come «teoria francese», tra virgolette) designa una corrente intellettuale diffusasi principalmente negli Stati Uniti tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del Novecento attraverso l'influenza di alcuni autori post-strutturalisti francesi (in primo luogo Foucault, Derrida e Deleuze). Tale corrente viene ancora oggi rivendicata come base teorica dai fautori di tutta una serie di approcci («lotte identitarie», «cultural studies», «gender studies», «queer studies», «biopotere», «micropolitiche» e via dicendo) che vengono sovente presentati (come la stessa «French Theory» all'epoca del suo maggiore successo) come «più radicali» dell'approccio marxista, del quale rappresenterebbero una «riscrittura» o un'«integrazione». Così Sylvère Lotringer, già fondatore nel 1974 della rivista Semiotext(e), che contribuì in misura sostanziale a diffondere la «teoria francese» negli Stati Uniti, definisce la «French Theory» «il movimento intellettuale più radicale dell'Occidente... [che ha] riscritto Marx alla luce del tardo capitalismo» (presentazione dell'edizione in lingua inglese del volume di François Cusset French Theory: Foucault, Derrida, Deleuze & Co. all'assalto dell'America, v. sotto, nota 1). Una «riscrittura» che in realtà, come mette in luce John Bellamy Foster nell'articolo, costituì piuttosto un tentativo di «distruzione» che si può far risalire direttamente a un'operazione di «guerra fredda intellettuale» organizzata, finanziata e promossa dalla CIA (n.d.t).

* * *

Tra il 18 e il 21 ottobre 1966 si tenne all'Humanities Center della Johns Hopkins University di Baltimora una conferenza internazionale apparentemente innocua, intitolata "I linguaggi della critica e le scienze dell'uomo". La conferenza venne presentata come occasione per portare negli Stati Uniti i principali luminari del pensiero strutturalista francese. Fra coloro che presero la parola figuravano celebri filosofi e critici letterari francesi quali Roland Barthes, Jacques Derrida, Lucien Goldmann, Jean Hyppolite e Jacques Lacan. Michel Foucault non poté partecipare, ma svolse un ruolo di primo piano nell'organizzazione della conferenza. Non partecipò nemmeno Gilles Deleuze, benché invitato, ma inviò una comunicazione destinata alla lettura in pubblico. Alla conferenza, Derrida incontrò Paul de Man (ex-collaborazionista dei nazisti), divenuto un importante esponente del decostruzionismo nell'ambito della critica letteraria statunitense. La conferenza alla Johns Hopkins sarebbe stata universalmente riconosciuta come il punto d'origine di quella che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta divenne nota negli Stati Uniti come "French Theory" ("teoria francese"), un'espressione che non è mai stata del tutto accettata in Francia, ma che designa un amalgama internazionale del pensiero strutturalista francese e americano che avrebbe dato origine a quello che fu in seguito definito postmodernismo.1

Malgrado le apparenze, la conferenza del 1966 alla Johns Hopkins non fu semplicemente un normale incontro accademico, per quanto su vasta scala, ma piuttosto un tentativo politicamente motivato di creare negli Stati Uniti una testa di ponte per lo strutturalismo francese in grado di contrastare la radicalizzazione che stava avendo luogo in quel periodo. Il pensiero strutturalista francese degli anni Sessanta, sorto in un periodo in cui Jean-Paul Sartre era il filosofo di punta, si invaghì sempre più delle filosofie anti-umaniste di Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger - quest'ultimo un impenitente ideologo del nazismo. L'avvicinamento a Nietzsche e a Heidegger si combinò con la tradizione francese dello strutturalismo, basata sulla linguistica, l'antropologia e la teoria psicoanalitica freudiana. Lo strutturalismo era ostile a tutte le forme tradizionali di indagine che si appoggiavano principalmente sull'analisi storica, sul soggetto (umano) e sulla dialettica. Gli organizzatori della conferenza alla Johns Hopkins, Richard Macksey ed Eugenio Donato, manifestarono il loro intento di riunire pensatori appartenenti alle tradizioni nietzschiana e strutturalista, conferendo così alla conferenza un taglio conservatore e anti-marxista.2

Nel 1966, il pensiero francese si stava allontanando da Karl Marx proprio nel momento in cui il riemergere del radicalismo negli Stati Uniti suscitava un crescente interesse per il marxismo. Gli Scritti di Lacan e Le parole e le cose di Foucault uscirono entrambi nel 1966 e divennero dei bestseller in Francia. Entrambe le opere banalizzavano G. W. F. Hegel e Marx. In Francia, l'analisi della filosofia di Hegel era assai selettiva e affrontata in un'ottica soggettiva, fortemente influenzata dall'interpretazione di Alexandre Kojève della Fenomenologia di Hegel, che si concentrava sulla dialettica padrone-schiavo. Negli Scritti, Lacan presentava la dialettica padrone-schiavo di Hegel come una "legge ferrea" del conflitto, precedente a Charles Darwin, che Lacan avrebbe poi integrato nel suo strutturalismo freudiano.3 Foucault liquidava il marxismo dichiarando che viveva "nell'Ottocento come un pesce nell'acqua" ed era "incapace di respirare altrove". Per contro Nietzsche, con la sua combinazione di filosofia e filologia e il suo eterno ritorno, aveva un significato "scottante per noi" nel Novecento.4

Negli Stati Uniti del 1966 le tendenze intellettuali della sinistra erano quindi alquanto diverse da quelle più in voga in Francia. Il nascente movimento studentesco statunitense, allora concentrato sulla guerra del Vietnam e sulla critica del capitalismo, leggeva bestseller radicali quali L'uomo a una dimensione di Herbert Marcuse (1964; non tradotto in francese sino al 1968, quando influenzò il movimento studentesco locale) e Il capitale monopolistico di Paul A. Baran e Paul M. Sweezy (1966).5

Nell'ambito dell'offensiva generale della Guerra Fredda, e al fine di promuovere idee in grado di fare da baluardo contro le idee marxiste, la Fondazione Ford accettò di finanziare la conferenza del 1966 alla Johns Hopkins, portando negli Stati Uniti tutto il gruppo dei teorici dello strutturalismo francese. La Fondazione Ford era allora diretta da McGeorge Bundy, l'ex-consigliere per la Sicurezza Nazionale di Lyndon B. Johnson, che aveva stretti legami con l'intero spettro delle agenzie di intelligence statunitensi. Bundy era uno dei "quattordici saggi" di Johnson che lo consigliavano sulla guerra in Vietnam.6

È significativo che pochi mesi dopo l'incontro alla Johns Hopkins, nell'aprile 1967, la rivista Ramparts, strettamente legata al radicalismo studentesco in ascesa, rivelasse tutta la storia del finanziamento da parte della CIA, tramite la sua organizzazione intellettuale di facciata, il Congress for Cultural Freedom (CFF), di decine di prestigiosi giornali sedicenti di sinistra in Europa e altrove, che avevano tutti adottato posizioni esplicitamente anticomuniste. Il CFF era stato creato a Berlino Ovest nel 1950, e a metà degli anni Sessanta era attivo in trentacinque Paesi. Alle conferenze e alle pubblicazioni del CFF partecipavano numerosi pensatori europei e americani di spicco, tra cui figure quali Theodor Adorno, Raymond Aron, Willi Brandt, Daniel Bell, James Burnham, Louis Fischer, Sidney Hook, Karl Jaspers, Arthur Koestler, Irving Kristol, Mary McCarthy, Nicolas Nabokov, Michael Polanyi ed Edward Shils. In seguito allo smascheramento del CFF come copertura della CIA, la Fondazione Ford diretta da Bundy, in stretta collaborazione con la CIA, subentrò a quest'ultima nelle attività di finanziamento - una mossa pienamente in linea con il sostegno finanziario da essa fornito alla conferenza del 1966 alla Johns Hopkins.7

Louis Althusser, il principale esponente marxista dello strutturalismo francese, non fu invitato alla conferenza alla Johns Hopkins, senza dubbio a causa dei suoi rapporti con il Partito Comunista Francese. Goldmann, esponente anti-sovietico del marxismo occidentale, e Hyppolite, studioso anti-marxista di Hegel - che malgrado il suo hegelismo aveva esercitato una considerevole influenza sul pensiero strutturalista francese - furono entrambi invitati. A parte questo, la grande maggioranza degli invitati erano acerrimi nemici delle filosofie hegeliana e marxista, benché talvolta si definissero post-marxisti o impegnati in una sorta di "dialogo" con il marxismo. Con una mossa insolita nei riguardi di una conferenza accademica, le riviste Time e Newsweek, due alacri portavoce della Guerra Fredda, vi inviarono entrambe i propri corrispondenti, così come fecero Partisan Review (allora segretamente finanziata dalla CIA) e il francese Le Monde.8

È significativo che alla conferenza "I linguaggi della critica e le scienze dell'uomo" del 1966 si disse ben poco di rilevante riguardo a Marx o a Hegel, sebbene entrambi i pensatori ottocenteschi venissero più volte menzionati di passata, e malgrado i tentativi di Hyppolite di postulare una linguistica strutturalista in Hegel. Nemmeno il capitalismo, l'imperialismo o le questioni mondiali in generale furono tra gli argomenti di discussione. Non si fece parola della guerra del Vietnam. La maggior parte degli interventi furono dedicati all'elaborazione di collegamenti interdisciplinari tra le varie cornici concettuali degli strutturalisti stessi.

La grande sorpresa fu costituita dall'intervento di Derrida, che mirava alla decostruzione dello strutturalismo stesso, così come di ogni altra cosa, in linea con il suo anti-umanismo e anti-essenzialismo neo-heideggeriano. In particolare, l'analisi di Derrida diede origine a quello che negli Stati Uniti fu definito post-strutturalismo, la versione più estrema del postmodernismo.9 Con Derrida in veste di guida, la "teoria francese" assunse allora la forma di un decostruzionismo presentato come più "radicale" e più "di sinistra" di qualsiasi altra cosa, in virtù della sua prospettiva profondamente scettica, nichilista, antirazionalista e anti-illuminista e della sua enfasi sulle realtà puramente discorsive. In assenza di un soggetto, la struttura stessa diveniva essenzialmente priva di senso, determinando un passaggio integrale alle costruzioni discorsive - tutto era linguaggio. Ciò consentiva di smontare quasi all'infinito tutto ciò che esisteva sotto forma di parole. Il risultato fu la creazione di un'aura di pensiero autonomo, privo di qualunque base oggettiva al di là di quelle fornite dalle forme puramente discorsive, e parallelamente impegnato a decostruire il soggetto e l'agire. Un approccio del genere poteva dirigersi simultaneamente in ogni direzione, in base al concetto per cui nulla poteva essere fissato con il minimo margine di certezza. Come tutte le forme di scetticismo, solipsismo e nichilismo, esso era in gran parte impermeabile alla confutazione su basi razionali.

Quando Macksey e Donato procedettero a riassumere la conferenza del 1966 alla Johns Hopkins nella loro introduzione all'edizione del 1971 degli atti dell'evento, intitolata The Structuralist Controversy: The Languages of Criticism and the Sciences of Man, non si concentrarono su Derrida o su altri pensatori che avevano presenziato alla conferenza. Citarono invece un articolo di Deleuze su Foucault. Deleuze aveva scritto che la filosofia postmodernista di Foucault rappresentava "una fredda e determinata distruzione del soggetto [umano], un vivo disprezzo per i concetti di origine, origine perduta e origine recuperata, uno smantellamento delle pseudo-sintesi della coscienza, una denuncia di tutte le mistificazioni della storia prefabbricate in nome del progresso, della coscienza e del futuro della ragione".10 Era evidente che ad essere prese di mira qui erano tutte le forme di ragione storica, materialista e dialettica incentrate sull'agire umano, e in particolare le tradizioni che si ricollegavano a Hegel e a Marx. Questo radicale rigetto di Hegel, ridotto a un'"Alterità", era collegato alla costante adesione della "teoria francese" alla concezione di Immanuel Kant secondo cui i noumeni (le cose in sé), in contrasto con i fenomeni (il mondo della percezione), erano al di là della conoscibilità umana, il che implicava un ridimensionamento della ragione umana.11

Anche l'analisi storica finì sotto attacco. Così, alla conferenza del 1966, Goldmann osservò - senza dubbio con qualche esitazione, date le sue posizioni ancora socialiste - che "per la prospettiva intellettuale odierna la storia non conta, l'essenziale è evitare la storia o la storicità".12 Fu proprio il rifiuto del legame tra la storia e la ragione critica a caratterizzare maggiormente il postmodernismo. Un elemento cruciale della "teoria francese" era il suo generale eurocentrismo, che le permetteva di ignorare tutto ciò che accadeva fuori dall'Europa e dagli Stati Uniti. In questo paradigma insulare, l'imperialismo non esisteva nemmeno come questione. In un periodo in cui gli Stati Uniti avevano oltre mezzo milione di soldati in Vietnam, impegnati nel tentativo di sconfiggere una guerra di liberazione nazionale, la questione del terzo mondo veniva del tutto ignorata. Questa miope prospettiva eurocentrica, in cui l'Europa costituiva la misura del mondo intero, forniva una copertura per la ritirata tanto dalla lotta di classe quanto dalle lotte globali. Nella prospettiva filosofica della "teoria francese", nulla contava veramente al di fuori dell'Europa e degli Stati Uniti, che rappresentavano il mondo moderno/postmoderno.

Ne La condizione postmoderna (1978), Jean-François Lyotard afferma: "Possiamo considerare 'postmoderna' l'incredulità nei confronti delle metanarrazioni".13 Tutte le grandi narrazioni storiche, comprese quelle della scienza, dovevano essere abbandonate. Nella "teoria francese" non esisteva più alcuna storia al di là della genealogia in senso nietzschiano.14 Le rivendicazioni di veridicità scientifica dell'approccio tradizionale alla storia, sosteneva lo storico postmodernista olandese Frank Ankersmit, non erano che "varianti" dell'antico paradosso greco "del cretese che dice che tutti i cretesi sono bugiardi". Per Ankersmit, l'analisi storica non era più rivolta allo studio del tronco, o anche solo dei rami di un albero, bensì all'analisi delle foglie. Perciò, "ciò che rimane ora da fare alla storiografia occidentale è raccogliere le foglie spazzate via dal vento e studiarle indipendentemente dalle loro origini". La sua conclusione: "Nella visione postmodernista della storia, l'obiettivo non è più l'integrazione, la sintesi, la totalità (…) sono i frammenti storici a essere al centro dell'attenzione".15

Per la "teoria francese" in generale esistevano soltanto struttura ed evento, separati dal soggetto e dalla storia. La struttura veniva concepita in termini di segni/significanti evidenziati attraverso il linguaggio, il discorso o le categorie psicoanalitiche, che decostruivano invariabilmente il soggetto. L'evento, che negava la struttura, veniva definito come una rottura che sopraggiungeva senza preavviso. In questa prospettiva essenzialmente irrazionalista e scettica, tutto l'esistente poteva essere messo in dubbio. In termini nietzschiani, sia "Dio" sia "l'uomo" potevano essere dichiarati morti. Ma a trovarsi sotto attacco erano in primo luogo l'ontologia materialista e la possibilità stessa di qualsiasi rapporto tra la libertà umana e la necessità, e quindi il potenziale per la lotta razionale e i progetti di emancipazione.16

Un evento o rottura, nell'ottica della "teoria francese", si manifestò con chiarezza nel Maggio Francese del 1968, con la rivolta di massa degli operai e degli studenti. Il significato profondo del maggio '68, la sua lotta per rendere possibile ciò che si riteneva impossibile, fu descritto al meglio dal marxista francese Henri Lefebvre ne L'irruption de Nanterre au sommet.17 La rivolta del '68 si ispirò in gran parte al marxismo e all'anarchismo. Operai e studenti furono ben presto sconfitti dal potere costituito. Nondimeno, la rivolta del '68 lasciò un segno. I principali esponenti della "teoria francese", quali Lacan, Foucault, Derrida, Deleuze e Lyotard, ricavarono da questo evento una fama che li indusse a lasciar cadere temporaneamente i loro slogan più reazionari, nel tentativo di atteggiarsi a radicali impegnati in un dialogo con il marxismo, e perfino a istigatori intellettuali della rivolta stessa.

In realtà, nessuno di questi pensatori, nemmeno Althusser - come ha dimostrato Gabriel Rockhill - svolse alcun ruolo negli eventi del maggio '68.18 Nondimeno, l'"esplosione" del maggio '68 avrebbe conferito un tocco radical chic alla "teoria francese" e alla sua eterna decostruzione, che si rivestì di una mistica destinata ben presto a pervadere i dipartimenti universitari di critica letteraria, di lingua e critica francese, di filosofia e di scienze sociali di tutti gli Stati Uniti. Nel frattempo, i principali esponenti della "teoria francese", pur atteggiandosi talvolta a pensatori di sinistra, si impegnavano a spazzare via ogni forma di critica emancipatoria autenticamente radicale, e soprattutto il marxismo, incoraggiando l'abbandono generale della dialettica hegeliana e marxista. L'enfasi sulla differenza, a scapito di qualunque nozione di coesione e unificazione, favorì un passaggio dall'analisi di classe a un'attenzione esclusiva per le identità ascritte, quali razza e genere, non più concepite come legate dialetticamente alla classe.

Soprattutto nel postmodernismo statunitense, il concetto di "politica identitaria", elaborato per la prima volta dalle pensatrici femministe lesbiche marxiste nere negli anni Settanta nell'ambito della concezione rivoluzionaria delle oppressioni "interconnesse", si trasformò in una fiera della differenza, che divideva gli individui e la società, non come premessa necessaria di un processo di riunificazione a livello più alto, ma semplicemente a sostegno della differenza quale valore in sé, separato dalla questione delle dinamiche storiche del modo di produzione capitalista e dalla lotta per l'emancipazione del genere umano.19

Ascesa e caduta della "teoria francese": quattro fasi

Paradossalmente, proprio mentre la "teoria francese" esercitava un'influenza pervasiva negli ambienti accademici statunitensi tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta (in particolare a Yale, dove de Man proponeva letture decostruttiviste praticamente di qualsiasi cosa), diventando di moda nelle facoltà umanistiche di tutto il Paese, in Francia essa stava già vivendo un rapido declino. Secondo quanto afferma il teorico culturale marxista Frederic Jameson in The Years of Theory (2024), l'ascesa e la caduta della "teoria francese" furono caratterizzate essenzialmente da quattro fasi.20 La prima fase, o fase preliminare, occupò gli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, quando in Francia, come in Italia, vi era un forte partito comunista sorto dalla Resistenza anti-nazista. Il principale pensatore di sinistra era Sartre, esponente dell'esistenzialismo e della fenomenologia e sempre più allineato con il marxismo, insieme alla sua stretta collaboratrice Simone de Beauvoir, esistenzialista e teorica femminista francese di punta. Erano gli anni in cui lo Stato francese tentava di riaffermarsi come grande potenza coloniale, facendosi risucchiare in guerre prolungate in Indocina e in Algeria. Nel frattempo gli Stati Uniti, nell'ambito della loro strategia della Guerra Fredda, tentavano di esercitare un controllo sulla Francia attraverso il Piano Marshall, che ebbe una parte nel finanziare le università francesi d'élite allo scopo di creare un clima intellettuale più conservatore. In quegli anni, Washington era ostile non soltanto al marxismo, ma anche - sebbene con minore veemenza - alle forze gaulliste-nazionaliste del generale Charles de Gaulle. Le lotta anticoloniale era incentrata sullo sforzo rivoluzionario dell'Algeria di liberarsi dal dominio di Parigi (e dai coloni francesi insediati sul suo territorio). Il principale teorico della decolonizzazione era Frantz Fanon, influenzato sia da Hegel sia da Marx. La principale nuova corrente opposta al marxismo sorta in quel periodo fu la linguistica strutturale dell'antropologo Claude Lévi-Strauss, che diede forte impulso allo strutturalismo francese in generale. La fine di questa prima fase si può far coincidere con la conclusione della guerra franco-algerina nel 1962.21

Tra l'inizio e la metà degli anni Sessanta subentrò una seconda fase, caratterizzata da una decisa svolta verso lo strutturalismo incentrata sulla linguistica e sulla psicoanalisi e slegata sia dal soggetto umano sia dalla storia, che rappresentò una transizione verso le "forze trans-individuali".22 Althusser, in veste di teorico del marxismo occidentale, svolse un ruolo cruciale nello sviluppo di uno strutturalismo anti-umanista e anti-storicista, ma a dominare la "teoria francese" vera e propria sarebbero state figure importanti del postmodernismo quali Lacan, Foucault, Derrida e Deleuze. Fu in questa fase, dunque, che la "teoria francese" stabilì la sua testa di ponte negli Stati Uniti in occasione della conferenza alla Johns Hopkins del 1966, a cui fece seguito l'ascesa intellettuale del postmodernismo nel pensiero di sinistra. Uno sviluppo correlato fu rappresentato dalla scuola delle Annales in Francia (collegata a figure quali Marc Bloch, Lucien Febvre e Fernand Braudel), che pur senza negare l'analisi storica, come faceva il postmodernismo, si poneva come compito quello di attingere selettivamente ai metodi del materialismo storico, tentando anch'essa nel contempo di sconfissare la storiografia marxista.23

La terza fase, nella cronologia di Jameson, si può far iniziare con il maggio '68, che a un tempo conferì alla "teoria francese" una nuova aura radicale e, paradossalmente, determinò l'inizio del suo declino nella Francia stessa, all'indomani della sconfitta della sinistra. I principali esponenti del postmodernismo reagirono alla rivolta del '68 camuffandosi da post-marxisti; in seguito, quando la sconfitta della sinistra divenne evidente in tutte le sue proporzioni, si presentarono più chiaramente come anti-marxisti, come Jean Baudrillard ne Lo specchio della produzione (1973), che tentava - senza riuscirci - di offrire una decostruzione postmodernista/post-marxista della critica di Marx dell'economia politica, sottolineando gli elementi simbolici incentrati sul consumismo.24 L'Anti-Edipo: Capitalismo e schizofrenia di Deleuze e Felix Guattari, pubblicato nel 1972, era un'opera profondamente anti-marxista, che manipolava e distorceva i concetti di Marx rappresentando nel contempo, per citare Keti Chukhrov, "la radicalizzazione dell'impossibilità di... uscita" dal sistema capitalista.25

In questo stesso periodo storico svilupparono le proprie idee anche teorici marxisti francesi di notevole acume che mantenevano una prospettiva materialista e dialettica, come Lefebvre e Michel Clouscard. Questi pensatori erano tuttavia relativamente isolati, e non beneficiavano del sostegno dell'élite e dell'establishment che alimentava la celebrità dei principali pensatori strutturalisti e postmodernisti.

La quarta fase della "teoria francese" fu il prodotto della globalizzazione, iniziata a metà degli anni Ottanta. In Francia la filosofia postmodernista era destinata a tramontare sempre più di fronte al continuo declino della sinistra, quando il Partito Socialista di François Mitterrand, dopo l'iniziale vittoria del 1981, capitolò di fronte al neoliberismo. La disintegrazione della sinistra in questo periodo ridimensionò l'importanza dello strutturalismo e del postmodernismo, che avevano fatto comodo al sistema come risposte intellettuali al marxismo. Di conseguenza, la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la fine della Guerra Fredda condussero paradossalmente alla rapida estinzione della "teoria francese". Il Trattato di Maastricht del 1992, che istituì l'Unione Europea e nel cui ambito Mitterrand guidò la trattativa per conto di Parigi, ridimensionò il ruolo imperiale indipendente della Francia. Questa fu la fase degli "epigoni" della "teoria francese" - figure come il postumanista Bruno Latour, a cui avrebbero fatto seguito in tempi più recenti, in particolare negli Stati Uniti, i cosiddetti neo-materialisti e l'ontologia orientata agli oggetti.26

Qui la ricerca mirava a trovare spazio per un nuovo irrazionalismo, in un periodo in cui la "teoria francese" aveva raggiunto il punto terminale della sua stessa logica decostruttiva. Il postumanesimo privilegiava l'oggetto pseudo-empirico o assemblaggi di oggetti concepiti come "attanti", e considerati ora alla stregua di categoria suprema, che marginalizzava non soltanto il soggetto umano e la struttura, ma anche, in misura considerevole, il discorso stesso.27 In modo significativo, Jameson ha identificato questa fase con la "de-marxistizzazione". L'intera tradizione postmodernista/postumanista si potrebbe legittimamente inquadrare in quest'ottica. Nella quarta fase, tuttavia, con lo sviluppo del postumanesimo e degli "epigoni", la de-marxistizzazione aveva raggiunto un punto tale da far venire meno qualunque collegamento, anche negativo, con la teoria marxista. Perfino i concetti critici di reificazione e feticismo delle merci vennero abbandonati.28

Già a metà degli anni Ottanta, verso la fine del primo mandato di Mitterrand, l'estinzione della "teoria francese" come forza intellettuale nella Francia stessa fu notata dagli osservatori più attenti. La situazione fu riassunta nel dicembre 1985 da un rapporto di ricerca dell'Office of European Analysis della CIA (nel 2011 fu autorizzata la pubblicazione di una sua versione "sterilizzata"), la cui principale preoccupazione era assicurarsi che tale estinzione non conducesse al riemergere delle teorie marxiste. Gli analisti della CIA spiegavano qui che sebbene fossero ormai giunti "tempi duri" per lo strutturalismo e la scuola francese delle Annales, "riteniamo che la loro demolizione critica dell'influenza marxista sulle scienze sociali sia destinata a perdurare quale rilevante contributo agli studi moderni sia in Francia sia altrove nell'Europa occidentale". A tale riguardo, lodi particolari venivano riservate ad Aron, Lévi-Strauss e Foucault. Agli occhi dei ricercatori della CIA, Foucault era non soltanto "il pensatore più profondo e influente" di Francia, ma andava elogiato anche per il sostegno diretto che aveva fornito alla "Nuova Destra" francese, considerata dalla CIA quale erede della "teoria francese", e "tra l'altro, per aver rammentato ai filosofi le 'sanguinose' conseguenze prodotte dalla teoria sociale razionalista dell'Illuminismo settecentesco e dell'età della Rivoluzione".29

Per la CIA, dunque, il declino della "teoria francese" non costituiva una tragedia, dato che essa aveva svolto quello che per l'Agenzia costituiva il suo compito principale - la distruzione del pensiero marxista. Inoltre, la "teoria francese" aveva fornito il vantaggio aggiuntivo di aprire la strada alle dottrine della Nuova Destra, che si ricollegavano anch'esse a Nietzsche e a Heidegger, grazie al vuoto lasciato dall'autodistruzione del pensiero di sinistra francese.

Oggi la scomparsa della "teoria francese" è divenuta un tema usuale. Non soltanto costituisce l'argomento dell'ultimo libro di Jameson, ma viene toccata in modi diversi in questo dibattito tra Aymeric Monville e Rockhill (in dialogo con Jennifer Ponce de León). I tentativi di criticare la "teoria francese" in un'ottica marxista sono stati sovente superficiali e insufficienti, dal momento che sono relativamente pochi i teorici autenticamente marxisti che hanno avuto accesso alle cerchie interne d'élite del postmodernismo francese in misura sufficiente a consentire loro di elaborare una critica interna. Nel caso specifico, Monville e Rockhill, che provengono dalle due sponde dell'Atlantico ma hanno entrambi una conoscenza profonda e di prima mano dello strutturalismo e del postmodernismo francesi, costituiscono delle eccezioni. Concordano con la valutazione della CIA nel riconoscere quale logica intrinseca della "teoria francese" la "demolizione critica" della teoria marxista in Francia e negli Stati Uniti; contestano invece la speranzosa conclusione della CIA riguardo al fatto che tale demolizione del marxismo fosse destinata a "perdurare".

Il marxismo nell'era della globalizzazione

Clouscard ha affermato riguardo al capitalismo contemporaneo - e Rockhill estende tale valutazione alla "teoria francese" - che "Tutto è permesso, ma nulla è possibile".30 L'analisi marxista, per contro, è impegnata in una rivolta reale contro il capitalismo, ed esercita la massima influenza non quando promana da una torre d'avorio, ma quando al contrario emerge da intellettuali organici legati alle condizioni materiali e alla lotta di classe contro i rapporti sociali esistenti. Il materialismo storico dà quindi il meglio di sé quando le lotte per la libertà umana e per la necessità coincidono. Non può essere completamente soppresso, perché costituisce la difesa dell'umanità contro la distruzione totalizzante scatenata dal capitalismo. Nella nostra epoca di crisi planetaria, diviene ancora una volta manifesta la necessità per il marxismo di confrontarsi con la realtà attraverso la ragione. Di conseguenza, oggi non c'è posto per una baldoria irrazionale discorsiva quale sostituto di un'autentica attività intellettuale. Nondimeno, è necessario affrontare il vasto armamentario del postmodernismo, che è stato utilizzato come arma contro il marxismo, e analizzare le ragioni dei fallimenti della sinistra nel passato.

Sotto questo aspetto, ogni riga di questo dibattito tra Monville e Rockhill è essenziale, in quanto fornisce la base per una critica interna della "teoria francese", il cui retaggio vaga ancora per il mondo come un fantasma dell'era della prima Guerra Fredda. Nel contesto di tale critica, che si intreccia con quella elaborata da figure quali Clouscard e Domenico Losurdo, la "teoria francese" e il marxismo occidentale hanno condiviso la medesima incapacità eurocentrica di misurarsi con la realtà dell'imperialismo e della rivoluzione nel mondo. Furono infatti le debolezze del marxismo occidentale a renderlo intellettualmente vulnerabile alla tattica della decostruzione che caratterizzava la "teoria francese". Una critica della "teoria francese" deve quindi procedere di pari passo con una critica del marxismo occidentale e della sua quadruplice ritirata - dal materialismo, dalla dialettica della natura, dalla classe e dall'anti-imperialismo.31

Nemmeno la guerra civile intellettuale scatenata dallo strutturalismo e dal postmodernismo è del tutto terminata. Oggi ha assunto nuove forme in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo in generale, nelle punte estreme del postumanesimo e degli studi postcoloniali.32 Nel postumanesimo oggi in voga si assiste a una proliferazione dell'ontologia orientata agli oggetti di matrice latouriana e del "neo-materialismo", ideale per l'era dell'intelligenza artificiale. Al centro dell'attenzione vi sono qui oggetti astratti, considerati indipendenti da qualunque rapporto con i soggetti umani, la storia o le trasformazioni sociali. Ciò conduce al culto della tecnocrazia. Nelle parole di Latour, nel contesto della crisi ecologica mondiale dobbiamo semplicemente imparare ad "amare i nostri mostri [di Frankenstein]". Nelle opere di pensatori postumanisti quali Timothy Morton e Jane Bennett, oggetti come un sasso o un pezzo di carbone sono attori/attanti, collocati sullo stesso piano orizzontale degli esseri umani.33 In questa cornice irrazionalista, gli oggetti esterni della produzione umana contrapposti ai soggetti umani si sono trasformati in soggetti-oggetti identici, eliminando qualunque possibilità di autentica trasformazione sociale umana e generando un'ecologia perversa che capovolge i rapporti di alienazione reali.

Nel frattempo, il centro del palcoscenico è occupato dal buffonesco postumanista lacaniano-hegeliano Slavoj Žižek, che con il pretesto di sviluppare il materialismo dialettico marxista non fa che tentare di seppellirlo, trasformandosi così in un personaggio che suscita apprezzamento e divertimento nell'establishment e sconcerto in molti esponenti della sinistra. Nel 2020 Žižek scriveva: "[Nel 2019, l'economista neoclassico] Tyler Cowen... mi ha chiesto perché continuo a rimanere attaccato al concetto ridicolo e superato di comunismo". In quell'occasione, Žižek replicò: "Per me, il comunismo è semplicemente il nome di un problema. Non è una soluzione". Più recentemente, ha dichiarato con tono faceto: "La mia risposta [a Cowen] sarebbe dovuta essere che il comunismo mi serve proprio come sfondo... l'impegno per una Causa che rende possibile tutti i miei piaceri trasgressivi". Tutto ciò gli dà modo di prodursi in incessanti acrobazie reazionarie provocatoriamente e umoristicamente pitturate di "rosso", e corredate da un'erudizione trasgressiva e semiseria un po' alla Tristram Shandy che finisce per banalizzare praticamente ogni cosa, rafforzando in ultima analisi il lessico del capitalismo.34

Nella teoria postcoloniale contemporanea, che si è rapidamente sviluppata nel nuovo secolo, molti dei caratteri della "teoria francese" sono stati ripresi e integrati nel contesto della teorizzazione della decolonizzazione.35 Nientemeno che Fanon è stato reinterpretato come fautore della narrazione postcoloniale e perfino come afropessimista, invece che come pensatore dialettico e acerrimo oppositore del colonialismo e dell'imperialismo, fortemente influenzato dal materialismo storico.36 La critica marxista dell'eurocentrismo, sviluppatasi inizialmente negli anni Sessanta e articolata nel modo più chiaro nelle opere di Joseph Needham, Martin Bernal e Samir Amin, era destinata a essere indirizzata contro il marxismo stesso dai teorici del postcolonialismo culturale.37 Così il materialismo storico, malgrado tutte le prove del contrario, è stato accusato di eurocentrismo - un'accusa che ha acquisito credibilità alla luce delle tendenze effettivamente eurocentriche della tradizione filosofica del marxismo occidentale che, come ha illustrato Losurdo, lo differenziavano dal marxismo in generale.38

In effetti, come afferma Simin Fadaee in Global Marxism: Decolonisation and Revolutionary Politics (2024), tali accuse di eurocentrismo non soltanto non sono applicabili a Marx (almeno nella sua fase matura), ma "al contrario, è eurocentrico affermare che il marxismo sia eurocentrico, poiché ciò implica la liquidazione della chiave di volta di alcuni dei movimenti e dei progetti rivoluzionari più trasformativi della storia umana recente... Un rapporto più proficuo con la storia dovrebbe invece indurci ad apprendere dalle esperienze del marxismo da parte del Sud del Mondo, e a domandarci che cosa possiamo imparare dalla rilevanza globale del marxismo". A tale riguardo possiamo attingere alla teoria e alla pratica di Mao Zedong, Ho Chi Minh, Amílcar Cabral, Fanon, Ernesto Che Guevara e molti altri. Vi è quindi la necessità di "riconnettersi con il marxismo come cornice di analisi delle crisi multiple del capitalismo mondiale e delle prospettive di cambiamento rivoluzionario, ma anche come base per ripensare un mondo oltre il capitalismo".39

Nell'ottobre 2024, Foreign Policy, uno dei due principali organi statunitensi della Nuova Guerra Fredda (l'altro è la rivista del Council of Foreign Relations, Foreign Affairs), pubblicava un articolo di Gregory Jones-Katz intitolato "Il mondo ha ancora bisogno della 'teoria francese': il postmodernismo è morto, viva il postmodernismo". L'articolo di Jones-Katz, che commenta The Years of Theory di Jameson, è illustrato da fotografie di Lacan, Derrida, Lévi-Strauss, Sartre e Foucault. Liquidando la critica radicale secondo cui la "teoria francese" si è resa colpevole di "capitolazione nei confronti del capitalismo" (il che comunque non costituirebbe certo un problema per Foreign Policy), Jones-Katz sostiene che essa può essere proficuamente riesumata come forza contro la globalizzazione. Gli "strumenti culturali" del postmodernismo, afferma, hanno fornito al mondo le basi per risolvere i suoi problemi, indipendentemente dal declino di questa teoria in Francia. Non occorre molta fantasia per accorgersi che il sottotitolo dell'articolo di Foreign Policy, "Il postmodernismo è morto, viva il postmodernismo", è coerente con la presa d'atto che - contrariamente alle dichiarazioni trionfali della CIA nel 1985 - la "teoria francese" in fin dei conti non è riuscita a seppellire la filosofia della praxis, ed è quindi tuttora necessaria sul fronte intellettuale della Nuova Guerra Fredda. Questa volta la "teoria francese" riesumata non andrà impiegata contro la globalizzazione liberista in quanto tale, bensì contro la parziale ascesa del Sud globale, che come tutte le lotte anti-imperialiste trae ispirazione dal marxismo.40

In questo contesto, Requiem for French Theory: Transatlantic Funeral Dirge in a Marxist Key di Monville e Rockhill si può considerare a un tempo un dialogo marxista critico sul postmodernismo e un appello alla sinistra a vaccinarsi contro i virus nietzschiano e heideggeriano, di cui la "teoria francese" ha rappresentato in gran parte una manifestazione - il flagello dell'idea stessa di un'umanità rivoluzionaria universale.

Note:

1Robert Macksey ed Eugenio Donato, (a cura di), The Structuralist Controversy: The Languages of Criticism and the Sciences of Man (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1971); Stuart W. Leslie, "Richard Macksey and the Humanities Center," Modern Language Notes 134, n. 5 (dicembre 2019): 925-41; François Cusset, French Theory: Foucault, Derrida, Deleuze & Co. all'assalto dell'America (Milano, Il Saggiatore 2012); Evelyn Barish, The Double Life of Paul de Man (New York: W. W. Norton, 2014); Suzanne Gordon, "Deconstructing Paul de Man," Jacobin, 24 aprile 2014.

2Macksey e Donato, The Structuralist Controversy, 9; Cusset, French Theory.

3Jacques Lacan, Scritti (Torino, Einaudi 1974); Alexandre Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel (Milano, Adelphi 1996); Judith Butler, Soggetti di desiderio (Roma-Bari, Laterza 2009).

4Michel Foucault, Le parole e le cose (Milano, Rizzoli 1967).

5Cusset, French Theory; Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione (Torino, Einaudi 1967); Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Il capitale monopolistico (Torino, Einaudi 1968).

6Gabriel Rockhill, Foreword in Aymeric Monville, Neocapitalism According to Michel Clouscard (Madison: Iskra Books, 2023), xxi-xli; Andrew Glass, "LBJ Confers with 'The Wise Men,' March 25, 1968," Politico, 25 marzo 2018.

7Frances Stonor Saunders, Who Paid the Piper?: The CIA and the Cultural Cold War (London: Granta, 1999), 381-82; Frances Stonor Saunders, La guerra fredda culturale: la CIA e il mondo delle lettere e delle arti  (Roma, Fazi 2004); Rockhill, Foreword, in Monville, Neocapitalism According to Michel Clouscard, xxxvii-xxxviii; Peter Coleman, The Liberal Conspiracy: The Congress for Cultural Freedom and the Struggle for the Mind of Postwar Europe (New York: Free Press, 1989), 104-8; Sarah Miller Harris, The CIA and the Congress for Cultural Freedom in the Early Cold War (New York: Routledge, 2016), 1-3, 170-79, 143-45, 194; John Bellamy Foster, The Return of Nature: Socialism and Ecology (New York: Monthly Review Press, 2020), 473-76. Su Adorno, si veda Rodney Livingstone, Perry Anderson e Francis Mulhern, "Presentation IV" in Theodor Adorno, Walter Benjamin, Bertolt Brecht e György Lukács, Aesthetics and Politics (London: Verso, 1977), 142-50; Theodor Adorno, "Reconciliation Under Duress," in Adorno, Benjamin, Brecht e Lukács, Aesthetics and Politics, 152-54; István Mészáros, The Power of Ideology (New York: New York University Press, 1989), 118-19.

8Leslie, "Robert Macksey and the Humanities Center," 933; Patrick Iber, "The Spy Who Funded Me: Revisiting the Congress for Cultural Freedom," Los Angeles Review of Books, 11 giugno 2017.

9Jacques Derrida, "Structure, Sign, and Play in the Discourse of the Human Sciences," in Macksey e Donato, The Structuralist Controversy, 247-65.

10Gilles Deleuze, cit. in Richard Macksey ed Eugenio Donato, "The Space Between-1971," in Macksey e Donato, The Structuralist Controversy, x; Gilles Deleuze, Foucault (Milano, Feltrinelli 1987).

11Macksey e Donato, "The Space Between-1971," xii.

12Goldmann in Macksey e Donato, The Structuralist Controversy, 148. Goldmann era noto soprattutto come fautore dell'umanismo socialista. Si vedano: Lucien Goldmann, Power and Humanism (Nottingham: Spokesman Books, 1974); Lucien Goldmann, "Socialism and Humanism," in Socialist Humanism, a cura di Erich Fromm (New York: Doubleday, 1965), 40-52.

13Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere (Milano, Feltrinelli 1979).

14Sotto questo aspetto, Foucault si può considerare un'eccezione. Tuttavia, la sua analisi era in generale ostile a qualunque forma di storia longitudinale e al concetto di rotture storiche. Si basava su metodologie da lui definite "archeologiche" e "genealogiche", quest'ultimo termine inteso nell'accezione nietzschiana. Nel solco di Nietzsche, contrapponeva esplicitamente la genealogia alla storia, ravvisando nella prima una prospettiva che "rigetta lo sviluppo meta-storico dei significati ideali". Si veda Michel Foucault, Language, Counter-Memory, Practice: Selected Essays and Interviews (Oxford: Blackwell, 1977), 140.

15Frank R. Ankersmit, "Historiography and Postmodernism," History and Theory 28, n. 2 (1989): 142, 149-50; John H. Zammito, "Ankersmit's Postmodernist Historiography: The Hyperbole of Opacity," History and Theory 37, n. 3 (ottobre 1998): 330-46; Deleuze, Foucault; John Bellamy Foster, "Afterword: In Defense of History," in In Defense of History: Marxism and the Postmodern Agenda, a cura di Ellen Meiksins Wood e John Bellamy Foster (New York: Monthly Review Press, 1997), 185-87.

16Derrida, "Structure, Sign, and Play in the Discourse of the Human Sciences," 247-49; Macksey e Donato, "The Space Between-1971," xii; Dishari Neogy, "Deconstruction of the Conceptual 'Centre' as a Post-Modern Phenomenon," International Journal of English Research 7, n. 6 (2021): 1-3.

17Henri Lefebvre, L'irruption de Nanterre au sommet, Parigi, Syllepse, 1968.

18Gabriel Rockhill, "The Myth of 1968 Thought and the French Intelligentsia: Historical Commodity Fetishism and Ideological Rollback," Monthly Review 75, n. 2 (giugno 2023): 19-49.

19The Combahee River Collective, "A Black Feminist Statement," in Zillah Eisenstein, Capitalist Patriarchy and the Case for Socialist Feminism (New York: Monthly Review Press, 1979), 362-72.

20Fredric Jameson, The Years of Theory: Postwar French Thought to the Present (London: Verso, 2024), 15-19. L'analisi della "teoria francese" che segue rispetta in generale la periodizzazione di Jameson, definendone tuttavia in modo più preciso la cronologia e aggiungendovi alcuni particolari.

21Jameson, The Years of Theory, 17.

22Jameson, The Years of Theory, 17.

23Si vedano i commenti della CIA sulla scuola delle Annales in Office of European Analysis, Central Intelligence Agency, France: Defection of the Leftist Intellectuals: A Research Paper (dicembre 1985).

24Jean Baudrillard, Lo specchio della produzione, Milano, Multhipla 1979.

25Keti Chukhrov, Practicing the Good: Desire and Boredom in Soviet Socialism (Minneapolis: e-flux/University of Minnesota Press, 2020), 20.

26Jameson, The Years of Theory, 18-19, 435-36, 445. Le evoluzioni della "teoria francese" nei tardi anni Ottanta furono diagnosticati ottimamente da George Ross, "Intellectuals Against the Left: The Case of France," in The Retreat of the Intellectuals: The Socialist Register, 1990 (London: Merlin Press, 1990), 201-27.

27Bruno Latour, Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze (Milano, Raffaello Cortina 2000); Bruno Latour, Riassemblare il sociale. Actor-Network Theory (Roma, Meltemi 2022); Bruno Latour, Non siamo mai stati moderni. Saggio d'antropologia simmetrica, (Milano, Elèuthera 2009); Graham Harman, Bruno Latour: Reassembling the Political (London: Pluto Press, 2014).

28Bruno Latour, "Why Has Critique Run Out of Steam?," Critical Inquiry 30 (2014): 225-48; Bruno Latour, Il culto moderno dei fatticci (Roma, Meltemi 2005); Timothy Morton, Humankind. Solidarietà ai non umani (Roma, Produzioni Nero 2022); Jane Bennett, Materia vibrante. Un'ecologia politica delle cose (Palermo, Timeo 2023); John Bellamy Foster, "Marx's Critique of Enlightenment Humanism," Monthly Review 74, no. 8 (gennaio 2023): 10-12.

29Office of European Analysis, Central Intelligence Agency, France: Defection of the Leftist Intellectuals.

30Gabriel Rockhill, Foreword, in Monville, Neocapitalism According to Michel Clouscard, xiv.

31John Bellamy Foster e Gabriel Rockhill, "Western Marxism and Imperialism: A Dialogue," Monthly Review 76, n. 10 (marzo 2025): 1-29.

32L'influenza della "teoria francese" si può riscontrare in misura alquanto rilevante nel discorso postcoloniale e decoloniale, compresa la cosiddetta scuola della "modernità/colonialità" e perfino in alcune forme di afropessimismo.

33Bruno Latour, "Love Your Monsters," Breakthrough Institute, 14 febbraio 2012, thebreakthrough.org; Foster, "Marx's Critique of Enlightenment Humanism," 7-13. La critica classica dell'irrazionalismo è György Lukács, La distruzione della ragione (Torino, Einaudi 1959).

34Slavoj Žižek, "Where Is the Rift?: Marx, Lacan, Capitalism, and Ecology," Res Publica 23, n. 3 (2020): 375-85; intervista a Slavoj Zizek di Tyler Cohen, "Slavoj Žižek on His Stubborn Attachment to Communism," Conversations with Tyler, episodio 84, 8 gennaio 2020; John Bellamy Foster, "The New Irrationalism," Monthly Review 74, n. 9 (febbraio 2023): 19-21; Gabriel Rockhill, "Capitalism's Court Jester: Slavoj Žižek," Counterpunch, 2 gennaio 2023.

35Su questi complessi rapporti teorici si veda Arif Dirlik, The Postcolonial Aura: Third World Criticism in the Age of Global Capitalism (Boulder, Colorado: Westview Press, 1997), 52-83.

36Gavin Arnall, Subterranean Fanon: An Underground Theory of Radical Change (New York: Columbia University Press, 2020), 18-33. Per un'analisi coerente della visione del mondo di Fanon, si veda Ato Sekyi-Otu, Fanon's Dialectic of Experience (Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press, 1996).

37Joseph Needham, La Cina e la storia. Dialogo tra Oriente e Occidente (Milano, Feltrinelli 1975); Martin Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica (Parma, Pratiche 1992); Samir Amin, Eurocentrismo. Modernità, religione e democrazia. Critica dell'eurocentrismo, critica dei culturalismi (Reggio Calabria, La Città del Sole 2022).

38Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere (Roma-Bari, Laterza 2017)). Per un esempio di tentativo da parte di un teorico dichiaratamente post-strutturalista e postcoloniale di accusare il marxismo di eurocentrismo, concentrandosi peraltro quasi esclusivamente sulla ristretta tradizione del marxismo occidentale, si veda Robert J. C. Young, Mitologie bianche: la scrittura della storia e l'Occidente (Roma, Meltemi 2007).

39Simin Fadaee, Global Marxism: Decolonisation and Revolutionary Politics (Manchester: University of Manchester Press, 2024), 22-23.

40Gregory Jones-Katz, "The World Still Needs French Theory: Postmodernism Is Dead. Long Live Postmodernism," Foreign Policy, 4 ottobre 2024. Jones-Katz menziona ritualmente la "fine del marxismo" nel suo articolo, ma dal suo insistere sull'utilità della "teoria francese" nell'era della globalizzazione e della parziale ascesa del Sud globale traspare il significato opposto - la persistenza dello spettro del comunismo, che va ancora combattuto, benché in forme diverse.


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