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Il dibattito dietro il dibattito: lo sfruttamento del Sud globale da parte del Nord globale è davvero la principale contraddizione del nostro tempo?

Greg Godels | zzs-blg.blogspot.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

19/04/2026

Spesso, nei dibattiti tra intellettuali marxisti, è difficile separare il grano dal loglio. Alcune delle controversie più astruse non hanno assolutamente nulla a che vedere con la prassi marxista - con la lotta di classe vera e propria.

Il cosiddetto "problema della trasformazione" dibattuto tra gli studiosi di economia politica, per esempio, non costituisce affatto un problema, a meno di accettare quei presupposti che vengono presentati ai laureati delle facoltà di economia come irrinunciabili per chi intenda prendere sul serio il marxismo. Il marxismo, in realtà, muove una critica vigorosa ed efficace al capitalismo senza accettare tali presupposti e senza lasciarsi irretire da questo problema fittizio. Non far derivare le fluttuazioni dei prezzi dal valore degli scambi non mette in crisi il progetto marxista, esattamente come non far derivare il pensiero in quanto tale da eventi cerebrali o processi neurologici non mette in crisi il progetto scientifico della neurofisiologia.

Ma gli esiti di alcuni dibattiti "teorici" hanno conseguenze pratiche reali. In altri casi, tali dibattiti rappresentano dei pretesti per creare controversie all'interno dei nostri movimenti politici.

Una recente baruffa tra Vivek Chibber e Vijay Prashad offre un esempio di entrambe le situazioni, oltre a evidenziare un copioso sfoggio di cavillosità.

Chibber ha dato inizio allo scontro con un'intervista pubblicata sulla rivista Jacobin a metà dicembre. La sua tesi - dichiarata espressamente nel titolo dell'intervista - è la seguente: "Non è stato il saccheggio coloniale a creare il capitalismo". Alla domanda se "il saccheggio coloniale sia stato determinante per la nascita del capitalismo", Chibber replica con la sua tipica franchezza: "L'idea che il capitalismo sia stato creato dal saccheggio non sta in piedi".

In marzo, Vijay Prashad ha risposto senza mezzi termini a Chibber con un lungo articolo pubblicato sul Monthly Review. Prashad esordisce bacchettando Chibber per la sua mancanza di serietà ("Se Chibber voleva dare inizio a una discussione sulle questioni delle origini del capitalismo e del ruolo del colonialismo in relazione a esse, avrebbe fatto meglio a preparare qualcosa di più di un podcast per stimolare tale dibattito...") e si rammarica del fatto che Chibber non abbia esposto le sue posizioni nella forma di "un testo scritto per esteso, completo di citazioni".

L'accusa appare speciosa, dal momento che a muoverla è un intellettuale la cui notorietà e il cui diffuso prestigio sono in gran parte dovuti a podcast, interviste e testi estemporanei, più che ai suoi lavori accademici.

Per di più, nel suo articolo Prashad ha l'ardire di sostenere che "Nessuno studioso serio afferma che sia stato il colonialismo a creare il capitalismo".

All'apparenza, tale ammissione metterebbe fine al dibattito - non vi sarebbe cioè alcun disaccordo. Chiunque non abbia familiarità con i dibattiti spesso astiosi che caratterizzano la sinistra si domanderebbe perché mai tale scontro sia iniziato in prima istanza...

Perché Chibber ritiene necessario negare che il saccheggio coloniale abbia creato il capitalismo? Forse quella del "capitalismo creato dal colonialismo" è un'argomentazione fittizia? E se Prashad dice il vero, e nessuno studioso serio la prende per buona, contro chi è rivolta l'argomentazione di Chibber? E perché Prashad è così irritato dall'intervento di Chibber?

È forse l'ennesimo caso di "marxismo da seminari"? Di chiacchiere in libertà fatte per rimpinguare un curriculum? Di scontro scatenato solo per il gusto di farlo?

In realtà, dietro entrambe le posizioni c'è tutta una tradizione polemica - si tratta di una lunga e accesa battaglia ideologica che si accende sovente nell'arena accademica.

Chibber prende di mira la tendenza - che a sinistra caratterizza numerosi marxisti - a individuare il nesso dello sfruttamento nelle diseguaglianze nazionali, e in particolare in quelle tra i Paesi capitalisti più avanzati e quelli meno sviluppati. Afferma:

    Negli anni Sessanta e Settanta [tale tendenza] è risorta nella forma del cosiddetto "terzomondismo", l'idea secondo cui il Nord globale sfrutterebbe collettivamente il Sud globale. Ed è chiaro che si tratta di un'estensione dell'idea secondo cui il capitalismo in Occidente sarebbe nato dal saccheggio del Sud globale. In quest'ottica, si può cioè affermare che il Nord globale continua a essere ricco grazie al saccheggio del Sud…

    Ciò equivale a trasformare una questione di classe in una questione razziale e nazionale. E nella sinistra odierna, nazionalismo e razza costituiscono le ideologie dominanti. Mi sorprende che questo luogo comune, questo "suprematismo bianco globale", sia divenuto così diffuso a sinistra. Oltretutto, è completamente privo di senso. Non ha letteralmente nulla a che fare con la realtà.

    Ma è diventato di moda a sinistra, perché permette di allineare il radicalismo all'attuale predominio della politica razziale identitaria. E l'idea centrale è che quali che siano le divisioni esistenti all'interno delle razze, esse impallidiscono (mi si perdoni l'involontario gioco di parole) di fronte alle divisioni esistenti tra le razze.

In sostanza, Chibber è convinto di difendere un'analisi di classe contro una sinistra che ha abbandonato il concetto di classe - una sinistra che vede l'oppressione globale esclusivamente attraverso il prisma del nazionalismo e della razza.

Gli autori come Prashad ritengono che la principale contraddizione del mondo odierno sia quella tra "Nord globale" e "Sud globale", due concetti astratti ricavati da una sommaria divisione del mondo tra gli Stati colonialisti del passato e gli Stati post-coloniali.

Il fascino dell'analisi basata sulla contrapposizione tra Nord globale e Sud globale dovrebbe apparire evidente. Ben prima della nascita del capitalismo, potenti imperi assoggettarono, sfruttarono, oppressero e schiavizzarono popolazioni a proprio vantaggio. Nell'era del mercantilismo pre-industriale, principati, città-stato, regni e altri centri di potere estraevano incessantemente ricchezza da coloro che erano impossibilitati a opporsi. E poco dopo che il capitalismo fu giunto a maturazione e il moderno Stato nazionale si fu sviluppato pienamente, le corporation monopolistiche capitaliste delle grandi potenze continuarono ad assoggettare, depredare, saccheggiare e violentare popolazioni più deboli attraverso il sistema coloniale.

Non vi è nulla di nuovo o di originale, tuttavia, nel sostenere che nazioni, organizzazioni, istituzioni, gruppi o individui potenti sfruttano periodicamente o perfino sistematicamente i loro omologhi più deboli. Non vi è nulla di nuovo o di particolarmente innovativo nel riconoscere che esistono asimmetrie di potere nelle relazioni globali. E di sicuro, in tutto ciò non vi è nulla di specificamente marxista.

Ma Prashad non si ferma qui. Il suo obiettivo è collegare specificamente gli Stati nazionali allo sfruttamento capitalista. Mentre il marxismo di Marx ed Engels ravvisava lo sfruttamento essenzialmente nella relazione tra coloro che possiedono i mezzi di produzione e i lavoratori - due classi distinte -, Prashad ritiene che lo sfruttamento costituisca una relazione tra Stati nazionali: gli Stati colonizzatori del passato e i loro sudditi coloniali. Lui e altri sostengono che ancora oggi lo sfruttamento sia incentrato fondamentalmente sulle relazioni tra Stati nazionali: gli ex-colonizzatori privilegiati e le ex-colonie. Dal momento che le diseguaglianze sono indubbiamente, almeno in parte, un retaggio del colonialismo, il fatto che le diseguaglianze nazionali esistano ancora oggi dimostrerebbe, secondo Prashad e coloro che la pensano come lui, l'esistenza di questa relazione di sfruttamento.

Prashad cita studi basati su ipotesi - che valutano dove si sarebbe potuta dirigere la ricchezza se gli eventi avessero preso una traiettoria diversa - quale ulteriore dimostrazione del fatto che le persistenti diseguaglianze tra Sud e Nord sono dovute a rapporti di sfruttamento, senza fare parola dei rapporti di produzione - il capitalismo - che rendono concretamente possibili queste diseguaglianze. I rapporti di classe - rapporti che privilegiano i vantaggi che le borghesie straniere e nazionali ricavano dallo sfruttamento - non vengono citati affatto. Dovremmo quindi concludere alla stessa stregua, sulla base della persistente esistenza di diseguaglianze, che il Nord degli USA sfrutta il Sud degli USA? O dobbiamo invece affermare che, grazie a uno sviluppo ineguale e disomogeneo, il capitalismo corporativo li sfrutta entrambi, sebbene in modo diverso? Io direi che possiamo concordare sulla seconda ipotesi.

Paradossalmente, Prashad afferma:
    Questo incessante drenaggio frutta un flusso continuo di bottino ai sistemi finanziari controllati dall'Occidente, il cui potere rimane intatto a dispetto dei grandi cambiamenti provocati dallo spostamento del baricentro dell'economia mondiale verso l'Asia.
Questa curiosa affermazione suggerisce che il Nord globale stia sistematicamente saccheggiando il Sud globale nonostante il peso dell'economia mondiale - il suo futuro e le sue fortune - sia collocato in Asia, il motore economico del Sud globale. Come può Prashad affermare che siano vere entrambe le cose? Come possono Prashad e altri celebrare il fatto che il cuore del Sud - i Paesi del BRICS+ - abbia superato nell'insieme il prodotto economico del G7, e al tempo stesso sostenere che il Nord continui a saccheggiare sistematicamente le ricchezze del Sud?

La realtà è che le relazioni sociali capitaliste - la lotta tra le classi per il controllo dei frutti del lavoro - hanno compenetrato sia il Nord globale sia il Sud globale. Sono le corporation monopolistiche - entità sociali che non rispettano alcun confine di Stato - a "saccheggiare" ovunque e dappertutto.

Invece di subordinare acriticamente i loro destini ai dettami delle istituzioni capitaliste internazionali, ai loro prestiti o agli investimenti stranieri, invece di inseguire una sorta di giustizia compensativa per i crimini del colonialismo, gli Stati post-coloniali dovrebbero riflettere sulle intuizioni illustrate da Paul Baran nell'opera da lui composta all'epoca dell'apogeo del movimento di indipendenza coloniale:
    Le intuizioni principali, che non devono essere messe in ombra da questioni di importanza secondaria o terziaria, sono due. La prima è che se si persegue uno sviluppo economico rapido, è indispensabile una pianificazione economica complessiva... La seconda intuizione di cruciale importanza è che nessuna pianificazione degna di questo nome è possibile in una società in cui i mezzi di produzione rimangono sotto il controllo di interessi privati che li amministrano in funzione del massimo profitto dei loro proprietari (o della loro sicurezza, o di altri vantaggi privati). (xxviii-xxix, Introduzione all'edizione 1962 di The Political Economy of Growth di Paul A. Baran [grassetto aggiunto].
Baran propugna senza mezzi termini una via d'uscita socialista dal retaggio coloniale e dal destino neocoloniale - una posizione che sarà anche passata di moda, ma rimane l'unica risposta autenticamente marxista a disposizione dei lavoratori del cosiddetto Sud globale. Dal momento che Baran è considerato il padrino ideologico di molti di coloro che sottolineano la contrapposizione tra Nord e Sud, è curioso che coloro che si considerano i suoi eredi citino assai di rado questa sua conclusione.

Né Prashad né Chibber prendono in considerazione questa soluzione. Prashad, citando Samir Amin, dipinge un quadro fuorviante dell'imperialismo contemporaneo:

Nella tradizione marxista vi sono varie interpretazioni dell'idea dell'accumulazione originaria, ma i fatti provano - come è stato appurato per esempio nelle opere di Samir Amin, tra gli altri - che l'imperialismo non è un prodotto del capitalismo, ma costituisce la base del capitalismo stesso [corsivo aggiunto].

L'imperialismo odierno è mosso dalla volontà di proteggere ed espandere le sfere di influenza, acquisire fonti energetiche e metalli rari, conquistare e ampliare gli accessi al mercato e dominare i mercati della manodopera. Dietro agli incessanti conflitti tra le grandi potenze, alle guerre civili e ai cambiamenti di regime si cela inevitabilmente la competizione capitalista.

È il capitalismo a costituire la base dell'imperialismo. E perdere di vista questo fatto - la prospettiva di classe - significa non riuscire più a capire chi sono i colpevoli e chi le vittime.

Ma la classe da sola non spiega lo sfruttamento e l'imperialismo, come si potrebbe desumere da quanto scrive Chibber. Il nazionalismo e la razza costituiscono da sempre utili strumenti per fuorviare, sventare o annacquare la lotta di classe. La lunga vita e la resilienza del capitalismo devono molto alla manipolazione - tanto insidiosa quanto magistrale - dei concetti di razza e di nazione da parte della classe capitalista, il cui obiettivo è distogliere l'attenzione dal conflitto tra la classe degli sfruttatori e quella degli sfruttati. La cecità e l'insensibilità nei confronti della razza e dell'identità nazionale non fanno che esacerbare e inasprire la durezza dello sfruttamento di classe.

Il dibattito è utile soprattutto quando proietta luce sulla via da percorrere.


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