Si può ammirare la rivoluzione cinese come una delle grandi disfatte degli sforzi imperialisti e coloniali europei, giapponesi e statunitensi. Si possono elogiare gli straordinari sacrifici e la profonda dedizione che i membri del Partito Comunista Cinese hanno messo al servizio della liberazione dei popoli della Cina dal dominio straniero e del progresso della popolazione verso una vita migliore.
Al tempo stesso, si possono anche riconoscere gli errori, i passi falsi e le campagne fallimentari che prevedibilmente hanno accompagnato la fondazione e lo sviluppo della nuova Cina.
Come per altri progetti rivoluzionari precedenti, quali quelli americano e francese nella loro epoca, e come per la Repubblica Sovietica, le democrazie popolari europee, la Repubblica Popolare di Corea, Cuba e il Vietnam ai nostri giorni, il destino della Cina popolare sarà e dovrà essere deciso dal suo popolo e dalle forze che lo guidano. E noi siamo tenuti a difendere il loro diritto di compiere tale scelta, che la condividiamo o meno.
Chi di noi osserva la rivoluzione cinese dall'esterno deve mostrare umiltà e cautela nel valutarne il progresso. Dobbiamo evitare tanto le critiche frettolose, quanto le difese per principio. Non dobbiamo affrettarci a pronunciare giudizi su un progetto che, da qualunque prospettiva lo si guardi, non è ancora ultimato. Ancora nel febbraio del 1952, Stalin ci rammentava che la produzione di merci esisteva ancora nell'Unione Sovietica. Al tempo stesso, l'obiettivo dei comunisti rimaneva, per riprendere le parole di Engels nell'Anti-Dühring citate da Stalin, «la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società» affinché venisse «eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori».
Pur ammettendo che l'Unione Sovietica doveva ancora conseguire tale obiettivo, Stalin non lasciava spazio a equivoci riguardo al modo in cui l'Unione Sovietica e i comunisti sovietici lo perseguivano: La particolare funzione del potere sovietico si spiega con due circostanze: in primo luogo col fatto che il potere sovietico non doveva sostituire una forma di sfruttamento con un'altra forma, come è avvenuto nelle rivoluzioni del passato, ma liquidare qualsiasi sfruttamento; in secondo luogo col fatto che, in seguito all'assenza nel paese di qualsiasi germe già formato di economia socialista, esso dovette creare, per così dire, sul «vuoto», nuove forme socialiste di economia. (Problemi economici del socialismo nell'URSS [corsivi miei]).
Per Stalin, il progetto socialista nell'URSS avrebbe fatto perno sull'eliminazione dello sfruttamento e sullo sviluppo di nuove forme socialiste di economia.
Indubbiamente, vi sono molti modi per perseguire questi obiettivi. Ogni Paese che imbocchi la via rivoluzionaria deve affrontare circostanze diverse determinate da specifiche caratteristiche storiche, geografiche, nazionali e sociali. Tali circostanze impediscono un programma «standardizzato» per la realizzazione del socialismo. Tuttavia, la fine dello sfruttamento capitalista - la compravendita della forza-lavoro e l'appropriazione privata del plusvalore - e lo sviluppo di nuove forme di vita economica non capitaliste restano pur sempre gli obiettivi di tutti comunisti.
Come affermano Marx ed Engels nella III parte del Manifesto del Partito Comunista, esistono diversi «socialismi». Questi «socialismi» competono con il socialismo dei comunisti, e «ciò che distingue il comunismo non è l'eliminazione della proprietà in quanto tale, bensì l'abolizione della proprietà borghese. Ma la moderna proprietà privata borghese è l'ultima e più compiuta espressione della creazione e dell'appropriazione dei prodotti fondata su contrapposizioni di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri» (Manifesto del Partito Comunista [corsivo mio]).
È indicativo che i grandi dibattiti che infuriano sulla questione se la Repubblica Popolare Cinese sia socialista oppure capitalista menzionino di rado lo «sfruttamento degli uni da parte degli altri». Nel tentativo disperato di conquistarsi una visibilità, la sinistra occidentale - marxista e non - inquadra raramente la lotta per il socialismo nel linguaggio dello sfruttamento, malgrado la sua centralità nei testi classici.
Di conseguenza, il dibattito sulla Cina vede sovente gli uni celebrare la straordinaria riduzione della povertà estrema che ha caratterizzato la storia cinese recente, e gli altri denunciare le enormi diseguaglianze di ricchezza e di reddito createsi negli ultimi decenni. Entrambe le affermazioni sono vere, sebbene conducano apparentemente a conclusioni contraddittorie.
Un recente articolo apparso su Jacobin opta per una prospettiva diversa, affermando in modo provocatorio che «il più grande risultato della storia dell'umanità in termini di crescita e di riduzione della povertà [realizzato dalla Cina]» è stato «reso possibile dal brutale sfruttamento di milioni di lavoratori». L'articolo di Daniel Cheng è la recensione di un libro di Xiao Hai che afferma di narrare l'esperienza di lavoro dell'autore in cinque diverse imprese cinesi. Il carattere apertamente aneddotico del libro - vivido e brutale, ma pur sempre l'esperienza di una singola persona - non contribuisce più di tanto al quadro generale.
Ma nemmeno il più fervido ammiratore della «Cina Socialista» vorrà negare che milioni di cinesi rurali sono emigrati nelle città e nelle zone economiche speciali per lavorare in analoghe condizioni di sfruttamento durissime, capitaliste.
Certo, l'accumulazione di enormi capitali da parte di una classe capitalista cinese emergente (oltre che da capitalisti stranieri accolti a braccia aperte) ha contribuito notevolmente alla rapida crescita dell'economia cinese.
Indubbiamente, una Cina «ricca» potrebbe fornire in modo più agevole una base economica umana a una società cinese sempre più stratificata. Ed è fuor di dubbio che questo standard di vita garantito ha maggiori probabilità di concretizzarsi sotto la guida di un Partito Comunista ricco di esperienza, piuttosto che in un regime dominato da incalliti capitalisti monopolistici.
Ma nella Cina odierna, lo sfruttamento degli uni da parte degli altri rimane - dopo quasi cinquant'anni - una forza motrice centrale nel progresso economico del Paese. L'articolo di Cheng ci rammenta questa realtà.
Nel dibattito entra a gamba tesa Carlos Martinez, in prima fila tra gli esponenti della sinistra che sostengono il «socialismo con caratteristiche cinesi», la rotta imboccata dai comunisti cinesi a partire dal 1978. Nella sua replica a Cheng, afferma che «lo sfruttamento va contestualizzato». Invece di concentrarsi sul fatto che il socialismo cinese incoraggia lo sfruttamento dei lavoratori nell'ambito di condizioni di lavoro capitaliste, Martinez suggerisce che il fine giustifichi i mezzi; sopportando lo sfruttamento capitalista, il popolo cinese finirà per ottenere dei benefici. Il che potrà apparire ad alcuni una sorta di imbarazzante contraltare alla promessa del capitalismo occidentale secondo cui la crescita «sgocciolerà» in basso fino a raggiungere i più svantaggiati (trickle down), poiché «l'alta marea fa galleggiare tutte le barche». Dopotutto, in Gran Bretagna l'aspettativa di vita sotto il capitalismo è più che raddoppiata dal 1800 a oggi, e l'altezza media dei maschi adulti è aumentata di dieci centimetri. Il consumo di calorie, l'accesso a cure mediche sempre più avanzate, il miglioramento dell'igiene, i servizi pubblici eccetera sono andati a beneficio della popolazione, sebbene la classe operaia britannica abbia continuato a essere profondamente sfruttata, producendo una maggiore concentrazione dei capitali nelle mani delle corporation monopolistiche e di singoli individui scandalosamente ricchi. Lo sviluppo capitalista delle forze produttive consente generalmente un aumento dei costi relativi necessari a garantire la riproduzione della forza-lavoro estratta da una classe operaia combattiva, organizzata e resistente.
Sopportare lo sfruttamento non è mai stato una semplice questione di applicazione del principio dell'era Reagan, «Stai meglio di come stavi prima?». Il riconoscimento del nuovo significato dello sfruttamento - lo sfruttamento della forza-lavoro - affonda le sue radici nell'industrializzazione dell'Europa e nella sua adozione dei rapporti sociali capitalisti. Prima ancora di Marx ed Engels, gli osservatori erano consapevoli delle ingiustizie dello sfruttamento capitalista, dell'uso di esseri umani come strumenti di accumulazione del capitale, della compensazione dei lavoratori in funzione del costo sostenibile della loro riproduzione, della loro immissione forzata nell'universo delle merci.
Le condizioni di lavoro erano ardue e difficili anche agli esordi dell'industrializzazione sovietica. La vita era dura. Ma non si trattava di condizioni di sfruttamento, poiché tutta la ricchezza prodotta dai lavoratori prometteva un futuro migliore per tutti. Parte della ricchezza accumulata poteva venire sprecata, utilizzata in modo improprio o perfino rubata, ma non veniva sistematicamente e metodicamente dirottata nelle tasche dei pochi e negata ai molti. I sacrifici erano volontari, perché i lavoratori erano convinti che servissero ad aiutare i molti. Martinez sembra liquidare cinicamente questa esperienza come «utopia socialista immaginaria».
È facile dimenticare alcuni dei primi successi riportati dalla Cina quando essa seguiva un modello più prossimo alle esperienze dell'Unione Sovietica e delle democrazie popolari. Per esempio: Il successo della prima riforma agraria fece sì che alla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, la Cina potesse rivendicare in modo credibile di essere riuscita, per la prima volta dal tardo periodo Qing, a sfamare un quinto della popolazione mondiale disponendo soltanto del 7% delle terre coltivabili del globo… Nel 1953, l'economia cinese si era ormai rapidamente ripresa… La sua produzione industriale crebbe del 31% nel 1955 e di un altro 10% nel 1956… Il processo di collettivizzazione iniziò lentamente, ma accelerò nel 1955 e nel 1956. Nel 1957 circa il 93,5% delle famiglie contadine era ormai entrato a far parte delle cooperative avanzate di produzione. Sebbene il settore agricolo ricevesse soltanto il 6,2% del bilancio durante il primo piano quinquennale, la produzione agricola lorda aumentò del 24,7%. La classe operaia industriale passò da 6 a 10 milioni di persone. I luoghi di lavoro industriali organizzati in danwei (unità di lavoro) fornivano case a prezzi calmierati, posti di lavoro fissi, istruzione e cure mediche. Nei primi anni Cinquanta, la Cina istituì un sistema di previdenza sociale che comprendeva i lavoratori delle imprese di proprietà statale, delle imprese a proprietà collettiva, dei settori amministrativi (per esempio i ministeri) e delle unità operative (come le università e gli ospedali statali)... Per tutti gli anni Cinquanta, il principale ostacolo alla modernizzazione economica su vasta scala fu costituito dalla relativa carenza di esperienza gestionale. La promozione di normali lavoratori a incarichi gestionali era finalizzata a sopperire a questa carenza, oltre a contribuire al raggiungimento dell'obiettivo politico complessivo di mettere il proletariato al potere.
Così, applicando alcune idee ispirate a esperienze comuniste precedenti e con l'aiuto della comunità socialista, la Repubblica Popolare Cinese conseguì notevoli successi nel suo primo decennio di esistenza.
Purtroppo, questo cammino fu interrotto dal Grande Balzo in Avanti, una deviazione esageratamente idealista in direzione di qualcosa che avrebbe forse meritato più appropriatamente la definizione di «utopia socialista immaginaria» usata da Martinez. Malgrado il disastro del Grande Balzo (a cui si aggiunse una terribile carestia), in seguito la crescita fu ripristinata, per poi essere nuovamente mandata all'aria dall'altrettanto caotica Rivoluzione Culturale iniziata negli anni Sessanta.
Gli eccessi volontaristici e di estrema sinistra del Partito Comunista dell'epoca mandarono a monte i successi economici alimentati da progetti razionali e basati sulla realtà. L'idea che la volontà collettiva potesse prevalere su qualsiasi limite materiale - un concetto estraneo al marxismo - cacciò il partito in numerosi vicoli ciechi politici, esaurendo nel contempo l'entusiasmo di molti per il socialismo.
Questi sbandamenti furono accompagnati da una rottura con l'Unione Sovietica, che determinò una maggiore collaborazione con l'imperialismo USA, attriti e una vera e propria aggressione ai danni della Repubblica Democratica del Vietnam e una vergognosa alleanza con il regime dell'apartheid sudafricano nelle guerre anti-coloniali contro le colonie africane del Portogallo.
L'anti-sovietismo cinese da Guerra Fredda e la chimera metafisica della creazione del socialismo attraverso la semplice volontà collettiva conquistarono sin troppi esponenti della Nuova Sinistra e della «sinistra» anticomunista.
Con la morte di Mao, i vertici del Partito effettuarono una brusca sterzata, abbandonando l'avventurismo di ultra-sinistra e adottando le riforme filo-capitaliste di Deng nel 1978. L'idealismo sfrenato fu rimpiazzato dal pragmatismo.
Martinez, che insiste sulla necessità di «contestualizzare» lo sfruttamento nella Repubblica Popolare, dovrebbe essere altrettanto disponibile a contestualizzare la svolta che ha permesso al capitalismo di rientrare dall'ingresso principale. Le sue radici storiche stanno nel rifiuto del socialismo meccanicistico e d'assalto dell'era di Mao, che aveva interrotto l'avanzata pianificata ed efficiente verso una società senza sfruttamento. Malgrado la caotica situazione dell'epoca, la Repubblica Popolare Cinese crebbe in media del 6,2% all'anno dal 1952 al 1978, secondo quanto afferma Lin Chun in The Transformation of Chinese Socialism - un risultato ottenuto senza fare affidamento sui rapporti di produzione capitalisti.
Martinez se la prende con il paragone tracciato da Cheng tra il capitalismo emergente della Manchester ottocentesca e il recente capitalismo cinese emergente di Shenzen. Effettivamente, il confronto è improprio sotto molti aspetti. Per Cheng sarebbe stato più proficuo operare un confronto tra il numero dei miliardari di Shenzen (132) e il numero dei miliardari di New York City (146). Nel 1978 non c'era un solo miliardario a Shenzen. In entrambe le città, i miliardari sono il prodotto diretto o indiretto dello sfruttamento capitalista. In una prospettiva marxista, qual è mai l'utilità sociale di un miliardario? In che senso l'esistenza di miliardari promuove la causa del socialismo in Cina o in qualsiasi altro luogo?
Invece di contestualizzare lo sfruttamento, Martinez finisce per relativizzare - e di conseguenza razionalizzare - lo sfruttamento degli uni da parte degli altri. Invoca un confronto tra la Cina di oggi e i Paesi a basso reddito del Sud del Mondo. In effetti, gli stessi mutamenti intervenuti nella mobilità dei capitali, la riduzione dei costi di esportazione e di trasporto e la liberalizzazione degli scambi che hanno permesso alla Cina di offrire milioni di lavoratori a basso costo alle manifatture stanno ora determinando uno spostamento delle manifatture verso Paesi ancor più a basso reddito. Paradossalmente, molte imprese cinesi stanno ora traendo vantaggio da questi costi più bassi e trasferendo la produzione in queste nuove «Cine». Nella corsa al ribasso i lavoratori perderanno sempre, come hanno sempre perso anche al difuori dell'economia globalizzata. Ben pochi, a sinistra, celebreranno la «prosperità» del Sud degli Stati Uniti, determinata dalla fuga dei posti di lavoro dal Nord sindacalizzato verso bacini di manodopera più economica e non sindacalizzata.
Ciò che Martinez non capisce o decide di ignorare è che il capitalismo ha un'unica logica focalizzata: l'accumulazione di enormi capitali nelle mani di pochi. Quando Marx nel Capitale proclama che l'accumulazione è «Mosè e i profeti», intende sottolineare in modo incisivo ed enfatico che l'accumulazione è un processo infinito. L'esistenza di masse di capitale in mani private impone che i proprietari di capitale investano, reinvestano e reinvestano ancora per accrescere tale capitale. I miliardari cinesi non possono sfuggire a questa logica.
A partire dal 1978, l'imperativo dell'accumulazione del capitale si è espresso attraverso investimenti nella produzione e la trasformazione della Cina in un'enorme macchina esportatrice di merci. Con l'accumulazione del capitale, la Cina - in linea con la logica del capitale - è divenuta sempre più un'esportatrice di capitali in Paesi poveri di capitali, che accumula risorse, finanzia progetti e allarga la domanda dei propri prodotti.
Che la «Nuova Via della Seta» sia stata o meno concepita deliberatamente a tale scopo, tale iniziativa funziona perfettamente come veicolo per l'esportazione dei capitali accumulati dai miliardari cinesi.
Sin dagli albori dell'era dell'imperialismo, gli apologeti del capitalismo proclamano che il commercio globale, l'esportazione «ragionevole» di capitali e un «ordine internazionale basato su regole» dovrebbero spianare la strada alla prosperità di tutti. Oggi il governo cinese è il principale esponente di questa «dottrina di Mosè e dei profeti», mentre il resto del mondo capitalista sta ricorrendo sempre più al protezionismo, ai dazi e alle sanzioni per difendere con crescente fatica il proprio posto in un'economia globale sempre più dominata dalla Cina e da altri soggetti vincenti del Sud del Mondo.
Tutto ciò è la lotta di classe nel mondo odierno, oppure qualcosa di completamente diverso? Questo scontro per le quote di mercato, il successo dei mercati azionari e l'accumulazione di capitale è la lotta di classe del XXI secolo, oppure una riedizione della rivalità novecentesca tra grandi potenze per il controllo dei mercati e delle sfere di influenza? Per rispondere a questo interrogativo non è sufficiente additare le città scintillanti, i treni ultra-veloci e le strabilianti tecnologie della Cina, passando sotto silenzio le condizioni di 400 milioni di lavoratori e il loro rapporto con il capitale privato cinese.
Gli osservatori più attenti hanno notato l'inatteso comportamento della Cina nei più recenti conflitti internazionali - un comportamento più in linea con quello di un Paese capitalista, che mette gli interessi economici prima dei principi politici. La Cina ha mantenuto forti legami economici con Israele durante il genocidio tuttora in corso a Gaza, esprimendo a gran voce la propria opposizione nei forum internazionali ma facendo poco o nulla di concreto per fermare Israele o rompere il blocco di Gaza. Analogamente, di fronte all'attacco unilaterale contro l'Iran - che è un suo partner nell'ambito dei BRICS - da parte degli USA e di Israele, la Cina è sostanzialmente rimasta a guardare (oltre a trovare il modo di proseguire le sue attività economiche con tutte le parti in lotta). Quella che con ogni probabilità è potenzialmente la più potente forza alternativa all'imperialismo USA ha cioè rinunciato a opporsi seriamente alla feroce amministrazione statunitense - non proprio il comportamento che molti di noi si aspetterebbero da un Paese socialista.
E mentre Cuba affronta una crisi esistenziale criminalmente imposta dai gusanos nordamericani ora al potere, la reazione della Cina è stata tutt'altro che veemente.
Il tentativo di tracciare un bilancio equilibrato del «socialismo con caratteristiche cinesi» può costituire un compito improbo e perfino rischioso per la sinistra occidentale; ma chiudere gli occhi di fronte a interrogativi legittimi come quelli sollevati da Daniel Cheng e altri non è utile né per la causa della classe operaia cinese, né per quella dei lavoratori sfruttati di altri Paesi.
Dopo quasi cinquant'anni trascorsi cavalcando la tigre capitalista, la via al socialismo scelta dalla Cina rimane avvolta nella nebbia e irta di pericoli. Ciononostante, è la via cinese.
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