25 aprile 2006. Anniversario della
liberazione dal nazi-fascismo
Antifascismo
e Resistenza
Il punto di vista di un comunista
di Sergio Ricaldone
La celebrazione del prossimo 25 aprile avviene in un clima sul quale
gravano molte incognite. Berlusconi è stato sconfitto per un pugno di voti, ma
il berlusconismo no. L’euforia trionfalistica degli exit poll di quel
pomeriggio di un giorno da cani – lunedì 10 aprile – si è rapidamente dissolta
lasciando trasparire, nel popolo di sinistra, una profonda delusione ed una
crescente preoccupazione.
Non illudiamoci. Anche se il berlusconismo è stato ridimensionato l’offensiva
liquidatoria del patrimonio resistenziale e antifascista non ha ancora esaurito
il suo nefasto repertorio. E non solo per colpa della destra. La pratica del
disarmo unilaterale scelta dalla sinistra sul tema della Resistenza e
dell’antifascismo ha contagiato la politica e le istituzioni diventando un fenomeno mass-mediatico che è stato
assorbito e metabolizzato dalla
metà del Paese che ha votato per la destra anticomunista ed eversiva.
Il revisionismo ha colpito duro: la differenza tra vincitori e vinti è stata
azzerata, le accuse di crudeltà e ferocia equamente distribuite tra vittime e
carnefici, la non violenza proposta come subdola, impotente alternativa di ogni
legittima forma di resistenza all’invasore.
Mi domando cosa dobbiamo temere di più: il riapparire nelle strade e negli
stadi delle croci uncinate, dei saluti fascisti, delle camicie nere, brune e
verdi, oppure la tendenza all’auto distruzione, da parte della sinistra, degli
anticorpi che hanno mantenuto alto per decenni il livello di vigilanza e di
difesa delle istituzioni democratiche? Cosa è più pericoloso?
Il fascismo che rialza la testa e si
propone come vittima della “ferocia sanguinaria dei partigiani”, oppure
l’antifascismo che si pente degli “eccessi”, che chiede scusa, che si
autocolpevolizza?
Sicuramente esiste un nesso tra le due forme di revisionismo (di destra e di
sinistra) apparentemente contrapposte ma convergenti. Il guaio è che le
ricadute sul piano politico vanno molto al di là di quelle spettacolari e
letterarie proposteci dalla televisione e dall’editoria.
Le striscianti tentazioni eversive espresse con calcolata arroganza, dal
Berlusconi piduista in questi giorni difficili, tentazioni che rendono più
ardua del previsto l’impresa di licenziarlo da Palazzo Chigi e dai centri
nevralgici del potere, vanno prese molto sul serio e richiedono risposte
politiche di massa adeguate. Ma, purtroppo, i segnali di fermezza che arrivano
dal centro-sinistra non sono affatto rassicuranti. Anziché proporre come
risposta una grande mobilitazione di massa il prossimo 25 aprile, giornata
fortemente simbolica sul tema dell’antifascismo, i leaders della coalizione
vincente parlano d’altro, smorzano i toni, inseguono le deliranti
farneticazioni del Caimano. Per giunta riappare, come in un vecchio film già
visto, il fantasma di un grande inciucio istituzionale con la regia di due
consumati venditori di saldi storici, D’Alema e Rutelli.
Insomma, mettendo insieme le tre grandi incognite di questo turbolento
passaggio post-elettorale possiamo azzardare che il prossimo 25 aprile, anche
se vedrà sicuramente tanta gente nelle piazze a ricordare e a sperare, temiamo
che venga percepito da molti come un
tranquillo week-end di paura. Paura per le imprevedibili tentazioni golpiste di
Berlusconi, paura per il riapparire di un grande inciucio, paura per il
dissolversi nei meandri del Palazzo delle modeste speranze di ricupero sociale
e politiche scritte con poca convinzione nel programma elettorale del
centro-sinistra. Alle quali si aggiunge, per molti comunisti, anche la paura
della mutazione antropologica, ormai in atto, di Rifondazione e del possibile
assorbimento dissolutorio nella Sinistra Europea delle aree critiche che in
quel partito hanno difeso l’identità comunista.
In questi ultimi cinque anni le celebrazioni di ogni 25 aprile le abbiamo
vissute con molta dignità e partecipazione ma anche con una certa dose di
angoscia, per nulla tranquillizzati da chi, a sinistra, si affannava a
spiegarci che era una sciocchezza evocare il pericolo di un regime autoritario. Forse ora cominciamo
a capire, anche se con molto ritardo, a che cosa abbia portato la pretesa
“morte delle ideologie” proclamata dai capi scuola del revisionismo storico,
quali Renzo De Felice, Francois Furet,
Ernst Nolte, e fatta propria dai fautori della Bolognina di ieri e di
quella prossima annunciata. Sarebbe bene non dimenticare quanto ci è costata la
resa ideologica incondizionata degli anni ’90. Resa che ci ha precipitati in
una grave emergenza democratica e costretti a fare i conti con una potente
dittatura mediatica, primo passaggio “indolore” verso il nuovo regime.
Passaggio gestito dai battaglioni di venditori di Pubblitalia e dagli
imbonitori di Mediaset, le truppe scelte di Berlusconi, comandate dal grande
inquisito di mafia, Marcello Dell’Utri.
Invece della “morte delle ideologie” ci siamo ritrovati vittime subalterne del
monopolio di una sola ideologia, quella di destra, che ha affermato il trionfo
dei valori più congeniali al mantenimento dell’ordine sociale e politico
esistente: l’individualismo, il razzismo, il rampantismo, il sessismo,
l’anticomunismo. Anche se, ovviamente, la storia non si ripete mai in fotocopia,
sarebbe bello se i leaders della sinistra ci portassero argomenti più
convincenti circa la volontà di questa destra di rispettare le regole
democratiche dopo che ha fatto a pezzi la Costituzione repubblicana e dopo che,
in cinque anni di potere, non ha fatto altro che ricuperare dal vecchio
arsenale della propaganda fascista gli argomenti e i contenuti più eversivi e
degenerati: dal pieno sostegno politico e militare della guerra imperialista,
all’odio verso gli immigrati, dai rituali in perfetto stile Ku Klux Klan della
Lega Nord contro le religioni dei “popoli inferiori”, al ritorno in grande
stile dell’integralismo cattolico del cardinal Ruini, dall’uso a piene mani del
populismo peronista, alla demonizzazione delle lotte sociali e sindacali, fino
al pieno ricupero, da parte del Caimano, dei gruppi nazifascisti fortemente
ideologizzati ed ossessivamente anticomunisti, coinvolti nelle trame eversive
ed eredi non pentiti della cultura mussoliniana.
Ora che, dopo le elezioni del 10 aprile, una nuova “liberazione” dalla destra
si sta materializzando, dobbiamo
rimboccarci le maniche e ricominciare.
Il prossimo 25 aprile saremo di nuovo in piazza per ricordare e guardare con
speranza al presente e al futuro. Il tempo stringe. Tra un paio di mesi andremo
a votare un referendum che ci porrà un drammatico quesito: approvare le
modifiche distruttive alla Costituzione della repubblica, decise dal
centro-destra o respingerle? Si tratta di un
passaggio di importanza capitale la cui posta in gioco è l’intero
impianto storico su cui è stata costruita la democrazia in Italia negli ultimi
decenni, in tutte le sue varie articolazioni, sui temi cruciali della pace e
della guerra e quello dei diritti sociali e politici. Ma noi, che ci
proclamiamo sinistra comunista e ci consideriamo con orgoglio eredi e
continuatori dei grandi ideali di liberazione che hanno alimentato le grandi
rivoluzioni e le lotte politiche e sociali del movimento operaio del ‘900,
possiamo e dobbiamo guardare oltre le esigenze tattiche, non sempre gratificanti,
che ci sono imposte dalle congiunture politiche sfavorevoli.
Il lungo viaggio che abbiamo iniziato negli anni ’90 per ricomporre la diaspora
e ricostruire una testa di ponte organizzata dei comunisti in questa parte del
mondo è appena cominciato. Perfettamente consapevoli che la lunga marcia verso
il socialismo richiede il saper fare, quando necessario, “un passo avanti e due
indietro”, abbiamo saputo superare momenti difficili senza peraltro legarci
come Ulisse all’albero della nave e senza cedere ai numerosi inviti delle
sirene che spesso ci hanno esortato ad arruolarci nella moderna compagnia di
voltagabbana che hanno usurpato la memoria dei giganti del pensiero marxista.
Chi, come noi, è cresciuto a quella scuola sa come reagire alle insidie dell’opportunismo
di chi ci invita, ancora oggi, a compiere nuove “svolte” e nuove “rotture”.
Continueremo perciò ad essere figli di quel lontano 25 aprile 1945, della sua
dimensione antifascista e antimperialista, del forte messaggio
internazionalista di tutta la Resistenza europea che ha saputo unire, per
volontà del movimento comunista, nel momento più cruciale del ‘900, tutti i
popoli, dal Volga alla Manica, da Capo nord al Mediterraneo, aprendo la strada
alle nuove liberazioni che negli ultimi decenni hanno cambiato la geopolitica del pianeta, dalla Cina al Vietnam,
da Cuba al Venezuela, dall’India al Sudafrica.
Forse è il caso di ripeterlo ancora una volta:
siamo e resteremo partigiani e comunisti. Sempre e dovunque.