www.resistenze.org - pensiero resistente - editoriali - 19-04-06

25 aprile 2006. Anniversario della liberazione dal nazi-fascismo

Antifascismo e Resistenza

Il punto di vista di un comunista

di Sergio Ricaldone

La celebrazione del prossimo 25 aprile avviene in un clima sul quale gravano molte incognite. Berlusconi è stato sconfitto per un pugno di voti, ma il berlusconismo no. L’euforia trionfalistica degli exit poll di quel pomeriggio di un giorno da cani – lunedì 10 aprile – si è rapidamente dissolta lasciando trasparire, nel popolo di sinistra, una profonda delusione ed una crescente preoccupazione.

Non illudiamoci. Anche se il berlusconismo è stato ridimensionato l’offensiva liquidatoria del patrimonio resistenziale e antifascista non ha ancora esaurito il suo nefasto repertorio. E non solo per colpa della destra. La pratica del disarmo unilaterale scelta dalla sinistra sul tema della Resistenza e dell’antifascismo ha contagiato la politica e le istituzioni diventando un  fenomeno mass-mediatico che  è stato  assorbito  e metabolizzato dalla metà del Paese che ha votato per la destra anticomunista ed eversiva.

Il revisionismo ha colpito duro: la differenza tra vincitori e vinti è stata azzerata, le accuse di crudeltà e ferocia equamente distribuite tra vittime e carnefici, la non violenza proposta come subdola, impotente alternativa di ogni legittima forma di resistenza all’invasore.
Mi domando cosa dobbiamo temere di più: il riapparire nelle strade e negli stadi delle croci uncinate, dei saluti fascisti, delle camicie nere, brune e verdi, oppure la tendenza all’auto distruzione, da parte della sinistra, degli anticorpi che hanno mantenuto alto per decenni il livello di vigilanza e di difesa delle istituzioni democratiche? Cosa è più pericoloso?
Il fascismo che rialza  la testa e si propone come vittima della “ferocia sanguinaria dei partigiani”, oppure l’antifascismo che si pente degli “eccessi”, che chiede scusa, che si autocolpevolizza?

Sicuramente esiste un nesso tra le due forme di revisionismo (di destra e di sinistra) apparentemente contrapposte ma convergenti. Il guaio è che le ricadute sul piano politico vanno molto al di là di quelle spettacolari e letterarie proposteci dalla televisione e dall’editoria.

Le striscianti tentazioni eversive espresse con calcolata arroganza, dal Berlusconi piduista in questi giorni difficili, tentazioni che rendono più ardua del previsto l’impresa di licenziarlo da Palazzo Chigi e dai centri nevralgici del potere, vanno prese molto sul serio e richiedono risposte politiche di massa adeguate. Ma, purtroppo, i segnali di fermezza che arrivano dal centro-sinistra non sono affatto rassicuranti. Anziché proporre come risposta una grande mobilitazione di massa il prossimo 25 aprile, giornata fortemente simbolica sul tema dell’antifascismo, i leaders della coalizione vincente parlano d’altro, smorzano i toni, inseguono le deliranti farneticazioni del Caimano. Per giunta riappare, come in un vecchio film già visto, il fantasma di un grande inciucio istituzionale con la regia di due consumati venditori di saldi storici, D’Alema e Rutelli.

Insomma, mettendo insieme le tre grandi incognite di questo turbolento passaggio post-elettorale possiamo azzardare che il prossimo 25 aprile, anche se vedrà sicuramente tanta gente nelle piazze a ricordare e a sperare, temiamo che venga percepito da molti come  un tranquillo week-end di paura. Paura per le imprevedibili tentazioni golpiste di Berlusconi, paura per il riapparire di un grande inciucio, paura per il dissolversi nei meandri del Palazzo delle modeste speranze di ricupero sociale e politiche scritte con poca convinzione nel programma elettorale del centro-sinistra. Alle quali si aggiunge, per molti comunisti, anche la paura della mutazione antropologica, ormai in atto, di Rifondazione e del possibile assorbimento dissolutorio nella Sinistra Europea delle aree critiche che in quel partito hanno difeso l’identità comunista.

In questi ultimi cinque anni le celebrazioni di ogni 25 aprile le abbiamo vissute con molta dignità e partecipazione ma anche con una certa dose di angoscia, per nulla tranquillizzati da chi, a sinistra, si affannava a spiegarci che era una sciocchezza evocare il pericolo di  un regime autoritario. Forse ora cominciamo a capire, anche se con molto ritardo, a che cosa abbia portato la pretesa “morte delle ideologie” proclamata dai capi scuola del revisionismo storico, quali Renzo De Felice, Francois Furet,  Ernst Nolte, e fatta propria dai fautori della Bolognina di ieri e di quella prossima annunciata. Sarebbe bene non dimenticare quanto ci è costata la resa ideologica incondizionata degli anni ’90. Resa che ci ha precipitati in una grave emergenza democratica e costretti a fare i conti con una potente dittatura mediatica, primo passaggio “indolore” verso il nuovo regime. Passaggio gestito dai battaglioni di venditori di Pubblitalia e dagli imbonitori di Mediaset, le truppe scelte di Berlusconi, comandate dal grande inquisito di mafia, Marcello Dell’Utri.

Invece della “morte delle ideologie” ci siamo ritrovati vittime subalterne del monopolio di una sola ideologia, quella di destra, che ha affermato il trionfo dei valori più congeniali al mantenimento dell’ordine sociale e politico esistente: l’individualismo, il razzismo, il rampantismo, il sessismo, l’anticomunismo. Anche se, ovviamente, la storia non si ripete mai in fotocopia, sarebbe bello se i leaders della sinistra ci portassero argomenti più convincenti circa la volontà di questa destra di rispettare le regole democratiche dopo che ha fatto a pezzi la Costituzione repubblicana e dopo che, in cinque anni di potere, non ha fatto altro che ricuperare dal vecchio arsenale della propaganda fascista gli argomenti e i contenuti più eversivi e degenerati: dal pieno sostegno politico e militare della guerra imperialista, all’odio verso gli immigrati, dai rituali in perfetto stile Ku Klux Klan della Lega Nord contro le religioni dei “popoli inferiori”, al ritorno in grande stile dell’integralismo cattolico del cardinal Ruini, dall’uso a piene mani del populismo peronista, alla demonizzazione delle lotte sociali e sindacali, fino al pieno ricupero, da parte del Caimano, dei gruppi nazifascisti fortemente ideologizzati ed ossessivamente anticomunisti, coinvolti nelle trame eversive ed eredi non pentiti della cultura mussoliniana.

Ora che, dopo le elezioni del 10 aprile, una nuova “liberazione” dalla destra si sta  materializzando, dobbiamo rimboccarci le maniche e ricominciare.

Il prossimo 25 aprile saremo di nuovo in piazza per ricordare e guardare con speranza al presente e al futuro. Il tempo stringe. Tra un paio di mesi andremo a votare un referendum che ci porrà un drammatico quesito: approvare le modifiche distruttive alla Costituzione della repubblica, decise dal centro-destra o respingerle? Si tratta di un  passaggio di importanza capitale la cui posta in gioco è l’intero impianto storico su cui è stata costruita la democrazia in Italia negli ultimi decenni, in tutte le sue varie articolazioni, sui temi cruciali della pace e della guerra e quello dei diritti sociali e politici. Ma noi, che ci proclamiamo sinistra comunista e ci consideriamo con orgoglio eredi e continuatori dei grandi ideali di liberazione che hanno alimentato le grandi rivoluzioni e le lotte politiche e sociali del movimento operaio del ‘900, possiamo e dobbiamo guardare oltre le esigenze tattiche, non sempre gratificanti, che ci sono imposte dalle congiunture politiche sfavorevoli.

Il lungo viaggio che abbiamo iniziato negli anni ’90 per ricomporre la diaspora e ricostruire una testa di ponte organizzata dei comunisti in questa parte del mondo è appena cominciato. Perfettamente consapevoli che la lunga marcia verso il socialismo richiede il saper fare, quando necessario, “un passo avanti e due indietro”, abbiamo saputo superare momenti difficili senza peraltro legarci come Ulisse all’albero della nave e senza cedere ai numerosi inviti delle sirene che spesso ci hanno esortato ad arruolarci nella moderna compagnia di voltagabbana che hanno usurpato la memoria dei giganti del pensiero marxista. Chi, come noi, è cresciuto a quella scuola sa come reagire alle insidie dell’opportunismo di chi ci invita, ancora oggi, a compiere nuove “svolte” e nuove “rotture”.

Continueremo perciò ad essere figli di quel lontano 25 aprile 1945, della sua dimensione antifascista e antimperialista, del forte messaggio internazionalista di tutta la Resistenza europea che ha saputo unire, per volontà del movimento comunista, nel momento più cruciale del ‘900, tutti i popoli, dal Volga alla Manica, da Capo nord al Mediterraneo, aprendo la strada alle nuove liberazioni che negli ultimi decenni  hanno cambiato la geopolitica del pianeta, dalla Cina al Vietnam, da Cuba al Venezuela, dall’India al Sudafrica.

Forse è il caso di ripeterlo ancora una volta:  siamo e resteremo partigiani e comunisti.  Sempre e dovunque.