www.resistenze.org - pensiero resistente - editoriali - 19-05-06
Usa: Un primo maggio che guarda al futuro
di Marcello Graziosi
Lunedì 1 maggio un uragano pacifico e multietnico si è abbattuto sugli Stati Uniti, “coast to coast”: 700.000 i manifestanti a Chicago, altrettanti a New York; più di un milione rispettivamente a Los Angeles e nella Baia di San Francisco. Erano studenti, operai, badanti, camerieri, infermieri, giardinieri, milioni di individui “allegri e spaventosi”, così come definiti da Vittorio Zucconi su “La Repubblica” (3 maggio 2006). “La rivolta dei nuovi schiavi, – continua Zucconi – gli almeno 10 milioni di immigrati clandestini che lavorano, vivono, consumano senza esistere, ha scosso una nazione di immigrati come non avveniva più da quando le strade erano sommerse da un altro popolo di invisibili, dai neri, e poi dalle manifestazioni pacifiste contro il Vietnam”. A riversarsi letteralmente lungo le strade per il “giorno senza immigrati”, insieme a parti importanti della società statunitense, sono stati milioni di clandestini provenienti dalle più diverse parti del mondo, fiumi di diseredati colpiti in profondità nei propri paesi di origine dalle politiche neoliberiste e dalla prepotente espansione del capitalismo su scala globale a partire dal 1991 e di conseguenza costretti a cercare fortuna nei centri dello sviluppo del sistema. Negli Stati Uniti come nella parte occidentale dell’Europa.
Il popolo degli invisibili contribuisce a creare il 4% del PIL USA, pari a circa 200 miliardi di dollari, di cui ne consuma solo 10, essendo privati di ogni diritto (da un lavoro regolare e giustamente retribuito, alle cure mediche; dall’istruzione all’assistenza). Con la manifestazione del 1 maggio questa enorme massa di popolo, di “nuovo proletariato”, è finalmente uscita dalla clandestinità, non solamente come condizione personale ma politica, lanciando una sfida all’ipocrisia dei politici neo-teo-cons, a populisti, xenofobi e razzisti di ogni risma. Statunitensi come nostrani. Un messaggio, quello emerso dalle manifestazioni, che ha colpito in profondità l’intera società statunitense, un fulmine penetrato nelle maglie del “Patriot Act” e della crescente repressione interna successiva all’11 settembre 2001 ed alla ”guerra preventiva” di Bush. Già, Bush: il Presidente ha reagito all’ondata da par suo, predisponendo misure militari volte a rafforzare la repressione nelle zone più sensibili del confine con il Messico, quel Messico che, pur se governato dal liberista Fox, vede allargarsi, sull’onda del nuovo vento latino-americano, le proprie contraddizioni, con il subcomandante Marcos ed il movimento zapatista che si scagliano con decisione contro il sistema capitalistico ed a favore della “proprietà sociale” dei mezzi di produzione.
Confine USA-Messico: un nuovo “muro” dell’apartheid
Un momento particolarmente significativo delle manifestazioni che hanno coinvolto l’estremo lembo sud-occidentale degli Stati Uniti si è determinato quando un gruppo di giovani ha violato in entrata ed uscita il confine con il Messico presso Tijuana, San Diego. Un confine fissato a danno dei messicani dopo la guerra del 1845-1848, successiva alla dichiarazione d’indipendenza del Texas (1836) ed all’arresto di Antonio Lopez de Sant’Anna. Nel 1847, approfittando delle profonde divisioni interne tra conservatori e liberali scoppiate subito dopo l’indipendenza dalla Spagna, l’esercito statunitense è entrato a Città del Messico, ritirandosi solamente dopo aver ottenuto la sovranità su larga parte dei “territori del nord” messicano.
Un confine, quello tra i due paesi, lungo oltre 3.000 chilometri, da San Diego a Brownsville, passando per deserti di roccia ed aride pianure, una sorta di inferno per i tanti “chicanos” che hanno tentato e continuano a tentare di attraversarlo in cerca di fortuna.
Nel 1994 Clinton ha predisposto il piano “prevention through deterrence”, che prevede la costruzione di un vero e proprio muro dalla California al Texas, passando per Ojinaga-Presidio, mitico punto di partenza dell’esercito di Pancho Villa alla conquista di Torreon. Luoghi magistralmente descritti da John Reed, lo stesso giornalista statunitense che pochi anni dopo avrebbe raccontato i fatti dell’Ottobre 1917 a Mosca, trovando poi sepoltura sulla Piazza Rossa. Un muro, quello ipotizzato da Clinton, del tutto simile a quello che stanno costruendo gli israeliani a danno del popolo palestinese. Dal 1994, in soli tre anni, 1.185 messicani sono morti nel tentativo di valicare il confine, con una media di 285 all’anno contro i 28 del Muro di Berlino, tanto per avere un metro di paragone. I morti in realtà sono molti di più, dal momento che i grandi proprietari delle tenute di confine organizzano vere e proprie battute di caccia, con squadre di volontari armati di tutto punto, per catturare i clandestini, così come vi sono agenzie turistiche che in Arizona propongono pacchetti con scorribande per i turisti in cerca di forti emozioni. Una vergogna, questa, non meno dirompente di Guantanamo, alla faccia della democrazia e dei modelli di civiltà dell’avanzato Occidente.
“Se c’è ironia in questa tragedia, – ha scritto nel 2002 João Quartim de Moraes – che non sembra inquietare oltre misura i benpensanti del liberal-imperialismo, essa è di ordine storico: le migliaia di Messicani uccisi a causa del muro speravano di entrare in quello che, per più di tre secoli, fino alla metà del XIX secolo, era stato il loro paese!”. Secondo le stime più recenti, i messicani di prima o seconda generazione costituiscono ormai il 10% della popolazione statunitense, il 25% degli immigrati “legali” ed il 57% dei clandestini. “L’immigrazione messicana negli Stati Uniti, - ha scritto Barba Navaretti su “Il Sole 24 Ore di domenica 7 maggio – permette di capire come anche nell’economia più avanzata la presenza di questi lavoratori abbia permesso di preservare attività di base, relativamente low tech, ma probabilmente importanti per la crescita del paese. E senza i messicani alcuni lavoratori non qualificati americani guadagnerebbero di più, ma molti avrebbero perso il lavoro”.
Migrazioni e nuovo internazionalismo
Il quadro all’interno dell’Unione Europea, dominata dai grandi gruppi economici e finanziari, non è certamente molto diverso da quello statunitense. Al di là delle ondate migratorie provenienti dai paesi extra-europei, si assiste a flussi continui di migrazioni all’interno dei paesi dell’Unione, dalle realtà più povere, soprattutto orientali, verso ovest ed i paesi nordici, a tutto vantaggio del grande capitale. Questo vero e proprio allarme è stato lanciato anche da diverse forze comuniste nel corso dell’incontro di Lisbona del marzo 2006, organizzato dal Partito Comunista Portoghese, su “Europa ed Unione Europea”. Valga, per tutti, quanto esposto con estrema chiarezza da Micheál Mac Aonghusa, componente del Comitato Esecutivo Nazionale del piccolo ma combattivo Partito Comunista d’Irlanda: “La strategia del capitalismo monopolistico europeo è quella di utilizzare i lavoratori provenienti dall’Europa orientale, dopo aver disarticolato le economie di quei paesi, come una clava per minacciare e far arretrare le conquiste ottenute nell’ultimo mezzo secolo dal movimento dei lavoratori in Europa occidentale. La creazione ed il mantenimento dell’unità della classe operaia in questa situazione implica un serio cambiamento per i nostri partiti e per l’intero movimento sindacale”. In Irlanda, ad esempio, la presenza di manodopera polacca e lituana privata di ogni diritto pone seriamente a rischio la tenuta del salario minimo sancito per legge in diversi settori produttivi (dall’edilizia all’agricoltura), così come rischia di determinare un secco peggioramento delle condizioni complessive di tutti i lavoratori. Tanto accade quando il lavoro diviene una variante dipendente del capitale e del mercato.
L’Italia non costituisce, da questo punto di vista, un’eccezione. Se all’inizio siamo stati terra di delocalizzazione per le aziende del nord Europa, oggi esistono sempre più agenzie in cerca di lavoratori precari in diverse parti del mondo, grazie anche alle prospettive aperte dalla Legge 30. Infermieri come operai, colf come camerieri, soggetti oggi determinanti per la tenuta di parti consistenti del tessuto produttivo e dei servizi. Migliaia di persone “invisibili” e senza diritti che vivono più o meno silenziosamente al nostro fianco. Secondo una recente indagine de “Il Sole 24 Ore” (Fatiguso/Pogliotti, 16 aprile 2006), “per le Agenzie per il lavoro, dopo l’Europa dell’Est, ora tocca al Nord-Africa e Sudamerica, le due nuove mete per la selezione ed il reclutamento di manodopera specializzata”. Da Ali Spa ad Adecco, ad Obiettivo Lavoro Spa, il settore della “somministrazione” (leggi: intermediazione) di manodopera si sviluppa in maniera significativa, con un fatturato che passa dai 2,4 miliardi di euro nel 2001 ai 4 del 2004 ed un sempre maggiore numero di aziende acquirenti (dalle 69.268 del 2001 alle 120.000 del 2004). La formazione avviene “in loco”, vale a dire nel paese di origine, mentre l’inquadramento professionale avviene in Italia, in condizioni sempre peggiori ed in maniera del tutto subalterna alle esigenze del sistema. Con il conseguente effetto-domino per tutti.
Le manifestazioni del 1 maggio negli USA parlano, in questo contesto, anche a noi, squarciando il velo sottile ma a volte quasi impenetrabile dell’ipocrisia e dell’autocoscienza. La stessa ipocrisia sulla quale fanno perno le classi dominanti per fomentare la guerra tra poveri. Collocarsi con coraggio al fianco di questo “nuovo proletariato”, con l’obiettivo di ricostruire gradualmente elementi di unità della classe lavoratrice, segna una parte essenziale di un moderno internazionalismo e costituisce un elemento di prospettiva per le forze comuniste e rivoluzionarie.