www.resistenze.org - pensiero resistente - editoriali - 19-06-06

La Costituzione manomessa

 

di Marcello Graziosi

 

L’appuntamento referendario di domenica 25 giugno, con il quale tutti noi ci auguriamo di sconfiggere il disegno autoritario di manomissione costituzionale elaborato dal governo Berlusconi, dovrebbe stimolare l’apertura di una riflessione seria ed approfondita, non stereotipata o liturgica, sul destino “cinico e baro” subito dalla nostra Carta Costituzionale, tra le più avanzate al mondo perché nata dopo un’eroica lotta di popolo contro il nazifascismo guidata dai comunisti. A partire da una considerazione, forse banale: vi sono diverse modalità, alcune più evidenti e rozze ed altre forse più sottili ma non meno dirompenti, per manomettere o, semplicemente, non applicare una carta costituzionale. In Italia come altrove.

Sul piano dei principi, abbondantemente discussi ed approfonditi nel corso della Consulta, i comunisti di allora hanno posto in primo piano, come base della nuova Carta in fase di elaborazione, oltre alla sconfitta dell’istituto monarchico, “i nuovi diritti dei lavoratori del braccio e della mente”, “un nuovo concetto sociale della proprietà”, “una politica estera che ripudi decisamente e per sempre ogni tendenza nazionalistica ed ogni velleità di militarismo e di imperialismo… I comunisti… respingono una politica estera che speculando sui dissensi tra le grandi potenze democratiche tenda a fare dell’Italia lo strumento di gruppi imperialistici stranieri”(*).

 Tutti questi principi sono stati in qualche maniera tradotti e recepiti, pur se in forma mediata, all’interno della prima parte della Costituzione, ponendo così le condizioni per un progressivo allargamento delle basi economiche e politiche della democrazia italiana, scenario questo reso impossibile dall’affermarsi del disegno reazionario degasperiano, sostenuto dal grande capitale economico e finanziario e dalla Chiesa (esattamente come accaduto in epoca fascista), così come dai nuovi padroni di oltreoceano, egemoni all’interno della NATO e  presenti con le loro basi militari sul nostro territorio nazionale.

La manomissione silenziosa della Costituzione, che parte pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ha subito un’importante accelerazione a partire dai primi anni ’90, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e dell’URSS e la conseguente espansione del sistema capitalistico su scala globale, con annesso il tentativo di egemonia planetaria perseguito dall’unica superpotenza rimasta, gli USA, e, seppure in tono minore e non senza contraddizioni, dal nascente imperialismo europeo. In questo nuovo contesto la mancata applicazione della Costituzione ha lasciato il posto ad un vero e proprio capovolgimento, silenzioso e “de facto”, di alcuni dei principi cardine della Carta: dominio assoluto e teorizzato della proprietà privata e del mercato rispetto al ruolo statale ed all’intervento pubblico in economia (con annesse privatizzazioni “bipartisan”); politiche di guerra e di aggressione mascherate da “guerre umanitarie” o “missioni di pace ed a favore della democrazia”, alle quali l’Italia ha partecipato e continua a partecipare, aggirando o disapplicando nei fatti l’articolo 11 della Costituzione (dalla prima Guerra del Golfo all’Iraq, passando per i bombardamenti aerei contro la Repubblica Federale Jugoslava e le missioni NATO ed USA in Afghanistan, per citare solo le principali); trasformazione del lavoro e, più in generale, dei diritti sociali dei cittadini in variabile dipendente dal capitale e dal mercato. Un vero proprio capovolgimento di prospettiva, economica, politica, sociale e culturale.

Su tutti questi terreni, che hanno una natura forse più “strategica” e “di fondo” rispetto alla pur importante e non secondaria architettura istituzionale dello stato democratico, la Costituzione è stata manomessa in maniera sostanzialmente ”bipartisan”, con il coinvolgimento tanto delle forze politiche del centro-destra quanto della sinistra moderata, protagonista, quando si è trovata al governo, di una vasta campagna di privatizzazioni (e la Bicamerale…), di una guerra, di una sostanziale accettazione della presenza di basi straniere e di armi di distruzione di massa straniere all’interno del nostro paese (con conseguente sovranità limitata), di una prima e pesante precarizzazione e flessibilizzazione del mercato del lavoro, di una prima e profonda riforma della seconda parte della Carta (riforma del Titolo V, “federalismo solidale e sussidiario”), adottata in fretta e senza alcun confronto nel paese. Tanto che oggi ci troviamo a dover affrontare il disegno “monocratico” di Berlusconi, come giustamente definito da Gianni Ferrara su Liberazione del 17 novembre 2005, assai più deboli e senza chiari e forti punti di riferimento, già in evidente difficoltà nonostante la recente vittoria elettorale.

Da una parte, il disegno delle destre italiane mira a scardinare il ruolo del Parlamento e della sovranità popolare rispetto al Primo Ministro, che avrebbe la facoltà di sciogliere le Camere (scenario, quest’ultimo, inevitabile anche nell’ipotesi in cui fossero le Camere a votare una mozione di sfiducia al premier), e finirebbe per tramutarsi in una sorta di “moderno monarca costituzionale”. Su questo terreno, la riforma delle destre radicalizza un luogo-comune diffusosi nell’ultimo quindicennio e tendente ad assimilare sempre più il governo della cosa-pubblica al superiore e più efficiente governo delle aziende private, a partire proprio dagli Enti Locali (per coerenza politica, poi, se dovesse prevalere come tutti ci auguriamo il “No” alla riforma costituzionale, dovremmo poi radicalmente modificare la legge che consente oggi ai Sindaci di acquisire poteri di fatto podestarili). Dall’altra, la devolution (o “federalismo lacerante, egoistico ed a-solidale) colpisce a fondo l’unicità del diritto in due materie fondamentali e con una chiara connotazione “di classe”, quali l’istruzione ed i servizi socio-sanitari, che diverrebbero di esclusiva competenza delle regioni. Contro questi due mostri istituzionali occorre produrre la massima e più efficace mobilitazione possibile.

“I comunisti propongono che la Repubblica sia organizzata sulla base parlamentare, riconoscendo il popolo come depositario della sovranità nazionale, dando piena autonomia agli organismi locali senza sovrapposizioni e inciampi burocratici… attribuendo alla regione determinate funzioni, ma senza spezzare la compagine organica dello stato unitario”(*). Ipotesi, questa, che ha mantenuto inalterato negli anni il proprio equilibrio. La riforma del centro-destra, al contrario, tende, per dirla di nuovo con Gianni Ferrara, “a rovesciare le conquiste conseguite col processo storco che, originando dalle due grandi Dichiarazioni del secolo dei lumi, quella che proclamò l’indipendenza delle Colonie inglesi d’America e quella che, per la Francia e per il genere umano, riconobbe i diritti naturali, inalienabili, sacri dell’uomo e del cittadino”. Segnando una discontinuità netta (se non una vera e propria rottura), insomma, con i principi stessi alla base dell’affermazione della borghesia come classe dominante sulla scena della storia, prova evidente dell’apatia e della crisi delle attuali società capitalistico-borghesi, nonostante la tanto declamata vittoria sul “comunismo”.

Vincere il referendum costituzionale votando “NO” diviene un passaggio fondamentale, ineludibile, ma non sufficiente non solamente per la salvaguardia della Costituzione, ma per la tenuta stessa delle istituzioni democratiche. Applicare la Costituzione e salvaguardare la democrazia significa anche schierarsi, dopo il referendum, contro le missioni di guerra e le aggressioni a mano armata contro altri paesi ed altri popoli, in qualunque veste e forme esse siano congegnate; significa schierarsi e lavorare per favorire l‘intervento pubblico ed il controllo pubblico sui settori strategici dell’economia, rompendo con la logica dell’egemonia incontrastata del capitale monopolitsitco e relative privatizzazioni; significa dare nuova dignità al lavoro ed ai diritti sociali e politici degli italiani e di chi in Italia vive e lavora.

Applicare la Costituzione significa, insomma, rompere decisamente con le pratiche del neoliberalismo introdotte negli ultimi vent’anni, allargando gli spazi per la pace, i diritti, a partire da un lavoro dignitoso, e la democrazia.

 

*) Le citazioni sono tratte da un documento elaborato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano in vista delle elezioni per la Costituente del 2 giugno 1946 (pubblicato su Rinascita nell’aprile dello stesso anno).