www.resistenze.org - pensiero resistente - editoriali - 29-10-06

Europa e Comunisti

 

Pubblichiamo in anteprima quella che sarà la Prefazione al prossimo opuscolo del Centro di Cultura e Documentazione Popolare, che avrà come argomento il Partito della Sinistra Europea.

 

Quella che segue [nell'opuscolo nd.r] è una raccolta di documenti relativa alla costruzione del Partito della Sinistra Europea, pubblicata mentre in Italia si discute (soprattutto dentro il Partito della Rifondazione Comunista, per la verità) della prospettiva di dare vita alla “Sezione italiana del Partito della Sinistra Europea”, con dinamiche, impostazione e obiettivi del tutto simili a quanto avvenuto nel contesto europeo. Le analogie sono, da questo punto di vista, evidenti (dichiarate tali dagli stessi protagonisti), così come rischiano di essere simili, purtroppo, gli effetti e gli esiti potenziali. Tanto che sarebbe un errore dare per scontato il successo della “sezione italiana”, rispetto alla quale tanta parte della sinistra italiana potenzialmente di alternativa (collocabile, tanto per intenderci, a sinistra del blocco moderato che oggi egemonizza il governo di centro-sinistra) - politica, sociale e di movimento -, ha preso le debite distanze. Così come, sul piano europeo, dopo l’accelerazione iniziale, il PSE vive una fase di pericoloso immobilismo (almeno questa è la percezione che se ne ricava), accentuato tanto dalle difficoltà che le singole forze politiche, a partire da quelle “fondative”, incontrano nei rispettivi contesti nazionali, quanto per le evidenti contraddizioni interne (diverse valutazioni sulla bozza di trattato costituzionale, prima che fosse bloccato dai “No” di Francia ed Olanda, come sulla politica estera europea).

 

Questa raccolta intende assolvere una doppia funzione, al di là della piena consapevolezza dei propri limiti: da una parte informativo-formativa, dall’altra politica o, più precisamente, di battaglia politica, con la tenacia di chi intende interrogarsi con la creatività del marxismo e del leninismo sul senso profondo dell’essere comunisti nel XXI° secolo, ma con l’umiltà di chi vive contraddizioni quotidiane, di chi non ha risposte né semplici né immediate, di chi parte dalla consapevolezza che l’autonomia della “prospettiva comunista” non è un dato teorico o un dono del cielo, ma deve vivere nella società, tra le classi subalterne, tra i nuovi e i vecchi poveri e sfruttati, tra gli intellettuali disposti a sfidare il pensiero unico e un senso comune ormai profondamente scaduto e logorato. Viviamo tutti in una fase difficile per le forze rivoluzionarie, dove l’offensiva del capitalismo e dell’imperialismo è ancora molto forte, anche se emergono segnali crescenti di resistenza e contraddizione.

 

Per tentare di produrre analisi all’altezza e cercare risposte (sul piano della teoria come della prassi), oltre a partire dagli interrogativi corretti, portanti, siano essi in sintonia o in distonia con ciò che noi pensiamo o pratichiamo, occorre mettere al bando la propaganda, da qualsiasi parte essa provenga, la nostalgia e le pulsioni qualunquiste e liquidatorie. A partire da quello che tutti consideriamo il “pensiero unico”, nozione che racchiude non solamente il mito della globalizzazione e delle magnifiche sorti e progressive del sistema capitalistico dopo la dissoluzione dell’URSS (con tutto ciò che questo ha comportato e comporta sul piano delle scelte economiche, politiche e sociali – dalla guerra al neoliberalismo), ma anche quel “furore innovativo” che i militanti del PRC conoscono bene e che, scremato da una facciata massimalista – nel senso deteriore del termine – e radicale, si traduce in “svolte” o “strappi” di segno moderato, sul piano ideologico (abbandono della prospettiva rivoluzionaria e approdo ai sempre più usurati lidi del riformismo di sinistra), come della collocazione politica (soprattutto se all’interno di scenari di governo con le socialdemocrazie europee, sempre più spostate su posizioni filo-atlantiche e liberali).

 

Entrambi questi aspetti sono alla base della costruzione del PSE e, a maggior ragione, della sua “sezione italiana”. Se il PSE si colloca in una logica – emendativa - tutta interna all’Unione Europea - che è cosa ben diversa rispetto all’Europa geografica e politica -, senza aver mai aperto, almeno in Italia, una discussione vera e seria sul “margine di riformabilità” di questo soggetto, oggi strutturalmente dominato da logiche neoliberali, neocoloniali e filo-atlantiche, pur non senza contraddizioni rispetto agli USA, la “sezione italiana” da una parte affonda le proprie radici in un manifesto che riprende tutti i temi cari agli “innovatori nostrani” (già oggetto di battaglia politica all’interno del PRC negli ultimi due Congressi) e, dall’altra, si colloca su una posizione subalterna alla logica dell’alternanza e all’attuale governo di centro-sinistra. Da una parte il fumo innovatore (vale la pena rileggere, su questo, gli appelli di Berlino e Roma), evaporato rapidamente anche se non ancora dissolto, dall’altra l’operazione strutturalmente moderata, destinata, almeno nelle intenzioni dei protagonisti, a permanere nel tempo e a condizionare l’intero quadro politico. L’unico passaggio teorico che ci è stato risparmiato – data la manifesta infondatezza e la ineluttabile necessità di non farsi ridere dietro dal mondo intero – è quello della fine della “nozione classica” di imperialismo, dell’esaurirsi degli stati nazionali (cosa che non pensano nemmeno i teorici globalisti) e delle contraddizioni interimperialistiche.

 

Il resto è tutto lì, uguale a se stesso, ipostatizzato: la critica del potere (meglio lasciarlo ai capitalisti e relativi apparati repressivi che tentare di conquistarlo per cambiare radicalmente lo stato di cose presenti) e la stanca metafora della “presa del Palazzo d’Inverno” (a qualcuno – ad esclusione di Kerenskij o di qualche storico prezzolato dei nostri giorni - risulta che la Rivoluzione d’Ottobre sia stata un colpo di stato e non un vasto sommovimento di popolo?); l’orizzonte della non-violenza e della democrazia collocato al di fuori del tempo e dello spazio (mentre a mettere in forte difficoltà la “guerra preventiva” di Bush – anche a potenziale vantaggio dell’UE e del governo italiano – sono state e sono le resistenze popolari, dall’Iraq al Libano, comprese quelle che non ci piacciono o che fatichiamo a capire – noi che, tutto sommato, nonostante il massacro sociale di un ventennio di neoliberismo imperante, mangiamo tre volte al giorno); la critica allo stalinismo e non, più giustamente, alle forme autoritarie di socialismo (una grande novità davvero che, per chi ha una pur vaga conoscenza storica del ‘900, data per la prima volta 1956, a meno che lo “stalinismo” non sia divenuto nel frattempo una categoria dello spirito, una sorta di metafora per dire qualcosa di diverso, per fare di ogni erba un fascio e bruciare tutto al cospetto del nuovo-vecchio che avanza).

 

Sulla base di questi presupposti teorici il sistema capitalistico non si trasforma, i rapporti di produzione sono destinati a rimanere quelli che sono oggi, lo sfruttamento ad aumentare esponenzialmente e l’imperialismo a dilagare, pur se tra nobili e iraconde proteste. Tutto questo è stato propagandato come una “uscita da sinistra” rispetto alla crisi della politica, mentre non vi è nessuno più a sinistra dei comunisti, di coloro che vogliono letteralmente ribaltare lo stato di cose presenti, costruire un mondo nuovo e più evoluto sul piano economico, sociale e culturale. A fianco delle parti più avanzate della società, con le lotte di oggi per la prospettiva di domani. Siamo convinti che in Italia, contrariamente, ad esempio, alla Germania (per ragioni che attengono principalmente ad una diversa evoluzione della storia del movimento operaio), una forza comunista con queste caratteristiche, aperta e combattiva, potrebbe contare su un potenziale bacino di elettori e militanti in grado di garantirne la sopravvivenza in questa fase difficile e tormentata.

 

E’ questa la scommessa da cogliere, la sfida con la quale cimentarsi, al di là di statici tatticismi e roboanti ma vuote dichiarazioni di principio. E’ questa la sfida – la rifondazione di una moderna e rinnovata forza comunista - che la costruzione della “sezione italiana” intende svilire, cancellare (al di là di nomi e simboli, della necessaria gradualità e di alchimie organizzative). E’ realistico porsi l’obiettivo della trasformazione radicale della società, del superamento del sistema capitalistico senza la presenza autonoma e organizzata (anche in un contesto generale più ampio) dei comunisti? La risposta, dal nostro punto di vista, continua ad essere negativa, anche se dire questo non significa negare la contingente necessità di costruire fronti più ampi (come accade dal Portogallo con la Coalizione Democratica Unita, all’India con il Fronte delle Sinistre), senza che questo significhi né involuzioni in senso socialdemocratico, né la perdita di autonomia del soggetto comunista e rivoluzionario.

 

Le analisi relative ai fattori oggettivi che caratterizzano la fase attuale (dinamiche di sviluppo del sistema capitalistico su scala globale come regionale; nuovi rapporti di forza all’interno dell’economia mondiale; lotta per le risorse energetiche e piani di egemonia globale USA; ruolo della NATO e dell’UE – e delle socialdemocrazie europee - nel contesto globale; conseguenze sociali e politiche di un ventennio di neoliberalismo nei paesi a capitalismo avanzato; ruolo dei comunisti nei paesi in vorticosa crescita economica e nei paesi a capitalismo avanzato; importanza dei paesi in transizione verso il socialismo) sono state fatte e possono essere affinate. L’analisi dei fattori soggettivi, in parte comprensibilmente, si è limitata nella migliore delle ipotesi a fotografare la situazione esistente nei diversi paesi, sorvolando su eventuali elementi di critica o di evidente distonia rispetto alle dinamiche generali prese in esame. Comprensibilmente certo, perché le ferite ereditate dal movimento comunista internazionale del secolo scorso bruciano ancora nonostante tutto e perché la non ingerenza negli affari interni altrui deve rimanere un principio sacrosanto anche tra i comunisti, ma questo non può significare che tutto è accettabile, perché si finisce per non cogliere una potenzialità, determinata dall’assenza di un paese-guida (la Cina, saggiamente, non aspira affatto a questo ruolo) e dalla condizione di creare coordinamenti e gruppi di lavoro realmente collegiali. E’ indubbio che anche su questo terreno i passi avanti registrati vanno nella giusta direzione, ma sarebbe opportuno imprimere un’accelerazione, da affiancare alla ripresa del Movimento dei Non-Allineati, altra recente novità positiva.

 

Se è vero che, come recita un vecchio e usurato adagio, “l’abito non fa il monaco”, allora non basta dichiararsi “comunisti” per esserlo davvero, non solo e non tanto nella fucina delle elaborazioni teoriche sul socialismo, quanto nella pratica politica quotidiana. A partire dal merito, tanto per chiarire ulteriormente. Un paio di esempi, senza alcuna volontà criminalizzatrice nei confronti di nessuno: da una parte, i comunisti libanesi si sono schierati apertamente dalla parte di Hezbollah e del fronte patriottico libanese (la resistenza, per dirla più semplicemente), mentre i comunisti iracheni, almeno ufficialmente, sono parte integrante del governo sostenuto dalle forze di occupazione. Paesi vicini, storie diverse, collocazioni antitetiche. I comunisti ucraini, almeno in una prima fase (oggi si registra una opportuna correzione di rotta), hanno posto sullo stesso piano la borghesia compradora filo-occidentale con la borghesia nazionale non contrastando la controrivoluzione arancione, mentre Chavez, senza etichetta, ha avuto il merito di radicalizzare l’esperienza bolivariana in Venezuela in una direzione che, al di là del nome e di come potrebbe andare a finire, non si discosta molto dall’evoluzione politica della Cuba di Castro. Un maggiore coordinamento e scambio di informazioni, forse, potrebbe evitare l’emergere di simili contraddizioni, pur rispettando la piena e totale autonomia dei diversi partiti nazionali.

 

In Europa qualche passo in avanti significativo sul piano del coordinamento delle forze comuniste e di sinistra è stato compiuto, ma ancora fatica ad emergere un progetto realmente alternativo a quello riformista e compatibilista della Sinistra Europea, che non si traduca nel GUE e sia in grado di comprendere anche le forze comuniste e di sinistra dell’ex URSS (dall’Ucraina alla Russia, dalla Moldavia alla Georgia, fino all’Asia Centrale se necessario), a testimonianza di un progetto realmente e radicalmente alternativo di Europa: non l’UE, frutto dell’allargamento della parte di Europa uscita vittoriosa dalla Guerra Fredda e pertanto subalterno a logiche euro-atlantiche e imperialiste (NATO), coloniali al proprio interno e neoliberali, ma un’Europa economica e politica basata sui principi della pari dignità, della non-ingerenza e del reciproco beneficio, pronta a collocarsi con un profilo autonomo e positivo all’interno di uno scenario realmente e finalmente multipolare. Il ritardo, su questo terreno, è stato macroscopico, anche se alcuni recenti sforzi (a partire dal Seminario di Lisbona del marzo 2006 organizzato dal Partito Comunista Portoghese, come i diversi incontri di Praga e Atene) potrebbero consentire un potenziale ma deciso cambio di passo. Alla logica della divisione, che è alla base del PSE, occorre rispondere con un progetto più ampio, coinvolgente, che parta dai comunisti ma non si esaurisca in essi.

 

Ci siamo interrogati troppo poco, almeno in Italia, sulla potenziale funzione dei comunisti nei paesi a capitalismo avanzato, dal Giappone alla nostra Europa, dove il quadro è abbastanza desolante e dove le dinamiche della frammentazione sociale e compressione del ruolo dello stato imposta dal grande capitale economico e finanziario, unita ai disegni autoritari e guerrafondai della “lotta al terrorismo”, hanno scavato solchi profondi, fossati oggi difficilmente colmabili, una guerra tra poveri pervicacemente cercata come estremo tentativo di salvare una nave sempre più in difficoltà. Il Giappone a guida liberaldemocratica (conservatrice) si schiera apertamente dalla parte di Bush, ma solo i comunisti contrastano con efficacia e decisione i disegni di modifica della clausola pacifista della Costituzione, mentre l’opposizione democratica (straordinarie, da questo punto di vista, le analogie con il centro-sinistra italiano, a partire dall’Ulivo giapponese di Naoto Kan) preferisce puntare ad accordi bipartisan.

 

All’interno della UE, dove i rigurgiti anticomunisti stanno assumendo una dimensione sempre più apertamente maccartista (dalle Repubbliche Baltiche alla Repubblica Ceca, dove la Gioventù Comunista è ufficialmente fuorilegge), sono poche le forze comuniste o di sinistra più larga che mantengono una dimensione elettorale e militante di massa nel proprio paese (Grecia, Portogallo, Repubblica Ceca e Cipro). La situazione non migliora, e qui emerge l’elemento di riflessione - se consideriamo i “quattro grandi” partiti che costituiscono l’ossatura del PSE: Izquierda Unida spagnola, e con essa il Partito Comunista, ha ottenuto alle ultime elezioni politiche un risultato del tutto simile al minimo storico del PCE di Carrillo a metà degli anni ottanta del secolo scorso e la crisi ha assunto, per bocca degli stessi protagonisti, una dimensione strategica; Il Partito Comunista Francese, dopo la “mutation” e dopo aver messo ai margini le minoranze interne all’ultimo Congresso (provocando una vera e propria diaspora come rappresentazione plastica di una crisi, a proposito di metodi innovativi…), ha avuto un ruolo passivo e marginale nelle mobilitazioni contro il precariato e nelle proteste delle banlieu; la Die Linke-Pds, dopo la buona prova delle elezioni politiche, ha subito un vero e proprio rovescio alle regionali di Berlino, dimezzando i consensi nella roccaforte rossa di Berlino Est (dal 40 al 20%), elemento destinato a pesare significativamente sul piano più generale. Dell’Italia sappiamo. In Svezia, il Partito della Sinistra, dopo aver tolto i ritratti di Lenin dalle sedi ed aver così raggiunto la sublime catarsi rispetto al male originario, ha raggiunto alle ultime e recenti elezioni politiche un risultato in netto calo rispetto alle precedenti (5,8% contro il 12 del 1998 e l’8,4% del 2002), simile a quanto raccoglieva il Partito Comunista negli anni ottanta del novecento.

 

Da tutto questo emerge una verità forse banale: la diluizione più o meno marcata dei comunisti in formazioni di sinistra più ampie non risolve oggi il calo di consensi e di peso politico, non è la ricetta a cui aggrapparsi per migliorare le proprie condizioni di salute. Questo non significa, e lo vogliamo ribadire fino alla noia, che i comunisti sono autosufficienti e sempre in grado di incidere con efficacia all’interno delle realtà nelle quali si trovano ad operare. Per incidere occorre lottare, essere al fianco delle parti più avanzate della società, senza preclusioni e senza pregiudizi, e, soprattutto, senza governi amici.

 

Su questo terreno occorre riprendere l’analisi alla luce delle esperienze più recenti e profondamente diverse tra loro, in Europa da una parte come in Brasile, India e Sudafrica dall’altra, paesi economicamente emergenti dove i comunisti svolgono un ruolo autonomo e visibile. Governare con l’ANC il Sudafrica o il Brasile con Lula non è come governare l’Italia con l’Ulivo o la Francia con Jospin; sostenere dall’esterno il governo progressista indiano non è uguale a sostenere dall’esterno il governo socialdemocratico svedese di Persson, uscito sconfitto alle recenti politiche. Governare in paesi del sud del mondo in vorticosa crescita economica significa certamente misurarsi con un processo complesso, che finisce forse inevitabilmente per creare disuguaglianze e disparità crescenti, ma che consente nel contempo a centinaia di milioni di individui di uscire dalla condizione di povertà e di indigenza (basti confrontare, su questo, i dati ONU). Nei paesi a capitalismo avanzato avviene un processo contrario: le disuguaglianze aumentano, la morsa dei poteri forti lascia poco spazio e la vita è quella tipica di una fortezza assediata, dall’interno come dall’esterno, con le socialdemocrazie che si sono spostate su posizioni sempre più liberali e culturalmente conservatrici.

 

In questo contesto generale agiscono le singole forze politiche, i “fattori soggettivi”. In India il governo progressista, contravvenendo al Programma Minimo Comune sottoscritto con il Fronte di Sinistra, ha sottoscritto nell’estate 2005 un accordo di cooperazione strategica con gli USA. Il Fronte, già protagonista insieme al Partito Comunista Indiano (Marxista) del Forum Sociale Mondiale di Mumbay, non solamente ha denunciato l’accordo (nonostante diversi successi ottenuti sul piano della politica economica e sociale, pur con non poche criticità e lentezze), ma ha organizzato decine di raduni in tutto il paese, coinvolgendo associazioni e movimenti e mobilitando decine di migliaia di persone. Nelle successive elezioni per il rinnovo di diversi parlamenti statali, poi, a partire dal Kerala, la campagna elettorale è stata senza esclusione di colpi e i risultati per il Fronte di Sinistra largamente positivi (spesso a scapito del Congresso, al governo nazionale).

 

In Italia, al contrario, entrambe le forze politiche “comuniste”, mentre discutono di come diluire il peso dei comunisti nel quadro politico complessivo, hanno sostenuto senza fiatare (tentando di fare i gendarmi dell’ordine costituito, per la verità) il rifinanziamento della missione NATO in Afghanistan proposto dal governo di centro-sinistra di cui fanno parte (con poche e più che lodevoli eccezioni, che hanno consentito di riaggregare una parte del movimento in rotta ma che hanno subito una sorta di processo mediatico e politico anche dentro le proprie organizzazioni), così come senza organizzare alcuna mobilitazione degna di tal nome subiscono una Finanziaria che, partita male, potrebbe ulteriormente peggiorare nel senso richiesto e voluto dai poteri forti, gli stessi che hanno sostenuto Prodi in campagna elettorale. Serve a questo la “sezione italiana della Sinistra Europea”?

 

Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Redazione di Resistenze.org