Euro-america o Eurasia?
SEMINARIO PCdoB (Brasile)
Intervento di Fausto Sorini svolto al seminario internazionale di
Brasilia del 25-26 settembre 2003, dedicato all'analisi del quadro mondiale.
-Vorrei ringraziare di cuore il vostro partito e la sua Sezione Esteri per
l’invito ad intervenire a questo seminario : un invito che mi onora e suscita
in me grande interesse.
-Ho cercato di sintetizzare in 20 punti alcune considerazioni sul nuovo quadro
mondiale, che sottopongo alla vostra discussione. Non mi dilungo sull’analisi
della politica internazionale dell’amministrazione Bush, perché mi sembra che
su questo, almeno tra i comunisti, esistano oggi larghe convergenze e una
pubblicistica ampia e consolidata. Assai più complessa e controversa resta
invece la questione di come tale politica possa essere credibilmente
contrastata e sconfitta, negli attuali rapporti di forza a livello mondiale. E’
la domanda di sempre : CHE FARE ?
1)Con l’occupazione militare dell’Iraq si è espressa in modo
organico una volontà di dominio globale da parte dei settori più aggressivi
dell’imperialismo americano.
Controllare il Medio Oriente, maggiore riserva petrolifera mondiale, significa
condizionare tutte le dinamiche economiche del pianeta, ed in particolare
quelle di Unione europea e Cina, che dal petrolio di questa regione sono ancora
oggi largamente dipendenti. Non a caso Russia e Cina, nel primo incontro al
vertice tra Putin e Hu Jintao, hanno deciso di intensificare la cooperazione in
campo energetico.
2)Lo scenario è quello di una competizione
per l’egemonia mondiale nel 21° secolo. Gli Stati Uniti, di fronte
alle proprie difficoltà economiche, a un debito estero che è il maggiore del
mondo, all’emergere di nuove aree economiche, geo-politiche e valutarie che ne
minacciano il primato mondiale, scelgono la guerra “permanente” e “preventiva”
per tentare di vincere la competizione globale sul terreno militare, dove sono
ancora i più forti. E dove si propongono di raggiungere una superiorità
schiacciante sul resto del mondo, per cercare di invertire una tendenza
crescente al declino del loro primato economico.
Nel 1945 gli Usa esprimevano il 50% del PIB del mondo; oggi sono al 25% (come
l’Unione europea). Con le attuali tendenze dell’economia mondiale, i centri
studi dei Paesi più industrializzati prevedono un ulteriore dimezzamento
della % Usa nei prossimi 20 anni. Sarebbe la fine dell’egemonia mondiale
dell’imperialismo americano, l’ascesa di nuovi centri di potere, capitalistici
e non, un’autentica rivoluzione negli equilibri planetari. Si sono fatte guerre
mondiali per molto meno.
3)Unione europea, Russia, Cina, India sono le principali potenze economiche e
geo-politiche emergenti dotate anche di forza militare. L’Eurasia è il principale ostacolo al
dominio Usa sul mondo. Chi avesse ancora dei dubbi, si rilegga Paul
Wolfowitz, ideologo dell’amministrazione Bush : “Gli Stati Uniti devono
appoggiarsi sulla loro schiacciante superiorità militare e utilizzarla
preventivamente e unilateralmente…Il nostro primo obiettivo è di impedire
l’emergere ancora una volta (dopo l’Urss - ndr)
di un rivale…Ciò richiede ogni sforzo per impedire ad ogni potenza ostile di
dominare una regione il cui controllo potrebbe consegnarle una potenza globale.
Tali regioni comprendono l’Europa occidentale, l’Asia orientale (la Cina - ndr), il territorio dell’ex Unione
Sovietica e l’Asia sud-occidentale (l’India - ndr)”.
4)Non si tratta di una linea
congiunturale, facilmente reversibile con un cambio di presidenza, ma di un
orientamento che viene dal profondo dei settori più aggressivi e oggi dominanti
dell’imperialismo americano. Un orientamento
strategico che guarda alle grandi sfide del 21° secolo, non una breve
parentesi.
Vi sono differenze nei gruppi dominanti Usa e nell’opinione
pubblica, nella stessa amministrazione Bush. Ma le posizioni meno oltranziste
oggi sono minoranza e prevedibilmente lo saranno per molto tempo, fino a quando
la linea attuale non andrà incontro a sconfitte economiche o militari (tipo
Vietnam).
5)Gli Usa aspirano, come ha ben
sintetizzato Fidel Castro, ad una “dittatura militare planetaria”. E’ una
minaccia “diversa”, ma per certi aspetti più grande di quella rappresentata dal
nazi-fascismo nel secolo scorso. Gli Usa dispongono oggi di una superiorità
militare sul resto del mondo assai maggiore di quella che Germania, Giappone e
Italia avevano all’inizio della seconda guerra mondiale. Nemmeno il Terzo Reich
pensava al dominio globale del pianeta, così come esso viene teorizzato da
alcuni esponenti dell’amministrazione Bush.
Ciò spiega perché la linea della “guerra
preventiva” suscita una opposizione tanto vasta, che coinvolge la grande maggioranza dei Paesi del
mondo.
E’ significativo che gli Usa, con la scelta di fare la
guerra all’Iraq, siano rimasti in forte minoranza nell’Assemblea generale
dell’Onu e nel Consiglio di Sicurezza, dove non solo hanno avuto l’opposizione
dei paesi maggiori (Francia, Germania, Russia, Cina), ma dove non sono riusciti
– pur esercitando pressioni fortissime – a “comprare” il voto di paesi come
Messico, Cile, Angola, Camerun, da cui non si attendevano tante resistenze.
Con la guerra in Iraq gli Usa hanno scontato un isolamento politico senza
precedenti. Si calcola che solo il 5% dell’opinione mondiale abbia sostenuto la
guerra. Una nuova generazione che, con il crollo dell’Urss e la crisi
dell’ideale comunista, era cresciuta in tanta parte del mondo col mito del
modello americano, oggi comincia ad aprire gli occhi e a maturare una coscienza
critica potenzialmente antimperialista, come non si vedeva dai tempi del
Vietnam. E’ un grande patrimonio, che peserà nel futuro del mondo.
6)La spinta verso un mondo multipolare è
inarrestabile, anche se essa procederà con gradualità, perché
nessuno oggi ha la volontà e la forza di sfidare apertamente gli Usa.
Cresce in ogni continente la tendenza alla formazione di “poli regionali”,
volti a rafforzare la cooperazione economica, politica, militare dei paesi
dell’area per essere presenti sulla scena mondiale con maggiore potere
contrattuale.
Tutti ritengono di avere bisogno di tempo per rafforzarsi. Questo può spiegare
la prudenza della Cina (e per altri versi della Russia) nei rapporti con gli
Usa : vogliono rinviare ad altri tempi una possibile frattura, che in
particolare la Cina mette nel conto. Mentre Francia e Germania, con diversa
collocazione, non considerano matura la fine del legame transatlantico.
Tali disponibilità al compromesso si sono espresse nel voto unanime (con la non
partecipazione della Siria) a favore della risoluzione 1483 (22 maggio 2003)
del CdS dell’Onu, che in qualche misura legittima a posteriori l’occupazione
militare dell’Iraq e “riconosce” i vincitori. La questione si ripropone nella
trattativa in corso in questi giorni, in cui si tratta di definire natura,
ruolo e comando di un eventuale coinvolgimento dell’Onu in un Iraq tutt’altro
che normalizzato, dove gli Usa sono impantanati, costretti a spendere cifre
astronomiche, militarmente sotto il tiro di una resistenza irakena che si
rivela più tenace e radicata del previsto.
Le maggiori potenze che pure si sono opposte alla guerra, nella logica della
più classica realpolitik -
puntano anche a non farsi escludere da ogni influenza sul nuovo Iraq e dai
giganteschi interessi legati alla ricostruzione del paese; e a tutelare i
propri interessi in campo, dalle concessioni petrolifere al recupero dei debiti
contratti dal vecchio regime di Saddam Hussein. Cercano di costringere gli Usa,
oggi in difficoltà, ad accettare quei vincoli Onu ai quali nei mesi scorsi si
erano sottratti.
Il rischio è quello di contribuire a sostenere e legittimare l’occupazione
militare e il comando degli Usa in Iraq, offrendo loro un salvagente senza
significative correzioni della loro politica aggressiva. Vedremo su quali basi
avverrà il compromesso.
7)Questa guerra ha fatto nascere un forte movimento popolare, che ha
coinvolto centinaia di milioni di persone, in ogni continente. Il 15 febbraio
2003 più di cento milioni di persone hanno manifestato contemporaneamente in
ogni parte del mondo. Era dalla fine degli anni ’40, dai tempi del Movimento
dei partigiani della pace, che non si vedeva una mobilitazione così estesa a
tutte le latitudini.
Si tratta di una delle novità più importanti del quadro internazionale dopo il
1989. Anche se tale movimento non ha avuto la forza per fermare la guerra e
oggi vive una fase di delusione e di riflusso, si sono poste importanti
premesse per le lotte future e per la ricostruzione di un movimento mondiale
contro la logica imperialista della guerra, che non si fermerà.
Vi è qui un terreno fondamentale di lavoro per i comunisti e le forze
rivoluzionarie di ogni parte del mondo. Purtroppo mancano forme anche minime di
coordinamento internazionale di tale lavoro; e questo limite, che dura ormai da
molti anni, non vede ancora in campo ipotesi di soluzione ed iniziative
adeguate da parte dei maggiori partiti comunisti che avrebbero la forza e la
credibilità per prenderle. Ciò rende tutto più difficile, ed espone il
movimento contro la guerra, soprattutto in alcune regioni del mondo, all’influenza
prevalente delle socialdemocrazie, delle Chiese o di alcuni raggruppamenti
trotzkisti (come è stato finora, in buona misura, nel movimento di Porto
Alegre).
L’appuntamento del prossimo Forum Sociale Mondiale in India, potrebbe vedere in
proposito alcune novità, ed un suo ampliamento unitario: in senso geo-politico,
con il coinvolgimento dell’Asia, oltre l’asse originario imperniato su Europa
occidentale, Stati Uniti e America Latina (poi si dovrà guardare all’Africa,
all’Europa dell’Est, alla Russia); e in senso politico, con l’auspicabile
superamento di una persistente pregiudiziale antipartitica, che si è finora
risolta in sorda ostilità soprattutto nei confronti dei partiti comunisti. Se
sarà così, il movimento non potrà che trarne vantaggio, consolidamento e
maggiori legami coi movimenti operai dei rispettivi paesi, con generale
beneficio del movimento mondiale contro la guerra e la crescita in esso di una
più matura coscienza antimperialista.
8)L’opposizione alla “guerra
preventiva” viene non solo dalle tradizionali forze di pace, ma anche da parte
di potenze imperialiste come Francia e
Germania, che fanno parte del nuovo ordine mondiale dominante.
Potenze non “pacifiste”, come si è visto in Africa (ad es. in Congo, dove la
competizione interimperialistica tra Francia e Stati Uniti, per il controllo
delle immense risorse minerarie della regione è costata la vita in pochi
anni a 4 milioni di persone…); o nella guerra della Nato contro la Jugoslavia,
che ha visto Francia e Germania pienamente coinvolte.
Questi paesi sono gli assi portanti dell’Unione europea, un progetto autonomo
di costruzione di un polo imperialista (con la sua moneta : l’ euro) che vuole giocare le sue carte nella
competizione globale. E che in prospettiva punta a dotarsi di una forza
militare autonoma dagli Usa.
Questi paesi non accettano di sottomettersi al dominio Usa, ma procedono con
prudenza in questo processo di autonomizzazione : non hanno oggi la forza di
sfidare apertamente gli Usa, non hanno un sufficiente consenso degli altri
Paesi dell’Unione europea per mettere apertamente in discussione l’equilibrio
“transatlantico”.
9)Le contraddizioni
che oppongono la grande maggioranza dei Paesi del mondo al progetto militarista
e unipolare Usa, sono di natura diversa:
-vi sono contrasti tra imperialismo e Paesi in via di sviluppo, che aspirano
alla pace e a un ordine mondiale più giusto nella ripartizione delle ricchezze
del pianeta;
-vi sono contrasti tra imperialismi, per la ripartizione delle risorse mondiali
e delle rispettive sfere di influenza ;
-vi sono contrasti tra imperialismo e paesi di orientamento progressista (Cina,
Vietnam, Laos, Corea del Nord, Cuba, Venezuela, Brasile, Libia, Siria,
Palestina, Sudafrica, Bielorussia, Moldavia…) che in vario modo aspirano ad un
modello di società diverso dal capitalismo dominante.
Si evidenzia qui in particolare il contrasto con la Cina, grande potenza
socialista (economica e nucleare), diretta dal più grande partito comunista al
mondo, che sta emergendo come la grande antagonista degli Usa nel 21° secolo.
Questo dichiarano apertamente vari esponenti Usa, che valutano che nei prossimi
20 anni, con gli attuali tassi di sviluppo, il PIB della Cina potrebbe
eguagliare quello degli Usa, il divario di potenza militare potrebbe ridursi, e
quindi “bisogna pensarci prima che sia tardi”, se non si vuole che la Cina
divenga per gli Stati Uniti, nel 21° secolo, quello che l’Urss è stata nel
secolo scorso;
-vi sono contrasti con grandi paesi come la Russia e l’India (potenze
nucleari), che pur non avendo oggi una coerente collocazione progressista in
campo internazionale, non fanno parte del sistema imperialistico dominante, e
hanno interessi nazionali e una collocazione geo-politica che contraddicono le
aspirazioni egemoniche degli Usa.
La Casa Bianca, nel suo documento sulla Sicurezza nazionale del settembre 2002,
li definisce paesi dalla “transizione incerta”, che potrebbero evolvere verso
una crescente omologazione agli interessi Usa e al suo modello sociale e
politico (distruzione di ogni statalismo in campo economico, democrazia
liberale in campo politico-istituzionale, rinuncia al potenziamento del proprio
potenziale militare e nucleare e ad ogni “non allineamento” in politica
estera…); ma che potrebbero evolvere in senso opposto e quindi rappresentare
una “minaccia” per l’egemonia Usa e per l’attuale ordine mondiale dominante.
10)Vi è una spinta, nei vari continenti, alla
formazione di entità regionali più autonome dagli Usa e con un
proprio protagonismo sulla scena mondiale :
-in Europa, con l’Ue e
il rapporto Ue-Russia;
-nell’area ex-sovietica, con la
Csi;
-in America Latina, con il
Mercosur e la convergenza progressista di Brasile, Cuba, Venezuela…;
-in Africa, con l’Unione africana
e il Coordinamento per la cooperazione e lo sviluppo dei paesi dell’Africa
australe (SADC), imperniato sul
nuovo Sudafrica e sui governi progressisti della regione (Angola, Mozambico,
Namibia, Zimbabwe, Congo, Tanzania…);
-in Asia, con lo sviluppo del
rapporto Cina-
Asean / Cina-Vietnam. Nel 2010 i dieci paesi dell’Asean e la Cina formeranno il
più grande mercato comune del pianeta;
con le spinte verso una riunificazione della Corea su basi di neutralità,
denuclearizzazione e allontanamento di tutte le basi militari straniere;
con il rafforzamento del ruolo del “Gruppo di Shangai” (Russia, Cina,
Kazachistan, Kirghisia, Uzbekistan, Tagikistan) : imperniato sull’asse
russo-cinese, con la recente significativa richiesta di Putin all’India di
entrare a farne parte. Il processo di avvicinamento tra Cina e India pesa
enormemente sugli equilibri mondiali.
11)Gli Usa osteggiano il formarsi di questi “poli regionali” e
cercano di favorirne la “disaggregazione”, oppure di sostenere all’interno di
essi l’egemonia delle forze che sono sotto la loro influenza. Ne derivano contrasti di natura diversa nei principali
organismi internazionali (Onu, FMI, G7, Wto, Unione Europea, nella stessa
Nato). Ultimo in ordine di tempo il fallimento del vertice WTO a Cancun, dove è
emerso uno schieramento “Sud-Sud”, imperniato su Cina, India, Brasile,
Sudafrica (e con la significativa presenza di paesi come Cuba e Venezuela) che
si è fatto interprete degli interessi dei Paesi in via di sviluppo, contro le
pretese egemoniche dei maggiori centri dell’imperialismo.
Le contraddizioni tendono continuamente a ripresentarsi : basti pensare alle
tensioni e alle minacce che investono Iran, Siria, Arabia Saudita, crisi
palestinese, Corea del Nord, Venezuela, Cuba; ad una situazione interna
all’Iraq non normalizzata; alla permanente competizione economica e valutaria
Usa-Ue / dollaro-euro...
Ma c’è diversità di interessi in campo, di progetti politici e di modello
sociale, anche tra le forze che si oppongono all’unilateralismo Usa.
Ad esempio : la Cina, il Vietnam, Cuba, il Venezuela…non hanno la stessa
collocazione strategica, della Germania di Schroeder o della Francia di Chirac,
che invece difendono un certo modello economico e un ordine mondiale fondato
sul predominio delle grandi potenze capitalistiche. Emblematica la vicenda di Cuba
che è sostenuta dai Paesi socialisti e progressisti, ma osteggiata dall’Unione
europea che si è vergognosamente avvicinata agli Usa nel rilancio di una
campagna ostile.
La lotta di classe non è scomparsa,
così come non scomparve negli anni ’40 quando forze tra loro assai diverse per
riferimenti sociali e politici trovarono una comune convergenza contro il
nazi-fascismo, per poi tornare a dividersi negli anni della guerra fredda,
perché portatori di interessi e di modelli di società tra loro alternativi.
12)Il fatto che l’opposizione alla
guerra di grandi paesi come Russia, Cina, Francia, Germania non abbia superato
una certa soglia di asprezza (oltre la quale il contrasto tende a spostarsi sul
terreno dello scontro aperto, anche militare); il fatto che momenti di forti
divergenze si alternino a situazioni in cui prevale la ricerca di una
mediazione e di un compromesso, sorge non già – come sostengono le teorie di
Toni Negri sul nuovo impero -
dall’esistenza di interesse omogenei di un presunto “capitale globale” e di un
presunto “direttorio mondiale” in cui esso troverebbe espressione politica
organica e unitaria, ma da rapporti di forza
internazionali che, sul piano militare, non
consentono oggi a nessun paese o gruppo di paesi di portare una sfida aperta,
oltre certi limiti, alla superpotenza Usa.
13)Come ricostruire internazionalmente un contrappeso capace di condizionare la
politica estera degli Stati Uniti? Questo è il problema n°1 per
tutte le forze che non vogliono una nuova tirannia globale.
E’ necessaria la convergenza di più forze, tra loro assai diverse:
-innanzitutto la resistenza del popolo irakeno e delle forze che in Medio
Oriente la sostengono (Siria, Iran, resistenza palestinese…) per mantenere
aperto il “fronte interno”, contro l’occupazione militare, e scoraggiare nuove
avventure. E’ necessario un sostegno internazionale a questa resistenza, oggi
pressochè inesistente al di fuori del mondo arabo; sostegno non separabile da
quello alla causa palestinese, in grave difficoltà dentro una dinamica
politico-diplomatica sempre più condizionata dagli Usa, che con Israele
vogliono il controllo pieno del Medio Oriente;
-la ripresa del movimento per la pace negli Usa e su scala mondiale,
riorganizzando le sue componenti più dinamiche e determinate, per impedirne la
dispersione e il riflusso;
-il consolidamento delle più larghe convergenze politico-diplomatiche tra
Stati, contro l’unilateralismo Usa, senza di che è impensabile una ripresa di
ruolo dell’Onu (obiettivo che non va abbandonato, in assenza di alternative più
avanzate che oggi non esistono). Si impone un maggior ruolo dell’Assemblea
generale rispetto al Consiglio di Sicurezza e una composizione più
rappresentativa del Consiglio stesso;
-lo sviluppo, negli Stati Uniti, di una opposizione alla politica di Bush e in
Gran Bretagna a quella di Blair, oggi entrambi in crisi di consenso.
La difesa intransigente del diritto di Cuba, della Siria, dell’Iran, della
Corea del Nord e di ogni altro paese minacciato a proteggere la propria
sovranità da ogni ingerenza esterna, è parte integrante della lotta contro il
sistema di guerra, indipendentemente dal giudizio che ognuno può avere sulla
situazione interna di questo o quel paese.
14)Come evolverà l’Europa?
Sono emerse divisioni non facilmente superabili tra Usa e Unione
europea, all’interno dell’Unione europea e della Nato (cioè tra alleati del
tradizionale blocco atlantico), come mai era accaduto nel dopoguerra.
Nell’Unione europea (e nella Nato) continuerà il contrasto tra filo-americani e
sostenitori di un’Europa più autonoma dagli Usa, imperniata sul rapporto
preferenziale tra Francia - Germania - Russia. Anche per questo gli Usa
vorrebbero l’ingresso nell’Ue di Turchia e Israele, loro alleati di fiducia
(soprattutto Israele, perché anche in Turchia, come si è visto in relazione al
conflitto irakeno, sta emergendo una dialettica nuova).
Una sconfitta elettorale (possibile) dei governi di centro-destra in Italia e
in Spagna, favorirebbe una collocazione europea più autonoma.
15)E’ vero che gli Usa
sono oggi orientati ad agire anche militarmente in modo unilaterale, senza
farsi condizionare né dall’Onu nè dalla Nato, ma essi non rinunceranno alla Nato, che continua ad
essere per loro uno strumento prezioso per controllare l’Europa e le strutture politico-militari,
di sicurezza, di intelligence, nonché l’industria e la tecnologia militare dei
Paesi europei integrati nell’Alleanza. E per disporre di basi militari sul
continente, poste sotto il loro controllo, magari spostandole o creandone di
nuove nei paesi europei più fedeli e sottomessi, come alcuni paesi dell’Est.
Gli Usa dispongono di una presenza militare in 140 Stati su 189 (con altri 36
vi sono accordi di cooperazione militare), con 800 basi militari e 200.000
soldati dislocati all’estero in permanenza (esclusi quelli presenti in Iraq).
Ciò rende attualissima e non rituale la ripresa di una iniziativa del movimento
per la pace per la chiusura delle basi militari Usa nei rispettivi Paesi. Per
il ritiro di tutti i militari impegnati all’estero a supporto di azioni di
guerra e di occupazione militare. Per attivare iniziative e dinamiche di
disarmo in campo internazionale.
16)Un intellettuale britannico
vicino a Tony Blair, ha scritto dopo la guerra in Iraq che in Europa il bivio è
“tra euroasiatici, che vogliono
creare un’alternativa agli Usa (lungo l’asse Parigi – Berlino – Mosca – Delhi –
Pechino) ed euroatlantici, che
vogliono mantenere un rapporto privilegiato con gli Usa”.
Tony Blair ha espresso con chiarezza la sua linea euroatlantica in una intervista al Financial Times (28.05.2003), affermando:
“Alcuni auspicano un mondo multipolare con diversi centri di potere che si
trasformerebbero presto in poteri rivali. Altri pensano, e io sono tra questi,
che abbiamo bisogno di una potenza unipolare
fondata sulla partnership strategica tra Europa e America”.
Dunque : “Euro-america” o “Eurasia”?
17)Chi vuole un’ Europa davvero autonoma dagli Usa e dal suo modello di
società, deve avere un progetto alternativo, che vada oltre l’attuale Unione
europea e le basi su cui essa è venuta formandosi e che comprenda tutti i paesi
del continente (anche Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia…). Un progetto
che:
-sul piano economico, contrasti la linea delle privatizzazioni e prospetti la
formazione di poli pubblici sovranazionali (interessante la proposta, in altro
contesto, che il presidente venezuelano Hugo Chavez ha sottoposto a Lula, per
la formazione di un polo pubblico continentale per la gestione delle risorse
energetiche, collegato ad una banca pubblica regionale che serva a finanziare
progetti di sviluppo e con finalità sociali);
-sul piano politico-istituzionale, contrasti ipotesi federaliste volte a
svuotare la sovranità dei Parlamenti nazionali e sostenga un’ipotesi di Europa
fondata sulla cooperazione tra Stati sovrani, non subalterna ai poteri forti
delle maggiori potenze imperialistiche che dominano l’attuale Unione europea;
-sul piano militare, preveda un sistema di sicurezza e di difesa pan-europeo,
alternativo alla Nato, comprensivo della Russia (una sorta di Onu europea), che
già oggi – considerando il potenziale nucleare di Francia e Russia –
disporrebbe di una forza difensiva sufficiente a dissuadere chiunque da
un’aggressione militare all’Europa. Dunque, un progetto opposto a quello di un riarmo
dell’Unione europea, di una sua militarizzazione e vocazione
imperialistica, volte a rincorrere gli Usa sul loro terreno.
E’ vero che oggi l’imperialismo franco-tedesco è assai meno pericoloso per la
pace mondiale di quello americano e può fungere a volte da contrappeso. Ma guai
a trarne una linea di incoraggiamento al riarmo dell’Ue: i movimenti operai e i
popoli europei, e qualsivoglia progetto di Europa sociale e democratica,
verrebbe colpiti al cuore da una politica di militarizzazione del continente su
basi neo-imperialistiche. Essa stimolerebbe la corsa al riarmo a livello
internazionale, e il costo di una crescita esponenziale delle spese militari,
in un’Europa neo-liberale dove già oggi vengono colpite duramente le spese
sociali, distruggerebbe quel poco che rimane dell’Europa del Welfare.
18)L’Unione europea non può fare
da sola. Se vuole reggere il confronto con gli Usa ed uscire dalla subalternità
atlantica, deve essere aperta ad accordi di cooperazione e di sicurezza con la
Russia (che è parte dell’Europa), con la Cina, l’India; e con le forze più
avanzate e non allineate che si muovono in Africa, in Medio Oriente, in America
Latina.
Solo una rete di unioni regionali, non
subalterne agli Usa (di cui l’Europa sia parte) può modificare i rapporti di
forza globali e condizionare la politica Usa. Gli Usa non possono
fare la guerra a tutto il mondo.
19)In paesi come Russia, Cina, India – potenze nucleari in
cui vive la metà della popolazione del pianeta, che potrebbero esprimere tra 20
anni un terzo della ricchezza mondiale (e che la stessa amministrazione Bush
definisce “paesi dalla transizione incerta”) – le forze comuniste, di sinistra,
antimperialiste, non subalterne al modello neo-liberista e agli Usa,
costituiscono già oggi una forza maggioritaria (in Cina) o che potrebbe
diventarlo (Russia, India) nell’arco di un decennio.
Un’alleanza elettorale in India tra Congresso e Fronte delle sinistre (animato
dai comunisti) potrebbe vincere le prossime elezioni (previste per il 2005), su
un programma che recuperi le istanze progressive del non-allineamento.
Un’avanzata dei comunisti e dei loro alleati alle prossime elezioni politiche
in Russia può creare le condizioni per un compromesso con Putin (con una parte
almeno delle forze che sostengono Putin) e collocare la Russia su posizioni più
avanzate.
Sono possibilità, non certezze. Per questo parlo di un processo che potrebbe
maturare “nell'arco di un decennio”. Ma che dispone delle potenzialità per
affermarsi e su cui forze importanti in questi Paesi stanno lavorando.
20)Come ha sintetizzato Samir
Amin, “un avvicinamento autentico fra l’Europa, la Russia, la Cina, l’Asia
costituirà la base sulla quale costruire un mondo pluricentrico, democratico e
pacifico”. Un’ Eurasianon
allineata può rappresentare un interlocutore fondamentale anche per le forze
progressiste in America Latina e in Africa.
Non sarebbe il socialismo mondiale, ma certamente un avanzamento strategico
nella direzione giusta. E con il clima politico che caratterizza il mondo di oggi,
non sarebbe poco.