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- pensiero resistente - imperialismo e globalizzazione - 17-02-08 - n. 215
La guerra silenziosa dei falchi
Nubia Piqueras Grosso
Il fenomeno delle basi militari nel mondo è tanto vecchio quanto il più squisito rum d’annata, ma a diversamente dal liquore, quel fenomeno lascia un alito cattivo, quello che resta dopo le guerre silenziose.
Alla fine della seconda guerra mondiale e di fronte alla comparsa del blocco socialista, gli Stati Uniti hanno sentito la necessità di affrontare la minaccia. Da allora la contrapposizione fra i due blocchi offrì al mondo una certa stabilità, ma sotto la continua opera di sabotaggio da parte della cosiddetta “guerra fredda”, di cui i residuati bellici costituiscono un pericolo ancora oggi.
Da quando regna l’unilateralismo le basi continuano a rimanere come riflesso dell’egemonia che Washington vuole imporre al mondo, quindi non c’è niente di strano se circa il 95% delle basi militari sparse sul pianeta sono di proprietà statunitense.
Gli USA hanno installazioni militari in tutto il mondo, anche per proteggere i loro interessi economici nelle regioni in cui si stabiliscono con le loro truppe. Lo si capisce dalla collocazione geografica delle basi, generalmente vicino a campi petroliferi, gasdotti ed altre risorse naturali.
Addestramento a domicilio
Espressioni come: “la guerra contro il terrore”, “il narcotraffcio”, e più recentemente “il populismo radicale”, servono per mascherare quotidianamente il progresso dei piani statunitensi di conquista nella regione latinoamericana.
Oltre le già note basi militari di manta (Ecuador), Soto Cano (Honduras), Reina Beatriz (Aruba), Hato Rey (Curazao) e Comalapa (El Salvador), i falchi dell’amministrazione nordamericana progettano di estendere la loro guerra silenziosa in Centroamerica.
Dopo la firma del Trattato di Libero Commercio dell’America Centrale con alcuni paesi dell’area, i governi locali non hanno soltanto condannato a morte le loro economie ma anche la loro sovranità, perché l’accordo prevede l’ingresso di truppe USA sul loro territorio, come nel caso dell’Honduras.
D’altra parte, il Piano Colombia e la lotta al narcotraffico che dovrebbe condurre, non è che la foglia di fico per nascondere i veri interessi imperiali: occupare territori limitrofi da sfruttare.
Questa strategia del Pentagono non si esaurisce con l’occupazione militare del territorio che assicura il controllo delle risorse naturali delle aree interessate, ma in molti casi fornisce anche una moneta di scambio. La tattica del Ministero della guerra degli Stati Uniti contempla il cosiddetto “addestramento a domicilio”, che consiste nell’addestramento degli eserciti locali nei loro territori mediante imprese private e istruttori del Pentagono.
Questa è una modalità che in America latina viene eseguita dal Comando Sud, e in un futuro potrebbe farlo anche la “Escuela de Las Americas”, dato che secondo il quotidiano statunitense “USA Today” la propaggine di Fort Benning dovrebbe riprendere l’attività di addestramento militare nella regione.
Interessante è poi il fatto che il Pentagono trasferisca la gestione operativa delle basi militari a imprese private. In questo senso spicca la base di manta in Ecuador, dove l’aviazione USA ha consegnato la sua attività operativa alla Dyncorp, così anche i voli sulla Colombia sono svolti da militari privati.
Guantanamo: un limbo legale
Le basi statunitense sono un simbolo della storia dell’intervento armato di Washington.
Sono più d’una le loro basi nei Carabi che sono state acquisite, non dopo un accordo, ma per mezzo di una conquista. Questo è il caso della base navale di Guantanamo, il cui territorio è stato occupato illegalmente dagli USA nel 1903, dopo la loro fugace partecipazione alla guerra Ispano-Cubana. Durante la seconda guerra mondiale, Guantanamo è diventata la principale base difensiva e per le riparazioni di Florida e Texas nel contrastare le operazioni di guerra sottomarina condotte dalla marina tedesca.
Oggi l’unica missione della base è la “lotta contro il terrorismo”, fornendo un carcere la cui principale caratteristica è mantenere i prigionieri al margine d’ogni legalità o convenzione universale. Ma i benefici di questa base navale vanno oltre gli interessi militari. Questa enclave illegale è servita come “campo di concentramento” per gli emigranti haitiani e i cosiddetti “balseros” cubani durante la crisi degli anni novanta.
Di nuovo i muri
La proliferazione delle basi militare statunitensi corrisponde alla tappa imperialista, e cominciò con la guerra ispano-cubana-cordamericana.
Il Patto di Varsavia fu certo necessario per fare fronte all’alleanza occidentale raggruppatasi nella Nato. L’idea di “accerchiare il blocco socialista” diede il via all’aumento delle basi in Europa.
I trattati SALT I e SALT II, firmati fra URSS e USA, sancirono il periodo militare delle superpotenze e la necessità di ridurre l’arsenale bellico d’entrambi i contendenti. La scomparsa del blocco socialista fece scomparire anche il Patto di Varsavia, che fu sostituito dal Trattato delle Forze Armate Convenzionali in Europa (FACE).
In seguito i paesi della Nato negarono la forma del trattato se la Russia non avesse ritirato le sue basi in Georgia e Moldavia. Il presidente russo Vladimir Putin l’anno scorso ha detto a Monaco che le sue truppe stavano lasciando la Georgia, mentre in Moldavia il contingente militare stava ancora portando a compimento “funzioni di mantenimento della pace e di sicurezza per i siti militari ancora presenti dall’epoca dell’URSS”.
Contemporaneamente in Bulgaria e Romania venivano piazzate le basi leggere USA con 5.000 militari ciascuna. A fronte di ciò Putin nella conferenza sopra citata ha chiesto “contro chi è puntata questa base? Ricordando l’accordo del 1990, secondo il quale il segretario della Nato aveva assicurato che non ci sarebbe stata nessuna ampliazione del sistema militare.
Pezzi del Muro di Berlino trasformati in souvenirs, riposano in chissà quanti salotti.
Nel frattempo altri muri, fisici o virtuali oggi si alzano per motivazioni diverse, ma gli effetti sono simili: dividere il mondo o egemonizzarlo all’insegna del: “Dividi e impera”.
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare