www.resistenze.org - pensiero resistente - imperialismo e globalizzazione - 28-02-08 - n. 217

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Gli Stati Uniti in America Latina non hanno cambiato passo
 
Orlando Oramas
 
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia d’interventi e occupazioni militari in America Latina e nei Caraibi, quella storia risale alla guerra con cui fu menomato il territorio messicano.
 
Cuba, Haiti, Nicaragua, Panama, Granada, Repubblica Dominicana, fra gli altri, sono paesi che hanno patito lo scarpone yankee e visto i loro popoli avvolti nel lutto dall’aggressione armata di Washington.
 
Senza alcuna remora formale, gli USA continuano ad occupare una fetta del territorio cubano con un affronto che trascende il diritto internazionale.
 
La base di Guantanmo, in questi sei anni di permanenza del centro internazionale di detenzione lì ubicato, si è convertita in un simbolo di tortura e vilipendio della dignità umana.
 
Il carcere in cui il Pentagono tiene i prigionieri della cosiddetta crociata globale antiterrorista, e dove si viola la Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra, è un’espressione della volontà di Washington di perpetuare la presenza militare in America Latina e nei Caraibi.
 
Quell’enclave, che esiste contro la volontà del popolo cubano, è un pro-memoria per chi avesse dimenticato quante volte le truppe degli Stati Uniti, ora in Iraq ed Afghanistan, sono state impegnate nell’occupazione di terre straniere.
 
Si ricordi che la restituzione della cosiddetta Zona del Canale di Panama e la chiusura della base del Comando Sud che si trovava proprio lì, non è stato il frutto dell’indulgenza statunitense, ma il frutto della perseveranza del popolo panamense che versato sangue per recuperare la sua sovranità.
 
Lo stesso è accaduto a Vieques, Portorico, dove l’esercito statunitense è stato obbligato ad evacuare il poligono dove sperimentava nuove guerre, dalle lotte della popolazione locale.
 
Così si spiega anche la Scuola delle Americhe, collocata a Panama nel 1946 e poi trasferita a Fort Benning, Georgia, nel 1994, per essere ribattezzata Istituto di Cooperazione per la Sicurezza Emisferica, e che recentemente è stata oggetto di richieste di chiusura definitiva.
 
Nelle sue aule, fra i tanti, sono passati anche Roberto D"Aubuisson, creatore degli squadroni della morte in El Salvador, e Leopoldo Galtieri, capo della Giunta Militare in Argentina, responsabile di enormi violazioni dei diritti umani.
 
Ma ora sono altri tempi, e Washington sperimenta nuove strategie per piazzare le basi delle sue forze militari nella regione, soprattutto adesso che ha una base fissa in Colombia, per prendere di mira il Venezuela. Sì, perché il Piano Colombia contempla la presenza di truppe yankee in quel paese sudamericano col pretesto della lotta al narcotraffico, ma con particolare attenzione alla controguerriglia.
 
Non a caso, le Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) della Colombia tengono prigionieri tre soldati yankee, ma che il Pentagono si sforza di qualificare come “contrattisti”.
 
Ma coi tempi che corrono ci sono altri, nuovi pretesti per il dispiegamento bellico USA in America Latina e Caraibi, che sia il traffico di stupefacenti, l’immigrazione illegale o la lotta al terrorismo, pure se avviene a migliaia di chilometri, in Afghanistan o Iraq. In tali circostanze, l’ingerenza della potenza coloniale non si misura solo con numero delle truppe, perché adesso bisogna considerare anche il Pentagono, la CIA, la DEA ed altre strutture, incluso il Dipartimento di Sicurezza della Patria.
 
Sebbene non ci siano più le grandi basi come quelle che c’erano sulle rive del canale di Panama, oggi si moltiplicano i cosiddetti Posti Operativi Avanzati.
 
Secondo la descrizione ufficiale del Dipartimento di Stato, i Posti Operativi Avanzati (Forward Operating Locations - FOLs) sono aree di ricovero per aerei impegnati nella lotta internazionale contro il narcotraffico.
 
E si può continuare; il programma completo fa parte della lotta internazionale contro i narcotrafficanti, lotta condivisa da tutti i presidenti delle nazioni dell’emisfero occidentale nell’incontro tenutosi a Miami nel 1994, a Santiago nel 1998 e nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante la “Sessione Speciale Contro il Narcotraffico”, nel giugno del 1998.
 
Questo è quello che, apparentemente, fa il Pentagono nella base equadoregna di Manta, dove ci sono aerei, attrezzature per lo spionaggio e radar, oltre a militari delle forze armate USA.
 
Ma il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha affermato che non rinnoverà l’accordo sull’uso della base di Manta, accordo che scade nel novembre 2009. Questo spingerà Washington a cercare altri siti, in Perù o Colombia, soprattutto in Colombia, dove potrebbe avere il compito di addestrare gli ufficiali dell’esercito di quel paese.
 
I FOLs sono presenti negli aeroporti internazionali di Araba e Curacao, vicinissimi al Venezuela, ma anche in El Salvador, in contemporanea al rafforzamento della presenza militare degli Stati Uniti alla frontiera, quella murata, con il Messico.
 
La cosiddetta Tripla Frontiera, tra Paraguay, Brasile e Argentina, è una zona di grande interesse strategico per gli USA, il che fa moltiplicare le sue azioni di intelligence, località in cui si trovano importanti risorse idriche ed energetiche.
 
Lo stesso Donald Rumsfeld, quand’era segretario della Difesa, ha personalmente fatto pressioni sul Paraguay per ottenere un presenza fissa del Pentagono nella nazione sudamericana, ma il rifiuto regionale ha fatto fallire le manovre per piazzare truppe yankee nel Chaco del Paraguay.
 
Sono altri tempi, ma i pretesti sono vecchi, tant’è che oggi in America Latina e nei Carabi quei pretesti si mascherano con accordi di pattugliamento e di manovre belliche congiunte. Questo accade a Panama, dove non si sono ancora rimarginate le ferite dell’ultima invasione, o alla frontiera col Messico, dove dietro il muro operano distaccamenti militari contro l’immigrazione illegale.
 
arb/oor
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Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare