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- pensiero resistente - imperialismo e globalizzazione - 04-10-08 - n. 244
da Gramsci oggi, settembre 2008
Voci inquietanti dal PRC:
Russia e Cina, ecco il nuovo imperialismo del 21° secolo
di Sergio Ricaldone
Ci sono compagni convinti che la separazione sanzionata dal congresso di Chianciano tra le due componenti principali di Rifondazione, quella di Ferrero e quella di Vendola, consenta al gruppo vincente di rilanciare la nozione insita nell’aggettivo comunista anziché il suo totale superamento proclamato apertamente dalla componente arcobalenista. Lo fa pensare l’impegno con cui Ferrero e il suo gruppo dirigente hanno riproposto nel loro programma il conflitto di classe e l’anticapitalismo quale propellente che consenta a Rifondazione di ridiventare un credibile partito di opposizione e di lotta dopo la fallimentare esperienza di governo. Scelta, quest’ultima, che ha portato il partito sulla soglia dell’estinzione. E’ stato persino aggiunto un auspicabile accenno a possibili intese unitarie con i comunisti del Pdci, accenno che sarebbe ancor più convincente se includesse, nel breve termine, la prospettiva di una riunificazione dei due partiti che superi la scissione del ’98. Ma su questo tema Ferrero preferisce glissare.
Lungi da noi l’idea di banalizzare il significato di questa svolta a sinistra rispetto a quella liquidatoria di Vendola e C. Non possiamo tuttavia tacere che nella nuova linea approvata a Chianciano manca un elemento essenziale che fa nascere qualche dubbio sulla reale volontà della nuova leadership di Rifondazione di ricondurre il partito nel suo alveo naturale, ossia in quello che oggi, in modo molto informale e senza alcun vincolo organizzativo, continua a definirsi, esibendo anche la consistenza dei suoi numeri, “movimento comunista internazionale”. Movimento che raggruppa un centinaio di partiti, dal Vietnam al Portogallo, Da Cuba al Sudafrica, dall’India al Brasile, e che, in questa fase, si basa unicamente su periodici incontri di consultazione collettiva sui principali temi di politica internazionale (pace e impegno antimperialista soprattutto). Questa ritrovata volontà dei partiti comunisti di trovarsi, di discutere e di convergere su posizioni comuni si basa, ovviamente, su un fattore genetico ineludibile, ossia il movimento comunista o ha una dimensione internazionale o non è. Ma, beninteso, senza obblighi vincolanti per nessuno e nella piena autonomia critica di ciascun partito.
Pare invece che la leadership di Ferrero non intenda rimettersi in gioco con una rinnovata apertura di largo respiro sui temi della politica estera e dei rapporti internazionali. Tutte le dichiarazioni in materia appaiono tuttora inchiodate alle logoranti e perdenti categorie liquidatorie del bertinottismo, senza alcuna intenzione di uscire dal provincialismo, dall’eurocentrismo, dal terzomondismo, dal movimentismo equidistante dei no global né dalla più recente scoperta del lamaismo. Noi pensiamo invece che la politica estera e i rapporti internazionali siano essenziali per connotare l’identità di un partito che voglia definirsi comunista nonchè il mezzo per tentare di restituire dignità alla nozione di internazionalismo, soprattutto ora che i rapporti di forza tra imperialismo e resto del mondo sono in rapida e positiva evoluzione.
Credo che tutti abbiamo capito quanto sia importante la svolta che si è materializzata il 6/7 agosto 2008, inaspettatamente, sulla sponda orientale del Mar Nero. Da qualche settimana il quadro politico internazionale è cambiato. Eccome se è cambiato ! “Nuovo secolo americano”, “fine della storia” e “mondo unipolare” appaiono ora slogan sempre meno spendibili.
La risposta data dalla Russia al massacro ordinato dal quisling georgiano contro la popolazione dell’Ossezia è arrivata immediata e pesante come una clava cogliendo di sorpresa e con le mani nel sacco il Pentagono e la Nato ormai convinti che il Mar Nero fosse diventato un tranquillo lago americano. La presenza accertata di mercenari e consiglieri della CIA al fianco degli aggressori georgiani e l’esito dell’operazione ci ricorda la geniale intuizione di coloro che decisero lo sbarco alla Baia dei Porci. Non mi dilungo. Credo che tutti abbiamo seguito con molto interesse (e anche con un certo senso di sollievo), quello che è successo e sta succedendo nel Caucaso, regione classificata dalla Casa Bianca come una delle principali posizioni strategiche da colonizzare. E invece lo scenario si è capovolto: America umiliata, Nato sotto scacco, Europa confusa, divisa e balbettante. Per giunta navi da battaglia russe che compaiono nei Caraibi a fianco della marina venezuelana e due ambasciatori USA cacciati in tre giorni dall’America Latina. Infine il ciclone di crolli finanziari che fa affondare come il Titanic alcuni colossi del sistema finanziario americano e colpisce al cuore il centro motore del capitalismo globale. Il tutto nel giro di poche settimane. Roba da non credere !
Ma tornando alla crisi Russia Nato e leggendo certi commenti di Liberazione inviterei i distratti a non prendere sottogamba la svolta impressa da Mosca alla sua politica estera e a riflettere sul fatto che, nel momento in cui la sinistra comunista e antimperialista del pianeta ha deciso da che parte stare, scegliendo tra aggressore e aggredito, riemergono in Rifondazione tesi che, nel migliore dei casi, accusano la Russia di essere afflitta da sindrome da grande potenza, oppure, nel peggiore, di essere diventata, insieme alla Cina, il principale nemico imperialista contro cui combattere nel 21° secolo. Inutile dire che si tratta di tesi oltranziste, molto simili a quelle sostenute dall’ufficio stampa della Nato, che nemmeno la russofobia e l’antislavismo di certi analisti del Corriere e di Repubblica si sono sentiti di avallare nei loro commenti, per una volta insolitamente equilibrati.
Ci rendiamo conto che per chi abbia militato per anni in un simile partito sia piuttosto arduo mantenere integra la nozione di internazionalismo, e non soltanto della sua valenza originaria, proletaria e comunista, ma in quella molto più ampia e attuale espressa da movimenti, partiti e governi che, sebbene con colorazioni e intensità diverse, tendono a connotarsi oggettivamente come posizioni antimperialiste. Speravamo che il cumulo di macerie lasciatoci dal sisma del 13 aprile potesse indurre i nuovi dirigenti a meditare sulle colossali stupidaggini analitiche prodotte in materia di politica internazionale immortalate, nero su bianco, sui documenti della maggioranza bertinottiana degli ultimi congressi del PRC. Lo speravamo, ma ci siamo sbagliati. “E’ possibile che nel mondo si stiano determinando le condizioni per un nuovo inizio di un processo rivoluzionario (…) per il superamento dell’ordine esistente e della società capitalista”. Potrebbe sembrare il pensiero di Lenin alla vigilia dell’Ottobre ’17. Invece si tratta di una delle geniali intuizioni innovative del bertinottismo, sanzionata dal CPN del PRC il 16/9/2001, cui hanno fatto seguito, in un crescendo delirante, le tesi congressuali del 15/12/2001 nelle quali sta scritto che “con la guerra del Golfo e in particolare con quella dei Balcani la guerra ha assunto il ruolo di costituente di un nuovo ordine mondiale (…) attorno a un asse costituito dagli Stati Uniti d’America, dalla Russia e dalla Cina”. Col che se ne deduce che la loro ambasciata di Belgrado i cinesi se la siano bombardata da soli. E ancora: “I contrasti tra gli Stati non producono di per sé la costruzione di un campo antimperialista né dirompenti contraddizioni di tipo interimperialistico”. Che dire di fronte a tanta “lungimiranza” che considera nemici asserviti alla famosa cupola di comando del cosiddetto “impero mondiale”, governi , partiti e movimenti che, invece, risultano oggettivamente schierati nel campo antimperialista e le cui scelte politiche, economiche e militari contribuiscono, ben più del desaparecidos movimento no global, al declino dell’egemonia unipolare americana sul pianeta ?
Leggendo ancora Liberazione ci accorgiamo che Gennaro Migliore e Ramon Mantovani, sebbene collocati in aree diverse, continuano più o meno a pensarla allo stesso modo. Il campo visivo con cui si continua ad osservare il quadro internazionale risulta ancora fortemente inquinato da anni di sistematica distruzione dei rapporti internazionali e della cultura che ha sorretto e alimentato per un secolo le grandi rivoluzioni, il movimento operaio e i movimenti di liberazione cambiando la geopolitica del pianeta. E’ evidente che con questa zavorra nel nostro bagaglio non andiamo da nessuna parte.
Il ritorno della Russia come superpotenza globale è un passaggio di importanza strategica che rende ormai visibile, anche ai più scettici, una tendenza in atto da alcuni anni: l’imperialismo americano è entrato nella sua fase declinante. Il che non significa, beninteso, che stia collassando, ma significa più realisticamente che benché il suo potenziale militare era e rimanga enorme, tutto ciò non è servito ad evitare la crescita di nuovi temibili competitori globali che insidiano, non il suo primato militare, che era e resta enorme in termini di spesa, tecnologia e potenziale distruttivo, ma bensì (e questo è molto peggio) il primato di Wall Street sull’economiia del pianeta. Ora, insieme alla Cina, l’India e altri paesi emergenti, anche la Russia, uscita dal coma, sta ridiventando a sua volta una temibile tigre siberiana che, oltre al suo ruolo di competitore globale, sa mostrare, se provocata dal Pentagono e dalla Nato, i suoi denti al plutonio.
Intendiamoci, Putin non è il nuovo Lenin e lo scontro di classe in Russia tra il potere del capitale e il lavoro salariato costituisce la priorità assoluta su cui sono giustamente impegnati i comunisti russi. E tuttavia riteniamo siano fuori strada coloro che giudicano oggi (in futuro si vedrà) la politica estera della Russia una riedizione in chiave neoimperialista del nazionalismo grande russo di epoca zarista.
Lo stesso Samir Amin ci ha suggerito più volte di fare la giusta distinzione tra nazionalismo sciovinista da grande potenza e la coscienza nazionale di un popolo che difende la propria sovranità. Sono gli stessi comunisti russi a ricordarci in un loro documento, (reperibile on line), che certi passaggi della storia di un paese (come quelli vissuti dall’Italia ai tempi della svolta di Salerno o dal Vietnam in tempi più recenti) richiedono esattamente quello che sta succedendo in Russia oggi, e cioè il massimo di unità nazionale attorno ad una piattaforma politica di resistenza antimperialista contro l’aggressivo espansionismo militare antirusso messo in atto dalla Nato alle sue frontiere. Resistenza che comprende, ovviamente, anche contromisure militari. Il che solleva l’indignazione di molte anime belle. Intendiamoci, è più che giusto invocare la pace e praticare una politica di contrasto popolare e di massa alla guerra infinita ovunque si manifesti. Attenzione però a non confondere i buoni sentimenti, tipo la non violenza, come il solo mezzo per cambiare i rapporti di forza e neutralizzare l’enorme potenziale militare di cui dispone oggi l’imperialismo americano e la Nato. L’esperienza lo insegna: la politica e i movimenti pacifisti di massa hanno certamente svolto un ruolo di contrasto non piccolo contro le ultime guerre imperialiste (Yugoslavia, Afganistan e Iraq), ma alla fine l’uso della forza ha prevalso vanificando una opposizione pacifista che pure ha avuto dimensioni planetarie. Che ci piaccia o no, il potenziale militare pesa, eccome, nei rapporti di forza e occupa una posizione di tutto rispetto nelle relazioni internazionali e nella politica estera degli Stati. Per quanto oscene e detestabili siano le armi di ogni specie, non sempre l’opposizione a mani nude dei movimenti contro la guerra è in grado di contrastarla, specie quando viene meno un ragionevole equilibrio militare tra aggrediti e aggressori. Il tema è sicuramente scabroso ma nel momento in cui riappare il fantasma della guerra fredda vale la pena di affrontarlo senza ipocrisie.