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- pensiero resistente - imperialismo e globalizzazione - 23-05-10 - n. 320
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Brasile e Stati Uniti in rotta di collisione
di Raúl Zibechi - La Jornada
22/05/2010
I bagliori dei fatti che fanno la storia, come l’accordo firmato lunedì 17 fra Brasile, Turchia e Iran per risolvere il conflitto intorno al programma nucleare iraniano, illumina le zone che di norma restano in ombra. L’accordo di Teheran ha scosso le cancellerie delle potenze Occidentali, evidenziando il disturbo che provoca l’irruzione di paesi emergenti in grado di spostare i pezzi della scacchiera globale.
La reazione della Casa Bianca, tramite la segretaria di Stato Hilary Clinton che ha sorvolato sull’accordo di Teheran e pretende di procedere con la politica delle sanzioni, mostra l’irritazione degli USA a fronte della perdita del controllo assoluto sullo scenario globale. Nel fiume di dichiarazioni rilasciate lunedì scorso, vale la pena di individuare i fili che denunciano una crescente polarizzazione tra il Brasile e Washington, che nell’area sudamericana si traduce in un inevitabile escalation che potrà raggiungere livelli allarmanti.
Il presidente Luiz Inacio Lula ha dichiarato che ciò che importa è stabilire una relazione di fiducia, perché non si può fare politica senza avere rapporti fiduciari (Folha de Sao Paulo, 17 maggio 2010). H. Clinton, invece, ha denunciato l’accordo come un tentativo di impedire l’azione del Consiglio di Sicurezza che cerca di prendere misure adeguate alla preoccupazione internazionale sul programma nucleare iraniano (The Guardian, 17 maggio). Clinton ha insinuato la sfiducia, proprio il contrario di Lula.
Flynt Leverett, direttore del progetto Iran della Fondazione Nuova America, ex responsabile per il Medio Oriente del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ed ex analista della CIA, ha preso le distanze dalla Casa Bianca, indicando nella reazione della Clinton un segno della perdita di controllo della situazione da parte del governo Obama a fronte del fatto che Brasile e Turchia con quest’accordo sono diventati il punto di riferimento per la soluzione diplomatica (O Globo, 19 maggio). Egli ritiene che insistere con la politica delle sanzioni si ritorcerà contro il governo statunitense, perché il rifiuto di accettare l’arricchimento dell’uranio iraniano è una scommessa disonesta, rischiosa ed un segnale di disperazione.
Perché il governo Obama dovrebbe essere disperato? Perché da un lato perde alleati, Turchia e Brasile, in due zone strategiche per i suoi interessi. Inoltre, non può negare la via diplomatica né fare la figura dello sconfitto dopo aver mostrato i muscoli contro l’Iran per tanti anni. Forse l’aspetto più indigesto è che nel “cortile di casa” sudamericano sia maturata una potenza in grado di fare ombra alla Casa Bianca in Medio Oriente.
Una vera novità è che in Brasile la stampa tende a fare quadrato intorno al governo di Lula, senza nascondere che ci si trova di fronte ad un conflitto con Washington. Marco Aurelio García, consulente speciale per gli Esteri della presidenza brasiliana, si è espresso parlando del governo di Obama con le parole: “…sono feriti”. E poi: “…dove arrivavamo noi erano già passati gli USA per impedire di arrivare ad un accordo”. Ha persino dichiarato che se gli USA insistono con le sanzioni, finiranno col subirne una morale e politica (Zero Hora, 19 maggio).
La prudente diplomazia di Itamaraty (Turchia NdT) non nasconde la sua indignazione verso la posizione statunitense. Mercoledì 19, la cancelleria ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una lettera che spiega che i termini dell’accordo di Teheran sono gli stessi che le potenze occidentali vogliono da tempo, e chiede che non si sbarri la strada ai negoziati. Amorim ha detto che ignorare l’accordo è disprezzare la ricerca di una soluzione pacifica e negoziata (O Estado de Sao Paulo, 19 de maggio).
Per il cancelliere, uomo chiave dell’accordo quello è il passaporto per una soluzione pacifica. Ma il punto più caldo di tensione tra Brasile e Stati Uniti si trova in Sudamerica e passa per la difesa dell’Amazzonia e del petrolio trovato nell’Atlantico del sud. Le spese militari (brasiliane Ndt) sono cresciute dal 1994 del 45%. Senza contare gli accordi con la Francia per l’acquisto di cinque sottomarini, uno nucleare, che saranno fabbricati in Brasile, insieme a più di 50 elicotteri da combattimento. L’acquisto di 36 caccia di ultima generazione dalla francese Dassault, a scapito della statunitense Boeing - che sarà ufficializzato nelle prossime settimane - è un altro punto di frizione con Washington.
Che tutti gli acquisti di armamenti includano il trasferimento della tecnologia rivela che il Brasile ha deciso la creazione di un complesso militare - industriale autonomo, a garanzia della sua proiezione regionale e globale. In tal senso si potrebbero menzionare anche gli accordi militari con la Russia, che includono elicotteri d’assalto e sistemi di difesa antiaerea. Ma il fatto più significativo è lo spiegamento che sta realizzando l’esercito in Amazzonia per dislocarsi a fronte delle nuove basi degli Stati Uniti in Colombia. In questi giorni si sta effettuando il più grande riposizionamento di truppe da quando i militari hanno preso il potere, nel 1964 (Zero Hora, 18 aprile).
In Amazzonia l’esercito ha raddoppiato i soldati: da 25.000 ora presenti si arriverà a 49.000 in pochi anni; si costruisce una base aerea per aerei da trasporto Hercules e le nuove brigate si trasformano in unità indipendenti da 3.000 soldati ciascuna per adattarsi ai combattimenti nella foresta. L’esercito di terra cresce di quasi il 30% con 59.000 nuovi soldati.
Il Brasile si prepara a uno scenario di scontro militare con gli Stati Uniti il cui epicentro sarà l’Amazzonia. Se lo scontro è davvero inevitabile, si spiega perché la Strategia di Difesa Nazionale approvata nel 2008 difende la necessità di sviluppar e dominare la tecnologia nucleare.
Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2010/05/21/index.php?section=opinion&article=021a1pol
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