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- pensiero resistente - imperialismo e globalizzazione - 13-02-13 - n. 440
La vera invasione dell'Africa non fa notizia e Hollywood ha licenza di mentire
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
31/01/2013
E' in corso una vera e propria invasione dell'Africa. L'esercito degli Stati Uniti è presente in 35 paesi africani, a cominciare dalla Libia, il Sudan, l'Algeria e il Niger. Segnalata dall'Associated Press il giorno di Natale, questa notizia è stata quasi completamente ignorata dai media anglo-americani.
L'invasione non ha quasi nulla a che fare con "l'islamismo" ed è quasi del tutto connessa all'acquisizione di risorse, in particolare minerali, e all'accesa rivalità con la Cina. A differenza della Cina, gli Stati Uniti e i loro alleati sono pronti a usare un certo grado di violenza, come è stato dimostrato in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen e Palestina. Come nella guerra fredda, la divisione del lavoro richiede che il giornalismo occidentale e la cultura popolare forniscano una copertura per la guerra santa contro un "minaccioso arco" dell'estremismo islamico, non diverso dall'artefatto "pericolo rosso" di un complotto comunista mondiale.
Il modo in cui l'Africa Command (Africom) statunitense ha creato una rete di postulanti tra i regimi africani desiderosi di ricevere mazzette e armamenti ricorda la gara colonialista in Africa della fine del 19° secolo. L'anno scorso, Africom ha organizzato l'operazione "African Endeavor" [Impegno Africano], che ha visto la partecipazione delle forze armate di 34 nazioni africane, comandate dai militari degli Stati Uniti. La dottrina "soldato per soldato" di Africom insedia ufficiali americani a tutti i livelli di comando, dal generale al maresciallo maggiore. Mancano soltanto i caschi coloniali.
E' come se l'orgogliosa storia della liberazione dell'Africa, da Patrice Lumumba a Nelson Mandela, fosse consegnata all'oblio da parte di un'élite nera, serva di un nuovo padrone coloniale la cui "missione storica", come ci metteva in guardia Frantz Fanon mezzo secolo fa, è la promozione di "un capitalismo rampante anche se camuffato".
Un esempio lampante è il Congo orientale, con una ricchezza inestimabile di minerali strategici, controllata da un efferato gruppo di ribelli noto come M23, che a sua volta è coordinato da Uganda e Ruanda, mandatari di Washington.
Lungamente progettata come una "missione" per la NATO, per non menzionare i sempre zelanti francesi, le cui battaglie coloniali perse rimangono in stallo permanente, la guerra in Africa è diventata urgente nel 2011, quando sembrava che il mondo arabo stesse per liberarsi di Mubarak e di altri capi clientelari di Washington e dell'Europa. L'isteria che questo ha provocato nelle capitali imperialiste non può essere esagerata. Bombardieri della NATO sono partiti non contro Tunisi o il Cairo, ma contro la Libia, il paese governato da Muammar Gheddafi, ricco dei più grandi giacimenti di petrolio dell'Africa. Mentre la città libica di Sirte veniva ridotta in macerie, il SAS [Special Air Service] britannico dirigeva le milizie "ribelli" in quello che si è rivelato successivamente un massacro razzista.
Gli indigeni del Sahara, i Tuareg, i cui combattenti berberi Gheddafi aveva protetto, fuggirono in patria attraverso l'Algeria fino al Mali, dove dagli anni Sessanta rivendicano uno stato indipendente. Come il sempre vigile Patrick Cockburn ha notato, è questa disputa locale, e non al-Qaeda, che l'Occidente teme di più nell'Africa nord occidentale: "Anche se sono poveri, i Tuareg spesso vivono sopra immense riserve di petrolio, gas, uranio e altri minerali preziosi".
Quasi certamente è stata la conseguenza dell'attacco francese/statunitense del 13 gennaio contro il Mali, un assedio contro un impianto di gas in Algeria finito nel sangue, a ispirare in David Cameron un "9/11". L'ex PR della Carlton TV ha tuonato contro una "minaccia globale" che richiederà "decenni" di violenza occidentale, intendeva dire: l'imposizione del piano industriale occidentale in Africa, insieme allo stupro della Siria in quanto multietnica e la conquista dell'Iran in quanto indipendente.
Cameron ha inviato truppe britanniche in Mali e drone della RAF, mentre il suo verboso capo militare, il Generale Sir David Richards, ha rivolto "un messaggio molto chiaro ai jihadisti di tutto il mondo: non contrastateci e non provocateci. La nostra risposta sarà robusta", esattamente ciò che i jihadisti vogliono sentire. La scia di sangue delle vittime del terrorismo dell'esercito britannico, tutti musulmani, il loro uso "sistematico" della tortura in casi che stanno per arrivare in tribunale, aggiungono il necessario tocco di ironia alle parole del generale. Una volta fui il bersaglio dei modi "robusti" di Sir David quando gli chiesi se avesse letto la descrizione coraggiosa della femminista afghana Malalai Joya sul comportamento barbaro degli occidentali e dei loro amici nel suo paese. "Difendi i talebani" fu la sua risposta. (In seguito chiese scusa).
Questi tetri commedianti sembrano personaggi usciti da un romanzo di Evelyn Waugh e ci fanno sentire brezza di storie e ipocrisia. Il "terrorismo islamico", pretesto per il furto delle ricchezze africane in uso da anni, è stato praticamente inventato da loro. Non vi è più alcuna scusa per ingoiare la linea BBC/CNN e non conoscere la verità. Leggi Secret Affairs: Britain's Collusion with Radical Islam [Affari Segreti: La collusione della Gran Bretagna con l'Islam radicale] di Mark Curtis (pubblicato da Serpent's Tail); o Unholy War: Afganistan, America and International Terrorism [Guerra Profana: Afghanistan, America e il terrorismo internazionale] di John Cooley (pubblicato da Pluto Press); o The Grand Chessboard [La Grande Scacchiera] di Zbigniew Brzezinski, levatrice del terrore fondamentalista moderno (pubblicato da HarperCollins). In effetti, i Mujahedin di al-Qaeda e i Talibani sono stati creati dalla CIA, dal suo equivalente pakistano - Inter-Services Intelligence - e dal MI6 britannico.
Brzezinski, Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Jimmy Carter, descrive una direttiva presidenziale segreta del 1979, che ha dato inizio a quella che sarebbe diventata l'attuale "guerra al terrore". Per 17 anni, gli Stati Uniti hanno deliberatamente coltivato, finanziato, armato e fatto il lavaggio del cervello a estremisti jihadisti che "gettando una generazione nella violenza". Dato il nome in codice "Operazione Cyclone", questo era il "grande gioco" per fare crollare l'Unione Sovietica, ma invece ha fatto crollare le Torri Gemelle.
Da allora, le notizie che persone intelligenti e istruite hanno diffuso e ingoiato sono diventate una sorta di giornalismo disneyano, corroborato come sempre, dalla licenza di Hollywood a mentire, e poi mentire ancora. C'è un nuovo film della Dreamworks in arrivo su Wikileaks, una fabbricazione ispirata da un libro di pettegolezzi squallidi scritto da due giornalisti arricchiti del National Guardian; e c'è Zero Dark Thirty, che promuove la tortura e l'omicidio, diretto dal premio Oscar Kathryn Bigelow, la Leni Riefenstahl del nostro tempo, un film che promuove la voce del padrone come aveva fatto il regista cinematografico pupillo del Fuhrer. Tale è lo specchio a senso unico attraverso il quale riusciamo a malapena a intravedere ciò che il potere fa nel nostro nome.
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