www.resistenze.org - pensiero resistente - imperialismo e globalizzazione - 15-09-13 - n. 466

Da Hiroshima alla Siria: il nemico di cui non osiamo pronunciare il nome

John Pilger | johnpilger.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

11/09/2013

Sulla mia parete è appesa la prima pagina del Daily Express del 5 Settembre 1945, con le parole: "Scrivo questo come ammonimento al mondo". Così iniziava il reportage su Hiroshima scritto da Wilfred Burchett. Fu il colpo giornalistico del secolo. Per il suo solitario e pericoloso viaggio che sfidava le forze di occupazione statunitensi, Burchett fu messo alla gogna, non di meno dai suoi colleghi ufficialmente aggregati al seguito dell'esercito. Il suo articolo informava il mondo che un premeditato atto pluriomicida di proporzioni epiche, lanciava una nuova era di terrore.

Quasi ogni giorno, ormai, le notizie dimostrano che Burchett aveva ragione. La criminalità intrinseca del bombardamento atomico è confermato negli Archivi Nazionali degli Stati Uniti e dai successivi decenni di militarismo camuffato da democrazia. Lo psicodramma Siria è un esempio. Ancora una volta, siamo ostaggi della visione di un terrorismo la cui natura e storia é negata persino dai critici più liberali. Il grande, innominabile e più pericoloso nemico dell'umanità, risiede al di là dell'Atlantico.

La farsa di John Kerry e le piroette di Barack Obama sono temporanee. L'accordo di pace tra gli Stati Uniti e la Russia sulle armi chimiche sarà, prima o poi, trattato con il disprezzo che tutti i militaristi riservano alla diplomazia. Ora, con Al-Qaeda tra i suoi alleati ed i padroni del colpo di stato da loro armati ben sicuri al Cairo, gli Stati Uniti intendono schiacciare gli ultimi stati indipendenti del Medio Oriente: prima la Siria e poi l'Iran. "Questa operazione (in Siria)", ha detto l'ex ministro degli Esteri francese Roland Dumas nel mese di giugno, "risale indietro nel tempo. E' stata concepita, preparata e pianificata".

Quando il pubblico è "psicologicamente segnato", secondo le parole usate da Jonathan Rugman, giornalista di Channel 4, per descrivere la schiacciante ostilità dei britannici contro un attacco alla Siria, rafforzare l'innominabile diventa urgente. Sia che Bashar al-Assad o siano i "ribelli" ad aver usato gas nei quartieri residenziali di Damasco, sono gli Stati Uniti e non la Siria il più prolifico utilizzatore al mondo di questa terribile arma. Una relazione redatta dal Senato nel 1970, contiene l'informazione che: "Gli Stati Uniti hanno scaricato sul Vietnam una quantità di sostanze chimiche tossiche (diossina), pari a sei libbre [2,7 chilogrammi] per abitante". Questa era l'Operazione Hades [aldilà], in seguito ribattezzata con il nome più amichevole di
Operazione Ranch Hand [vaccaro]: l'origine di quello che i medici vietnamiti definiscono un "ciclo catastrofico per i feti umani". Ho visto generazioni di bambini con le loro familiari e mostruose deformità. John Kerry, con il suo curriculum militare intriso di sangue, se ne rammenterà. Ho anche visto i bambini in Iraq, dove gli USA hanno usato l'uranio impoverito e il fosforo bianco, come hanno fatto gli israeliani a Gaza, scaricando ingenti quantità di queste sostanze su scuole e ospedali ONU. Per loro Obama non ha tracciato nessuna "linea rossa", non ha inscenato alcun psicodramma.

Il ripetitivo dibattito per decidere se "noi" dovremmo "prendere provvedimenti" contro dittatori selezionati (cioè tifare per gli Stati Uniti e i suoi accoliti nell'ennesima carneficina aerea) fa parte del nostro lavaggio del cervello. Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale e relatore speciale dell'ONU sulla Palestina, lo descrive come "uno schermo legale/morale, ipocrita e unilaterale, (animato da) immagini positive dei valori occidentali, dove l'innocenza è sotto minaccia, validando una campagna di illimitata violenza politica". Ciò "è così ampiamente accettato da essere praticamente incontestabile".

E' la più grande menzogna: il prodotto di "realisti liberali" - i politici, gli studiosi e i giornalisti britannici e statunitensi che si sono consacrati gestori della crisi del mondo, piuttosto che la causa di una crisi. Togliendo umanità dallo studio delle nazioni e solidificando la storia con il linguaggio specialistico funzionale ai disegni del potere occidentale, mettono lo stigma sugli stati "falliti", "canaglie" o "malvagi" che meritano un "intervento umanitario".

Un attacco contro la Siria o l'Iran o qualunque altro "demone" statunitense, conia il suo neologismo di moda, "la responsabilità di proteggere", "R2P", il cui zelante paladino è l'ex ministro degli esteri australiano Gareth Evans, ora energico conferenziere e co-presidente di un "Global Centre" con sede a New York. Evans e i suoi lobbisti generosamente finanziati svolgono un ruolo propagandistico chiave nell'esortare la "comunità internazionale" ad attaccare i paesi quando "il Consiglio di Sicurezza [dell'ONU] respinge una proposta o non riesce a raggiungere una decisione in un tempo ragionevole".

Evans ha stile. Appare nel mio film Death of a Nation (1994), che ha rivelato la scala del genocidio nel Timor Est. Si vede l'uomo sorridente di Canberra che alza il suo bicchiere di champagne per un brindisi con il suo corrispettivo indonesiano mentre volano sopra Timor Est su un aereo australiano, avendo appena firmato un trattato che consentirà il saccheggio di petrolio e gas del paese devastato che stanno sorvolando, dove il tiranno indonesiano, Suharto, ha ucciso o ha fatto morire di fame un terzo della popolazione.

Sotto il "debole" Obama, il militarismo è risorto forse come non mai. Senza nemmeno un carro armato sul prato davanti alla Casa Bianca, ha avuto luogo
un colpo di stato a Washington. Nel 2008, mentre i suoi devoti liberali gli asciugavano le lacrime, Obama confermava l'intero Pentagono del suo predecessore, George Bush: le sue guerre e i suoi crimini di guerra. Mentre la Costituzione viene sostituita con un progressivo stato di polizia, quelli che hanno distrutto l'Iraq inculcando timore e terrore, che hanno impilato macerie in Afghanistan e hanno ridotto la Libia a un incubo hobbesiano, sono nell'ascendente di tutta l'amministrazione statunitense. Dietro la loro facciata festosa, si suicidano più ex soldati statunitensi di quanti ne muoiano sui campi di battaglia. L'anno scorso, 6.500 veterani si sono tolti la vita. Appendiamo sempre più bandiere.

Lo storico Norman Pollack lo definisce "fascismo liberale". "Per i soldati che marciavano a passo d'oca", ha scritto, "vi era l'apparentemente più innocua militarizzazione di tutta la cultura. E per il leader roboante, abbiamo il riformatore mancato, allegramente al lavoro, che pianifica e mette in atto omicidi, sempre sorridente". Ogni martedì, "l'umanitario" Obama segue personalmente una rete terroristica mondiale di droni che schiacciano le persone come insetti, e con loro i loro soccorritori e quelli che li piangono. Nell'agiato occidente, il primo leader nero del paese della schiavitù è ancora incensato, come se la sua stessa esistenza rappresentasse un avanzamento sociale, ignorando la scia di sangue che lascia. Questa riverenza per un simbolo ha quasi distrutto il movimento contro la guerra negli Stati-Uniti: grazie unicamente a Obama.

In Gran Bretagna, le distrazioni alimentate dalla falsità della politica delle immagini e dell'identità non hanno avuto un successo totale. E' iniziato un risveglio, ma le persone di coscienza dovrebbero affrettarsi. I giudici di Norimberga sono stati lapidari: "Singoli cittadini hanno il dovere di violare le leggi domestiche per prevenire i crimini contro la pace e l'umanità". La gente comune in Siria, e innumerevoli altre persone, e la nostra dignità, ora meritano niente di meno.


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