www.resistenze.org - pensiero resistente - imperialismo - 19-03-14 - n. 490

Unione europea: monopoli, guerra e bellicismo

Alfonso Reyes | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/03/2014

Nel suo discorso di commiato del 17 gennaio 1961, il presidente repubblicano Eisenhower metteva in guardia il popolo americano rispetto un fenomeno nuovo nella storia degli Stati uniti: l'emergere del cosiddetto Complesso militare-industriale, prodotto della "congiunzione di un sistema militare immenso e di una grande industria degli armamenti". Tale era la grandezza di questa entità che, secondo il dirigente nordamericano - ex generale a cinque stelle dell'esercito - esercitava una indebita influenza ai più alti livelli decisionali del governo degli Stati uniti per l'imposizione dei suoi bellicosi interessi.

Questa dichiarazione storica, che agli occhi del lettore meno esperto può risultare insignificante, rappresenta la constatazione di un fenomeno già intravisto mezzo secolo prima: il sostegno del potere dei grandi gruppi monopolistici dipende direttamente dalla capacità delle grandi potenze capitaliste di mobilitare le risorse - economiche, diplomatiche, militari, ecc. - sufficienti per il supporto e l'appoggio alla guerra, spesso scatenata tra loro. Questo mezzo si presentava, secondo Lenin, non come l'unico, ma come quello idoneo per sopprimere allo squilibrio esistente tra sviluppo delle forze produttive e accumulazione del capitale, da un lato, e la divisione delle colonie e sfere d'influenza del capitale finanziario, dall'altro. E con quanta gioia gli industriali della guerra hanno ricevuto l'onore che la storia gli riserbava, sapendo che ciò significava un aumento senza precedenti dei loro profitti!

Ma questo processo d'intensa militarizzazione economica è ben lungi dall'essere una caratteristica esclusiva dell'imperialismo statunitense. Salvo poche eccezioni, ogni paese o coalizione più o meno duratura di paesi con interessi comuni, incorporati nelle dinamiche di conflitto e di interdipendenza del capitalismo monopolista, ha cercato di dotarsi delle capacità militari che consentono non solo di salvaguardare la difesa della loro integrità territoriale davanti alla voracità di altre potenze capitaliste, ma anche di avere la possibilità di partecipare con un pretesto o l'altro al conflitto inter-imperialistico oltre le proprie frontiere. A tal fine, sia gli uni come gli altri sottomettono buona parte dell'economia nazionale alle loro necessità di conquista, rafforzando l'industria delle armi e i settori produttivi ad essa legate a scapito dell'industria di carattere civile. Naturalmente, il caso degli Stati uniti mantiene una certa unicità in quanto da quasi un secolo in una posizione centrale nella piramide imperialista. Questo ha posto le basi per l'articolazione di un Complesso militare industriale di grandezza senza precedenti e difficilmente paragonabile, in termini di capacità, tecnologia ed operatività con quelli del resto degli stati capitalisti. La differenza rispetto ad altri paesi o conglomerati capitalisti non può essere, dunque, altro che di grado, riguardando lo sviluppo delle proprie forze produttive, del proprio sviluppo storico e della posizione occupata nella piramide imperialista.

Come è noto, le organizzazioni inter-statali che hanno portato a quella che oggi conosciamo come Unione europea - la Comunità economica del carbone e dell'acciaio, Euratom e la Comunità economica europea - hanno la loro origine nella conciliazione, almeno temporaneamente, degli interessi dei grandi monopoli siderurgici e del carbone del Bacino della Rhur, regione che qualche anno fa era risultata decisiva per lo scoppio di entrambe le guerre mondiali. Con essa si volevano costruire, nelle parole dei suoi padri fondatori, le basi materiali necessarie per evitare in futuro un conflitto bellico su scala continentale. Ma la verità è che oggi, a 57 anni dalla firma dei Trattati di Roma, si conferma con certezza che l'alleanza inter-statale europea è avanzata nel cammino della militarizzazione, come d'altronde ci si poteva aspettare trattandosi di una struttura costruita sulla base delle esigenze dei monopoli europei.

Solo partendo dalla definizione dell'Ue come alleanza imperialista inter-statale, punto di partenza di qualsiasi analisi che cerca di pervenire ad un certo grado di rigore, si può comprendere lo sviluppo dei crescenti antagonismi che oggi determinano lo sviluppo del progetto imperialista europeo. Nella stessa ottica, il graduale processo di militarizzazione economica dell'Ue durante gli ultimi decenni può essere compreso solo sulla base di questo punto di partenza.

Già negli anni novanta, le oligarchie europee fantasticavano sulla creazione di un unico consorzio d'armi europeo e, a tal fine, hanno proceduto alla totale privatizzazione delle imprese statali della difesa, delle quali mantenevano una forte partecipazione azionaria. Questo processo di concentrazione ha permesso di fronteggiare i colossali nordamericani come Lockheed Martin e Boeing, che allora dominavano indiscutibilmente il settore su scala mondiale, dotando allo stesso tempo l'Unione di una potente base industriale di difesa in grado di garantire un maggior grado di autonomia in questo ambito. Ma queste intenzioni sarebbero cadute nel vuoto. Più di due decenni dopo, questo continua a essere un compito aperto e cruciale per il rafforzamento o la rottura del progetto imperialista europeo. Il fallito tentativo che nel 2012 interessò l'opinione pubblica in merito alla possibile fusione dei due principali consorzi europei, Bae Systems e Eads - oggi gruppo Airbus - ha mostrato come esistano ancora profonde contraddizioni nel centro imperialista europeo. Prova di ciò è la dichiarazione pubblica rilasciata al termine dei negoziati, che riflette con chiarezza il basso grado di convergenza fra gli esecutivi nazionali coinvolti, Gran Bretagna, Francia e Germania in particolare: "E' diventato chiaro che gli interessi degli azionisti governativi delle differenti parti non possono adeguatamente conciliarsi con quelli degli altri o con quelli stabiliti da Bae Systems e Eads per la fusione". L'oligarchia europea si lamentava di aver perso l'occasione di riunire in un unico gruppo il 70 % della capacità di difesa europea e quasi il 100 % della produzione dell'aviazione militare, balistica e nucleare.

Come previsto, queste difficoltà hanno causato non poca preoccupazione nelle istituzioni comunitarie dell'Unione. In effetti, uno dei principali timori sollevati in vista della riunione del Consiglio europeo dello scorso dicembre sulla Politica comune di sicurezza e difesa, fu il deciso impegno da parte della Commissione verso una maggiore convergenza dell'industria europea di sicurezza e difesa, sempre a favore degli interessi economici delle potenze europee e degli oligopoli delle armi. Anche se è vero che il grado di disaccordo e le polemiche sono state tali da impedire accordi significativi, è necessario considerare questa parziale inazione nella giusta prospettiva. La constatazione da parte delle istituzioni comunitarie che l'Agenzia europea per la difesa non si è dimostrata un organismo realmente efficace per integrare gli sforzi militari nazionali, ha portato a proporre una necessaria ristrutturazione della politica industriale di sicurezza e difesa europea, dando a questo proposito maggiore rilevanza alla Commissione europea e impegnandosi a fare il punto sui progressi in tal senso nel luglio 2015.

A questo punto il lettore potrà pensare che gli stati membri dell'Unione rimarranno in contemplazione fino ad allora. "Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste". Ecco la risposta di Lenin a coloro che, come i nostri contemporanei opportunisti, riponevano la loro fiducia nell'imperialismo per sradicare il militarismo e la guerra. A questi opportunisti ricordiamo la morale della popolare favola di Esopo: prima o poi lo scorpione finirà per pungere, fa parte della sua natura.


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