www.resistenze.org - pensiero resistente - imperialismo - 27-01-15 - n. 528

NATO e UE: due Organizzazioni Imperialiste Convergenti

Critica Proletaria | criticaproletaria.it

24/01/2015

Al di là degli annunci dei vari esponenti politici, finalizzati ad alzare cortine fumogene sul loro operato – salvo poi essere smentiti immediatamente, quando la sparano troppo grossa, da chi davvero detiene le leve del potere – occorre leggere direttamente le dichiarazioni finali dei vertici internazionali per capire come si stanno orientando le politiche mondiali, in particolare quelle europee e italiane.

A questo scopo risulta indispensabile leggere attentamente le Conclusioni del Consiglio Europeo tenutosi a Bruxelles il 19 e 20 dicembre 2013 e la Wales Summit Declaration, emessa il 5 settembre 2014 dai Capi di Stato e di Governo partecipanti al meeting del North Atlantic Council, tenutosi in Galles.

Da questi documenti ci si può rendere conto che le pretese "frizioni", "divergenze di interessi", se non addirittura "contrasti" all'interno della piramide imperialista atlantica, siano completamente prive di alcuna base fattuale. Ciò non vuol dire che i diversi interessi presenti nel sistema economico di un Paese come l'Italia, che partecipa pienamente a questa piramide da una posizione abbastanza elevata, siano tutti egualmente favoriti dai nuovi orientamenti politico-strategici. A trarne vantaggio è piuttosto solo una sempre più ristretta oligarchia di grande borghesia monopolista, mentre a farne le spese sono i lavoratori e spezzoni di media e piccola borghesia in via di proletarizzazione, come già correttamente previsto da Marx ed Engels.

Prima di cominciare la disamina puntuale di questi documenti citati ci sia consentito di ricordare il contesto strategico in cui essi vengono a cadere, cioè la situazione di maturazione delle contraddizioni fondamentali del capitalismo e del conseguente inasprimento della competizione tra potenze, stati e blocchi imperialisti.

1. La situazione politico strategica europea in relazione a quella statunitense

È la stessa concorrenza generalizzata a rivelarci l'esistenza di contraddizioni e conflitti in atto anche tra blocchi imperialisti apparentemente affini, quindi anche tra USA e UE. Ciò non significa che tali conflitti non trovino temporanee composizioni in virtù di convenienze congiunturali che possono anche sfociare in alleanze politico-strategiche o che non si determinino a volte convergenze di interessi tra le parti concorrenti. La storia, tuttavia, ci dimostra che queste composizioni non contraddicono la legge della concorrenza generalizzata e hanno carattere limitato nel tempo e nel contenuto.

La crisi ucraina costituisce la più evidente conferma di come gli imperialismi statunitense, europeo e russo che in quella sede spaziale si confrontano, pur essendo portatori di interessi contrastanti tra loro, riescano a trovare punti di relativo equilibrio e di temporaneo compromesso su quegli stessi interessi. Gli USA e l'UE, due blocchi imperialisti che ormai agiscono di concerto in funzione anti-russa, hanno evidentemente trovato un punto di accordo sulla spartizione delle spoglie dell'Ucraina: agli USA lo sfruttamento del sottosuolo e delle materie prime, all'UE quello del potenziale industriale in via di privatizzazione e della forza lavoro a basso costo.

Per quanto riguarda la politica energetica, Obama preme sugli alleati europei perché riducano le importazioni di gas e petrolio russo a favore dello shale gas e del petrolio americani. L'Unione Europea oggi dipende, nel complesso, per circa un terzo dalle forniture energetiche russe: specificatamente, Germania e Italia per il 30%, Svezia e Romania per il 45%, Finlandia e Repubblica Ceca per il 75%, Polonia e Lituania per oltre il 90%. La pressante richiesta di Obama, motivata con ragioni politico-strategiche, tiene conto dei soli interessi statunitensi in modo unilateralmente sfacciato e rivela un approccio grossolano e in parte antistorico alla questione dei rapporti con gli alleati. Essa persegue un triplice obiettivo:  sostenere le esportazioni americane in funzione di stimolo complessivo alla ripresa della domanda e, quindi, della crescita economica degli Stati Uniti; indebolire la Russia, colpendola attraverso il ridimensionamento della principale voce del suo export, nel quadro della generale competizione interimperialistica; creare una maggiore dipendenza dell'UE dall'economia statunitense, sempre nell'ottica della concorrenza generalizzata tra blocchi e potenze imperialiste, con l'intento di riportare gli alleati europei all'antica, piena subalternità agli Stati Uniti. A parte la sopravvalutazione, a fini propagandistici, della capacità produttiva di shale gas da parte degli Stati Uniti a copertura del fabbisogno europeo attualmente soddisfatto dalle forniture russe, a rendere impraticabile, almeno nel breve periodo, questa opzione restano comunque i lunghi tempi di riconversione, valutati in non meno di 16 anni e gli alti costi di fornitura e rigassificazione. I conflitti armati, scatenati in questi anni dall'imperialismo statunitense ed europeo nei confronti di paesi produttori importanti (Iraq e Libia in particolare), la tensione ostile, alimentata verso altri paesi produttori (Siria e Iran in particolare ma, per certi aspetti, anche Russia), l'instabilità politica e militare delle regioni attraverso le quali passano i flussi di approvvigionamento, sia attraverso oleodotti e gasdotti, sia attraverso rotte di navigazione (Afghanistan, Pakistan, Golfo Persico, ma anche Vicino Oriente, inclusa la Turchia), hanno provocato un alto grado di incertezza circa la continuità, la quantità e il costo delle forniture energetiche, spingendo ad un aumento delle scorte, cioè della domanda e spingendo al rialzo tendenziale i prezzi di greggio e gas. Questo ha reso nuovamente conveniente la ripresa dello sfruttamento dei giacimenti americani, che non erano più economicamente sfruttabili dagli anni '20 del secolo scorso. Recentemente, infatti, la produzione di petrolio negli Stati Uniti è salita a 8,88 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal marzo del 1986. Il boom del greggio americano si accompagna a quello del gas, con gli Stati Uniti che si candidano ormai a diventare un esportatore netto. L'Energy Information Administration (EIA) americana registra che l'export Usa sta crescendo a ritmi strabilianti: in totale ha raggiunto 12,4 milioni di barili in luglio, ossia 401 mila al giorno. In particolare si registra un'esportazione di 423 mila barili verso il nostro Paese, la prima in assoluto dal 1920. Sembra potersi dire che più il prezzo delle materie prime energetiche sale o si mantiene alto, più tendono ad espandersi l'estrazione negli USA e la quota di mercato internazionale da essi detenuta. Questo andamento può, però, essere compromesso da decisioni di altri paesi produttori, come quella recentemente presa unilateralmente dall'Arabia Saudita, pure alleato strategico degli USA, di non ridurre la produzione, per il momento, con effetti calmieranti sui prezzi. Anche a questo proposito, possiamo notare l'acutizzazione della concorrenza tra paesi produttori, con una rapida successione di mosse e contromosse e della contrapposizione d'interessi tra questi e gli acquirenti, UE inclusa. Ne consegue un generale inasprimento delle tensioni per il dominio del mercato energetico, attraverso l'allargamento delle quote di mercato di ciascun produttore e per il controllo delle fonti di approvvigionamento e delle vie di transito delle materie prime energetiche. Le tensioni sui mercati delle fonti di energia spingono l'UE, in quanto importatore di materie prime energetiche, a ricercare un'autonoma posizione che abbia forza contrattuale sia nei confronti della Russia e degli altri paesi produttori, sia anche nei confronti degli Stati Uniti, nel quadro della generale concorrenza interimperialista. Il costo di questa competizione, come sempre, lo stanno pagando i lavoratori.

Per quanto riguarda il debito pubblico, quello totale degli Stati Uniti, al 30 dicembre 2014  ammontava a 18.044 miliardi di dollari, pari a oltre il 103% del PIL del 2014[1], con un aumento di circa 300 miliardi nei soli ultimi quattro mesi dell'anno. Il 47% di tale debito, per una somma complessiva di circa 6.100 miliardi di dollari, è detenuto da investitori esteri. Il principale detentore estero di titoli del debito pubblico statunitense è la Cina, che ne possiede per 1.273,50 miliardi di dollari, ossia per lo 0,7% del totale e per il 20,87% della quota detenuta da investitori stranieri[2]. Al secondo posto tra i detentori del debito estero USA c'è il Giappone con 1.222,40 miliardi. Anche la Russia ha una importante quota del debito estero USA, ma di un ordine di grandezza inferiore: 108,90 miliardi di dollari. Con la crisi in Ucraina in atto e le annunciate sanzioni da parte di USA e Unione Europea, si dice che la Russia, per ritorsione,  potrebbe decidere di vendere tutti i titoli di stato USA in suo possesso. Se ciò fosse attuato, l'improvvisa messa sul mercato di una quantità di titoli del debito americano percentualmente ridotta in quota sul totale, ma pur sempre ingente, sarebbe in grado di provocare una certa turbolenza delle borse mondiali, che probabilmente neppure i russi vogliono, creando difficoltà al Tesoro USA e costringendolo a fare ricorso al quantitative easing, cioè all'acquisto dei propri titoli per sostenerne il prezzo, immettendo ulteriore liquidità in un mercato sempre a rischio di inflazione. Il debito pubblico aggregato dell'UE ammonta invece a 11.386 miliardi di euro (al cambio attuale, 13.824 miliardi di dollari), pari al 87,4% del PIL aggregato[3], per il momento ancora sensibilmente  inferiore a quello americano, ma con un'ininterrotta tendenza alla crescita in termini assoluti e addirittura all'impennata in termini percentuali, dal 2007 a oggi, per il combinato effetto della contrazione del PIL determinata dalla crisi. Per quanto attiene alla sola Eurozona, il 52,1% di tale debito è detenuto da creditori non residenti, mentre, per la restante parte in mano a creditori residenti, il 39,6% è detenuto da banche e istituzioni finanziarie e solo il 4,1% è in mano a piccoli investitori[4]. Quando parliamo di creditori non residenti occorre però avere ben presente che i dati riportati sotto questa voce rappresentano un valore medio di tutta l'area euro e comprendono in sé sia creditori non residenti interni all'Eurozona che creditori non residenti esterni ad essa. La situazione è quindi alquanto diversa da quella degli Stati Uniti, per cui l'area euro sembrerebbe meno esposta a ritorsioni di tipo finanziario basate sull'improvvisa dismissione di titoli del debito pubblico da parte di investitori esteri. Il deficit del bilancio statunitense viene finanziato sia con il ricorso all'indebitamento che con la stampa di dollari, ancora universalmente accettati come strumento di pagamento internazionale. Grazie al particolare ruolo del dollaro nei regolamenti internazionali, le tensioni inflattive, derivanti dalla massiccia immissione di liquidità, vengono di fatto scaricate sull'estero, sui mercati mondiali. I deficit di bilancio dei paesi aderenti all'euro, invece, sono finanziati solo mediante l'indebitamento, in quanto l'aumento della liquidità e i connessi rischi inflattivi sono percepiti come un tabù dalla BCE, conscia che l'euro non gode dello stesso status del dollaro nel sistema dei pagamenti internazionali. Da qui derivano le politiche antipopolari di contenimento della spesa pubblica, soprattutto di quella sociale, tendenti alla riduzione del deficit e del debito. La competizione tra euro e dollaro e tra i sistemi bancari e finanziari europeo e statunitense per l'egemonia mondiale nel settore è uno dei terreni su cui più aspramente si scontrano oggi gli interessi dei due blocchi imperialisti USA e UE, al di là delle diplomatiche dichiarazioni d'intenti comuni. Non è superfluo ricordare ancora una volta che, mentre negli Stati Uniti il deficit è generato soprattutto dalle commesse militari, finalizzate a mantenere la supremazia americana, nell'UE il deficit e il conseguente debito pubblico sono principalmente causati dalla politica di supporto assistenzialistico ai monopoli e alle banche private, non certo dalla spesa sociale e previdenziale.

I vari trattati che hanno dato origine all'Unione Europea vietano l'erogazione di "aiuti di stato" a imprese e settori dell'economia, ma il divieto riguarda gli Stati nazionali in relazione alle imprese o settori nazionali, regolamentando quindi la sola concorrenza interna all'UE. Il divieto viene a cessare se l'aiuto è stabilito dalla stessa Unione Europea al fine di sostenere le imprese o i settori economici europei nel quadro della generale concorrenza interimperialista. Il sostegno agli apparati industriali e finanziari privati, la competizione per la supremazia valutaria, in generale la concorrenza interimperialista, sono pagati dai lavoratori e dagli strati popolari poveri al prezzo tagli a salari, pensioni e servizi sociali, sacrificati, in nome della competitività, a garanzia del profitto privato.

Se l'UE sembra meno vulnerabile degli USA nel caso di eventuali vendite massicce di titoli del debito pubblico da parte dei creditori russi, così non sarebbe nel caso di ritorsioni commerciali. L'UE è attualmente il 1° partner commerciale della Russia, mentre questa è il 3° partner commerciale dell'UE. Nel 2012, l'UE si collocava al primo posto per investimenti diretti in Russia, per un valore di 1.895 miliardi di euro, pari al 75% degli investimenti diretti totali; più modesti gli investimenti diretti in UE da parte russa: 76,6 miliardi di euro[5]. Nel 2013, la bilancia commerciale presentava importazioni di beni e servizi dalla Russia verso l'UE per 220,5 miliardi di euro ed esportazioni per 148,8 miliardi di euro, con un saldo negativo per l'UE pari a 71,7 miliardi di euro, dovuto principalmente alle massicce importazioni europee di gas, petrolio e altre materie prime per l'industria[6]. Se passiamo ad esaminare i dati della bilancia commerciale USA, troviamo valori ben più bassi: nel 2014 le esportazioni verso la Russia sono ammontate a 9.303 milioni di dollari (7.721 milioni di euro), mentre le importazioni dalla Russia agli Stati Uniti sono state pari a 20.847 milioni di dollari (17.302 milioni di euro)[7]. Dai dati riportati si evince come sanzioni commerciali e relative ritorsioni, che a questi livelli danneggiano le economie sia di chi le applica che di chi le subisce, hanno un impatto diverso, minore sugli USA, maggiore sull'UE. Da qui, le obiettive differenze di interessi tra i due blocchi imperialisti nell'approccio ai rapporti con la Russia e il diverso grado di applicazione nei fatti delle misure e contromisure dichiarate a parole. Tuttavia, nel nostro ragionamento, dobbiamo tenere presente che la politica dell'UE è dettata dai grandi monopoli del capitalismo industriale e finanziario, per i quali i vantaggi attesi dalla concordata spoliazione dell'Ucraina di cui parlavamo all'inizio dell'articolo superano di gran lunga i danni derivanti da un'eventuale ritorsione. È pertanto ragionevole attendersi che l'UE adotti una linea sanzionatoria relativamente dura nei confronti della Russia, nonostante l'esame della bilancia commerciale confermi che sarebbe preferibile un comportamento più moderato nell'interesse del sistema economico nel suo complesso. L'UE, invece, persegue non l'interesse del sistema economico nel suo complesso, bensì l'interesse di quella parte di esso che ne detiene il dominio, cioè del capitale monopolistico, di cui essa stessa è strumento ed espressione. I profitti del saccheggio dell'Ucraina andranno quindi interamente al grande capitale, l'unico che ha le risorse per approfittare delle programmate privatizzazioni dell'apparato industriale ucraino, mentre il danno, delle sanzioni europee prima e delle ritorsioni russe poi, sarà altrettanto interamente scaricato sui piccoli e medi produttori dei settori esportatori a bassa concentrazione di capitale e soprattutto sui lavoratori di questi settori.

Uno degli ambiti in cui maggiormente si manifesta la competizione interimperialista è quello militare. Vi è qui un'estrema difficoltà a raccogliere ed analizzare i dati, sia per la mancanza di trasparenza da parte dei governi, sia per la confusione che spesso si determina tra spesa per armamenti e spesa militare, comprendente anche le spese per il personale civile impiegato nella difesa, gli immobili e il trattamento pensionistico del personale. Non sempre, quindi, una riduzione della spesa militare significa una riduzione degli arsenali. Più spesso si tratta di processi di razionalizzazione e ammodernamento, con introduzione di armamenti tecnologicamente più sofisticati che consentono forti riduzioni del personale e la dismissione di infrastrutture divenute ridondanti, oppure di disimpegni da missioni internazionali, con i conseguenti risparmi di spesa. Viceversa, stante questa tendenza labor saving, un aumento della spesa militare significa sempre uno sforzo di riarmo o un maggiore impegno militare sullo scacchiere internazionale. Nella nostra analisi utilizzeremo i dati forniti dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), forse la più autorevole e attendibile fonte in materia, che annualmente pubblica il bollettino "SIPRI Yearbook – Armaments, Disarmament and International Security". La spesa militare mondiale, nonostante la crisi, è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi 5 anni e nel 2013 ammontava a 1.747 miliardi di dollari, pari al  2,4% del prodotto interno lordo globale, con un costo medio di 248 dollari in capo ad ogni abitante del pianeta[8]. La crisi e le conseguenti misure di rigore di bilancio, anche se ovunque lamentate, non l'hanno di fatto intaccata. Questo è dovuto a diversi fattori. In particolare: 1) in molti paesi la spesa militare è stata usata proprio in funzione antirecessiva come strumento di stimolo della domanda interna; 2) la crisi, nella sua forma più marcatamente depressiva e recessiva, interessa principalmente Stati Uniti e Unione Europea, mentre per altri paesi, come India, Cina, Brasile, per il momento si traduce in un semplice rallentamento della crescita; 3) l'aumento, o il mantenimento, della spesa militare è frutto anche di logiche metaeconomiche, geopolitiche e strategiche di lungo periodo, che individuano nella potenza bellica uno strumento per mantenere il dominio e la supremazia. In questo quadro, gli Stati Uniti rimangono in testa alla classifica (640 miliardi di dollari, pari al 3,8% del PIL e al 36,6% del totale mondiale), seguiti da Cina (valore stimato 188 miliardi, 2% del PIL), Russia (valore stimato 87,8  miliardi, 4,1% del PIL), Arabia Saudita (67 miliardi, 9,3% del PIL),  Francia (61,2 miliardi, 2,2% del PIL), Regno Unito (57,9 miliardi, 2,3% del PIL), Germania (48,8 miliardi, 1,4% del PIL), Giappone (48,6 miliardi, 1% del PIL), India (47,4 miliardi, 2,5% del PIL). L'Italia si colloca all'11° posto al mondo per volume di spese militari con 32,7 miliardi di dollari, pari all'1,6% del proprio PIL[9]. Dalla considerazione di questi dati, la prima evidenza che balza agli occhi è che, anche considerando unicamente i primi 11 paesi per volume di spesa militare, già i soli paesi NATO tra questi inclusi presentano una spesa militare incommensurabilmente superiore a quella della Russia e a quella della Cina in termini assoluti. Depurando il dato dalla pesante quota americana il risultato non cambia, diventa solo commensurabile. Basterebbe solo questo dato a dimostrare chi fa maggiore affidamento sulla forza militare per risolvere i conflitti politici internazionali e da che parte provengano le più plausibili minacce alla pace. Una seconda evidenza che possiamo rilevare è che per il 2013 il 48%, cioè quasi la metà, della spesa militare globale è imputabile a USA e Cina, mentre il 3° posto della Russia ne vale solo il 5%[10], ad ulteriore conferma di quanto già detto. È tuttavia vero che occorre considerare anche lo stato degli arsenali al momento che si assume come base per la valutazione.

La Russia possiede la maggior parte dell'immenso arsenale dell'Unione Sovietica ed è presumibile che buona parte della spesa militare riportata sia ascrivibile ad operazioni di mantenimento e ammodernamento, più che di incremento assoluto, in sintonia con il Piano Statale d'Armamento, che prevede entro il 2020 la sostituzione del 70% dell'arsenale esistente con sistemi d'arma moderni. Se dall'analisi statica passiamo a quella dinamica, valutando cioè le variazioni percentuali della spesa militare e quindi il trend del suo andamento, notiamo, nel corso del 2013, un decremento della spesa militare degli USA del 7,8% rispetto all'anno precedente, ascrivibile solo in piccola parte a tagli di bilancio, ma soprattutto al disimpegno di truppe, personale e mezzi dalle missioni di guerra in Afghanistan e Iraq, a fronte di un incremento di quelle russe (+4,8%), per le ragioni sopra riportate e di quelle della Cina (+7,4%), dovuto alle tensioni in atto con il Giappone in merito alle isole Daoyu e con Vietnam e Filippine in relazione allo sfruttamento delle risorse delle acque internazionali e della piattaforma continentale[11]. I già citati paesi NATO, invece, presentano anch'essi un debole decremento della spesa militare per il 2013, ad eccezione dell'Italia, dove abbiamo un -26% e della Germania, sostanzialmente stabile sui livelli di spesa dell'anno precedente[12]. Riteniamo che tale flessione sia dovuta non solo agli inevitabili tagli di bilancio conseguenti alla crisi ma in buona parte a ristrutturazioni e razionalizzazioni labor saving, nonché a massicce dismissioni di infrastrutture, oltre che ad una redistribuzione dei carichi tra i partner dell'alleanza, gravante in particolare su quelli baltici ed est-europei. Un altro aspetto da considerare è quello dell'efficacia dei programmi di armamento, legata strettamente alla diversa struttura proprietaria dei complessi militari-industriali nei diversi blocchi imperialisti. Negli Stati Uniti e, sia pure in misura minore, nell'Unione Europea, dove nel settore ancora esistono imprese pubbliche anche se gestite con logiche privatistiche, la produzione di armamenti è dominata da una potente lobby di monopoli privati, in grado se non di determinare, quanto meno di influenzare fortemente le scelte e i programmi della Difesa, per cui le ragioni politico-strategiche vengono inevitabilmente subordinate alla logica di ottenimento del massimo profitto che muove i colossi del settore e che non sempre risponde alle esigenze reali dei rispettivi stati. Ciò può arrivare fino al varo di programmi di armamenti perfettamente superflui nella data situazione. La storia ci mostra numerosi esempi di questo fenomeno, dalle colossali quanto inutili linee difensive fortificate, come la Maginot o la Mannheim, alla vicenda dei missili di Comiso degli anni '80, fino al progetto degli F35 oggi, che gli esperti militari di tutto il mondo giudicano un pozzo senza fondo i cui costi non sarebbero giustificati da analoghi benefici. Diversamente, in Russia e in Cina l'apparato militare-industriale è ancora saldamente in proprietà statale ed è la politica che ne determina le scelte, come in qualsiasi forma di capitalismo di stato. Sottratti alla logica del profitto e pianificati centralmente, i programmi di difesa e armamento di questi paesi sembrano essere più efficaci e meno dispendiosi di quelli dei concorrenti occidentali.

Di ancora più difficile quantificazione sono i dati relativi al commercio di armamenti, in quanto entrano in gioco comprensibili reticenze degli stati e dei produttori a rivelare il proprio coinvolgimento nelle vicende politiche di altri paesi o nei conflitti in atto al di fuori dei loro territori. Sempre il SIPRI stima in 58 miliardi di dollari il volume dell'esportazione globale di armi alla fine del 2012. I maggiori esportatori nel quinquennio 2009-2013 sono rimasti gli Stati Uniti, con una quota del 29% sul totale, seguiti da Russia (27%) e, a grandissima distanza, Germania (7%), Cina (6%), Francia (5%) e, al 7° posto in classifica, Italia (3%) a pari merito con Spagna e Ucraina[13].

Se sommiamo i dati anche solo dei paesi appartenenti all'UE che figurano in questa top ten, perveniamo già così alla rispettabile quota del 22% dell'esportazione globale di armamenti, che rende l'UE un temibile concorrente per i due colossi del settore, USA e Russia. Da segnalare che, nonostante i tagli ai bilanci della difesa, l'export di armi guadagna in Italia e Spagna, due paesi duramente colpiti dalla crisi, 1 punto percentuale rispetto al quinquennio precedente, in controtendenza rispetto agli altri paesi UE qui citati, che subiscono riduzioni fino a 4 punti percentuali[14]. I maggiori importatori sono paesi asiatici, primo fra tutti l'India con una share del 14% delle importazioni globali, seguita dalla Cina (5%) e da Pakistan, Emirati Arabi e Arabia Saudita (tutti con il 4%)[15], confermando che le importazioni di armamenti si concentrano principalmente dove vi sono forti tensioni tra stati confinanti o ambizioni egemoniche a livello regionale. Particolare preoccupazione desta la fornitura di missili teleguidati terra-terra a lungo raggio a ben 16 paesi in regioni a forte rischio di conflitto o addirittura già in possesso di armi nucleari, in quanto tale tipo di arma, consentendo di colpire il nemico in profondità anche con munizioni nucleari senza rischiare in uomini e materiali, è in grado di compromettere l'equilibrio convenzionale e la deterrenza nucleare, rendendo più allettante la scelta del conflitto armato locale.

In ultimo, consideriamo un altro, importante mutamento intervenuto nelle relazioni internazionali. L'imperialismo euro-atlantico (USA e UE), ingerendosi sfacciatamente negli affari interni dell'Ucraina, ha innescato lo scontro tra due lobby della borghesia ucraina, tra quella più legata a Mosca e quella più vicina all'UE, alla NATO e agli Stati Uniti, provocando una delle più pericolose crisi armate dal secondo dopoguerra. La Russia ha percepito giustamente tutto ciò come un atto aggressivo nei suoi confronti, una minaccia ai suoi confini e ai suoi interessi nella regione. La "guerra economica" che ne è derivata, con misure sanzionatorie da parte euro-atlantica e conseguenti contromisure di ritorsione da parte russa, ha portato la Russia a rafforzare i propri legami commerciali con la Cina e l'India, accelerando il processo d'integrazione dei cosiddetti BRICS, già avviato con la costituzione della BRICS Bank, alternativa al FMI, alla Banca Mondiale e al tradizionale sistema creditizio internazionale, dominato dal capitale finanziario statunitense ed europeo. Con sede a Shanghai, la BRICS Bank si compone di due nuove istituzioni: la New Development Bank, con capitale iniziale di 50 miliardi di dollari e funzione di finanziamento di infrastrutture e progetti di sviluppo sostenibile (come la Banca Mondiale) e il Contingent Reserve Arrangement, con capitale iniziale di 100 miliardi di dollari e il ruolo di assistere i membri eventualmente in difficoltà (come il FMI)[16].  Il 21 maggio 2014, Russia e Cina hanno firmato uno storico contratto trentennale per la fornitura 38 miliardi di metri cubi di gas russo all'anno, per un valore di 400 miliardi di dollari, con un investimento complessivo da entrambe le parti in infrastrutture (gasdotto "Power of Siberia") pari a 77 miliardi di dollari. Un altro accordo per la fornitura di gas attraverso il gasdotto Altay è stato firmato in novembre 2014, durante la visita ufficiale di Putin in Cina. Sono in fase avanzata le trattative per la partecipazione azionaria cinese allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas di Vankor, nella regione di Krasnoyarsk. Ciò significa l'inizio di un partenariato strategico tra i due paesi che creerà non poche preoccupazioni in Occidente, nonché un ulteriore rafforzamento dell'integrazione dei BRICS e della loro posizione sull'arena internazionale come nuovo blocco imperialista in concorrenza diretta con l'imperialismo americano e con quello europeo.

A conclusione di questa sommaria disamina, possiamo affermare che la concorrenza tra blocchi imperialisti, basata sullo scontro tra interessi oggettivamente differenti, è in fase di acutizzazione, anche se può trovare temporanee composizioni in accordi per una nuova spartizione delle ricchezze e dei mercati mondiali, in generale a danno di altri blocchi imperialisti o di paesi terzi, in un continuo processo di ridefinizione di schieramenti, alleanze e obiettivi strategici sempre e comunque finalizzati alla conquista dell'egemonia economica e politica e all'estrazione del massimo profitto. Questa competizione esasperata genera tensioni e porta inevitabilmente alla guerra, o in forma di conflagrazione generale con il coinvolgimento diretto delle grandi potenze imperialiste o, come accade oggi, in forma di una miriade di conflitti regionali, dove sembrano combattersi solo forze locali, ma dove in realtà si scontrano i diversi blocchi imperialisti. Lenin e Stalin ci hanno insegnato che la guerra non è un fenomeno riconducibile alla sfera morale, un "peccato", come predicano preti e opportunisti, ma è un'oggettiva esigenza economica dell'imperialismo. L'UE non sfugge a questa verità, al contrario diventa sempre più rapace ed aggressiva in campo commerciale, finanziario e ora anche militare, attraverso un utilizzo sempre più esteso della NATO, che ormai si caratterizza come suo braccio armato. Pensare che tale natura dell'imperialismo possa essere cambiata a favore della classe operaia, dei lavoratori e dei popoli con elucubrate tattiche riformistiche, più o meno astute – come vorrebbero gli opportunisti del Partito della Sinistra Europea, da Syriza al carrozzone elettorale, costruito a sua immagine e somiglianza, che si è presentato recentemente alle Elezioni Europee – è utopia e menzogna al tempo stesso, inganna i lavoratori e aiuta il nemico di classe. UE e NATO non sono riformabili, possono solo – e devono – essere smantellate. Per questo i Comunisti oggi si battono per un'uscita dei propri paesi dall'Unione Europea e dalla NATO che si accompagni sul piano politico all'assunzione del potere da parte della classe operaia e degli strati popolari poveri, come primo passo verso la definitiva dissoluzione di questi organismi imperialisti, e proclamano che solo l'abbattimento del capitalismo e l'instaurazione della società socialista, eliminando la proprietà privata dei mezzi di produzione, eliminano la ragione stessa che sta alla base del conflitto e della guerra. I popoli del mondo hanno una sola via per garantirsi pace e benessere stabili: la via della rivoluzione socialista, la via aperta dall'Ottobre Rosso nel 1917.

2. Le Conclusioni del CONSIGLIO EUROPEO di Bruxelles del 19 e 20 dicembre 2013

Per la prima volta dall'entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Consiglio Europeo del 19-20 dicembre 2013 ha affrontato il tema della difesa e sicurezza comuni, individuando le linee d'azione prioritarie. La seduta è stata preceduta da una consultazione con il Segretario Generale della NATO. Le linee indicate nel documento finale comportano un inasprimento delle politiche antipopolari, una ancora maggiore subordinazione dello sviluppo tecnologico al settore militare, uno sforzo di maggiore efficienza, integrazione e capacità di aggressione sia all'interno che verso l'esterno dell'UE.

Le Conclusioni del Consiglio Europeo del 19-20 dicembre 2013 tracciano le linee guida della Politica di Difesa e Sicurezza Comune (PDSC). Il primo punto affronta la preoccupazione principale delle oligarchie monopolistiche: in Europa i bilanci per la difesa sono sottoposti a vincoli che limitano la capacità di sviluppare, dispiegare e sostenere le capacità militari. Inoltre la frammentazione dei mercati europei della difesa compromette la sostenibilità e la competitività dell'industria europea della difesa e della sicurezza. Pertanto il Consiglio Europeo invita gli Stati membri ad approfondire la cooperazione in materia di difesa migliorando la capacità di condurre missioni e operazioni, sfruttando appieno le sinergie al fine di incrementare lo sviluppo e la disponibilità delle necessarie capacità civili e militari, con il sostegno di una base industriale e tecnologica di difesa europea (EDITB) più integrata, sostenibile, innovativa e competitiva.

Il Consiglio Europeo ha dato mandato all'Agenzia di Difesa Europea (EDA) di realizzare in pratica quattro obiettivi a breve termine:

1.     sviluppo della capacità di rifornimento in volo: particolarmente significativa in missioni a lungo raggio e/o ad alta intensità operativa, aumenta la rapidità di trasporto e dislocazione, nonché la continuatività senza interruzioni di azioni offensive a lungo raggio;

2. sviluppo di sistemi aerei a pilotaggio remoto (RPAS) "di media altitudine e lunga autonomia": sono i droni, utilizzati per missioni di spionaggio e azioni offensive;

3. sviluppo delle comunicazioni satellitari;

4. sviluppo della ciberdifesa: in sostanza, maggior controllo del ciberspazio, con inquietanti risvolti in termini di controllo sulla popolazione civile.

Per la realizzazione di queste direttrici, le Conclusioni prevedono un rafforzamento dell'integrazione della base industriale e tecnologica di difesa europea (EDITB), con il coinvolgimento delle PMI, esplicitamente condannate al ruolo di subappaltatrici agli ordini dei grandi gruppi monopolistici e la crescente subordinazione della ricerca scientifica, quindi anche della formazione universitaria, alle esigenze dell'apparato militare-industriale. In tempi di insostenibili sacrifici, imposti ai lavoratori e ai popoli, di tagli alla spesa sociale, di rigore fiscale, il Consiglio Europeo prevede un incremento della spesa per la difesa e l'adozione di sgravi fiscali che favoriscano gli investimenti – è più corretto dire i profitti – nel settore militare.

A tal fine l'UE si muoverà su tre obiettivi strategici.

a) Aumentare l'efficacia, la visibilità e l'impatto della PSDC, unificando le strategie europee in materia di ciberdifesa, "sicurezza" marittima, sicurezza e giustizia, gestione delle frontiere, energia. Ciò significa che i vari Stati europei in questi settori saranno sempre più subordinati a quanto imposto dall'Unione Europea e quindi dal conglomerato monopolista che la domina. Particolarmente preoccupanti sono la dichiarata intenzione di incrementare l'attività di "intelligence", cioè di spionaggio e gli espliciti riferimenti alla "sicurezza interna". Nel concetto di sicurezza interna rientrano dichiaratamente "la sicurezza degli approvvigionamenti energetici" e la gestione dei flussi migratori anche all'origine. Ciò significa che l'UE si arroga la facoltà di intervenire, al di fuori dei propri confini e all'interno di Stati terzi sovrani, ogni qualvolta ritenga minacciati i propri interessi, cioè gli interessi dei monopoli capitalistici europei. Di fatto l'UE proclama che si ingerirà sempre di più negli affari interni di Stati esteri sovrani, sviluppando attività spionistiche, tendenti non solo al procacciamento di informazioni militari, ma soprattutto alla destabilizzazione politica di governi non graditi. Certamente, si tratta di una prassi che l'imperialismo persegue da sempre. Il fatto nuovo è che oggi questa prassi viene apertamente dichiarata in un documento ufficiale del Consiglio Europeo, con un'arroganza senza precedenti. Il rafforzamento delle operazioni di sorveglianza delle frontiere (FRONTEX) dimostra anche cosa si intende per gestione dei flussi migratori. Un esempio lo abbiamo proprio in Italia: l'operazione Mare nostrum, che ora diventa l'operazione europea Mos majorum, è una immensa e costosissima operazione di controllo cibernetico del Mediterraneo, sotto la scusa del salvataggio dei migranti. Dopo anni di vergognose stragi di migranti, perpetrate nel Mediterraneo, ora si passa a una fase più incisiva, anche se meno visibile. Ad esempio per l'Italia, le operazioni di smistamento non si svolgeranno più sulla terraferma, nei tristemente famosi lager chiamati Centri di Accoglienza, ma direttamente in alto mare su navi della Marina militare per mezzo di personale militare e quindi senza nessuna tutela giuridica per gli eventuali richiedenti asilo o per i minori. In realtà l'enorme flusso di disperati che preme alle nostre frontiere è stato generato dalle disastrose guerre che l'imperialismo statunitense ed europeo ha condotto in tutta la regione, ma non è in contraddizione con gli interessi capitalistici, perché, anche attraverso la persistenza nella clandestinità di masse di lavoratori, si alimenta l'esercito salariato di riserva che viene usato contro altri lavoratori, in una colossale guerra tra poveri, avente come fine ultimo l'abbattimento del costo di riproduzione della forza lavoro. Solo unendo tutti i lavoratori in un fronte comune si può sconfiggere questa politica schiavista. Nel concetto di "sicurezza interna", formulato nella PSDC, rientrano, anche se in modo non così esplicito, il contrasto e la repressione del fronte di resistenza sociale che sta crescendo in Europa contro la politica di rapina dell'UE e dei suoi organi ai danni della classe operaia e dei popoli dei paesi europei. La nuova Gendarmeria Europea (EUROGENDFOR), a cui partecipano reparti dei corpi di polizia militare di Italia, Francia, Olanda e Spagna e Romania, è una forza armata ad alta prontezza operativa, variabile a seconda dell'esigenza, capace di mobilitare da 800 a 3.100 uomini.  Essa potrà essere utilizzata non solo sul territorio dei paesi partecipanti, ma anche a supporto di interventi militari in Paesi che ne facessero "richiesta". Il fine è quello di «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l'attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d'intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l'ordine in caso di disordini pubblici» (Trattato di Velsen, art. 4). A questa superpolizia è garantita totale impunità in quanto i suoi locali, beni e archivi sono inviolabili (Ibidem, art. 21 e 22); le sue comunicazioni non possono essere intercettate (Ibidem, art. 23); non è tenuta a indennizzare i danni provocati a cose o persone (Ibidem, art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (Ibidem, art. 29), il tutto in palese violazione delle norme generali del diritto internazionale. Quindi l'Unione Europea si è già attrezzata per condurre le nuove guerre a bassa intensità e non convenzionali, che si svolgeranno sul proprio territorio o su quello dei Paesi  coinvolti dalla sovversione imperialista, come in Ucraina. In queste guerre contro i propri popoli occorre una forza di intervento rapida speciale, poco legata al territorio, in modo da diminuire i rischi di "contagio" e coinvolgimento con la popolazione locale – come potrebbe accadere per una forza di polizia nazionale –, totalmente sottratta alle leggi di quel paese e al controllo dei suoi organi costituzionali. Gravissimo che gli organi dell'UE non abbiano mai smentito le indiscrezioni circa l'arruolamento dei criminali neonazisti ucraini nei ranghi di EUROGENDFOR quale contropartita per i servigi resi all'imperialismo europeo con le violenze destabilizzanti, scatenate in quel paese. Abbiamo già visto all'opera questa dottrina di "difesa e sicurezza", sia nella forma di aggressione militare aperta, come in Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Repubblica Centrafricana, sia nella più subdola forma della destabilizzazione di Paesi sovrani, con la creazione di opposizioni interne prezzolate, rivoluzioni di vario colore, colpi di stato, come in Georgia, in Siria e in Ucraina.

b) Migliorare l'efficienza nell'uso delle risorse, realizzando economie di scala e garantendo l'interoperabilità, in stretto coordinamento con la NATO, nei sistemi aerei a pilotaggio remoto, rifornimento in volo, la comunicazione satellitare, la ciberdifesa. Le Conclusioni ribadiscono la complementarietà e il partenariato strategico tra PDSC e NATO, con il dichiarato intento di rafforzare il coordinamento con quest'ultima. Ciò lascia intendere un consolidamento dell'asse strategico tra gli imperialismi delle due sponde atlantiche, USA e UE, in crescente contrapposizione ad altri paesi imperialisti, in particolare alla Russia e alla Cina. In sostanza, viene confermato e accentuato il ruolo della NATO come braccio armato del capitale monopolistico europeo e dell'UE. I nuovi sistemi di comunicazione satellitare, quali il MUOS, pur rimanendo sotto il controllo dei soli Stati Uniti, sono parte importante di questa politica di complementarietà e partenariato tra le due sponde atlantiche. Contro il MUOS i cittadini siciliani si stanno opponendo strenuamente con tutti i mezzi, abbandonati dalla politica sia locale che nazionale, preoccupati anche delle ricadute negative sulla loro salute e sulle interferenze con il traffico aereo civile che il MUOS avrà. I sentimenti delle popolazioni, dapprima localistici, oggi stanno rapidamente cambiando e maturando; è sentimento comune la disistima per le istituzioni borghesi nazionali e locali, ma soprattutto sta nascendo la coscienza che queste sono sistemi d'arma che, per quanto non sparino, rappresentano il retroterra tecnologico delle nuove guerre imperialiste, in grado di alterare gli equilibri strategici mondiali e di diventare oggetto di colpi di ritorsione da parte del "nemico". Sono tecnologie che acuiscono le tensioni e i rischi di guerra e mettono a repentaglio la sicurezza dei territori che le ospitano, anziché rafforzarla. Oggi, non solo nelle regioni più colpite da queste istallazioni, come Sicilia e Sardegna, vi è coscienza diffusa del fatto che l'imperialismo occupa e devasta il nostro territorio. È importante l'opera che qui devono svolgere i comunisti per evitare che questa coscienza venga deviata verso pulsioni nazionalistiche o indipendentistiche, genericamente antiamericane. Dobbiamo far crescere nelle masse la consapevolezza dell'identità tra imperialismo e capitalismo, che non è possibile liberare il territorio dall'occupazione e dalle basi, americane e della NATO, senza abbattere il capitalismo che le ha volute a difesa dei propri profitti.

c) Rafforzare l'industria europea della difesa. Questo viene previsto progettando una base industriale e tecnologica di difesa europea più integrata, fondata su un mercato della difesa basato sull'apertura ai subappaltatori di tutta Europa, per assicurare economie di scala e consentire una migliore circolazione dei prodotti della difesa. Il progetto è massimizzare le sinergie tra ricerca nazionale e UE, stimolando ulteriormente la ricerca a "duplice uso", militare e civile, integrando i sistemi di  riconoscimento reciproco dei prodotti tra Stati membri dell'UE e coinvolgendo le Piccole e Medie Imprese col sostegno alle reti regionali di PMI e ai cluster strategici. Ciò porterà, in un momento di grandi difficoltà per gli enti di ricerca e universitari in tutta Europa e soprattutto in Italia, dove i tagli dei finanziamenti pubblici sono sempre più forti, a una subordinazione sempre più supina della ricerca pubblica agli scopi militari ("duplice uso" è solo una facciata). Inoltre le PMI che riusciranno a entrare in questi costosissimi ed elitari mercati della difesa saranno pochissime, spesso solo filiazioni dei grandi colossi che dominano il settore della difesa, i quali riusciranno così ad accaparrarsi totalmente anche i finanziamenti, che l'Unione Europea stanzierà a sostegno del coinvolgimento delle PMI.

Le Conclusioni terminano esaminando le linee strategiche internazionali dell'UE in relazione a Siria, Repubblica Centrafricana, Georgia e Repubblica Moldova e Ucraina,  confermando il carattere imperialistico e militarmente aggressivo dell'Unione Europea.

3. La Dichiarazione Finale dei Capi di Stato e di Governo del 5 settembre 2014 a margine del Vertice NATO tenutosi in Galles

Passiamo ora a commentare la dichiarazione finale dei Capi di Stato e di Governo emessa il 5 settembre 2014 a margine del Vertice NATO tenutosi in Galles. Essa è composta da 113 punti, ma quelli essenziali si addensano nella prima metà.

La dichiarazione è ovviamente molto condizionata dalla contingenza del contrasto con la Russia, a causa del confronto in Ucraina e quindi è infarcita di retorica bellicistica. Nei primi punti infatti si esprimono delle petizioni di principio: «Le azioni aggressive della Russia contro l'Ucraina hanno sfidato alla base la nostra visione dell'Europa», «La nostra Alleanza rimane un'essenziale fonte di stabilità in un mondo imprevedibile … una forte difesa collettiva». Gravissima e pericolosa l'arroganza, da ultimatum in stile Terzo Reich, con cui il vertice NATO pretende di imporre, unilateralmente e senza spazio di mediazione, le proprie condizioni alla Russia, giungendo addirittura a dettare dove a questa, sul proprio territorio, sia consentito dislocare le proprie truppe e ad esigere che le sue frontiere con l'Ucraina vengano sguarnite della legittima presenza dell'esercito russo. L'ingerenza negli affari interni della Russia e la negazione del suo diritto all'autodifesa hanno veramente i toni minacciosi e ultimativi delle note diplomatiche di Von Ribbentropp. Le linee strategiche di lungo periodo vengo fuori subito dopo e fanno capire meglio quali sono gli interessi NATO, comuni, ben inteso, a tutti i Paesi membri, che hanno provocato il colpo di stato e impongono di sostenere la giunta illegittima di Kiev e la fascistizzazione dell'Ucraina.

Nel dettaglio si espone il Piano di Azione Rapido, per «rispondere ai cambiamenti nella sicurezza dei territori, alle frontiere della NATO e anche oltre, che destano la preoccupazione degli Alleati»[1], con esplicito riferimento alle «sfide poste dalla Russia e alle loro implicazioni strategiche» e «ai rischi e alle minacce provenienti dal nostro vicinato meridionale, il Medio Oriente e il Nord Africa». Il Piano deve garantire la capacità della NATO di «affrontare le sfide presenti e future, dovunque queste sfide possano manifestarsi», con una «deterrenza flessibile e "scalabile"». Il Piano prevede «il rafforzamento della reattività della Forza di Risposta NATO (NRF)» e in questo ambito la costituzione della Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), consistente in «una componente di terra con la disponibilità di appropriate forze aeree, marittime e forze operative speciali», «capace di rispondere in pochi giorni alle sfide che sorgono, in particolare alla periferia del territorio della NATO», «capace di sfruttare le esperienze regionali». Il grado di prontezza operativa di questa nuova task force «verrà valutato per mezzo di esercitazioni con breve preavviso». Si programma, inoltre di stabilire «un'appropriata presenza di comando e controllo e di alcuni attivatori di forza in loco nei territori degli Alleati orientali». Assolutamente preoccupante è l'allargamento dell'ambito operativo dell'Alleanza, che di fatto si arroga il diritto di intervenire ovunque lo ritenga necessario, in spregio al diritto internazionale e alla sovranità nazionale di popoli e paesi. Inoltre è chiaro come questa ristrutturazione della NATO sia apertamente diretta contro la Russia. Il rafforzamento della presenza NATO in Europa Orientale provocherà un'analoga risposta da parte russa, determinando un'escalation della tensione e un aumento del rischio di conflitto. In questo senso le programmate "esercitazioni" ai confini con la Russia sono un pericolosissimo elemento di provocazione, già da tempo praticato dagli americani nei confronti della Repubblica Democratica Popolare di Corea. La tattica della NATO sembrerebbe quindi consistere non tanto nella provocazione dello scontro diretto con gli avversari, che avrebbe esito incerto, quanto nell'aumento della pressione su scala regionale, facendo ricorso alla destabilizzazione politica e alla sovversione nelle aree periferiche dell'avversario, nonché a conflitti locali che hanno, però, valenza strategica. La vicenda ucraina sembra rispondere pienamente a questo scenario e ci si deve aspettare che lo stesso copione possa essere applicato prossimamente in Siria, dove da tre anni l'imperialismo occidentale è in scacco. Desta sdegno e preoccupazione il disposto dell'art. 14 della Dichiarazione Finale del Summit di questa accolita di assassini che va sotto il nome di NATO per i risvolti che ha sul piano della repressione interna e della cancellazione delle ultime garanzie democratiche, anche formali, per la popolazione civile anche degli stessi Stati membri dell'Alleanza. La NATO ha ereditato dai nazisti l'abilità propagandistica di attribuire all'avversario ciò che essa stessa in realtà pratica. Quando nel Documento si dispone l'adeguamento «degli strumenti e delle procedure per rispondere alle minacce di guerra ibrida» in realtà si intende lo sviluppo della capacità di avviare e condurre la guerra ibrida in modo efficace. A questo fine, si sottolinea nel Documento, le comunicazioni e il loro controllo rivestono un ruolo cruciale, per cui viene salutata con soddisfazione la creazione in Lettonia del Centro d'Eccellenza delle Comunicazioni Strategiche accreditato NATO, una struttura che consentirà all'Alleanza una più profonda capacità di ciberspionaggio sia verso l'esterno che verso il proprio interno, con la possibilità di ostacolare le comunicazioni del nemico. Cosa sia la guerra ibrida ce lo spiega lo stesso Documento: «un'ampia gamma di misure, aperte e coperte, militari, paramilitari e civili, impiegate in un disegno altamente integrato». Il citato disegno altro non è che una strategia combinata di spionaggio, destabilizzazione politica, sovversione organizzata e prezzolata, aggressione militare e repressione dell'opposizione e della resistenza, politica e sociale, interna.

I Comunisti devono indirizzare uno sforzo particolarmente intenso alla mobilitazione dei lavoratori e di tutti i cittadini di coscienza democratica contro questa gravissima minaccia alle libertà, individuali e collettive e alla pace.

La Dichiarazione sostiene anche l'invasiva decisione dell'UE di avviare una missione di Politica di Difesa e Sicurezza Comune che "assista" l'Ucraina nel settore della sicurezza civile con particolare riferimento alle forze di polizia e ai "principi di legalità". Si tratta dell'invio di istruttori per l'addestramento dei reparti punitivi a meglio svolgere il mestiere di boia della popolazione civile. Viene inoltre esaltata la collaborazione dell'Ucraina con la Forza di Risposta NATO (NRF), auspicando una sempre maggiore integrazione operativa tra la NATO e l'Ucraina, della quale si saluta la partecipazione all'Iniziativa per il Partenariato d'Integrazione Operativa. Questo completa il quadro dell'ingerenza euro-atlantica negli affari ucraini. Se da un punto di vista strategico e militare l'aggressione è diretta contro la Russia, dal punto di vista politico e del diritto dei popoli all'autodeterminazione, l'attacco è condotto in primis contro i lavoratori e il popolo dell'Ucraina, contro coloro che con le armi in pugno, non solo nella parte orientale del paese, non vogliono diventare schiavi dell'imperialismo euro-americano e combattono eroicamente una lotta impari contro l'asservimento del proprio paese, contro la giunta illegittima al potere, contro il ritorno del fascismo in Europa.

La Dichiarazione affronta in modo drastico il problema finanziario che ne ostacola l'attuazione:  «contrastare il declino dei budget della difesa, rendendo più efficaci i fondi e ripartendo in modo più bilanciato costi e responsabilità» diventa l'imperativo categorico. In questo si riprende pienamente quanto posto dal Consiglio Europeo e descritto precedentemente, rispetto a una «industria di difesa più forte e una maggiore cooperazione industriale di difesa all'interno dell'Europa e tra le due sponde dell'Atlantico». La maggiore incisività sta nel fatto che nella Dichiarazione si fissa di fatto un tetto minimo per i bilanci della difesa non inferiore al 2% del PIL di ciascun paese, di cui almeno il 20% da investire nei principali sistemi d'arma (tra cui probabilmente rientra anche il progetto F35, che per ragioni di costo stenta a "decollare") e in Ricerca e Sviluppo, ossia dove vi sono le maggiori aspettative di profitto per i monopoli del settore. Gli Alleati che attualmente hanno una spesa inferiore ai livelli fissati dalla Dichiarazione dovranno arrestare la diminuzione delle spese militari e aumentarne il volume in presenza di una crescita del PIL fino al raggiungimento del previsto 2% entro il decennio. Nello stesso decennio e allo stesso modo dovranno raggiungere la quota di spesa del 20% a favore dei già citati impieghi più remunerativi per il grande capitale monopolistico. Viene anche fissata una «verifica annuale» dei progressi compiuti, quindi l'obbligo di rendiconto per tutti.

Dopo questa lunga sezione, infarcita di bellicismo, aggressività e minacce antirusse, che stabilisce le nuove linee e i nuovi obiettivi strategici e tattici, elaborati in relazione alla situazione determinatasi in Ucraina, si passa all'esame delle vicende mediorientali, partendo dalla condanna degli atti «violenti e codardi» dell'ISIL. Non si parla certo di smettere di sostenere questa struttura, né tanto meno di compiere azioni per smantellarla. Per quanto riguarda l'imbarazzante situazione irachena, dal testo della Dichiarazione traspare in modo chiaro l'inquietante ipotesi di un nuovo intervento in Iraq, quando, all'art. 34, afferma la disponibilità ad aumentare la fornitura di assistenza nell'ambito della cosiddetta Iniziativa di Creazione di Capacità di Difesa e Sicurezza NATO, in caso di richiesta da parte del governo iracheno. Leggendo il documento finale del summit, si capisce chiaramente che i veri obiettivi dell'attacco NATO sono la Siria e il suo legittimo presidente Assad, là dove si auspica una «vera transizione politica» ed esaltando il ruolo «dell'opposizione moderata per proteggere le comunità contro la duplice minaccia della tirannia del regime di Assad e dell'estremismo dell'ISIL». Le parole: «Il regime di Assad ha contribuito all'emergenza dell'ISIL in Siria e la sua espansione» superano ogni senso del ridicolo e fanno venire in mente la celebre favola di Esopo del lupo e l'agnello. Ma le parole successive fanno chiarezza su quali siano le vere intenzioni della NATO: «La presenza dell'ISIL sia in Siria che in Iraq è una minaccia alla stabilità regionale. Essa è diventata un ostacolo chiave alla riconciliazione politica in Siria e un serio rischio alla stabilità e integrità territoriale dell'Iraq. Il popolo di Siria e Iraq e ovunque nella regione necessita del supporto della comunità internazionale per contrastare questa minaccia. Si richiede un approccio coordinato internazionale.». Approccio coordinato è quello a cui stiamo assistendo in questi giorni: i resistenti curdi vengono massacrati impunemente sotto gli occhi dell'esercito turco e dell'aviazione NATO, Israele si guarda bene dall'intervenire come invece ha fatto più volte in passato contro Siria e Iran, gli unici a combattere il fanatismo integralista dell'ISIL, creato e finanziato dagli stessi Stati Uniti, sono le forze governative siriane, Hezbollah e la resistenza curda (in modo contradditorio, in quanto alcune parti di questa sono appoggiati da UE e NATO). Intanto gli "esportatori di democrazia" preparano l'aggressione alla Siria sotto la scusa miserabile della «minaccia» dell'ISIL.

Dopo altri passaggi molto preoccupanti e preoccupati sui disastri in Libia e prima di accennare, sempre in modo ultimativo e minaccioso, alla Repubblica Democratica Popolare di Corea e all'Iran, vengono trattate, anche se abbastanza sommariamente, le situazioni del Mali, della Somalia, dei Balcani con riferimento a Kosovo e Serbia e dell'Afghanistan, a conferma del ruolo di gendarme globale assunto dalla NATO e  ormai esteso al pianeta intero.

Il tema delle armi strategiche e nucleari viene affrontato dal punto 50 in poi, affermando che la NATO rimane una alleanza nucleare, anche se l'uso dell'arma atomica viene definito come estremamente remoto e ribadendo la centralità delle forze convenzionali, a conferma di quanto affermavamo in precedenza in merito alla guerra a bassa intensità e ai conflitti locali. Al di là delle enunciazioni, è estremamente preoccupante l'accento posto sullo sviluppo della difesa missilistica, la cosiddetta BMD (Ballistic Missiles Defense), cioè il sistema in grado di intercettare e neutralizzare eventuali attacchi portati con missili balistici. L'adeguamento (infrastrutture, intercettori, sensori, ecc.), con contributi "volontari" a carico dei paesi ospitanti, è già iniziato in Romania e Spagna, ma è prevedibile che venga esteso agli altri paesi membri, a partire dalla Polonia e dai paesi baltici, con lauti profitti per i monopoli del settore. È comprensibile come la scelta di sviluppare questo tipo di sistema d'arma susciti la preoccupazione e le reazioni della Russia, in quanto esso è finalizzato a vanificare la deterrenza strategica dell'avversario, impedendo la ritorsione e rendendo di fatto possibile un first strike (primo colpo) senza conseguenze per l'aggressore. Poco valgono le ipocrite formali dichiarazioni che la BMD non è diretta contro il potenziale di deterrenza della Russia. Non vi è ombra di dubbio che questa scelta, oltre ad aumentare le tentazioni aggressive della NATO, spingerà la Russia e altri paesi a dotarsi di nuovi armamenti in grado di superare la possibile intercettazione da parte del sistema BMD, al fine di un riequilibrio strategico delle forze. Si innesca così una rincorsa al riarmo che graverà sulle spalle del proletariato dei paesi in competizione, in una spirale di spesa da cui i lavoratori e i popoli non hanno nulla da guadagnare e tutto da perdere. Nella Dichiarazione, la NATO, in un sussulto di arroganza, pretende dalla Russia il rispetto dei trattati di non-proliferazione vigenti, in particolare quello sulle Forze Nucleari a Medio Raggio (INF) e la accusa di avere violato, con la sua "unilaterale attività militare in e attorno all'Ucraina", il Documento di Vienna, il Trattato "Cieli Aperti" e quello di non-proliferazione delle armi convenzionali in Europa, cercando di fornirsi alibi e copertura per le palesi violazioni che essa stessa sta attuando con queste linee strategiche. Davvero non c'è limite al ribaltamento delle responsabilità e alla falsificazione dei fatti in perfetto stile nazista!

Evitiamo di addentrarci in questo sede nell'esame di una lunga serie di disposizioni dei punti successivi della Dichiarazione che, per quanto tecniche, hanno comunque risvolti politici sempre in sintonia con lo spirito aggressivo e guerrafondaio del documento. Una considerazione, però, va fatta in merito all'affermazione dell'importanza della difesa informatica. Il ricorso all'intervento armato collettivo, previsto dall'art. 5 del Trattato di Washington, in caso di attacco informatico massiccio, equiparato per dannosità ad un attacco convenzionale, viene rimandato ad una valutazione caso per caso, senza specificarne i criteri, lasciando così mano libera ai vertici NATO per qualsiasi arbitrio e forzatura. La Dichiarazione cita esplicitamente l'Estonia come paese di punta per lo sviluppo della capacità informatica dell'Alleanza, ribadendo la necessità di approfondire i legami con l'industria informatica. In altre parole, l'industria informatica dovrà essere sempre più subordinata alle esigenze militari.

4. Conclusioni

Il mondo oggi è diviso tra blocchi imperialisti che hanno interessi contrastanti, obiettivi diversi e politiche differenti per attuarli.

Tra questi blocchi di gran lunga il più aggressivo è quello NATO, con i suoi due principali protagonisti, USA e UE. Questi due attori naturalmente sono molto diversi, tuttavia gli interessi delle classi dominanti statunitensi ed europee sono strategicamente affini e compatibili tra loro, anche per retaggi storici e culturali, oltre che per ragioni economiche.

Le conclusioni dei due Consigli, Europeo e della NATO, svoltisi recentemente, confermano le politiche aggressive convergenti di queste due organizzazioni imperialiste, nei confronti degli altri blocchi imperialisti e, soprattutto, dei popoli. Dall'attuazione di queste politiche i lavoratori non hanno altro da aspettarsi che nuovi, drammatici sacrifici, ulteriore impoverimento, crescente repressione.

Compito dei Comunisti in ogni paese è smascherare queste politiche senza cedere alle illusioni di "riformabilità" dell'uno o dell'altro blocco imperialista, chiamare la classe operaia e le masse del popolo lavoratore alla mobilitazione contro l'imperialismo, contro i suoi organismi come la NATO e l'UE, per l'abbattimento del capitalismo che genera ingiustizia, povertà e guerra, per il socialismo.

[1] Fonte: http://www.treasurydirect.gov/NP/debt
[2] Fonte: http://www.treasury.gov/ticdata/Publish/mfh.txt
[3] Dati: 2013 – Fonte: Eurostat, http://ec.europa.eu/eurostat/web/government-finance-statistics/data/main-tables
[4] Fonte: Banca Centrale Europea, http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecbocp132.pdf
[5] Fonte: Commissione Europea, http://ec.europa.eu/trade/policy/countries-and-regions/countries/russia/
[6] Ibidem
[7] Fonte: US Census Bureau, https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c4621.html
[8] Fonte: Stockholm International Peace Research Institute, http://www.sipri.org/yearbook/2014/04
[9] Sam Perlo-Freeman and Carina Solmirano, Trends in World Military Expenditures, SIPRI Fact Sheet, p. 2 – http://www.sipri.org/yearbook/2014/04
[10] Ibidem
[11] Ibidem
[12] Ibidem
[13] Siemon T. Wezeman and Pieter D. Wezeman, Trends in international arms transfers, SIPRI Fact Sheet, p. 2, http://books.sipri.org/product_info?c_product_id=475
[14] Ibidem
[15] Ibidem, p. 4
[16] Fonte: Forbes, http://www.forbes.com/sites/jonhartley/2014/07/28/the-brics-bank-is-born-out-of-politics/
[17] Qui e nel seguito, WALES SUMMIT DECLARATION,         http://www.nato.int/cps/po/natohq/official_texts_112964.htm


Resistenze.org     
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.