Tutto insieme. A metà marzo 2015, gli Stati Uniti compiono un salto di qualità dal chiaro profilo bellicista nelle loro azioni contro il Venezuela e contro la Russia, effettuando esercitazioni militari nei paesi confinanti, alcune delle quali realizzate a un centinaio di km da San Pietroburgo [i] nella cosiddetta operazione "Atlantic Resolve". Inoltre, si sono intensificate le notizie circa una nuova offensiva del governo di Kiev contro la regione del Donbass [ii], è aumentata la presenza di navi da guerra della Nato nel Mar Nero, continuano le vecchie guerre imperiali in Iraq ed Afghanistan, alle quali si è aggiunta l'offensiva contro la Siria (passando per la Libia)... e molto altro ancora.
Evidentemente l'Impero è lanciato in una catastrofico balzo in avanti militare, estendendo le sue operazioni in tutti i continenti. Ci troviamo in piena guerra globale. Né i grandi mezzi di comunicazione, né i più importanti leader internazionali hanno pubblicamente registrato il fatto. Tutti parlano come se vivessimo in tempi di pace. Solo in pochi casi viene notato il pericolo di una guerra globale o regionale. Un'eccezione recente è quella di Papa Francesco, il quale ha affermato che attualmente ci troviamo di fronte ad una "terza guerra mondiale", che descrive sviluppata "in più parti", senza indicarne i contendenti e facendo vaghi riferimenti alla "avidità" e agli "interessi spuri", col linguaggio tra il confuso e il gesuitico che lo caratterizza [iii].
Ogni mese si aggiunge qualche indicatore che annuncia l'avvicinarsi di una nuova recessione globale molto più forte ed estesa di quella del 2009. Il capitalismo, a partire dal suo polo imperialista, si è andato trasformando velocemente in un sistema di saccheggio, dove la riproduzione delle forze produttive rimane completamente subordinata alla logica del parassitismo. Le élite imperiali ed i loro satelliti lumpen-borghesi "necessitano" di super-sfruttare, fino allo sterminio, le risorse naturali ed i mercati periferici, per sostenere i tassi di profitto del loro decadente sistema produttivo-finanziario.
Le tendenze globali verso la decadenza economica si esprimono in molteplici modi, giorno dopo giorno. Tra esse vi è la volatilità dei prezzi delle materie prime, per esempio il petrolio, cardine dell'economia mondiale, la cui stagnazione estrattiva (che non sono riusciti a superare con lo show mediatico del "miracoloso" petrolio di scisto) si combina alla flessione della domanda internazionale, come accade al momento, unitamente ai speculativi e geopolitici che trasformano i mercati in spazi instabili, dove le manovre di breve periodo impongono incertezza.
La miopia speculativa egemonica genera pacchetti tecnologici depredatori, come nel caso delle miniere a cielo aperto, della fratturazione idraulica o dell'agricoltura su base transgenica, accompagnati da operazioni politiche e di comunicazione che degradano e disarticolano i sistemi sociali, cercando di trasformarli in spazi indifesi dinanzi al saccheggio.
L'ottimismo economico dell'era del boom neoliberista ha ceduto il posto al pessimismo della "stagnazione secolare" sbandierato ora dai grandi esperti del sistema [iv]. Essi indicano come il salvataggio del capitalismo non arriverà dall'economia, condannata a subire recessioni o crescite insignificanti. Meglio quindi non parlare troppo di questi tristi temi. Allora, sale in primo piano la guerra, le azioni militari occupano il centro della scena, ogni giorno ci si offre una battaglia con la mattanza da parte di truppe regolari o mercenarie, alcuni bombardamenti, qualche minaccia di attacco in Europa orientale, Asia, Africa o America Latina. I mezzi di comunicazione ci travolgono con queste notizie, tuttavia nessuno parla di guerra globale.
Tutto accade come se le dinamiche della guerra si fossero autonomizzate, ma con un discorso confuso, difficile da capire. Ma, come la strapotenza degli uomini d'affari degli anni '90 non era indipendente, bensì condivisa all'interno di una complessa trama di poteri (politici, mediatici, militari,etc.) che normalmente li definiva come "classe dominante", anche l'apparente autonomia militare ci ostacola nel vedere le reti mafiose di interessi, dove si confondono i confini delle loro componenti. Le élite dell'era neoliberista hanno subito cambiamenti decisivi, hanno sperimentato mutazioni che le hanno trasformate in classi completamente degenerate, che sempre di più possono ricorrere alla forza bruta, alla logica della guerra. Non si tratta allora di una autonomizzazione della componente militare, quanto piuttosto delle élite imperialiste che si militarizzano, non seducendo più con l'offerta di consumi e qualche dose di violenza, ma diffondendo solo paura, minacciando l'uso delle armi o utilizzandole.
Progressismi latinoamericani
Dentro questo contesto globale dobbiamo valutare i progressismi latinoamericani [v] che si insediarono sulla base della crisi di governo dei regimi neoliberisti.
I prezzi internazionali delle materie prime negli ultimi dieci anni, insieme alle politiche di contenimento sociale dei poveri, hanno permesso loro di ricomporre la governabilità dei sistemi esistenti. In alcuni di questi casi si sono sviluppati ampliamenti o rinnovamenti delle élite capitaliste ed in quasi tutti sono prosperate le classi medie. I governi progressisti si sono illusi che i miglioramenti economici avrebbero permesso loro di vincere politicamente su questi settori, ma come era prevedibile è successo il contrario: le classi medie, durante la loro ascesa, si sono voltate a destra, guardando con disprezzo quelli sotto di loro ed assumendo come propri i deliri più reazionari della borghesia.
La spiegazione è semplice: nella misura in cui sono preservate (ed anche rafforzate) le fondamenta del sistema ed i suoi nuclei decisivi radicalizzano sull'elitismo predatorio lungo il sentiero tracciato dagli Stati Uniti (e "dall'Occidente" in generale), viene a prodursi una subcultura neofascista che va dall'alto verso il basso, dal centro verso le borghesie periferiche e da queste, alla loro classe media. In Venezuela, Brasile e Argentina le classi medie hanno migliorato i propri standard di vita e allo stesso tempo puntano i loro voti sul candidato di destra vecchio o rinnovato.
Si è stabilita una lotta interminabile tra governi progressisti che hanno reso governabili i capitalismi locali e destre selvagge, ansiose di realizzare grandi rapine e di schiacciare i poveri. Il progressismo si confronta politicamente con quella destra qualificata "irresponsabile", i cui fondamenti economici rispettavano, ricattavano chi criticava la sua sottomissione alle regole di gioco del capitalismo, utilizzando il cuculo reazionario dalla sinistra ("noi o la bestia"), accusandolo di tenere il gioco alla destra. In realtà il progressismo è un grande gioco favorevole al sistema ed in ultima istanza alla destra, sempre in condizioni di ritornare al governo grazie alla moderazione, alla "astuzia" apparentemente stupida dei progressisti, che a volte riescono a cooptare sinistre claudicanti la cui ossessione, per "non fare il gioco della destra" (e di passaggio integrarsi al sistema), è completamente funzionale alla riproduzione del paese borghese e di conseguenza, a quella detestabile destra.
Il gioco ora si va esaurendo. I progressismi governanti con ritmi distinti e interventi vari, vessati dal rallentamento economico globale e dal crescente interventismo degli Stati Uniti, continuano a perdere spazio politico. In molti casi le loro difficoltà di bilancio li spingono a regolare la spesa pubblica (e in nessun modo ridurre i super profitti dei gruppi economici più concentrati), ad accettare le devastazioni delle mega miniere o ad adottare misure volte a facilitare la concentrazione dei redditi. In Brasile, il secondo governo Dilma mise un neoliberista duro e puro al comando della politica economica, chiuso tra una destra ascendente, un'economia oscillante sempre più tra stagnazione e recessione ed un attivo intervento nordamericano. In Uruguay il nuovo governo di Tabaré Vazquez mostra un volto chiaramente conservatore e in Cile la presidenza Bachelet non deve spostarsi troppo a destra. Tralasciando la sua demagogia elettorale, essa si regge poiché in continuità col governo precedente e di conseguenza, passata la confusione iniziale, erediterà anche l'ostilità di settori importanti della sinistra e dei movimenti sociali.
In Argentina il nucleo duro agro-minerario esportatore-finanziario ed i gruppi industriali esportatori sono più prosperi che mai, mentre l'ingerenza nordamericana si amplifica conducendo il teatrino della politica verso una rottura di estrema destra. In Venezuela, l'eterna transizione verso un socialismo che non arriva mai non è riuscita a superare il capitalismo, ma rende caotico il suo funzionamento, forgiando in questo modo lo scenario di una grande tragedia
Per il momento sola la Bolivia sembra salvarsi dalla valanga, reggendosi sul maggior mutamento sociale della sua storia moderna, senza superare il quadro del sottosviluppo capitalista, ma ricomponendo, integrandolo alle masse sommerse, moltiplicando per mille, quello che aveva fatto il peronismo in Argentina tra il 1945 e il 1955 (ma questo non cambia il contesto regionale-globale).
In America Latina assistiamo ad un processo di crisi molto profonda, dove convergono integralmente progressismi declinati con neoliberalismi degradati, come in Colombia o in Messico, conformando un panorama comune di perdita di legittimità del potere politico, con il progredire di gruppi economici saccheggiatori e di un attivismo imperialista sempre di più forte.
In questo quadro desolante è necessario integrare gli elementi di speranza senza i quali non potremmo cominciare a capire cosa sta succedendo. Sotto i tiri mancini politici, le rapide negoziazioni e le isterie fasciste, appaiono le proteste popolari frequenti, la persistenza di sinistre non cooptate dal sistema (al di là dei loro profili più o meno moderati o radicali) e la presenza di insurrezioni incipienti o potenti (come in Colombia).
Né i canti di sirena progressisti, né la repressione neoliberale hanno potuto far sparire o marginalizzare completamente quei fantasmi. La realtà latinoamericana che preoccupa gli strateghi dell'Impero, i quali temono che quello che essi considerano come il loro inevitabile assalto alla regione possa scatenare l'inferno dell'insurrezione continentale, in questo caso, paradiso dei grandi commerci, potrebbe trasformarsi in un pantano dove affonderebbe l'insieme del sistema.
Geopolitica dell'Impero, integrazioni e colonizzazioni
La strategia degli Stati Uniti appare articolata intorno a tre grandi assi: il transatlantico ed il transpacifico, in un gigantesca schermaglia contro la convergenza russo-cinese, centro motore dell'integrazione euroasiatica. E poi quello latinoamericano, destinato alla ricolonizzazione della regione.
Gli Stati Uniti cercano di trasformare la massa continentale asiatica ed il suo ampliamento russo-europeo in un spazio disarticolato, con grandi zone caotiche, luogo di saccheggio e di super sfruttamento.
Le risorse naturali, ma anche lavorative di quei territori costituiscono il loro obiettivo principale, Nell'ellisse strategica che copre il Golfo Persico e il bacino del Mar Caspio, che si estende verso la Russia, si trova l'80% delle riserve mondiali di gas ed il 60% di quelle di petrolio ed in Cina abitano qualcosa come più di 230 milioni di operai industriali, approssimativamente un terzo del totale mondiale.
L'America Latina appare come il cortile di casa da ricolonizzare. Qui si trovano per esempio le riserve petrolifere del Venezuela (le prime del mondo, il 20% del totale mondiale). Si trova l'80% delle riserve mondiali di litio, in un triangolo territoriale esteso tra il nord del Cile, l'Argentina ed il sud della Bolivia, imprescindibile nella futura industria dell'automobile elettrica. Si trovano le riserve di gas e petrolio di scisto del sud argentino, le favolose riserve di acqua dolce del bacino acquifero guaranì, tra Brasile, Paraguay ed Argentina.
Una delle offensive forti dell'Impero nel decennio scorso è stato il tentativo di conformazione dell'Alca, zona di libero commercio ed investimenti che ha significato l'annessione economica della regione da parte degli Stati Uniti. Il progetto fallì e l'aumento del progressismo latinoamericano, sommato all'emergere di potenze non occidentali, soprattutto la Cina, e all'impantanamento degli Stati Uniti nella guerra asiatica sono stati fattori decisivi che hanno indebolito in varia misura l'assalto imperialista.
Ma a partire dall'arrivo di Obama alla presidenza, gli Stati Uniti hanno scatenato un'offensiva flessibile di riconquista dell'America Latina, mettendo in moto una complessa combinazione di pressioni, trattative, destabilizzazioni e colpi di stato. I golpe blandi in Honduras e Paraguay, i tentativi di destabilizzazione in Ecuador, Argentina, Brasile e soprattutto in Venezuela, dove si va profilando un intervento militare, ma anche il tentativo in corso di estinzione negoziata della guerriglia colombiana e l'addomesticamento di Cuba, formano parte di questa strategia di ricolonizzazione.
La stessa è implementata attraverso una successione di tentativi soft e hard tendenti a disarticolare le resistenze statali ed i processi di integrazione regionale (Unasur, Celac, Alba) ed extraregionali periferici (Brics, accordi con Cina e Russia, etc.), ma anche a bloccare, corrompere o dissolvere le resistenze sociali e le alternative politiche più avanzate, in corso o potenziali. Si cerca di portare avanti una dinamica di disarticolazione, ma si cerca anche di evitare che la stessa generi ribellioni che si possano diffondere a macchia d'olio, in una regione molto interconnessa.
Sanno molto bene che in molti paesi della regione la sostituzione di governi "progressisti" con altri apertamente filo-imperialisti significa innalzare camarille impazzite che a breve termine potrebbero determinare situazioni di caos e causare l'innesco di insurrezioni pericolose. Alcuni strateghi dell'Impero credono di poter neutralizzare tale pericolo col proprio caos, sviluppando le "guerre di quarta generazione", installando le diverse forme di violenza sociale destrutturante combinata con le distruzioni mediatico-culturali e le repressioni selettive. In questo senso, il modello messicano è per loro (e per ora) un paradigma interessante.
Per esempio, temono che uno scenario di caos fascista in Venezuela possa causare una guerra popolare che li obbligherebbe ad intervenire direttamente in un conflitto prolungato, che sommato alle guerre asiatiche, li condurrebbe ad una dilatazione strategica ingovernabile. È per ciò che considerano imprescindibile ottenere la pacificazione della guerriglia colombiana, potenziale alleata strategica di una possibile resistenza popolare venezuelana.
Il panorama è completato col processo di integrazione coloniale dei paesi della così detta Alleanza del Pacifico (Messico, Colombia, Perù e Cile). A ciò si sommano i trattati di libero commercio siglati in forma bilaterale con i paesi dell'America Centrale ed altri come Cile o Colombia ed il vecchio trattato tra Stati Uniti, Canada e Messico.
Integrazione coloniale e disarticolazione, manipolazione del caos e rinvigorimento di poli repressivi, Capriles più Peña Nieto, Ollanta Humala più Santos , più bande narco-mafiose... tutto ciò dentro un contesto globale di decadenza sistemica dove il vecchio ordine unipolare declina, senza essere rimpiazzato da un nuovo ordine multipolare. Tentativo di controllo imperialista dell'America Latina, sommersa nel disordine del capitalismo mondiale.
Il cervello dell'impero non riesce a superare le debolezze del suo corpo invecchiato e malato, i deliri si riproducono, le amnesie si moltiplicano, evidentemente ci troviamo in un momento storico decisivo.
Note
[i] Finian Cunningham, "NATO's Shadow of Nazi Operation Barbarossa", Strategic Culture Foundation, 13.03.2015
[ii] Colonel Cassad, "Ukraine: Reprise de la guerre au printemps?", http://lesakerfrancophone.net/ le 13 mars 2015
[iii] "El papa Francisco advirtió que vivimos una tercera guerra mundial combatida 'por partes' ", http://www.lanacion.com.ar, 13 de septiembre de 2014
[iv] Laurence H Summers, "Reflections on the 'New Secular Stagnation Hypothesis'" y Robert J Gordon, "The turtle's progress: Secular stagnation meets the headwinds" en "Secular Stagnation: Facts, Causes, and Cures", CEPR Press, 2014.
[v] Utilizzo del termine "progressista" nel senso più ampio, da governi che si proclamano socialisti o pro socialisti come il Venezuela o la Bolivia, fino ad altri di taglio neoliberale-progressista, come quelli dell'Uruguay o Brasile.
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