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Gocce di Marx sull'espansione capitalistica


da: Il Manifesto (Karl Marx, Friedrich Engels)
[..] Ma i mercati continuavano a crescere, e continuavano a crescere i bisogni. Anche la manifattura non bastava più. Ed ecco il vapore e le macchine rivoluzionare la produzione industriale. Alla manifattura subentrò la grande industria moderna; al medio ceto industriale succeddettero gli industriali milionari, i capi di intieri eserciti industriali, i moderni borghesi.
La grande industria ha creato quel mercato mondiale che la scoperta dell'America aveva preparato. Il mercato mondiale ha dato un immenso sviluppo al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per terra. Quello sviluppo a sua volta ha reagito sull'espansione dell'industria; e in quella stessa misura in cui si sono andate estendendo l'industria, il commercio, la navigazione, le ferrovie, anche la borghesia se è sviluppata, ha aumentato i suoi capitali e sospinto nel retroscena tutte le classi che erano una eredità del Medioevo.
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Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni.
Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all'industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili - industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In luogo dell'antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l'una dall'altra. E come nella produzione materiale, così anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune. La unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale.
Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.
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La borghesia sopprime sempre più il frazionamento dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà in poche mani. Ne è risultata come conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, quasi appena collegate tra loro da vincoli federali, province con interessi , leggi, governi e dogane diversi, sono state costrette in una sola nazione, con un solo governo, una solo legge, un solo interesse nazionale di classe, un solo confine doganale.
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la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate.
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Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi.
Le armi con cui la borghesia ha abbattuto il feudalesimo si rivolgono ora contro la borghesia stessa.
Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le recano la morte; essa ha anche creato gli uomini che useranno quelle armi - i moderni operai, i proletari.

da: Il Capitale Libro I cap. IV inedito
[..] La produzione capitalistica non è soltanto riproduzione del rapporto; è sua riproduzione su scala sempre più estesa. Nella stessa misura nella quale, con il modo di produzione capitalistico, la forza produttiva sociale del lavoro si sviluppa, aumenta di fronte all'operaio la ricchezza accumulata come ricchezza che lo domina, come capitale: il mondo della ricchezza gli si erge dinnanzi come un mondo a lui straniero e dal quale è asservito, e nella stessa proporzione crescono per contrapposto la sua miseria soggettiva, il suo stato di spoliazione e dipendenza. La sua spoliazione e quell'abbondanza si corrispondono, procedono di pari passo e, nel con tempo, cresce la massa di questo vivente mezzo di produzione del capitale che è il proletariato lavoratore.
Crescita del capitale e crescita del proletariato appaiono quindi legate l'una all'altra, anche se prodotti ai poli opposti di uno stesso processo. Così il rapporto non è soltanto riprodotto, non è soltanto prodotto su scala sempre più massiccia, non soltanto crea più lavoratori impossessandosi di branche della produzione prima non ancora sottomesse; ma, come si è visto nel descrivere il modo di produzione specificamente capitalistico, si riproduce in condizioni sempre più favorevoli per una parte, i capitalisti, e sempre più sfavorevoli per l'altra, i lavoratori salariati. [..]

da: Il Capitale Libro I cap.IV inedito
[..] Già qui risulta chiaro che, poiché con lo sviluppo della produzione capitalistica e la riduzione del prezzo delle merci ad esso conseguente la loro massa cresce, aumenta il numero delle merci che devono essere vendute; è quindi necessaria, è un bisogno per la produzione capitalistica - un'incessante espansione del mercato. [..]

da: Il Capitale  Libro II cap. VI
[..] Il modo capitalistico di produzione diminuisce le spese di trasporto per la singola merce mediante lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione, come mediante la concentrazione - la grandezza della scala - del trasporto. Essa aumenta la parte del lavoro sociale vivente e oggettivato, che viene spesa nel trasporto di merci, dapprima mediante la trasformazione della grande maggioranza di tutti i prodotti in merci, e poi per mezzo della sostituzione di mercati locali con mercati distanti. [..]

da: Il Capitale  Libro III
[..] E' quindi comprensibile la grande importanza che ha per l'industria l'abolizione o la riduzione dei dazi sulle materie prime; lasciarle entrare il più liberamente possibile era già dottrina fondamentale del protezionismo giunto ad una più razionale evoluzione. Questo, unitamente all'abolizione del dazio sul grano, fu l'obiettivo principale dei free-traders inglesi che si preoccuparono soprattutto anche dell'abolizione del dazio sul cotone. [..]

da: Il Capitale  Libro III
[..] Il commercio estero, in quanto fa diminuire di prezzo sia gli elementi del capitale costante che i mezzi di sussistenza necessari nei quali si converte il capitale variabile, tende ad accrescere il saggio di profitto, aumentando il saggio del plusvalore e diminuendo il valore del capitale costante. Esercita in generale un' azione in questo senso perché rende possibile un ampliamento della scala di produzione. Da un lato, quindi, accelera l'accumulazione, mentre dall'altro favorisce la diminuzione del capitale variabile rispetto al costante e quindi la caduta del saggio di profitto. Parimenti l'ampliamento del commercio estero che costituiva la base della produzione capitalistica durante la sua infanzia ne diventa un prodotto quando essa comincia a svilupparsi  in conseguenza della necessità intrinseca di questo modo di produzione, del suo bisogno di un mercato sempre più esteso. [..]
da: Il Capitale  Libro III
[..] E' innanzitutto una falsa astrazione considerare una nazione, il cui modo di produzione è fondato sul valore, e per di più organizzata capitalisticamente, come un corpo collettivo che lavora unicamente per i bisogni nazionali. [..]

da: Il Capitale  Libro III, cap.15
- Le tre caratteristiche fondamentali della produzione capitalistica sono:
- 1. La concentrazione in poche mani dei mezzi di produzione, che cessano perciò di apparire come proprietà dei lavoratori diretti e si trasformano in potenze sociali della produzione, anche se in un primo tempo nella forma di proprietà privata dei capitalisti. Questi ultimi sono dei mandatari della società borghese, ma intascano tutti gli utili di tale mandato.
- 2. L'organizzazione sociale del lavoro mediante la cooperazione, la divisione del lavoro e l'unione del lavoro con le scienze naturali.
In seguito alla concentrazione dei mezzi di produzione ed alla organizzazione sociale del lavoro, il modo capitalistico di produzione sopprime, sia pure in forme contrastanti, e la proprietà individuale e il lavoro privato.
- 3. La creazione del mercato mondiale.
- L'enorme forza produttiva in relazione alla popolazione, quale si sviluppa in seno al modo capitalistico di produzione e, quantunque non nella stessa misura, l'aumento dei valori-capitali (non solamente dei loro elementi materiali) che si accrescono molto più rapidamente della popolazione, si trovano in contrasto e con la base per cui lavora questa enorme forza produttiva, che relativamente all'accrescimento della ricchezza diventa sempre più  angusta, e con le condizioni di valorizzazione di questo capitale crescente. Da questo contrasto hanno origine le crisi.

da: Risultati accidentali della dominazione britannica in India, New York Daily Tribune, 878/1853
[..] non dobbiamo dimenticare che quelle idilliche comunità di villaggio, per quanto inoffensive possano sembrare, sono sempre state il solido fondamento del dispotismo orientale, hanno sempre confinato l'intelletto umano in ambito estremamente ristretto, facendone docile strumento della superstizione e schiavo di norme tradizionali, privandolo di ogni grandezza e di ogni energia storica. [..] È vero che l'Inghilterra, nel provocare una rivoluzione sociale nell'Indostan, era mossa dai più bassi interessi ed agiva in modo stupido per raggiungere i suoi fini. Ma non è questo il problema. Il problema è se l'umanità può realizzare il suo destino senza una rivoluzione fondamentale nei rapporti sociali dell'Asia. Se così non fosse, quali che siano stati i delitti dell'Inghilterra, essa e stata uno strumento inconsapevole della storia nel suscitare quella rivoluzione [..] Il problema non è quindi se gli inglesi avevano il diritto di conquistare l'India, ma se dobbiamo preferire l'India conquistata dai turchi, dai persiani, dai russi all'India conquistata dai britannici. L'Inghilterra ha una doppia missione da compiere in India: l'una distruttiva, l'altra rigeneratrice: annullare l'antica società asiatica e posare i fondamenti materiali della società occidentale in Asia. [..]