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- pensiero resistente - movimento comunista internazionale - 07-03-08 - n. 218
La Linke tedesca e il caso simbolico di Christel Wegner
A due anni di distanza dalla sua formazione il partito della Sinistra Europea non sta attraversando un periodo particolarmente esaltante. Alcuni dei più importanti partiti promotori – PCF e Izquierda Unida - sono in netto calo di consensi e stanno vivendo una crisi interna molto seria. Anche Rifondazione non sembra navigare col vento in poppa. Unica eccezione positiva sembra essere la Linke tedesca. Titolare di un forte consenso elettorale, con punte vicine al 30% nelle regioni dell’est e nella capitale, dopo essersi conquistata una consistente rappresentanza parlamentare al Bundestag, si presenta ora in crescita anche nelle elezioni regionali all’ovest. Significativo il notevole risultato ottenuto per la prima volta ad Amburgo.
Eppure lo strappo discriminatorio compiuto nelle scorse settimane dal gruppo dirigente della Linke contro una propria deputata eletta in gennaio nel parlamento regionale della Bassa Sassonia, mostra fino a che punto il tarlo dell’anticomunismo, molto forte in Germania, abbia intaccato anche una forza politica considerata un modello ispiratore dai partiti che due anni fa diedero vita in quel di Berlino al partito della Sinistra Europea ed elessero loro presidente Fausto Bertinotti.
Per evitare malintesi ricordiamo che la Linke, le cui posizioni sui temi della pace e della difesa dei diritti dei lavoratori divergono non poco da quelle desolatamente omologate e filoimperialiste della socialdemocrazia tedesca, è l’unico partito di sinistra che, dopo mezzo secolo, abbia potuto accedere al Bundestag superando lo sbarramento del 5% stabilito da una iniqua legge elettorale. Non a caso nelle competizioni elettorali la Linke ha giustamente ottenuto il sostegno tattico della DKP e di altri gruppi della sinistra anticapitalistica tedesca. Ciò nondimeno l’orizzonte della Linke e il suo futuro politico appaiono invece come scelte sistemiche, cosiddette riformiste, che escludono ogni prospettiva di cambiamento rivoluzionario ed aspirano soltanto a smussare gli aspetti più oltranzisti del neoliberismo lasciando sostanzialmente intatti gli assetti di potere politico ed economico nonché i rapporti di classe tra capitale e lavoro. L’elemento che emerge da queste scelte sono una crescente propensione della Linke ad accreditarsi come forza di governo (lo è già in alcuni landers, tra cui Berlino) il che esige che i dirigenti di matrice PDS si liberino una volta per tutte da ogni residuo dei loro trascorsi comunisti. Tutto questo ha ovviamente un prezzo che la Linke sembra disposta a pagare ad un sistema di potere, come quello tedesco, che sul tema dell’anticomunismo non fa sconti a nessuno.
L’episodio che raccontiamo è un passaggio importante anche per noi poiché cade in una fase molto delicata che vede tre dei quattro partiti della sinistra italiana, che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno, compiere una forzatura estensiva del pur sempre valido concetto di “unita della sinistra”. Rifondazione, Sinistra democratica e Verdi appaiono infatti decisi a sciogliersi e a riunirsi in una nuova entità le cui finalità sembrano proiettate ben oltre i limiti temporali di una coalizione elettorale e il cui punto d’approdo finale, ribadito con toni sempre più incalzanti da Bertinotti, si prefigura come un nuovo partito rossoverde, sdoganato dal comunismo, abbastanza simile a quello della Linke tedesca. Partito che, secondo il pensiero di Mussi, non avrebbe altro sbocco naturale che quello di componente di sinistra del Partito Socialista Europeo e dell’Internazionale Socialista. Il quarto socio di questa eterogenea coalizione Arcobaleno – il PdCI di Diliberto – benché convinto assertore dell’unita a sinistra, appare invece determinato a resistere ad una prospettiva autoliquidatoria e perciò deciso a riprendersi la propria autonomia e i propri simboli dopo le elezioni politiche di aprile, nonché a rilanciare, insieme alla ribadita esigenza dell’ “unità della sinistra”, anche quella non meno importante dell’ ”unità dei comunisti”. L’altro partito comunista, quello diretto da Giordano, sembra invece deciso, con o senza congresso, e con qualche dura anticipazione repressiva contro le minoranze interne contrarie allo scioglimento del partito, a seguire la traiettoria tracciata da Bertinotti fino alle estreme conseguenze. Il che fa temere che anche nella Sinistra Arcobaleno, schierata nel partito della Sinistra Europea, possa crearsi un clima di caccia alle streghe contro i comunisti analogo a quello della Linke.
Il fatto. A gennaio, in Bassa Sassonia, è risultata eletta deputata anche la compagna Christel Wegner, una comunista militante del DKP, inserita nelle proprie liste dalla Linke in quanto dirigente sindacale molto tosta e assai stimata dai lavoratori, che poi l’hanno votata. Il suo partito, il DKP, l’ha festeggiata come prima deputata eletta in un parlamento regionale da quando Adenauer nel 1956, sostenuto dalle truppe di occupazione anglo americane, sciolse e mise fuori legge quel poco che restava, del grande partito comunista tedesco dopo lo sterminio ordinato da Adolf Hitler. Una comunista eletta deputato! Era forse dai tempi della repubblica di Weimar che non succedeva. E cosi Christel Wegner è diventata, suo malgrado, un evento mediatico.
In una intervista televisiva del 14 febbraio scorso questa compagna, che da sessantenne ha vissuto e conosciuto la storia delle due Germanie, non ha esitato a ricordare, alla provocatoria domanda su cosa ne pensasse della Stasi, che tutte le nazioni moderne dispongono di servizi segreti, come a suo tempo la RDT. Ma ha soprattutto ricordato che la RDT non è stata solo Muro e Stasi ma anche diritto al lavoro, alla casa, alla salute, a salari e consumi modesti ma garantiti, ad una scuola non classista aperta a tutti. Da convinta comunista, non ha nemmeno nascosto di voler lottare perché quella forma di “socialdemocrazia realizzata” riesca ad imporsi nel futuro anche nella nuova Germania unificata.
Apriti cielo! Tutta la casta politica tedesca, dai democristiani ai verdi, è insorta contro la Linke accusandola di avere messo nelle proprie liste una pericolosa bolscevica permettendo che venisse eletta deputata. A nulla sono valse le spiegazioni politiche della compagna che si è difesa dal linciaggio invocando il più elementare dei suoi diritti, quello di opinione. E l’inevitabile è accaduto: anziché difendere i diritti di una sua eletta, la Linke ha colto la palla al balzo ed ha immediatamente espulso dal suo gruppo parlamentare questa inossidabile comunista. E la parola “verboten” è riapparsa nel lessico politico. Arcigno ed inflessibile Ulrich Maurer, ex SPD e coordinatore della costruzione della Linke a ovest. Ignorando la sostanza delle pacate risposte date dalla compagna ha sentenziato. “Con chi danneggia la nostra credibilità perché crede che il Muro e la Stasi siano stati una buona cosa, non formiamo un gruppo in comune”.
Siccome questo poco edificante episodio è accaduto nella sezione tedesca del partito della Sinistra Europea, al quale i militanti di Rifondazione risultano iscritti d’ufficio, crediamo ci sia materia su cui riflettere. Non è un mistero che i partiti aderenti alla Sinistra Europea, soprattutto Rifondazione, mostrano di considerare la Linke come un modello cui ispirarsi e non perdono occasione per segnalare le virtù terapeutiche delle scelte compiute dal partito di Gysi e Lafontaine, soprattutto quella di separare la sua nuova identità e le sue prospettive dai valori e dalle nozioni del comunismo passato e presente. Senonchè i contesti politici e storici entro i quali si è formata la Linke tedesca e quella che si sta tentando di costruire in Italia come Sinistra l’Arcobaleno sono profondamente diversi, non confrontabili, né tanto meno assimilabili. Nessuna delle tre componenti che ha dato vita alla Linke tedesca (sinistra sindacale, sinistra socialdemocratica di Lafontaine e PDS di Gysi) hanno avuto bisogno di aggiungere alle tante motivazioni quella del superamento del comunismo poiché la sua negazione era già esplicitamente contemplata nelle premesse ideologiche e politiche di ciascuna delle tre componenti costitutive, PDS incluso. La discussione sul loro attuale orizzonte politico i socialisti dell’est l’hanno ormai chiusa da tempo. Si sono potuti ricostituire nel 1990 nel PDS solo separandosi totalmente dall’esperienza di socialismo realizzato della RDT e tagliando le radici con qualsiasi esperienza comunista riconducibile alla Rivoluzione d’Ottobre. Per Gysi, portavoce del gruppo parlamentare della Linke al Bundestag, in tandem con Lafontaine, “il realsocialismo è giustamente crollato” seppellito dal suo egualitarismo autoritario.
Giudizi cha appaiono piuttosto pesanti pronunciati da un ex comunista come Gysi ma che appaiono coerenti con la storia politica di un paese come la Germania dove la presenza di un partito comunista di massa è stata eliminata dalle SS nei lager nazisti, nei modi che sappiamo, e la cui possibile rinascita all’ovest, nel secondo dopoguerra, è stata impedita con la messa fuori legge dei comunisti e la contestuale ricollocazione nei posti di potere di moltissimi criminali di guerra nazisti. Non a caso il momento della riunificazione delle due Germanie è stata accompagnata da un micidiale bombardamento mediatico anticomunista che ha convinto gran parte dell’immaginario collettivo che si trattasse, non di un nuovo “anschluss” della RDT concordato con Gorbaciov, come in realtà è stato, ma della “liberazione” di un popolo oppresso dal comunismo. Tesi questa che ha fatto proseliti anche fuori dalla Germania. Il discorso di Occhetto alla Bolognina e lo scioglimento del PCI ne è stata la conseguenza più devastante. Non sorprende che l’autore di quella scelta nefasta si sia arruolato oggi nei ranghi della Sinistra Europea.
Non è comunque difficile capire quanto diversa sia in Italia, rispetto alla Germania, la percezione del comunismo vissuto e ricordato, qui a sud delle Alpi, come un grande partito di massa, quello di Gramsci e Togliatti, che più di ogni altro ha dato un contributo inestimabile alla liberazione dal nazifascismo e spianato la strada, con grandi movimenti di lotta, alla grandi conquiste sociali, civili e democratiche, e dato al paese una delle costituzioni socialmente più avanzate d’Europa.
Anche se in molti ci stanno provando sarà assai difficile estirpare dal DNA della sinistra italiana la memoria di cosa ha significato la presenza in Italia di un grande partito comunista di massa. Vale dunque la pena di riprovarci. Lo spazio politico e le motivazioni per farlo non mancano.