L’intervento della Rete dei Comunisti al seminario internazionale di Bruxelles
Innanzitutto salutiamo con interesse e con simpatia la decisione dei compagni brasiliani del PCdoB di dare ad una nuova confederazione sindacale dei lavoratori ritenendo esauriti gli spazi di democrazia e di autonomia dentro la CUT. Questa decisione di costruire i sindacati di base e alternativi a quelli ufficiali, in Italia è stata maturata - sulla base di una analisi concreta della realtà concreta - già negli anni Ottanta.
In Italia infatti dalla fine degli anni ’70 in poi abbiamo assistito ad un violento processo di destrutturazione del mercato del lavoro.
Questo processo è avvenuto prima tra i lavoratori salariati delle grandi fabbriche ed hanno visto la chiusura di interi stabilimenti, una impetuosa delocalizzazione produttiva negli anni Novanta e una riorganizzazione su unità produttive con sempre meno lavoratori occupati in Italia (il 90% delle imprese in Italia ha meno di 10 operai).
La seconda fase della destrutturazione (anni Novanta) si è abbattuta sui lavoratori dei servizi strategici a rete nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nell’energia e nel credito attraverso le privatizzazioni, la flessibilità, le esternalizzazioni.
La terza fase è in corso e si sta abbattendo contro l’ultimo fronte di rigidità della forza lavoro cioè i lavoratori delle amministrazioni pubbliche dove sono stati introdotti precarietà ed esternalizzazioni crescenti.
L’Italia fino ai primi anni ’90 è stata una società con una forte prevalenza dei ceti medi, una prevalenza dovuta al fatto che pezzi consistenti di lavoratori salariati erano stati integrati dentro la condizione materiale e culturale delle classi medie (è sufficiente pensare ai lavoratori dei servizi a rete o del pubblico impiego) e che la borghesia ha utilizzato queste classi medie per isolare e destrutturare i lavoratori salariati dell’industria.
La cooptazione delle classi medie nella modernizzazione del sistema è stata decisiva per la sconfitta degli operai Fiat nel 1980 e per l’abolizione della scala mobile nel 1984/85. L’uso abnorme della spesa pubblica in questo processo di cooptazione sociale di pezzi di lavoro salariato dentro il progetto della modernizzazione capitalista, è stato evidente fino a quando – nel 1992 – il segno della modernizzazione capitalista in Italia ha assunto il carattere aperto del liberismo,delle privatizzazioni, della riduzione della quota di ricchezza destinata al lavoro a tutto vantaggio di profitti e rendite.
Il capitalismo rivela il suo carattere regressivo
La rottura del compromesso sociale in funzione antioperaia, è avvenuta sia sul piano del sistema politico sia sul piano sociale con l’avvio delle misure economiche dettate dai parametri di Maastricht.
Questo processo ha portato al crollo dei salari dei lavoratori italiani (oggi i più bassi d’Europa ad esclusione del Portogallo), ad una spartizione al ribasso della quota del monte salari da dividere in un numero più ampio di lavoratori dovuta alla crescita dell’occupazione attraverso il lavoro precario e intermittente, ad una crescita vertiginosa dei lavoratori morti e feriti sul lavoro (986 morti nel 2007, 1.170 nel 2006), ma soprattutto ha portato al pesante arretramento della quota di ricchezza destinata al lavoro rispetto a quella destinata a profitti e rendite. Secondo alcuni calcoli, siamo tornati ai livelli del 1881, cioè all’Ottocento.
Questa lotta di classe del Capitale contro il Lavoro, ha polverizzato la vecchia mappa sociale fondata sulla prevalenza dei ceti medi ed ha provocato una brusca polarizzazione sociale che presenta tratti di vera e propria proletarizzazione di quote sempre più ampie di lavoratori.
Gli effetti di questa proletarizzazione acuiscono nitidamente il carattere di classe del conflitto sociale e ne aumentano enormemente le potenzialità. Ma questo processo non ha incontrato sulla sua strada né al suo fianco una soggettività comunista e anticapitalista adeguata a coglierne le domande, la rabbia, la voglia di rivalsa, l’insicurezza sociale, al contrario ha trovato invece una soggettività e una sovrastruttura culturale reazionaria (e per molti aspetti fascista, razzista e xenofoba) che ne ha intercettato le spinte, le paure e le rabbiose doglianze.
Oggi i lavoratori e le loro famiglie si trovano apertamente in competizione in termini di salari, di spazio e di usufruibilità dei servizi con i lavoratori migranti e le loro famiglie. E’ una competizione in basso innescata e alimentata dalle politiche di riduzione del monte salari e di taglio e degrado dei servizi sociali, degli alloggi popolari, dei trasporti pubblici.
Questa situazione mostra piuttosto chiaramente il carattere regressivo del capitalismo e lo mostra non solo ai militanti comunisti.
Oggi in Italia il capitalismo sta evidenziando enormemente la contraddizione tra aspettative e realtà.
I giovani lavoratori spesso hanno un livello di istruzione e scolarizzazione elevato, ma il sistema gli mette a disposizione solo lavori sottopagati e al di sotto delle aspettative. Questa situazione non riguarda solo gli operatori del call center o dei servizi sociali, ma anche settori avanzati come i ricercatori scientifici o i giornalisti dove ormai imperversano precarietà e salari irrisori
Per la prima volta dall’Ottocento, ci troviamo di fronte ad una regressione generazionale per cui i nostri figli sono destinati ad avere aspettative ed a vivere in condizioni peggiori della nostra generazione. Si è così interrotto un processo progressivo che aveva visto noi vivere meglio dei nostri genitori, che a loro volta hanno vissuto meglio dei loro genitori e così via. E’ un arretramento visibile e pesante soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato piuttosto che nei paesi della periferia industriale dove, al contrario, sono in corso controtendenze interessanti rispetto ai decenni del liberismo dominante.
La scelta dei comunisti di organizzare i sindacati di base
La destrutturazione del mercato del lavoro, i licenziamenti di molti delegati e la verticale riduzione degli spazi democratici dentro i sindacati ufficiali, hanno fatto sì che in Italia, negli anni ’80 hanno cominciato a sorgere i sindacati di base organizzati da comunisti o da settori più radicali della sinistra.
Questi sindacati di base sono nati lì dove era possibile consolidare una presenza significativa e organizzare settori di lavoratori, in modo particolare nel settore pubblico e nei servizi a rete (trasporti, energia, telecomunicazioni). Più difficile rimane l’organizzazione dei sindacati di base nelle fabbriche ancora attive dove l’agibilità sindacale è più ridotta e il controllo dei sindacati ufficiali convive con quello padronale. Ci sono comunque presenze dei sindacati di base nelle fabbriche del ciclo FIAT e in diverse medie fabbriche della Lombardia e del Piemonte.
Nel 1990, numerosi dirigenti e delegati sindacali della FIM (il sindacato dei metalmeccanici federato alla Cisl, il sindacato cattolico) furono espulsi creando la FLMU e si sono confederati con le RdB (il primo sindacato di base nato in Italia) dando vita alla CUB (Confederazione Unitaria di Base).
In questi mesi, una situazione analoga, con rischio di espulsione o comunque di marginalizzazione dalla CGIL (il sindacato oggi vicino al PD e ieri ai DS), sta investendo alcuni dirigenti e delegati della FIOM, ossia il sindacato dei metalmeccanici federato alla CGIL.
La linea, implicita od esplicitata, secondo cui bisogna lavorare anche nei sindacati “reazionari”, nell’attuale contesto storico – profondamente diverso da quello in cui questa tesi è stata avanzata da Lenin - non ha più lo stesso significato in quanto gli spazi democratici ormai inesistenti bloccano ogni vera dialettica interna che possa realmente modificare la linea collaborazionista dei sindacati ufficiali, non solo, anche la modifica della composizione del mondo del lavoro riduce la rappresentanza stessa dei sindacati storici. In Italia come in Spagna o in Francia il tasso di sindacalizzazione non è affatto alto come nel Nord Europa.
A nostro avviso, per i comunisti oggi la scelta dell’organizzazione e del rafforzamento del sindacalismo di base, indipendente e alternativo a quello concertativo di Cgil Cisl Uil è diventata un progetto strategico. Il problema non è quello di sancire uno “strappo”con un tessuto di compagni e delegati combattivi ancora all’interno dei sindacati ufficiali (per quanto la normalizzazione stia riducendo ferocemente i margini di agibilità democratica e rappresentatività di questi compagni dentro quella realtà). Il problema è quello di prendere atto che i comunisti e i militanti anticapitalisti devono costruire e rafforzare gli strumenti concreti di relazione con i settori di classe nel nostro paese per orientarli ed affrontare in modo organizzato il conflitto sociale. Per troppo tempo i comunisti si sono limitati a fare agitazione politica dentro i sindacati concertativi o si sono fatti assorbire da una interminabile battaglia interna di minoranza che non ha mai portato a livelli reali di organizzazione autonoma sul piano delle lotte. Questa strada non ha prodotto i risultati sperati sul piano sindacale né su quello politico (se molti lavoratori si iscrivono alla Fiom ma poi votano per la Lega vuol dire che la contraddizione c’è tutta).
Al contrario il sindacalismo di base (anche alla luce della prima assemblea nazionale unitaria tra CUB, COBAS e SdL che ci sarà a Milano il prossimo 17 maggio) ha dimostrato di essere una realtà consolidata che in molti casi risponde dall’esigenza di una identità politica e di classe dei lavoratori ancora più chiaramente di quanto abbia saputo fare la “politica” dei partiti della sinistra
In questi anni abbiamo sviluppato una analisi e una inchiesta piuttosto articolata sulla realtà delle aree metropolitane come territorio politico in cui quantità e qualità delle contraddizioni di classe possono trovare una sintesi che fino a ieri era assicurata dalle grandi concentrazioni industriali.
La crescente frammentazione della composizione di classe dei lavoratori, vede assumere nuova e maggiore rilevanza alla questione del salario sociale cioè a quel complesso di servizi, contraddizioni, esigenze che il salario monetario e il rapporto stabile con il luogo di lavoro non assicurano più come prima. I precari, i giovani lavoratori intermittenti e le loro esigenze non trovano più nel posto di lavoro e nel lavoro stesso il luogo e il simbolo della loro identità di classe. La ricomposizione di questa identità sociale frammentata può avvenire sul territorio qualora in esso agisca un “sindacato” capace di organizzare, orientare, dare identità ad una sorta di contrattazione sociale che accompagni quella sul lavoro o la sostituisca qualora questa non abbia la possibilità di esistere. La contrattazione sociale sul diritto alla casa, contro il carovita, per maggiori servizi sociali, può aprire un canale di comunicazione sociale e organizzazioni di interi settori di classe oggi completamente atomizzati dalla destrutturazione del mercato del lavoro.
Per questi motivi e sulla base di questa analisi, sul piano dell’organizzazione concreta del blocco sociale antagonista, viene via via assumendo interesse la sperimentazione sul campo del progetto di una sorta di “sindacato metropolitano”.
Il sindacato come organizzazione dei lavoratori
Infine, ci sembra importante segnalare come le esperienze del sindacalismo di base in Italia stiano cercando di far crescere il livello di coordinamento internazionale con altri sindacati e altri lavoratori. Dalle conferenze regionali organizzate dal PAME alle riunioni della FSM, alle relazioni sorte con i sindacati più vicini o interni ai movimenti sociali anticapitalisti in vari paesi europei ed extraeuropei.
Ma soprattutto l’esistenza dei sindacati di base e la loro capacità di azione autonoma, hanno reso possibile che nel 1999 (Jugoslavia) e nel 2003 (Iraq) siano stati convocati degli scioperi generali dei lavoratori contro la guerra, così come avvenuto in momenti politici significativi nel nostro paese come a Genova nel 2001 o contro la repressione del movimento popolare in Val di Susa nel 2005.
I sindacati ufficiali non hanno mai voluto convocare scioperi contro la guerra (quella in Jugoslavia l’hanno addirittura condivisa) ed anche le correnti più avanzate nei sindacati ufficiali non hanno potuto convocare gli scioperi quando la situazione lo richiedeva.
Il sindacato – pur essendo ed agendo in contesti diversi - rimane uno strumento di organizzazione e di relazione importante tra i comunisti e i lavoratori, soprattutto se – anche nelle condizioni di una profonda frammentazione di classe come quella attuale – contribuisce a mantenere o ridare identità di classe e non solo obiettivi economici ai lavoratori stessi.
La Rete dei Comunisti (Italia)