www.resistenze.org
- pensiero resistente - movimento comunista internazionale - 30-01-12 - n. 394
da http://www.solidnet.org/lebanon-lebanese-communist-party/2316-13-imcwp-contribution-of-lebanese-communist-party-en-ar
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
13° IMCWP - Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai - Atene 9-11/12/2011
Contributo del Partito Comunista Libanese
Intervento di Marie Nassif Debs, Vice Presidente del Partito Comunista Libanese e Segretario della Commissione Affari esteri
I popoli dei paesi nel mondo hanno deciso che è giunto il momento di affrontare l'imperialismo, nonostante gli ideologi del capitalismo si sforzino da più di due decenni, in parte terrorizzando e in parte offrendo miseria, di persuaderli del fatto che l'evoluzione storica della società si è conclusa con il sistema capitalista e che il socialismo non sia altro che un'utopia troppo irrealistica, impossibile da raggiungere o realizzare.
I popoli del mondo hanno abbattuto le sbarre della grande prigione in cui vivevano e sono scesi nelle strade per chiedere il cambiamento. Le strade e le piazze da Atene a Parigi, Roma, Madrid e Lisbona sono state riempite da masse popolari, seguite ben presto dalle piazze e dalle strade della Tunisia e del Cairo, per poi riversarsi ancora una volta su Wall Street a New York e St Paul a Londra.
Milioni di persone, dai diversi retroterra culturali, ideologici e di classe, scendono in piazza ogni giorno, ciascuno a suo modo, chiedendo il cambiamento e chiedendo la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. L'elemento preminente in tutti questi movimenti è che la classe operaia, in tutte le sue diversità, incluse quelle erroneamente presentate come "classi medie", in collaborazione con i contadini poveri specialmente nei paesi in via di sviluppo, è all'avanguardia di questi movimenti.
Stiamo vivendo oggi una nuova era. Un'era di sommosse e rivoluzioni provenienti dalle fabbriche e dalle campagne, ma anche da altri settori della produzione e dell'educazione. Questi movimenti s'incrociano con altre forme di resistenza, come quelle dei popoli contro i loro occupanti e in testa alle quali c'è la lotta armata in Palestina, Libano e Iraq, ancora oggi lato esemplare di queste lotte.
E' anche un'epoca di vittorie, in cui a mani nude ci si è opposti agli strumenti di distruzione lanciando un grido che si diffonde in tutto il mondo: i popoli vogliono abbattere il sistema capitalista.
Infine, è l'epoca degli emarginati, che vanno da coloro che muoiono di fame in Africa ai disoccupati in tutto il mondo, la maggior parte dei quali è composta da giovani da poco entrati nel mercato del lavoro. E' anche l'epoca delle donne, ancora sottoposte alle peggiori forme di sfruttamento, inclusa la violenza e discriminazione in ogni ambito.
Questa visione non è semplicemente basata su ciò che usiamo definire ottimismo storico, sull'inevitabile comparsa del comunismo. Questo quadro, in effetti, non è fuori del regno della realtà. Noi tutti riconosciamo che l'imperialismo non si arrende facilmente e senza combattere. Noi tutti riconosciamo che l'imperialismo ricorrere alle guerre, ai conflitti e alla guerra preventiva. Noi tutti ammettiamo che l'imperialismo combatterà il proletariato e i popoli che intendono liberarsi; in altre parole, l'imperialismo continuerà la sua strategia del caos creativo ed i tentativi di fabbricare l'odio e la paura irrazionale verso il comunismo, con l'intento di distogliere da sé l'attenzione dei popoli e allontanarla dalla vera causa e radice della sofferenza umana, il capitalismo.
La situazione araba fornisce un'indicazione di tale politica.
Dopo il successo della rivolta degli operai e dei poveri in Tunisia e il crollo della dittatura, sulla scia della caduta del faraone d'Egitto, l'imperialismo a guida statunitense ha cercato di riprendere in fretta l'iniziativa per soffocare queste due giovani rivoluzioni e impedire loro di progredire verso il cambiamento.
L'imperialismo ha prima beneficiato dei crimini commessi dal regime di Gheddafi e poi della rivolta in Libia, al fine di invadere il paese e distruggere lo stato e sostituirne la dirigenza con un connubio tra vecchio regime e forze islamiche reazionarie. L'imperialismo è convinto che tale miscela garantirà i propri interessi soprattutto su due fronti importanti nel suo piano di pieno controllo del continente africano: 1) Controllo dei pozzi petroliferi e dei bacini estrattivi esistenti, apertura di nuovi campi nel deserto libico; 2) Ulteriori tentativi di nuova spartizione del continente africano (a partire dal Nord Africa) sotto il comando di AFRICOM e segnando così una seconda vittoria dopo la divisione del Sudan.
L'imperialismo ha beneficiato anche del pieno controllo dei regimi arabi ufficiali e dei paesi del Consiglio per la Cooperazione del Golfo (CCG), per indirizzarli su diversi fronti tra cui: 1) Prevenire la caduta dello Yemen e la vittoria della rivolta locale; 2) Incoraggiare e orientare gli sviluppi in Tunisia ed Egitto nella direzione di un'alleanza tra le forze islamiche e le forze armate; 3) Reprimere la rivolta in Bahrain; 4) Infiammare il conflitto confessionale nei vari paesi arabi a partire dall'Iraq dove è in atto il tentativo di creare ghetti e regioni confessionali, e in Siria, dove sta beneficiando dei gravi errori del regime per spingere verso la guerra civile in cooperazione e collusione con i regimi turco e giordano.
In questo contesto, dovrebbe essere riconosciuto il nuovo compito assegnato alla Turchia. La Turchia è ora la punta di lancia dell'imperialismo nel mondo arabo e in Medio Oriente, usata per andare in soccorso del progetto per un "Nuovo Medio Oriente", che come tutti noi sappiamo ha lo scopo di conquistare le risorse di petrolio e gas naturale nella regione (tra cui il triangolo di mare tra Palestina, Libano e Cipro), le acque e i canali e le zone a rilevanza geostrategica nel mondo arabo.
Lo studio effettuato qualche anno fa dalla Commissione affari esteri del Partito Comunista Libanese ha messo in risalto il ruolo emergente della Turchia, di cui si trova conferma nel libro di Shimon Perez del 1993 - che parla appunto di ruolo militare per la Turchia - e nel libro di Daoud Oglu, ministro degli Esteri turco, che si basa sulla tesi di Brzezinski del ruolo cruciale dell'Eurasia e dell'importanza di un suo controllo impedendone l'unione. Mentre alcuni arabi hanno ingenuamente gioito per la posizione turca sul massacro israeliano della Freedom Flottilla, ritenuta una posizione di contrasto al progetto israelo-statunitense, gli eventi di oggi confermano quanto segue:
Lo spostamento del quartier generale della NATO a Izmir in Turchia, mira a rafforzare il controllo della nostra regione e a raggiungere i confini della Russia, per completare il suo blocco, così come per risistemare la situazione in Pakistan. L'imperialismo statunitense si basa ancora sulla forza bruta per assicurare i propri interessi. Ora sembra proprio che stia aumentando la sua forza attraverso l'"Islam politico" - chiamato Islam moderato - con al suo interno le forze che hanno giocato un ruolo nell'abbattimento dell'Unione Sovietica e nella sua sconfitta in Afghanistan (dove ora gli Stati Uniti detengono una base militare). Tutto ciò dimostra come l'imperialismo americano non si arrenda facilmente, tanto più che con la firma del trattato di pace con l'Iraq non ha raggiunto l'accordo atteso e che non è riuscito (attraverso il comando militare egiziano) a porre fine alla rivoluzione egiziana, che due mesi fa quasi metteva fine al trattato di Camp David. Vanno inoltre riconosciuti i progressi ottenuti dalla causa del popolo palestinese non solo in sede UNESCO, ma soprattutto nel maggiore sostegno mondiale a questo popolo e alla sua giusta causa, al diritto al ritorno nel proprio paese e alla creazione di uno stato indipendente con Gerusalemme come capitale.
Tutto questo ci porta a concludere che il futuro della nostra regione può subire cambiamenti più radicali di quelli derivanti dai colpi militari che hanno avuto luogo nella regione a metà del secolo scorso, sulla scia della resa dei regimi ufficiali arabi allo stupro e al saccheggio della Palestina. Se questo cambiamento radicale si materializzerà, porterà indubbiamente ad un recupero delle nostre prerogative nazionali in tema di ricchezza e processo di accumulazione di questa ricchezza (e della sua allocazione), che a sua volta permetterà un cambiamento radicale nello sviluppo del mondo arabo su una linea di rottura della dipendenza dei modi di produzione propri dell'imperialismo.
In questi termini si vede che il Forum della sinistra araba, da noi lanciato più di un anno fa e tre mesi prima lo scoppio della rivoluzione tunisina, costituisce un inizio per creare le condizioni necessarie a produrre un reale cambiamento, attraverso la formazione di fronti da parte dei poteri rivoluzionari. Tuttavia ci sono chiare anche le difficoltà da affrontare, soprattutto riguardo ai problemi interni alle forze del cambiamento in ogni singolo paese, oltre alla sfida rappresentata dalla scrittura di un programma comune di cambiamento e l'identificazione e lo sviluppo degli strumenti e della piattaforma per attuarlo. Il Partito Comunista Libanese, sin dal terzo congresso del 1972, ha posto l'accento sul rapporto dialettico tra le condizioni soggettive per il cambiamento e i requisiti e le condizioni regionali per questo cambiamento. In quell'occasione abbiamo anche sottolineato l'importanza del fattore regionale (in particolare di quello arabo) che ha portato a una sconfitta del programma del movimento nazionale libanese per il cambiamento, movimento che esercitava il controllo sulla maggior parte del territorio libanese e che allora godeva del sostegno della maggioranza del popolo libanese. Siamo ugualmente consapevoli dell'importanza della lotta per sconfiggere una volta per tutte il progetto del Nuovo Medio Oriente, sia attraverso la sconfitta dei suoi piani di divisione settaria, o attraverso la realizzazione di progressi della causa palestinese, che vediamo ancora come ragione centrale di lotta e mobilitazione per la liberazione araba e come piattaforma attraverso cui apportare un reale e vittorioso cambiamento nella nostra regione.
Questi due ruoli, nazionale e regionale, che le forze del cambiamento devono sempre considerare, attraverso l'adozione definitiva di un programma con un'agenda sia nazionale che sociale, formano le due facce della lotta della classe operaia e dei partiti comunista. Questi due ruoli si possono completare solo attraverso movimenti simili in tutto il nostro pianeta. E' in questo contesto che chiediamo la rivisitazione dell'importante slogan che una volta abbiamo presentato, vale a dire l'importanza dell'integrazione tra il movimento operaio e sindacale mondiale e i movimenti di liberazione nazionale (compreso l'odierno movimento contro la globalizzazione capitalista). Non dovremmo essere soddisfatti di quanto proposto durante il nostro dodicesimo incontro a Tijuana rispetto alla dovuta attenzione da dare al ruolo delle organizzazioni internazionaliste (nel campo sindacale, dei giovani e delle donne, oltre che al congresso internazionale della pace). In realtà dovremmo cercare sviluppare forme nuove e disponibili per sfruttare sia i movimenti organizzati che spontanei in atto nel mondo, facendo sì che adottino rivendicazioni più radicali, al fine di renderli maggiormente in grado di respingere gli attacchi e, infine, con lo scopo di sviluppare la lotta ideologica di pari passo con le altre forme di lotta.
Lo slogan che presentiamo oggi è "Il socialismo è il futuro", motto che non può essere realizzato ideologicamente e politicamente senza lo sviluppo di nuove forme di cooperazione, le quali dovrebbero creare una reazione a catena, con il risultato ultimo di porre fine una volta per tutte all'imperialismo, alle sue crisi continue e alla sua forte natura aggressiva.
http://www.lcparty.org, lcparty@lcparty.org
|
|
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|