www.resistenze.org - pensiero resistente - movimento comunista internazionale - 10-04-12 - n. 404

da Partito Comunista del Messico - www.comunistas-mexicanos.org/index.php?option=com_content&view=article&id=880:cuestiones-de-estrategia-del-movimiento-comunista-en-america-latina&catid=3:partido-comunista-de-mexico
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Questioni strategiche del movimento comunista in Sud America
 
Cosa c'è all'ordine del giorno in America Latina?
 
Relazione presentata a nome del PC del Messico al Seminario Internazionale del PC Brasiliano da Diego Torres, secondo segretario del Comitato centrale dell'Ufficio Politico del PCM
 
03/04/2012
 
Cari compagni,
 
Per noi è un grande onore festeggiare con i fratelli della nostra classe i 90 anni d'esistenza del Partito Comunista Brasiliano e in questo contesto partecipare al seminario internazionale "Capitalismo: l'offensiva imperialista e lotta per il socialismo".
 
La crisi si approfondisce
 
Il contesto generale rimane senza dubbio lo sviluppo della crisi di sovra-accumulazione e il suo aggravamento. Negli ultimi mesi abbiamo assistito con maggiore chiarezza a due dei sintomi più gravi. Il collasso sociale, che si può rilevare in modo evidente in tutta Europa, soprattutto in Grecia, Spagna, Irlanda, la regione del Baltico e così via. E le crescenti tensioni belliche tra i centri imperialisti, soprattutto in Medio Oriente, in particolare nella pericolosa lotta per il controllo dei flussi di gas che comincia a liberarsi sul terreno di Siria e Iran.
 
Nella nostra regione ora più che mai negli ultimi due anni vengono annunciati dati per negare il peggioramento della crisi da parte delle agenzie di statistica governative, dei circoli accademici e dei mezzi di comunicazione. Questi dati si riferiscono a periodi molto brevi (da un mese a tre mesi, per periodi isolati del 2010 o dell'inizio del 2011, a seconda del paese) durante i quali sembrano risalire gli indici della produzione industriale, dell'occupazione, del salario nominale, mentre si ridurrebbe l'inflazione e così via. Si proclama avventatamente la "fine della crisi", il "carattere esclusivamente straniero della crisi", lo "scudo anti-crisi" ed altre espressioni analoghe, al fine di confondere sulle vere dimensioni e sulla percezione di ciò che viviamo. Queste espressioni sostengono apertamente l'idea che ciò che occorre è una gestione alternativa nel quadro del capitalismo.
 
In maniera separata in analisi precedenti e in modo congiunto negli articoli della prima edizione della Rivista Comunista Internazionale, una serie di partiti comunisti hanno affrontato la natura della crisi rigettando le posizioni che riducono la crisi a un problema di gestione neoliberista e allertato la nostra classe sul carattere di crisi generale del modo di produzione e sulla sua prevedibile lunga durata. In merito ai dati ottimisti che si utilizzano per l'America Latina dobbiamo chiarire alcune cose.
 
In primo luogo i dati che si riferiscono al breve periodo da soli non dimostrano che si è rimontata la debacle del primo impatto della crisi di fronte ai dati recessivi dell'anno precedente (nel caso del Brasile l'economia ha smesso di crescere tra luglio e settembre 2011 e stiamo parlando di uno dei paesi che ha evitato per maggior tempo questo fenomeno). La stagnazione del 2010 e la "crescita" del 6% nel corso del 2011 non rimontano il crollo del 16% relativo al 2008-2009 e i primi dati per il 2012 non sono migliori. In termini di PIL, l'aumento medio del 5,9% del 2010 non sosterrà la peggior performance in 70 anni relativa al biennio precedente e svanisce completamente incontrando i nuovi sintomi recessivi. Questo è il comportamento della crisi capitalistica, ci possono essere brevi periodi di debole ripresa prima che la curva torni ad invertirsi con maggiore gravità. Se mi si consente l'espressione, questa oscillazione negativa trascina gli operai e gli strati oppressi in una miseria ancora più miserabile.
 
In secondo luogo nel mezzo della crisi ciò che cercano i monopoli è uno sbocco per i loro capitali stagnanti: in tutto il mondo sono alla ricerca di mercati, materie prime, azioni di borsa, settori economici, ecc., che gli consentano la possibilità di trasformare i loro soldi in capitale attivo, di assorbire profitti nell'attesa della rovina della concorrenza. Tutti i meccanismi a portata di mano sono stati utilizzati in questo periodo nella nostra regione: trasferimento di titoli, fusioni e acquisizioni d'imprese, flussi di IDE (Investimenti Diretti Esteri), prestiti, crediti d'"aiuto finanziario", "salvataggi" d'imprese, ecc.
 
L'America Latina e i Caraibi sono la regione dove gli IDE sono cresciuti di più nel 2010 (15-25%), a scapito dei paesi industrializzati in cui hanno registrato una regressione (-1%). Tutto ciò spiega la debole ripresa di due anni fa - insistiamo sulla debolezza, nel caso del Messico ci sarebbero voluti altri due anni di questo flusso insostenibile per eguagliare il record d'investimenti ricevuti prima del 2009. Questi capitali vengono trasformati in nuovi impianti, uffici, unità produttive, etc. In questo modo la regione ha registrato un aumento nella produzione del 13%, mentre nello stesso periodo le economie sviluppate hanno registrato un aumento dell'8%. Ma allo stesso tempo ciò apre la strada ad una seconda e più profonda fase della crisi. Gli investimenti in Sud America sono prevalentemente sulle risorse naturali (il 43% dei flussi IDE verso la regione sono confluiti verso la zona che realizza il 31% della produzione mondiale di biocarburanti, il 48% verso la soia, il 47% in rame e il 31% verso la carne), mentre in Messico, America Centrale e nei Caraibi nella manifatturiera (il 54% nel caso del Messico, si rivolge per lo più al settore aerospaziale, agroalimentare, automotrici, dispositivi medici, elettrici, elettronica, energia in quest'ordine), in entrambi i casi, al fine di rifornire il mercato internazionale.
 
Questo flusso rafforza il ruolo assegnato a questi paesi nella divisione internazionale del mercato, rafforza l'interdipendenza di queste economie sia rispetto all'economie dove si trasferisce il capitale sia rispetto all'economie dove si realizza, si consuma, il prodotto di questi investimenti. Come si vede, il capitale è aggrovigliato, reindirizza capitali dai centri di produzione principali ai nostri paesi, ma costituisce solo una soluzione temporanea per la prossima debacle nella regione che sopraggiungerà in quanto la nuova produzione si troverà di fronte alla bassa domanda nei mercati di Europa e Asia.
 
In terzo luogo, questi trasferimenti di capitale non sono casuali. I capitalisti sono spinti dalla legge assoluta del massimo profitto. Dire che ci sono condizioni attraenti nella nostra regione vuol dire adottare misure per scaricare i costi della crisi sui lavoratori. Per noi non può costituire motivo di gioia che i capitalisti del Brasile mantengano i loro profitti nei biocarburanti, quando ciò è direttamente collegato all'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, che si traduce in 53 milioni di esseri umani nella nostra regione che non hanno il livello minimo di proteine, si traduce nel fatto che i poveri devono spendere il 70% del loro budget solo per il cibo, con il conseguente aumento della malnutrizione infantile con terribili diete senza carboidrati, ecc. In Messico la capacità di attrarre capitali non può costituire motivo di gioia se ciò significa l'abbattimento massiccio dei salari e l'assenza di prestazioni previdenziali per la stragrande maggioranza dei giovani.
 
Tutto questo per dire, che in America Latina, nonostante i trucchi statistici, non abbiamo ancora visto la fine della crisi capitalista. E da qui che eleviamo le nostre principali questioni strategiche.
 
La questione fondamentale
 
Non è un problema di tattica, ma di strategia. Per definire, non le manovre e il collegamento delle lotte che spontaneamente ci troviamo di fronte, ma in quale direzione deve dirigersi l'azione principale della nostra classe, che orientamento devono avere i compiti dei nostri Partiti nell'attuale periodo.
 
In America Latina questo si relaziona al saper individuare il nemico: la borghesia. Diciamo questo perché nell'ultimo decennio, sembra che ci sia una stagnazione teorica riguardo la visione che ci siano due sezioni della borghesia: una borghesia pro-imperialista, redditiera, reazionaria, e così via, alla quale si oppone una borghesia nazionale, progressiva, ecc.
 
In merito abbiamo studiato con attenzione le teorie circa la cosiddetta "svolta progressista" in America Latina, in particolare i casi paradigmatici di Lucio Gutierrez e di Lula in Brasile. In queste gestioni del capitalismo, promosse come "alternative", da un lato vengono mobilitate risorse per stimolare i profitti delle imprese con sede nel paese, mentre una serie di concessioni vengono date alla classe operaia in cambio della dissoluzione e sottomissione delle loro organizzazioni di classe. Il risultato di questa gestione è che, dopo aver completato la loro missione, la classe operaia si ritrova senza un'organizzazione indipendente contro una borghesia notevolmente rafforzata in uno scenario in cui il debito pubblico si traduce in immediati tagli di tutte le "concessioni".
 
Cercando di rompere con il precedente governo, ci sono compagni che aumentano il sostegno a coalizioni con tali governi espressioni della borghesia nazionale, come una fase di "liberazione nazionale", di scontro anti-coloniale contro l'imperialismo degli Stati Uniti. Preghiamo i compagni di riflettere seriamente su questo, alla luce dei nostri strumenti scientifici. Per caso l'imperialismo si riduce a uno solo dei suoi centri, gli Stati Uniti? Veramente esiste uno strato della borghesia, con interessi separati dall'imperialismo? Non è questo piuttosto un fenomeno che corrispondeva con il periodo in cui si conservavano le caratteristiche del mercantilismo? Epoca che teoricamente poteva "estendersi" fino ai primi decenni del secolo scorso per l'America Latina.
 
Non solo si dovrebbero rivedere i dati e i fenomeni che giustificano questo approccio, ma bisogna osservare quali sono i limiti di tali approssimazioni presentate come tattica. Tutti i processi di liberazione nazionale in Africa, Asia e America che non riguardano da vicino la questione della presa del potere da parte della classe operaia sono diventate uno strumento del potere borghese per decenni, per il suo sviluppo, in linea con uno o un altro centro imperialista. Il che ci porta a dedurre che esiste o il Potere Borghese o il Potere Operaio, che non esiste altro tra i due poli contrapposti e che la questione della dualità del potere si verifica in momenti rivoluzionari molto brevi, non come strategia prolungata.
 
In una certa misura, esistono eccezioni nel "quadro progressista" come nel caso della Repubblica Bolivariana del Venezuela, della Bolivia e dell'Ecuador, che costituiscono fattibili scenari d'intervento, dove le forze di classe si possono organizzare e preparare per un futuro scontro decisivo con la borghesia. Ma come da noi, il nemico interviene lì, in quanto le condizioni più favorevoli non hanno modificato la natura di classe dello Stato. Questi scenari d'intervento sono soggetti a pressioni e correlazioni, come innegabilmente si vede nel caso dei compagni arrestati delle FARC in Venezuela sotto la pressione della Colombia, l'UE e gli USA.
 
In Messico sicuramente non si configura uno scenario identico o simile a quello Bolivariano. Molte delle misure adottate in quei paesi per sviluppare il mercato interno, come l'espropriazione petrolifera, la gestione keynesiana, l'impulso al consumo popolare, l'istituzione di un ampio settore pubblico, una riforma agraria, ecc., nel nostro paese sono già passate e rappresentano di fatto tappe già superate nello sviluppo capitalistico. Non si tratterebbe di misure progressiste, ma in realtà reazionarie, per girare la ruota della storia economica all'indietro.
 
La borghesia completamente sviluppata in Messico non è interessata, per molte ragioni, ad un'alleanza con la classe operaia e dei contadini contro l'imperialismo. In realtà procede in modo del tutto opposto.
 
In mezzo alla crisi, grazie alla sua offensiva, la borghesia nel nostro paese ha lucrato favolosi profitti. La borghesia ha sferrato le forze di polizia e militari per cancellare il diritto di sciopero contro minatori, insegnanti, elettricisti, piloti e assistenti di volo, ecc. Con la sottomissione dei sindacati maggiori sono stati in grado di applicare senza una risposta organizzata, una linea che comprende il crudele licenziamento di mezzo milione di lavoratori, il saccheggio della pensione, l'attuazione di licenziamenti senza alcuna responsabilità per il padrone, la beffa di tutti i diritti dei lavoratori con la legalizzazione del lavoro esternalizzato, ecc.
 
Su questa linea di sacrificio per la classe operaia si trovano d'accordo tutte le forze politiche borghesi, tutte le forze rappresentate in parlamento, sia liberali che socialdemocratiche del nostro paese.
 
Senza denunciare il responsabile di tutto questo, senza denunciare i rapporti capitalistici di sfruttamento, il PRD (Partito della Rivoluzione Democratica) di Lopez Obrador, si trova a predicare la versione che è perfettamente possibile raggiungere un accordo con la classe padronale sulla base del quale "per amore" aumenteranno i salari, e i lavoratori "con amore" si sottometteranno ai loro dettami. Tutti i problemi del popolo sono colpa del governo conservatore di turno. Da un lato fanno timide denunce del NAFTA (Trattato di Libero Commercio del Nord America) e dall'altro lato si accordano per la sua salvaguardia di fronte all'ambasciatore USA in Messico. Il colmo è che mentre attribuisce tutte le colpe alla gestione neoliberista, Obrador non può nemmeno avanzare una gestione alternativa perché la sua proposta di governo [le elezioni generali si terranno nel luglio 2012, ndr] include il promotore neoliberale della privatizzazione nei settori dell'istruzione, il promotore neo-liberale della "tolleranza zero" nella sicurezza e direttamente un noto oligarca per l'economia.
 
Per coloro che non sono convinti di ciò che diciamo, come il PRD sia promotore della conciliazione di classe e della cancellazione della sua lotta, è possibile ascoltarlo direttamente dalla voce di Lopez Obrador nell'intervista al quotidiano La Jornada, il 14 febbraio. Egli ammette apertamente che si è organizzata sotto la sua istruzione, il quadro di riforme per evitare che il movimento esca fuori dal quadro istituzionale. Nella stessa intervista si rammarica del fatto che la ribellione in Egitto abbia assunto forme violente che sono "servite solo per impiantare una giunta militare", su questo i comunisti rispondono che la violenza della lotta di classe è la levatrice dei popoli e che ad essa, dai trionfi ottenuti quando gli oppressi spezzano le loro catene, si devono tutti i progressi sociali e le conquiste dei nostri popoli.
 
Se tuttavia i comunisti messicani insistessero in ogni modo per tenere un'alleanza con la nostra borghesia nazionale contro l'imperialismo come fase che precede la lotta per il socialismo, onestamente avremmo da chiedere: quale borghesia nazionale? Quella che monopolizza con 157 milioni di dollari il gruppo Claro e il gruppo Bimbo in Paraguay? Quella che mediante 716 milioni dollari dell'imbottigliatore Arca, telefonia Claro, Mabe e altre, sfrutta i lavoratori in Ecuador? Quella che uccide i minatori in Perù? Quella che si aggiunge alla crociata contro il Venezuela bolivariano per difendere gli interessi di Cemex e Bimbo? In sintesi, lottiamo per far si che la nostra borghesia imperialista diventi più forte?
 
Messico, pienamente integrato nelle relazioni imperialiste
 
Il capitale in Messico è completamente inserito all'interno dei rapporti imperialistici, praticamente non esiste caratteristica del mercato interno o esterno, che non sia vincolata da innumerevoli legami al sistema imperialista mondiale.
 
Una caratteristica principale della fase imperialista dello sviluppo capitalistico, come definito da Lenin, è l'esportazione di capitali che, non solo esiste, ma diventa più forte. Dal gennaio 1995 al dicembre 1997 il trasferimento di attività da parte di imprese e cittadini messicani all'estero ammonta a 6 miliardi e 551,6 milioni di dollari. Per fare un confronto, per ogni dollaro di capitale esportato dal Messico tra il 1995 e il 1997, sono esportati 9 dollari tra il gennaio 2007 e dicembre 2009. L'ammontare del capitale trasferito all'estero, in quei tre anni è stato di poco superiore all'ingresso di nuovi investimenti stranieri nei sei anni precedenti, che erano di 56 miliardi e 173,5 milioni di dollari secondo la Banca del Messico. Nel 2010 è diventato il secondo maggiore beneficiario di investimenti esteri, secondo solo al Brasile e si è collocato come il paese latino con più investimenti all'estero, con una quota dell'81%, seguito dal Brasile. La borghesia messicana solo nell'ultimo anno, ha investito 53 miliardi e 185 milioni di dollari in America Latina e nei Caraibi per lo sfruttamento dei loro lavoratori e dei loro popoli in generale.
 
E' chiaro che con il grado di concentrazione e centralizzazione si può parlare senza far errori e di fatto senza novità, della costituzione dei monopoli. Nel 2003 le 500 maggiori imprese del paese hanno concentrato il 28,4% della forza lavoro. 100 imprenditori (che rappresentano meno dello 0,0001% della popolazione) avevano in mano 149 di queste aziende, controllando il 43% del PIL del Messico, spostando 4 su 10 pesos nell'economia messicana. Per esempio, 3 delle società di telecomunicazioni della telefonia cellulare concentrano il 99% dello spettro disponibile; nell'industria alimentare quattro imprese rappresentano il 74,7% del totale delle vendite; nel settore automobilistico negli ultimi 10 anni il 2% delle imprese concentrano il 75% della produzione; nel servizio della banda larga di Internet una sola azienda controlla 4/5 del mercato; le linee ferroviarie che sopravvivono sono controllate da due società; delle 37.500 mila aziende messicane che commerciano con l'estero solo 400 generano oltre l'80% delle esportazioni. Non si tratta di casi isolati.
 
Per formalizzare la privatizzazione del sistema bancario nel 1992 si accelererò la fusione del capitale bancario e industriale e la formazione di gruppi finanziari in Messico, è chiaro che in Messico esiste e domina il capitale finanziario. Rapidamente 131 gruppi passarono a controllare il 100% della banca commerciale, il 98% del mercato azionario, l'85% delle locazioni, il 78,9% dell'attività di factoring, il 50% del mercato assicurativo e il 48% delle associazioni d'investimento. Di fatto 4 colossi bancari esercitano il dominio sull'83% del mercato, attraversando con i propri tentacoli innumerevoli operazioni industriali e commerciali.
 
Possono caratterizzarsi in altro modo i rapporti di produzione in Messico?
 
Alcune forze analizzano in altro modo lo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici in Messico, basandosi su caratteristiche di natura secondaria. Per esempio non giudicano capitalista il dominio che esercita la borghesia su questi enormi mezzi in virtù del modo con cui si appropriano degli stessi, negano il loro carattere per trattarli diversamente. Già lo stesso Marx aveva spiegato il ruolo dell'accumulazione primitiva nella formazione del capitale e come questo processo di fatto si ripete costantemente. Indipendentemente dalla modalità d'appropriazione questo capitale viene utilizzato in un processo d'accumulazione: accumulazione che inoltre viene eseguita con la concentrazione e centralizzazione che consente il dominio sul mercato da parte dei monopoli.
 
Per quanto riguarda le forze politiche borghesi, a secondo delle loro tattiche, alcuni supportano e altri negano la realtà della piena integrazione del Messico nelle relazioni imperialiste. Coloro che cercano di nasconderlo esprimono confusamente come argomentazione, l'esistenza ancora di un ampio strato piccolo borghese e un numero impressionante di piccole e medie imprese. La teoria marxista spiega come le piccole e medie imprese giochino un ruolo all'interno del capitalismo, come pionieri del progresso tecnologico, aprendo spazi in nuovi mercati e in nuovi rami, ruolo che successivamente viene distrutto dalla costante crescita del tasso di produzione e dalla composizione organica del capitale. Le piccole e medie imprese sono costantemente spazzate via dalla crisi in questo paese, funzionando da ammortizzatore per la disoccupazione che ogni volta si contrae di più. Le statistiche mostrano come di ramo in ramo, la piccola produzione passa anch'essa ad esser concentrata e lentamente, con progressi e battute d'arresto, una quota crescente della piccola borghesia si proletarizza. Ad esempio i negozi self-service, in meno di un decennio, sono dominati da Femsa-Oxxo, gli stabilimenti alimentari sono anch'essi in un chiaro processo per convertirsi in un'industria organizzata.
 
Non approfondiamo le teorie di altre forze politiche che parlano del carattere feudale della struttura economica del nostro paese. E' chiaro che ci possono essere regioni e singoli casi in cui si combinano forme più retrograde di rapporti di produzione. Ciò non pregiudica il carattere generale, come aveva spiegato Marx nei Grundrisse e in molte lettere.
 
Dipendenza e interdipendenza
 
Un'altra caratteristica dell'imperialismo è la formazione di associazioni imperialiste internazionali. Il capitale del Messico è strutturato nel quadro di questi accordi e partenariati. In particolar modo è il caso del NAFTA (Trattato di Libero Commercio del Nord-America), con il suo correlato politico-militare che è il Plan Merida (piano americano per combattere il narcotraffico) e il NAFTA plus. Oltre l'80% delle esportazioni totali nel 2008 del Messico sono destinate agli Stati Uniti, nello stesso modo che dagli Stati Uniti il Messico ottiene il 74,8% delle importazioni.
 
Si può parlare di una situazione di colonia o dipendenza?
 
Quelli che lo affermano solitamente insistono sul fenomeno della divisione territoriale del mondo sotto l'imperialismo, per sostenere che il Messico è una colonia degli Stati Uniti, aggiungendo a questo concetto che la proprietà una volta controllata dallo Stato che serviva alla borghesia è stata " privatizzata", parlano di una consegna da parte della borghesia nazionale a quella straniera.
 
Tutto questo è inesatto, inficiato da parecchi errori concettuali, da cui deriva una strategia, tattica e una politica d'alleanze.
 
In primo luogo, nella piramide imperialista sono complementari le economie che occupano una posizione dominante, intermedia e inferiore. Così come previsto nel NAFTA, per gli Stati Uniti nel 2008 il Messico è stata la seconda destinazione delle esportazioni e la terza più grande fonte d'importazioni. Per mantenere in piedi la sua economia gli Stati Uniti dipendono dalle importazioni di petrolio di quasi 1/5 di ciò che esporta il Messico.
 
Per esempio, si parla molto della dipendenza alimentare del Messico verso gli Stati Uniti e il caso drammatico del mais. Ciò è realmente vero, non è ironia che il più grande produttore di farina di mais nel mercato degli Stati Uniti sia il Gruppo Gruma (Maseca), capitale monopolistico che ha la sua sede in Messico. Questo si può rivedere in diversi rami.
 
In secondo luogo, non si può ritenere che il Messico sia sfruttato dagli Stati Uniti quando i suoi monopoli sfruttano i lavoratori e i popoli di altri paesi. Tra le 15 aziende che investono maggior capitale in America Latina ce ne sono sei con sede in Messico: America Movil, Cemex, Femsa, Telefonos de Mexico, Grupo Bimbo e Grupo Alfa. Queste ed altre aziende messicane esercitano un controllo monopolistico su interi rami in alcuni paesi. Per esempio America Movil nel settore delle telecomunicazioni in America Centrale e in Brasile, Cemex nel mercato del cemento fino a poco tempo fa in Venezuela e in America Latina in generale, Gruma domina fino a due terzi del mercato in Europa centrale e fino a poco tempo fa concentrava e speculava con 1/3 del mercato venezuelano, Bimbo con una simile partecipazione in America Centrale, Grupo Mexico che controlla gran parte del rame del Perù, ecc.
 
In terzo luogo, la distinzione operata per quanto riguarda la borghesia nazionale ed estera è forzata. La maggior parte delle società e gruppi finanziari che dominano il mercato in Messico sono associazioni di capitali esteri e del Messico. E' il caso della Femsa e Heineken, Banamex e la Citibank, America Movil e TR Deals Insigh, ecc.
 
In quarto luogo, il principale accordo inter-imperialistico in Messico: il NAFTA sebbene colpisce molti piccoli industriali, difatti, conserva gli interessi della borghesia nel suo complesso, compresa la borghesia nazionale.
 
In altri paesi il declino degli Stati Uniti e il rafforzamento delle altre potenze come la Cina e la Russia, promuovono la formazione di nuovi assi e alleanze. Nel caso della borghesia messicana il loro interesse si trova su un altro piano, che consiste nel prendere vantaggio dalla posizione geografica e dalla piattaforma del NAFTA, che nel complesso rappresenta un accordo nel quadro del più grande mercato del mondo, con il 25% del PIL mondiale. A questo si aggiunge la stipula di accordi mutabili bilaterali, per un totale di 11 accordi commerciali con 43 paesi, che danno accesso a più di un miliardo di potenziali consumatori.
 
Ne è prova il rapido sviluppo che ha mostrato l'accumulazione dei grandi gruppi finanziari. Le imprese che si trovano attualmente sotto l'egida di Carlos Slim (Telmex, America Movil, Carso, Sanborn, ecc.) al momento della firma del trattato o erano disperse o addirittura non incluse nelle statistiche, nel 2008 il loro valore combinato era salito a 60 miliardi di dollari. Proprio analizzando dal 2004 al 2008, il capitale del Grupo Azteca-Elektra è passato da 1,8 a 6,3 miliardi di dollari, Grupo Messico da meno di 1 a 7,3 miliardi di dollari, e così via.
 
Tramite questi ed altri trattati le aziende maggiori sono state in grado d'affrontare con meno ostacoli la legge del massimo profitto, moltiplicando per molte volte il loro capitale e conquistando rami della produzione oltre i confini del Messico. Dall'epoca del Manifesto è stato chiaro che il capitale necessitava estendersi in tutte le parti e investire e accumulare in base al massimo profitto e non in base alle potenzialità di ciascun paese.
 
Tuttavia, lo stesso errore sarebbe quello di stabilire che tali accordi imperialisti siano equi. Nello sviluppo dell'imperialismo e del capitale esercita la sua influenza la legge generale dello sviluppo ineguale. Questi accordi sono firmati in base al potere di ogni economia capitalistica, avendo come base il potere di ogni monopolio. Senza dubbio il capitale che esercita la supremazia è quello degli Stati Uniti e ad esso corrisponde la quota di mercato più grande. Questo spiega da un lato la distruzione della vecchia base industriale del paese, il trasferimento della proprietà e dei capitali, la ricerca e promozione permanente d'investimenti di capitali esteri dello stato messicano, in particolare nel sistema bancario e dall'altro il rafforzamento del capitale nazionale in particolare in aree di capitale intensivo, come quello delle telecomunicazioni.
 
Ciò che noi rivendichiamo
 
Quello che noi affermiamo è che non sarà una vittoria, quella che i capitalisti del nostro paese mantengano ed aumentino la loro quota di profitto. Non è né possibile, né corrisponde alla classe operaia, il cercare relazioni "più giuste" per i nostri capitalisti nel quadro degli accordi interstatali, come allo stesso modo cercare accordi "più giusti" per i nostri capitalisti unendoci alle loro avventure militari. Non è la nostra lotta e di fatto il nostro interesse è diametralmente opposto.
 
In realtà, noi siamo più interessati a indebolire la nostra borghesia e a concentrare la capacità di scontro della nostra classe, in particolar modo i suoi settori più decisi e avanzati e i suoi alleati nei confronti di quello che rimane della sua capacità di resistenza.
 
Non è per noi una vittoria che i capitalisti si stabilizzino in unioni militari, politiche ed economiche che si tradurranno in migliori condizioni per sottometterci. Indipendentemente da alcuni membri eccezionali di queste alleanze, ciò che domina nelle alleanze interstatali nella nostra regione, sono rapporti capitalistici nella sua fase imperialista e la concorrenza al suo interno tra i suoi vari Stati membri e i vari monopoli. Nell'UNASUR, per esempio, domina la forza militare della Colombia e del Brasile: chi può metter in dubbio del carattere che adotterà con questa predominanza di fronte alle ribellioni e alle rivolte? Se le borghesie del nostro continente inevitabilmente combatteranno, è meglio che noi non ci confondiamo con esse, è meglio che trovi i comunisti disposti a combattere all'unisono contro di loro! Non deve ripetersi il grave errore di prestare il nostro sostegno alle pericolose avventure della nostra borghesia, come nella prima guerra mondiale. Tuttavia oggi sentiamo il PCdoB(Partito Comunista del Brasile) che dichiara l'asse del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina in lotta per una maggiore quota di mercato mondiale per i loro monopoli) come una "conquista della lotta popolare".
 
Il dilemma non deve essere se preferiamo la barbarie nazionale o quella estera. Forse dobbiamo trascinare una o due generazioni sotto le parole d'ordine della borghesia sempre perfida e traditrice del nostro continente? Più sudore, più sangue! Ogni centimetro della propria pelle proletaria da consegnare! Operaio, è necessario dividere il piatto dove mangia la tua famiglia e darne ai monopoli metà o più!
 
La soluzione dei nostri problemi non è alcuna alleanza tra capitali, né nessuna gestione del capitalismo: si tratta di rovesciarlo.
 
Sappiamo che per realizzare un coordinamento a livello di programma e di strategia tra i Partiti Comunisti della regione, c'è bisogno di più scambi e discussioni, avanzare azioni comuni, ecc. Insisteremo su questo, solleviamo la questione, è oggi nostro dovere fare tutto il possibile per rafforzare i Partiti Comunisti.
 
In tempi di collasso sociale e di pericolo di guerre inter-imperialiste, un programma e una strategia comune per abbattere la nostra borghesia è ciò che è all'ordine del giorno. La lotta per il potere operaio è ciò che si pone all'ordine del giorno. Il Partito Rivoluzionario organizzato nei luoghi di lavoro, è ciò che è all'ordine del giorno. Un Partito internazionale e in questo caso, sezione o struttura su scala continentale, è ciò che è all'ordine del giorno.
 
Viva i 90 anni del Partito Comunista Brasiliano!
 
Viva l'internazionalismo proletario!
 

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