Centro Documentazione 1°
Maggio
CSA Castellazzo - Ivrea
Sulla
crisi capitalistica
Premessa
Questo documento nasce dal tentativo di dare una risposta alle seguenti
domande: è in corso attualmente una crisi capitalistica? Se si, quali sono le
cause e la natura di tale crisi?
Quanto segue è il frutto del dibattito interno al Centro Documentazione e al
CSA a partire dalla raccolta e dall'analisi di alcune serie di dati
socio-economici. Dopo avere analizzato i risvolti economici, sociali e politici
della crisi, si conclude con una breve analisi delle posizioni politiche oggi
in campo su questo argomento. Questo lavoro non vuole certo essere un documento
complessivo ed esaustivo sulla questione della crisi, ma si propone di
esprimere un punto di vista collettivo su di un fenomeno complesso ed in corso
di continuo sviluppo. Un punto di partenza, piuttosto che di arrivo, convinti
che l'elaborazione teorica ha un senso solo se suffragata e rivista dal
confronto continuo con la prassi del lavoro politico di massa. E viceversa, che
la prassi politica abbia un senso solo se si trasforma in elaborazione teorica.
Sommario:
1. Aspetti economici e sociali
2. Resistenze alla crisi
3. Controrivoluzione Preventiva
4. Soggetti e teorie politiche
5. Conclusioni
- 1 - Aspetti economici e
sociali
Per rispondere alla domanda iniziale, se sia in corso o meno una crisi
capitalistica, occorre innanzitutto studiare l'andamento dell'economia mondiale
degli ultimi decenni. Noi abbiamo preso in considerazione il periodo che va dal
secondo dopoguerra ad oggi. All'interno di questo periodo, abbiamo considerato
alcuni dei principali indicatori macro-economici quali il PIL, la
disoccupazione, i salari, il reddito, ecc. sia a livello globale sia in alcuni
dei paesi capitalisticamente più significativi. I dati raccolti provengono da
fonti "ufficiali" quali: Eurostat, OCSE, ISTAT, IRES, ONU.
Naturalmente, non intendiamo qui riproporre serie complete di dati (che
appesantirebbero oltremodo la trattazione) ma semplicemente citarne alcuni tra
quelli che ci sono apparsi più significativi per delineare le tendenze in
corso.
Innanzitutto, il dato che viene ritenuto (dalle fonti borghesi) come uno degli
indicatori principali del benessere e dello sviluppo di una nazione è il tasso
di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL). I dati ci indicano come nei Paesi
OCSE (fanno parte dell'OCSE oggi i 23 paesi più industrializzati), durante gli Anni
'60, il PIL sia cresciuto con una media di circa il 5% annuo. Negli Anni '80 la
crescita media dei Paesi OCSE è stata attorno al 3,2% annuo. Negli Anni '90 è
stata attorno al 2% (mentre in Italia, tra il 1992 e il 1998 è stata solo
dell'1%). Nel corso del 2003, in molti paesi UE (tra cui l'Italia) la crescita
del PIL risulta vicina allo 0% (stagnazione) o addirittura negativa
(recessione). Appare dunque evidente come la crescita del PIL sia andata
generalmente e progressivamente decrescendo negli ultimi trent'anni. Un altro
dato significativo, rispetto al PIL, è quello relativo a come esso è ripartito
a livello mondiale. Per esempio, si noti come la quota dell'Africa sul PIL
mondiale sia scesa, dal 4,5% del 1980, all'1,5% a fine anni Novanta; questo ci dice
che non solo la crescita economica è rallentata fino a quasi fermarsi per i
paesi più avanzati, ma che i paesi più poveri partecipano sempre meno a questo
tipo di sviluppo.
Consideriamo ora alcuni dati relativi al lavoro (e al non lavoro). Per ciò che
riguarda la disoccupazione, gli 11 paesi dell'UE che oggi utilizzano l'Euro
come valuta presentavano, negli Anni '60, un tasso di disoccupazione medio del
2%. Negli Anni '90, in questi stessi paesi, il tasso di disoccupazione medio
era attorno al 10% (quindi 5 volte superiore!). In Italia, ad esempio, tra il
1960 e il 1975, il numero medio dei lavoratori disoccupati era attorno ad 1
milione, mentre dopo il 1980 supera i 2 milioni e si attesta stabilmente negli
anni successivi tra 2,5 e 2,8 milioni.
Un altro dato importante, insieme a quello della disoccupazione, è quello
relativo al lavoro precario. Le forme di lavoro "atipiche", pressoché
inesistenti in Europa negli anni '60 e '70, si affermano rapidamente a partire
dagli anni Ottanta. Verso la fine degli anni '90, in Gran Bretagna i lavoratori
privi di occupazione stabile superavano il 50%, mentre in Germania superavano
un terzo del totale. In Italia, dal 1996 in avanti, i nuovi ingressi al lavoro
sono in forma atipica per oltre il 65% dei casi.
Inoltre, negli ultimi anni, sono in forte crescita anche il lavoro sommerso
(3,4 milioni in Italia nel 1997) e il lavoro minorile di eta' inferiore ai 15
anni (5 milioni nei paesi UE e 200 milioni nel Sud del mondo). È significativo
il fatto che la disoccupazione di lunga durata, il lavoro precario, il lavoro
sommerso e minorile si ritenevano, nel corso degli anni '60 e '70, forme
residuali del lavoro, tipiche di società arretrate ma in via di scomparsa nei
paesi più avanzati.
Può essere interessante osservare da vicino alcuni dati economici relativi agli
USA, paese non solo preso a riferimento per molte delle riforme economiche e
del lavoro, ma anche il più avanzato sul piano delle nuove tecnologie. Si
osserva, ad esempio, come il salario reale dei lavoratori USA cresce di oltre
l'80% tra gli anni 1946 e 1973, mentre dal 1973 al 1999 diminuisce del 20%.
È significativo il fatto che, a meta' degli anni Novanta, tra i 15 paesi più
avanzati, gli Stati Uniti sono il paese che combina i salari più bassi con gli
orari di lavoro più lunghi! Uno degli effetti di questa situazione si riflette
nei dati sulla povertà negli USA. Essa, infatti, è in forte aumento non solo
tra i disoccupati di lungo periodo ma anche tra i lavoratori salariati a tempo
pieno. I lavoratori poveri (sono coloro il cui reddito si colloca sotto la
soglia della poverta' assoluta), passano dall'8,4% del 1969, sul totale della
popolazione attiva, al 23,2% del 1994. Si assiste, in questi ultimi anni, ad
una crescita della polarizzazione delle condizioni di vita (in pratica aumenta
la distanza tra ricchi e poveri): si pensi ad esempio che nel 1969 l'1% della
popolazione (i super-ricchi) possedeva il 25% di ricchezza nazionale, mentre
nel 1999 questa percentuale è salita a circa il 40%. Allo stesso tempo, si
verifica una forte crescita dell'indebitamento di imprese e famiglie, infatti
il debito lordo di queste ultime nel 1999 è arrivato al 103% del reddito
disponibile. Mentre, ancora, si assiste alla crescita dell'indebitamento
dell'intero sistema statunitense, arrivato nel 1999 al 130% del PIL, e in
particolare alla fortissima esposizione debitoria netta sull'estero che passa
dal 2,5% del PIL del '94 al 20% del PIL del '99 (se gli investitori esteri
ritirassero i loro soldi dagli Stati Uniti, l'economia di questo paese
crollerebbe nel giro di poche ore!).
Vi sono, inoltre, alcuni dati interessanti a livello mondiale. Su 3 miliardi di
individui che costituiscono le forze di lavoro totali, oltre 1 miliardo e'
attualmente disoccupato o sotto-occupato. Tra le concause di questa elevata
disoccupazione vi sono la crescita della popolazione mondiale e l'espansione
capillare dell'economia monetaria a scapito di quella informale (vale a dire la
distruzione, nel Terzo Mondo, delle forme tradizionali di economia basate sull'auto-sussistenza
del villaggio, per cui le persone sono forzate a lasciare le campagne e ad
inurbarsi, con scarse speranze di trovare però un lavoro regolare). Anche a
livello globale si può notare la crescita delle disuguaglianze: nel 1997 il 20%
più ricco della popolazione mondiale si spartiva l'86% del PIL del mondo, per
contro al 20% più povero toccava solamente l'1% (con un rapporto di 86 : 1);
nel 1990 il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero della popolazione
mondiale era invece di 60 : 1, mentre nel 1960 il rapporto era di 30 : 1.
Un altro aspetto notevole di questi ultimi anni è l'enorme crescita del
processo di finanziarizzazione dell'economia stessa. Con questo si intende il
progressivo squilibrio tra economia finanziaria ed economia reale: nel 1998 le
transazioni economiche giornaliere aventi un carattere puramente finanziario
(titoli e divise) hanno toccato i 2000 miliardi di dollari, cifra che
corrisponde a 50-100 volte il volume giornaliero del commercio mondiale (vale a
dire l'intera compra-vendita di beni e servizi). Nel 1970 si trattava di soli
10-20 miliardi di dollari, saliti a 80 miliardi di dollari nel 1980 e a 500
miliardi di dollari nel 1990. Dal 1990 al 1998 tali scambi si sono dunque
quadruplicati; sempre nel 1998, per l'82% detti scambi erano costituiti da
operazioni con vita inferiore a 7 giorni, mentre per il 43,5% dei capitali le
operazioni non superavano i 2 giorni. Si assiste quindi al fatto che gli
investimenti produttivi (destinati cioé a produrre nuove merci) si riducono
enormemente rispetto a quelli di tipo finanziario, i quali ultimi sono sempre
meno investimenti di lunga durata e assumono invece un aspetto puramente
speculativo.
Si potrebbero citare qui molti altri dati, ma crediamo che questi siano di per sé
sufficienti a giungere ad una prima conclusione. Che è la seguente. Dalla fine
della Seconda Guerra Mondiale (che poneva a sua volta termine al ciclo di crisi
degli anni Trenta) si possono identificare chiaramente due cicli economici
molto diversi: uno di forte crescita ed espansione mondiale dell'economia
capitalistica ed uno di crisi economica. Lo spartiacque tra i due cicli si può
collocare attorno alla prima metà degli anni '70. Infatti, tutti gli indicatori
precedentemente considerati (dal PIL alla disoccupazione, dal reddito alla
garanzia del posto di lavoro, ecc.) mostrano un andamento estremamente diverso
dagli anni '60-'70 agli anni '80-'90. Non che la crisi abbia avuto fin qui un
andamento estremamente lineare e regolare: è infatti possibile identificare al
suo interno dei micro-periodi di ripresa (negli anni '80 con la cosiddetta
"reaganomics" o negli anni '90 con la "new economy"). Ma si
tratta, a ben guardare, di fenomeni di tipo per lo più speculativo e di breve
durata, al termine dei quali le condizioni generali si sono ancor più
aggravate.
Questa conclusione (la crisi esiste) è oggi comunemente accettata non solo dai
marxisti ma anche da buona parte degli economisti borghesi, a parte un sempre
più sparuto gruppetto di economisti burloni e stipendiati dalla CIA che ritiene
la crisi attuale come congiunturale e provocata dal crollo delle Torri Gemelle!
In realtà, tutti i dati economici esaminati in precedenza ci dicono come la
crisi abbia un'origine molto più lontana nel tempo.
Tra coloro che concordano sull'esistenza di una crisi generale, strutturale,
del capitalismo si possono distinguere, grossomodo, due grandi correnti di
pensiero.
La prima, quella degli economisti borghesi di sinistra, di stampo sociologico e
new global, neo-keynesiano e riformista, identifica la natura dell'attuale
crisi con il fenomeno della Globalizzazione o Mondializzazione e con la sua
"mala-gestione" da parte degli enti sovranazionali quali FMI, BM,
WTO, ecc. Questo fenomeno, secondo tale tesi, si origina nella seconda metà
degli anni '70, in conseguenza dello sviluppo delle nuove tecnologie
elettroniche ed informatiche e corrisponde alla formazione di un unico mercato
mondiale per le merci e per i capitali. Senza entrare nei dettagli, costoro
ritengono che gli effetti più macroscopici della Globalizzazione consistano: a)
nella esasperata competizione a livello planetario tra capitali da un lato, e
tra forza lavoro dall'altro (che ha come conseguenze una riduzione
generalizzata dei salari e una polarizzazione delle disuguaglianze); b) nella
speculazione finanziaria (che porta alla finanziarizzazione dei capitali, con
disinvestimenti nei settori produttivi); c) nella fusione e concentrazione di
capitali (con situazioni di monopolio e di cartello in diversi settori: informatica,
settore aeronautico, ecc.) a danno di piccoli produttori e consumatori; d)
nella penalizzazione delle economie locali (soprattutto quelle più fragili) a
vantaggio delle multinazionali. Questi effetti vengono spesso definiti come
"effetti perversi" della Globalizzazione, in quanto si ritiene che lo
sviluppo di nuove tecnologie, la creazione di mercati mondiali, ecc. non siano
elementi negativi in sé, ma piuttosto sia negativa la gestione che ne è stata
fatta da parte delle multinazionali e degli organismi sovranazionali, gestione
che ha favorito lo sviluppo di un numero ristretto di paesi e aziende
capitalistiche, a danno di tutto il resto.
Si tratta dunque, per costoro, non tanto di combattere il fenomeno in sé ma di
gestirlo politicamente in modo più democratico, più rispettoso di autonomie ed
economie locali, penalizzando gli impieghi puramente speculativi di capitale
(vedi la Tobin Tax), favorendo una maggiore competizione tra le imprese e
sostenendo il "libero mercato".
Una seconda corrente di pensiero è quella che invece si rifà ad una lettura
della crisi secondo un punto di vista marxista (più o meno ortodosso). In
effetti, si tratta anche qui non di un unico punto di vista, ma di una serie di
analisi che presentano un denominatore comune nella interpretazione data dal
materialismo storico. La differenza principale rispetto alle ipotesi precedenti
sta nel loro rovesciamento. Quelle che in precedenza apparivano come le cause
della crisi (la globalizzazione di merci e capitali, la finanziarizzazione,
ecc.) qui risultano come effetti della crisi stessa, le cui cause vanno
ricercate altrove.
Secondo la teoria marxiana classica, il capitalismo produce spontaneamente
cicli di sviluppo e cicli di crisi dovuti alla sovrapproduzione di merci;
dovuti, cioé, all'accumulo di merci invendute, crisi che vengono risolte con la
distruzione di una parte delle forze produttive (impianti, capitali,
licenziamenti di lavoratori) e con la ripartenza di un nuovo ciclo. In realtà,
la teoria marxiana, esposta ne "Il Capitale", non poteva tenere conto
dei nuovi aspetti che lo sviluppo del modo di produzione capitalista avrebbe
assunto a partire dalla fine dell'800, nella fase detta dell'Imperialismo.
Anche se ne previde aspetti importanti, quali la Legge della caduta tendenziale
del saggio del profitto, per la quale il saggio del profitto medio (inteso come
rapporto tra il plusvalore prodotto e il capitale impiegato) è destinato
inevitabilmente a ridursi per via dell'introduzione di nuove e sempre più
costose tecnologie. Marx previde anche la possibilità di forme di crisi diverse
da quelle classiche dovute alla sovrapproduzione di merci. Egli parla infatti
di possibili crisi dovute alla sovrapproduzione assoluta di capitali,
intendendo questa forma di crisi come un limite "fisiologico" della
crescita capitalistica, dove ogni ulteriore investimento di capitale produce
una diminuzione anziché una crescita del plusvalore complessivo.
Le crisi generali nell'epoca dell'Imperialismo assumono dunque forme nuove,
diverse dalle forme classiche ottocentesche, in cui brevi cicli di ripresa si
alternavano ogni pochi anni a crisi di sovrapproduzione di merci. Le crisi
capitalistiche contemporanee sono crisi generali che investono ogni settore
produttivo, che danno luogo a persistenti fenomeni di instabilità economica,
sociale, politica e culturale che ricoprono periodi anche di decenni.
Questi fenomeni si sono tradotti, nel corso del Novecento in due guerre
mondiali interimperialiste, e in un vasto ciclo di guerre di liberazione e rivoluzioni
socialiste. L'ultima crisi generale, che ha avuto il punto di maggiore
approfondimento nel corso degli anni '30, si è risolta soltanto dopo le immani
devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, dando luogo al più grandioso ciclo
di espansione economica della storia umana. Questo ciclo, che noi conosciamo
sotto il nome di "miracolo economico" si è concluso agli inizi degli
anni '70. La nuova crisi generale presenta dunque aspetti nuovi ed inediti e
può condurre ad esiti imprevedibili.
Dunque, secondo la teoria marxista, ciò a cui assistiamo a partire dalla metà
degli anni '70, sono i diversi tentativi del capitale di contrastare la caduta
del saggio del profitto o, detto altrimenti, l'avanzare della crisi. Assistiamo
ad una vasta gamma di interventi che vanno innanzitutto nella direzione di
intensificare la crescita dello sfruttamento (quindi di aumentare la quantità
del plusvalore estratto). Questo avviene sotto forma di aumenti della
produttività, della flessibilità' e tramite la riduzione del salario orario; il
tutto ottenuto tramite l'introduzione di nuove tecnologie, l'automazione,
l'introduzione di nuove forme contrattuali "atipiche" e la
competizione diretta dei lavoratori del Nord con i lavoratori del Sud del mondo
(con l'immigrazione ma anche con lo spostamento delle produzione in aree dove
il costo del lavoro è più basso).
Analogamente, sempre come reazione alla diminuzione del saggio del profitto
negli impieghi produttivi, aumentano smisuratamente gli impieghi speculativi
del capitale (la cosiddetta finanziarizzazione dell'economia). Si verificano
inoltre concentrazioni e fusioni tra aziende su larga scala per poter acquisire
posizioni monopolistiche o preponderanti su importanti settori (Microsoft,
ecc.).
Ma tutti questi interventi non sono sufficienti a creare una ripresa
strutturale dell'economia. Nonostante gli interventi diretti dei governi
imperialisti e delle agenzie da loro dirette (FMI, BM, WTO, ecc .), essi
riescono soltanto ad ottenere la distruzione di capitali ed aziende concorrenti
e la sottomissione dei mercati e delle economie più deboli agli interessi di
pochi grandi gruppi. Ma non a far ripartire il ciclo di accumulazione.
Dal punto di vista politico e sociale, nei paesi imperialisti (le grandi
"democrazie" occidentali), ai due cicli economici del dopoguerra
(sviluppo / crisi) fanno riscontro due diversi modelli politico-sociali. Il
primo è il modello del "welfare state" affermatosi negli anni
'50-'70, ossia lo stato sociale, il cosiddetto "capitalismo dal volto
umano", caratterizzato dalla presenza di grandi movimenti rivendicativi,
da politiche riformiste e dalla cogestione sindacale. Le politiche di riforme e
di aperture sociali furono rese possibili anche grazie agli elevati margini di
profitto di quegli anni che consentivano di contenere le richieste operaie in
un quadro di compatibilità sociali. D'altronde, era ben vivo e presente un
forte movimento operaio e sindacale che faceva riferimento, anche nei paesi
occidentali, a partiti comunisti che esprimevano una posizione di classe,
mentre si faceva sentire il peso e l'influenza dell'URSS e dei paesi socialisti
nonché delle lotte di liberazione nel Terzo Mondo.
La crisi dei primi Anni '70 porta al superamento di questo modello e in
risposta alla diminuzione dei margini di profitto, si affermano negli anni
'80-'90, politiche di stampo neo-liberista con il conseguente smantellamento
dello stato sociale e gli interventi di deregulation del mercato del lavoro.
Gli stati imperialisti, per contrastare la crisi, mobilitano tutte le risorse
disponibili a sostegno del capitale e della riduzione del costo del lavoro. Il
modello taylorista, allora al suo apice in Occidente, caratterizzato dal lavoro
in catena di montaggio, scarsa flessibilità e grandi concentrazioni operaie,
perde la sua centralità. Con l'affermarsi di nuove forme di organizzazione del
lavoro e la fine dell'"operaio massa" (che era stato il protagonista
del ciclo di lotte degli anni '60 e '70) si assiste alla progressiva
deindustrializzazione e terziarizzazione di vaste aree produttive dei paesi
imperialisti. La frammentazione delle figure e dei ruoli produttivi conduce ad
una nuova composizione di classe e ci si chiede se la nuova / vecchia classe
operaia sia ancora centrale nelle lotte sociali o se piuttosto la ricomposizione
di classe operi oggi da un punto di vista essenzialmente politico.
- 2 -Resistenze alla crisi
Abbiamo visto in precedenza come, con il cambiamento del ciclo capitalistico,
avvenuto a partire dai primi anni settanta, si affermino nuovi modelli politici
e sociali (la cosiddetta "svolta neo-liberista") a cominciare
dall'avvento di Reagan, della Thatcher e, prima ancora, di Pinochet, in Cile,
che avviò una politica ultra-liberista affidandola ai famosi Chicago boys
(economisti monetaristi della scuola di Milton Friedman).
La stessa "sinistra" istituzionale ha progressivamente sgombrato il
campo riformista, (terreno sempre più impraticabile e oggi riservato a residue
minoranze istituzionali, quali PRC in Italia, PCF in Francia, ecc.) per
approdare ad una più "realistica", dal punto di vista delle esigenze
del capitale, visione "liberal". All'interno della crisi, dunque, il
capitale non ha più spazi di mediazione da concedere per il mantenimento /
miglioramento delle condizioni di vita delle masse e dei lavoratori, è
disponibile solo a trattare sui tempi e i modi dello smantellamento dello stato
sociale e sulla flessibilità del lavoro.
Il venir meno degli spazi politici per un progetto riformista, fa sì che i
partiti e i sindacati della sinistra istituzionale, che negli anni '60 e '70 si
erano affermati perseguendo tali politiche (fino ad arrivare a cogestire ampi
settori dello stato e delle grandi imprese) ora vedano ridursi il loro ruolo di
mediatori tra capitale e lavoro. Privi di una rappresentanza politica
istituzionale, a partire dalla fine degli Anni '70, i grandi movimenti di
stampo rivendicativo perdono progressivamente peso, le lotte assumono sempre
più un carattere difensivo, di fronte al tentativo del capitale di attaccare
tutti i diritti acquisiti.
Con la frammentazione dell'organizzazione del lavoro (si moltiplicano i ruoli,
le figure, le forme di inquadramento professionale) si assiste ad una
equivalente frammentazione delle lotte. In mancanza di un partito /
organizzazione di classe che si faccia carico di una ricomposizione politica
della classe stessa, le lotte appaiono assumere sempre più un carattere
difensivo, isolato, corporativo, con improvvise fiammate e momenti anche di
partecipazione di massa sulle tematiche più svariate (lavoro, ambiente, salute,
contro la guerra, ecc.) ma senza un'apparente continuità, una tensione verso
l'organizzazione stabile.
Fine delle lotte, dunque? Fine probabilmente delle lotte di massa per come si
sono manifestate nel ciclo di lotta degli anni sessanta / settanta. Ma la lotta
di classe è un aspetto ineliminabile di ogni epoca storica, indipendente dalla
volontà dei singoli, un prodotto del conflitto che oppone sfruttati e
sfruttatori. Conflitto che è destinato a crescere con l'approfondirsi della
crisi capitalistica, che mette in moto sempre nuove e più stridenti
contraddizioni, qui nel ricco Occidente come nei paesi del Terzo Mondo che
subiscono l'aggressione imperialista. Queste lotte si manifestano sempre più
come lotte di resistenza al procedere della crisi.
Con l'acuirsi della crisi e con il conseguente manifestarsi di lotte di
resistenza contro i tentativi capitalistici di elevare il livello di
sfruttamento del lavoro e della rapina imperialistica, si rafforza la necessità
del capitale di sviluppare le politiche di prevenzione e repressione dei
movimenti rivoluzionari. Si tratta della cosiddetta "controrivoluzione
preventiva" sulla quale ci soffermeremo nel prossimo capitolo. Qui
accenneremo solo al contesto internazionale in cui si collocano le attuali
lotte di resistenza e le politiche controrivoluzionarie.
L'imperialismo USA, nell'attuale fase di crisi strutturale del capitale, appare
egemone dal punto di vista politico-militare sulla scena internazionale,
nonostante il crescente conflitto con gli altri imperialismi, in particolare
quello UE a guida franco-tedesca, conflitto che si manifesta nell'attuale
scontro tra Euro e Dollaro, ma anche nel contenzioso sul commercio mondiale
(vedi il recente vertice WTO di Cancun) e nella concorrenza in alcuni settori
produttivi. Conflitto che è esploso clamorosamente nel caso dell'aggressione
all'Iraq, con l'incapacità di mettersi preventivamente d'accordo sulla
spartizione del bottino, dove agli europei toccavano le briciole (va però
rilevato come la UE sia ancora pervasa da contraddizioni interne, espresse dai
diversi gruppi di potere e lobby, quali quelli ad esempio legati a Berlusconi
ed Aznar, apparentemente più vicini alle posizioni filoatlantiche che
all'imperialismo franco-tedesco).
L'imperialismo USA guida la risposta alle lotte di resistenza e la
controrivoluzione preventiva su scala mondiale (la cosiddetta "lotta al
terrorismo", dove terroristi sono tutti coloro che si oppongono agli
interessi del capitale USA), alzando ed allargando il livello dello scontro
attraverso un uso che si fa vieppiù "normale" della guerra, della
repressione sociale, dello smantellamento dello stato sociale e del collettivo,
imponendo privatizzazioni, ecc.
Ma l'imperialismo USA non è in grado, neanche volendolo, di farsi "impero",
di fondare un nuovo ordine durevole, non è in grado di mutare l'intrinseca
natura del capitale, che rimane fondamentalmente anarchica. Il capitale non ha
e non può ricercare un progetto razionale, universale, in quanto esso si fonda
sulla concorrenza e la competizione per il massimo profitto tra le grandi
multinazionali, le lobby finanziarie, in uno scontro permanente e strutturale
che non può che ingenerare contraddizioni ulteriori.
L'attacco alla forza lavoro provoca sì polarizzazione sociale con l'accumulo di
enormi ricchezze da parte delle classi dominanti ma deprime altresì i consumi
popolari e questo vale anche nei rapporti fra stati metropolitani e le
periferie del mondo. In assenza di una nuova fase di sviluppo e crescita
produttiva, l'arraffare soldi con la speculazione finanziaria, da un lato, e la
distruzione di capitali eccedenti con la guerra, dall'altro, non risolve la
crisi strutturale del sistema e accentua ulteriormente le contraddizioni
economiche e politiche in uno scenario di devastazione ambientale e sociale,
mentre più evidenti si mostrano i segni del limite allo sviluppo.
Appare dunque inevitabile il manifestarsi delle crescenti contraddizioni e
conflitti, per ora sul piano economico-finanziario, che oppongono
l'imperialismo USA agli altri imperialismi, in primo luogo UE, ma anche alle
medie potenze, aspiranti imperialismi, che seppure con differenze e contenziosi
diversi, mal sopportano l'egemonia USA e lo stesso ruolo di "secondo"
dell'Unione Europea. Dalla Russia all'India, dal Giappone al Brasile, le
contraddizioni politiche rispetto agli interessi economici sono laceranti (e
anche in questo caso è illuminante quanto successo al recente vertice del WTO
di Cancun).
Sullo sfondo, infine, ma certamente il più importante, resta l'obiettivo degli
USA della sottomissione e colonizzazione della Cina. Preoccupano i progressi
dell'economia cinese, non solo la produzione, l'unica in crescita sostenuta, ma
le sue tipologie strategiche: industria pesante, armamenti, satelliti, ecc.
sono diventati il problema numero uno della lobby di potere al governo in USA.
Le nuove basi americane nell'Asia ex sovietica, la definizione del Nord Corea,
alleato cinese, come "stato canaglia", l'insistenza sulla necessità
di "liberare"il Tibet, sono altrettanti tasselli di questa strategia.
Come prima della seconda guerra mondiale la Società delle Nazioni fu esautorata
dalle dinamiche interimperialiste, così oggi è per l'ONU. Gli stessi organismi
internazionali, Banca Mondiale, FMI, WTO, G8, ecc, sono in realtà strumenti
della politica USA. Le riunioni di tali organismi, tanto contestate dai
cosiddetti No Global, non fanno che sancire decisioni politico-economiche prese
altrove. Questo è lo scenario geopolitico complessivo in cui situare la crisi
attuale del sistema capitalista, ove collocare le forze resistenti
all'offensiva del capitale. Vediamo quali sono queste forze.
Innanzitutto, per l'imperialismo restano un problema, poichè resistono, alcuni
stati residuali dell'area socialista: Cuba, Corea del Nord e soprattutto la
Cina. Da rilevare che la Cina, come il Vietnam, è passata ad una economia
"socialista di mercato", ma si pone come grande potenza indipendente,
forte non solo sul piano economico e militare, come già accennato in
precedenza, ma altresì per il suo ruolo millenario, storico e culturale.
A questi si possono sommare alcune realtà statali di residuale terzomondismo,
come Iran, Libia, Siria (tutti stati "canaglia"...) ed alcune
repubbliche ex sovietiche, fuori dell'orbita occidentale, come l'Armenia e la
Moldavia. A questo proposito una precisazione si impone. Come per l'aggressione
alla Yugoslavia e la sua successiva frantumazione, come per l'Iraq e l'attuale
occupazione anglo-americana, a parte le motivazioni strategiche, dai
"corridoi" commerciali e produttivi alle risorse petrolifere, questi
stati rappresentavano comunque aree di autonomia, di sovranità fuori controllo
dell'imperialismo ed in sovrappiù con ancora parziali elementi di socialismo,
di intervento sociale dello stato a favore di tutta la popolazione.
Dopo la frantumazione dell'URSS, della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, con
la creazione di stati e staterelli impotenti, a volte succubi verso USA e UE, è
invece in controtendenza la ripresa del sogno di Bolivar e di Che Guevara di un
movimento di solidarietà panamericano che per ora collega Cuba, Venezuela,
Ecuador. Questo avviene per contrastare l'aggressività USA e porre freno alla
dollarizzazione, diretta o indiretta, di tutta l'America Latina, visti i
disastri precedenti in Argentina ed Ecuador. Di segno comunista specifico sono
invece le resistenze guerrigliere in Colombia (FARC e ELN), in Messico (ERP),
in diversi stati dell'Unione Indiana, in Nepal.
La resistenza popolare contro l'occupazione straniera degli occidentali è altresì
forte in Iraq e Afghanistan dove, come per alcuni stati dell'est europeo, sono
al governo dei veri e propri "governi fantoccio" degli americani.
Un discorso a parte va fatto per i movimenti islamici, finanziati sino a ieri
dagli USA o da alleati del Medio Oriente, oggi nel mirino della "lotta al
terrorismo". Il ruolo di questi movimenti armati (in Afghanistan con
funzione antisovietica ieri, oggi in Cecenia con funzione antirussa), a parte
il loro fanatismo religioso, è stato favorito e tollerato (dalla Bosnia al
Kosovo e Macedonia ) o contrastato a seconda solo degli interessi occidentali,
americani ma anche europei. In realtà è sempre antipopolare, legato ora alle
gerarchie religiose, ora a gruppi di potere locali o internazionali.
Nella resistente Palestina la repressione/occupazione del governo israeliano ha
sempre messo al primo posto nei suoi obiettivi le organizzazioni marxiste, come
l'FPLP, anche in combutta con la gestione moderata di Arafat dell'ANP,
favorendo così indirettamente il fondamentalismo islamico. La repressione delle
organizzazioni marxiste avviene in tutto il mondo islamico, in particolare
Turchia, Siria e Libano.
Resistono in armi alla globalizzazione imperialista che da sempre ha distrutto
popoli, lingue, culture, i Kurdi ed i Baschi. Sono lotte molto importanti
perché in stati di stretta obbedienza agli USA, come la Turchia e la Spagna.
Poco note ma altrettanto valide sono le resistenze degli Ogoni in Nigeria
contro Shell e Agip, contro la distruzione del loro territorio ancestrale,
delle foreste e delle acque, e quella dei Mapuche in Argentina, anche contro la
Benetton, multinazionale italiana, contro l'espropriazione delle terre e la
riduzione a lavoro servile dell'intero popolo. Anche i popoli dell'Amazzonia
resistono e lottano, ancora oggi contro il governo progressista di Lula, agli
attacchi di allevatori e agricoltori, alla distruzione dell'intero habitat,
foreste, fauna, acque, da parte della "civilizzazione" che costruisce
autostrade, scava miniere e abbatte foreste millenarie. Continua da anni la
guerriglia in Perù mentre nella federazione messicana sono in piedi
organizzazioni di resistenza indigenista negli stati di Oaxaca, Guerrero e
Chiapas.
In Africa , nello Zimbabwe, un forte movimento popolare lotta per riappropriarsi
delle terre ora in mano alla minoranza bianca, 4500 persone, vale a dire lo
0,6% della popolazione, che possiedono il 70% delle terre coltivabili.
In America Latina con i Sem Terra brasiliani e con le lotte sindacali in alcune
nazioni dove sono presenti partiti marxisti e dove talvolta operano guerriglie
locali, sono decisamente più offensive e per questo represse ferocemente:
numerosi sindacalisti ed attivisti di base, vere avanguardie rivoluzionarie,
sono uccisi negli attacchi dei paramilitari e delle guardie padronali.
Ricordiamo ancora la lotta contro la privatizzazione dell'acqua in Bolivia ad
opera delle multinazionali francesi, una resistenza popolare e di massa che ha
sinora bloccato il progetto. È di questo giorni la resistenza popolare boliviana
contro la privatizzazione del gas (da destinare agli USA in prevalenva) anche
dopo il massacro da parte dell'esercito di quasi un centinaio di manifestanti,
il presidente DE LOZADA è stato costretto a fuggire a Miami.
Dopo la crisi del "default", bancarotta dello stato, in Argentina c'è
stata una ripresa di organizzazione dal basso, scomparsa dopo il golpe fascista
dei generali. Sono le autogestioni di operai e tecnici nelle fabbriche serrate
dai padroni e le mense/ i mercati popolari dei barrios, entrambe forme di
resistenza popolare e di classe alla crisi; di classe perché espresse
chiaramente in forma anticapitalista, fuori del mercato. Lavoratori licenziati
e disoccupati hanno dato vita al movimento dei piqueteros organizzato a livello
nazionale argentino nel Polo Obrero.
Negli USA, organizzati talvolta su base etnica, sono i lavoratori dei servizi,
veri lavoratori "servili" nel cuore dell'imperialismo mondiale, a
portare avanti dure lotte sindacali; recente la vittoriosa vertenza dei
"janitors", i dipendenti delle imprese di pulizia e facchinaggio. Nel
sociale aumentano le figure dei "poor workers", lavoratori che
percepiscono salari inferiori ai livelli minimi di sussistenza: come sempre gli
USA sono all'avanguardia in questo fenomeno, come per le minoranze emarginate,
neri e latinos, come per i ghetti miserabili in bilico fra rivolta e
alienazione/integrazione (dalla droga alle sette religiose, dalle subculture
metropolitane all'assunzione nell'esercito e nella polizia, la più fetente al
mondo). Molti di loro fanno parte dei 2 milioni di carcerati USA, ben altri 5
milioni sono sub-judice, cioè sottoposti a misure restrittive. E questi dati
sono precedenti alle leggi antiterrorismo: da Guantanamo ai lager militari
metropolitani, gli USA sono il paese più repressivo della storia moderna, a
parte la Germania nazista...
La lotta di classe, cosciente o implicita nelle sue dinamiche, resta comunque
la dimensione per noi più valida della resistenza popolare. Purtroppo,
nell'assenza di riferimenti politici complessivi, resta il più delle volte
ingabbiata nello specifico corporativo. In questi ultimi anni si tratta
soprattutto di lotte difensive, di contenimento dell'attacco che la classe
lavoratrice subisce da parte di padroni e governi, governi ora di cosidetta
sinistra ed ora apertamente di destra, reazionari.
Nelle categorie tradizionali, dai metalmeccanici ai ferrovieri, considerate un
tempo la base sociale, la forza d'elite delle organizzazioni politiche marxiste
in Europa occidentale, la lotta oggi si esprime per lo più in termini simbolici
nelle mani delle burocrazie sindacali istituzionali. Delocalizzazione,
flessibilizzazione, precarizzazione e informatizzazione dei processi
produttivi, unite ad una azione politico-culturale di integrazione/alienazione
della classe lavoratrice (ne parleremo nel prossimo capitolo), hanno indebolito
la stessa azione sindacale. Tuttavia, rimane significativo il fatto che
talvolta l'adesione alle lotte pur simboliche organizzate da sindacati e
organizzazioni istituzionali supera di gran lunga le aspettative e la volontà
reale degli organizzatori. Sono i milioni di lavoratori che sono scesi in
piazza l'anno scorso costringendo la CGIL a dichiarare uno sciopero generale
dopo oltre vent'anni, sono i milioni di lavoratori che hanno protestato
quest'anno contro l'aggressione all'Iraq.
Ma le lotte assumono oggi anche altre caratteristiche che non sono sempre
quelle di massa. Così, una forma di resistenza quotidiana è l'opporsi alla
devastazione del sociale, anche approfittando di strumenti istituzionali. La
lotta perduta per l'articolo 18, non da fare con un referendum ma a partire dai
posti di lavoro, è stata comunque un modo per far uscire dal silenzio dei media
la crescente precarizzazione dell'attuale mondo del lavoro. Sinistra
antagonista e sindacati autonomi hanno coinvolto anche le aree più radicali del
movimento, ed hanno portato, anche in manifestazioni ed azioni dimostrative
contro la guerra in Iraq, un segno concreto di irriducibilità all'uso
"normale" di repressioni e guerre. Che si dia fastidio al regime lo
si è visto dalla campagna mediatica che ha denunciato come comportamenti
"brigatisti" le scritte contro la CISL, sindacato completamente
istituzionalizzato al governo, e il bloccare i treni di armamenti per la
guerra. Se non raccogli solo firme e fai tavole rotonde sei definito
apocalittico, visionario, conservatore e ... terrorista.
Resistere qui ed ora, in Canavese nel 2003, significa anche lottare contro il
TAV, contro l'aggressione alla natura, dalla diga sul Chiusella al Millennium,
contro la sperimentazione su animali come alla RBM di Colleretto. Ma anche le
tante lotte che non fanno notizia, che non appaiono sui media, come quelle di
piccole fabbrichette che rischiano la chiusura o di imprese delle pulizie che lasciano
a casa i lavoratori.
Resistenti ancora sono le lotte, parziali certo, ma segni di disagio e
ribellione, contro la mercificazione, la privatizzazione dei beni comunitari e
naturali: dalle lotte contro l'inquinamento, le discariche, lo sfruttamento
privatistico dell'acqua a quelle contro il profitto sulla salute, dai brevetti
sulle medicine popolari e per le medicine essenziali e alternative, contro gli
OGM, a quelle contro la privatizzazione di ospedali e delle pensioni, persino
per la libertà di comunicare: radio e TV libere ma anche la guerriglia
telematica degli hackers per il free Internet. Tutte queste resistenze
esprimono un bisogno sempre più universale, a difesa della dimensione naturale
e antropologica: questo capitalismo, neoliberista, globalizzato in forma
imperialista è la causa prima dell'infelicità e della barbarie avanzante su
tutto il pianeta.
- 3 - Controrivoluzione Preventiva
Ogni crisi economica porta in sé, potenziale, una crisi politica, sociale e
culturale. Una crisi generale, dunque, che può portare i popoli a rimettere in
discussione alcuni aspetti fondanti dell'attuale sistema capitalista come, per
esempio, quelle che oggi vengono presentate come leggi di natura: il libero
mercato di forza lavoro, di capitali, di beni quali la terra e le altre risorse
naturali (e che leggi di natura non sono, come ben sa chi conosce la storia
dell'accumulazione capitalistica).
Chi tira le fila di questa società capitalista (cioé la borghesia imperialista,
che oggi è la classe dominante) agisce di conseguenza per prevenire il formarsi
di processi rivoluzionari e, comunque, per evitare l'instabilità nel governo
del sociale, delle classi subalterne, cercando di garantirsi il consenso
necessario alle proprie politiche. Sul piano internazionale la guerra,
prosecuzione della politica con altri mezzi (come diceva il von Clausewitz),
corrisponde alla fase di accelerazione nella contesa politica
interimperialista. Sul piano interno, la repressione e il controllo sociale
divengono normale conduzione di governo per prevenire, contenere, annullare
l'antagonismo sociale di classe.
L'uso quotidiano della violenza, legittimato dalla creazione di nuove
"leggi", ha spogliato il cittadino comune dei diritti garantiti dalle
Carte Costituzionali borghesi, di ogni diritto alla resistenza che non sia
istituzionale e simbolico. Solo gli Stati, mai come oggi espressione diretta
del capitale (neanche mediato dalla classe politica, vedi Bush e Berlusconi),
hanno l'uso e l'abuso della forza, chi si oppone è concettualmente considerato
antidemocratico, violento e addirittura "terrorista".
Colpisce, in questo contesto, l'uso aggressivo e assolutamente disinvolto dei
media: la propaganda per le guerre umanitarie, la lotta contro il terrorismo,
per la vittoria della civiltà e della democrazia, non sono che rappresentazioni
mediatiche utili per occultare il quotidiano, questo sì terroristico, modo di
sfruttamento e dominio sociale che oppone nella sostanza dei rapporti sociali
di produzione la minoranza infima dei capitalisti, dei loro gregari e chierici,
alla stragrande moltitudine di uomini e donne di questo pianeta. La menzogna,
anche palese (dalle armi di sterminio dell'Iraq alla "liberazione"
del soldato Jessica) è necessaria per occultare la realtà: il reale è coperto dal
virtuale dei media, una anticipazione di Matrix...
I media che non sono sotto controllo vengono attaccati: vedi i bombardamenti TV
di Belgrado e di Bagdad, gli arresti e l'uccisione di giornalisti indipendenti
in Iraq e Palestina mentre uno dei più famosi giornalisti di Al Jazeera viene
accusato di far parte di al-Qaeda. Persino la rete pubblica inglese BBC, già
attaccata da Israele e accusata di essere troppo indipendente, ora è sotto
inchiesta per le rilevazioni di Kelly contro la politica del governo Blair,
mentre Kelly si è "suicidato".
La controrivoluzione preventiva è dunque guerra, guerra mediatica e sociale, è
emergenza continua, è totalitarismo, è soluzione della crisi capitalista
spostando sempre più in alto i termini della contesa imperialista e del
conflitto sociale. Ma seppur minoritario l'antagonismo resiste, quando si
manifesta è represso duramente e prontamente. Il regime deve dare esempio: da
Napoli, marzo 2001, a Genova, luglio 2001, a Torino, marzo 2003. Genova è stata
soprattutto la prova non nascosta, anzi, che si deve colpire per educare, per
intimorire, per terrorizzare. Le inchieste, inconcludenti come ovvio, hanno
comunque dimostrato la volontà repressiva del governo e delle sedicenti forze
dell'ordine. Servono al sistema botte, denunce, controlli, lunghe e costose vie
giudiziarie per scoraggiare l'antagonismo ridotto a protesta in assenza di
progetti, di organizzazione politica e sociale.
Da sempre la legge rispecchia i rapporti di forza fra classi egemoni e
subalterne, a difesa della proprietà e non della collettività umana, è normale
applicazione della legge del capitale; non bisogna stupirsi dunque, in assenza
di forza sociale della classe, che passi la legge "Biagi", non solo
in parlamento ma nel paese, nella rassegnazione del sociale.
A parte la conferma dell'uso dei famigerati manganelli 'Tonfa' e dei gas
lacrimogeni e urticanti, sulla recente Gazzetta Ufficiale di luglio c'è
l'elenco delle nuove armi in dotazione di Esercito e polizia: gas nervino
'Sarin', agente 'Orange', gas antisommossa e apparecchiature per la
disseminazione di sostanze chimiche tossiche. Oltre a servire le missioni
"umanitarie" all'estero dei "nostri" soldati (peraltro
mercenari come gli altri, volontari al soldo) verranno usati ovviamente anche
nelle nostre piazze, terroristicamente.
Controrivoluzione preventiva è il controllo di massa del sociale: tramite
telefono, Internet, satellite, telecamere, ed anche amministrativo delle varie
polizie. Controllo sui posti di lavoro, non solo del padrone: è infatti ben più
subdola la politica concertativa dei sindacati di regime che condannano, se non
criminalizzano, le lotte spontanee, o indette dai sindacati autonomi, le poche
forme di resistenza di classe.
I gruppi imperialisti USA costituiscono la parte più avanzata della
controrivoluzione preventiva, essi non intendono porre alcun limite, né
giuridico né morale alla loro azione, non intendono riconoscere né la sovranità
degli altri stati né l'autorità dell'ONU o di altri organismi sovranazionali.
La dottrina che ispira l'azione dell'attuale governo USA era già pienamente
esplicitata nel "Defense Policy Guidance 1992-1994" (Dpg), documento
del Pentagono che raccomandava "di impedire a tutte le potenze ostili di
dominare regioni le cui risorse avrebbero permesso loro di accedere allo status
di grande potenza", di "scoraggiare i paesi industriali avanzati da
qualsiasi tentativo mirante a sfidare la nostra leadership o a rovesciare
l'ordine politico ed economico stabilito", e "prevenire l'emersione
futura di qualsiasi concorrente globale".
Da qui nasce la teoria della "guerra preventiva", definita il 20
settembre 2002 e così riassunta dall'ex direttore della Cia James Woolsey:
"La nuova dottrina nata da questa battaglia asimmetrica contro il terrore
è quella della "dissuasione anticipata" o "guerra
preventiva". Dato che i terroristi hanno sempre il vantaggio di attaccare
segretamente, dovunque e in qualunque momento, l'unico modo per difendersi è
sorprenderli adesso, dovunque si trovino e prima che possano essere in grado di
organizzare il loro attacco". Beninteso, ciò non richiederebbe nessuna
autorizzazione delle Nazioni Unite.
La posta in gioco è dunque il dominio imperialista del pianeta, con questo fine
la Guerra Infinita scatenata dagli USA significa:
a) il tentativo di recupero di produttività nei settori strategici
armi-energia-comunicazioni;
b) la distruzione di capitale eccedente, delle economie dei paesi attaccati,
con la successiva ricostruzione come allocazione di investimenti diretti o di
vassalli/alleati;
c) il dominio diretto delle fonti di energia e materie prime, dal petrolio
all'acqua;
d) il controllo militare tramite megabasi sul territorio occupato e/o
controllato;
e) l'accerchiamento e/o condizionamento di altri imperialismi concorrenti, UE e
soprattutto Cina.
L'amministrazione militare, il Pentagono, ha così aumentato gli stanziamenti e
per il 2007 sono previsti ben 451 miliardi di $. Nel solo 2002, l'aumento è
stato di 300 miliardi; per comprendere tale cifra si tenga conto che il PIL
della Federazione Russa, sempre nel 2002, era di 325 miliardi.
Guerre, basi militari, foraggiamento ai governi fantoccio amici costano, e
tanto. E' pur vero che basta, come ha sempre fatto sinora, in regime di
"signoraggio", che la Banca Federale stampi dollari, ma già nel 2002
gli USA avevano un deficit di 500 miliardi e necessitano di 1,3 miliardi,
sempre in biglietti verdi, al giorno per mantenere il proprio livello di vita
(alla grande per i miliardari del Texas e di fame per gli homeless di NY City).
Ma gli USA si ripagano i costi con la conquista dei corridoi commerciali
strategici, dai Balcani al Medio Oriente, dall'Afghanistan al Centro Asia,
estraendo direttamente il petrolio iracheno ed ancora producendo merci, dalle
armi, che tanto poi si usano, all'incremento dei beni di investimento e del
consumo privato. Ma non è così che sta andando la faccenda: dei pozzi qualcuno
è già in fiamme, ci sono sabotaggi agli oleodotti. Per mantenere un minimo di
opinione pubblica favorevole alla Guerra Infinita, queste aggressioni militari
non devono costare in morti americani e, dopo i bombardamenti, qualcuno deve
pur scendere sul territorio e se non c'è da rubar nulla, come in Liberia, a
portare la civiltà ci mettono anche dei mesi, anni, per mandare poi una
spedizione panafricana. Infine, non tutti sono stati convinti dalle bombe
umanitarie e dalle bibbie distribuite a manetta, ci sono attentati, guerriglie,
sabotaggi, c'è insomma Resistenza ed il costo della repressione diminuisce i
ricavi della rapina.
Se si passa dalle contraddizioni della guerra, a quelle della repressione
preventiva nel sociale, esse non appiono meno gravi ed esplosive. La fabbrica
cultural-mediatica del consenso, del controllo-repressione di regime, impegna
una parte crescente del bilancio statale, bilancio che ha spostato in questi
ultimi anni, ingenti risorse dal welfare alle strutture di
"sicurezza". Ovunque, dagli USA all'Unione Europea, continua
l'aumento notevole di addetti in polizia, carabinieri, guardia di finanza,
agenti di custodia, vigili urbani, vigilanza privata: un esercito in armi,
dotato di tecnologie e mezzi all'avanguardia. Se poi vi si aggiunge l'esercito
vero e proprio, oggi di volontari professionisti al soldo, che possono venire
usati anche per il cosiddetto ordine pubblico interno, si ha la netta la
percezione che le carote siano ormai scarse ed occorre, per le classi egemoni,
tirar fuori i bastoni...
Il costo sociale è infatti a carico dell'intera collettività e, con la
progressiva caduta dei salari medi, con sottoccupazione e disoccupazione in
crescita, sono le classi subalterne a "pagarsi" il costo della
repressione. In contemporanea diminuisce la tassazione ai redditi alti ma
aumenta quella indiretta, sopratutto le tariffe. Purtroppo funziona ancora la
fabbrica mediatica del consenso e della rassegnazione, solo una minoranza di
compagni è cosciente, per così dire una avancoscienza, e inizia a consolidare
su basi nuove il dissenso. La sproporzione fra la forza sociale cosciente e le
strutture repressive è angosciante. Ma il processo di accelerazione della crisi
è quotidiano e non può che portare, se l'odierna minoranza di compagni
interviene correttamente, ad un allargamento della base .
Un cenno va fatto sulla concentrazione, non solo per l'Italia berlusconiana, di
TV, giornali, industria culturale in genere. E' lo strumento centrale
dell'integrazione al sistema/regime delle masse: l'uso della
"neolingua" e della menzogna sistematica, l'informazione sotterrata
dal commento. Una melassa, un blob invasivo che penetra anche in ogni
manifestazione "artistica", nel tempo cosiddetto "libero",
dalla partita di calcio alla birreria, dal concerto alla vacanza, tutto è
mercificato e reso "passatempo" e/o stordimento, merci compatibili il
cui uso serve a poter sopportare il sistema nel tempo "occupato".
Consumo di merci tempo-spazio ridotti sempre più a fughe (peraltro sempre più
costose e dunque più "desiderate") dal reale sociale quotidiano. Una
fuga in un "altrove" virtuale, una droga che, nelle metropoli
occidentali, ma non solo, lega al sistema il grosso del corpo sociale.
Il sistema capitalista, nei rapporti sociali di produzione/consumo, in realtà
aumenta gli esclusi e la popolazione extralegale (clandestina, immigrata ma
anche indigena) che sopravvive fra disoccupazione e lavori marginali
supersfruttati, aumenta gli emarginati di culture religiose, etniche, ma anche
di subculture indigene metropolitane. Per questi soggetti sociali non c'è la
carota della integrazione consumista, la fuga nell'altrove virtuale si paga
caro, per loro c'è la repressione, il carcere, la marginalità.
Ma soprattutto c'è un comune nemico, il comunismo, che mette d'accordo tutti,
oggetto di un attacco concentrico da parte della destra economico-politica, di
padroni e liberali e fascisti, come da parte della cosiddetta sinistra, partiti
e sindacati istituzionali e persino dalla nuova sinistra, no global e
disubbidiente, vedi gli attacchi a Cuba. Questa "sinistra" tende a
cancellare la dimensione rivoluzionaria, la prassi della resistenza, la memoria
storica e gli stessi riferimenti teorici al marxismo e al leninismo. Agita
soprattutto il fantasma di uno Stalin demoniaco senza minimamente
contestualizzarlo alla fase storica e soprattutto evitando di accennare
all'opposizione, alle critiche costruttive e innovative di sinistra: a partire
dall'esperienza leninista che coniugava partito e soviet a quella trotskista
che indicava nella via internazionalista l'uscita dall'impasse burocratica
dell'URSS, come quella guevarista dei mille fuochi di una guerriglia globale.
Questa sinistra evita di ricordare che, da sempre, l'uscita dalle crisi ha
significato governi reazionari, il fascismo, il nazismo, la guerra. Da sempre,
al pericolo dell'organizzarsi della classe lavoratrice, delle classi
subalterne, la risposta sistemica è stata il fascismo, l'imbarbarimento
sociale.
Attualmente gli USA, con la fusione di fondamentalismo religioso, cristiano e
sionista e, sul piano economico, l'iperliberismo, ha pesantemente modificato in
chiave fascista tutto l'assetto istituzionale, sociale, legislativo e le
aggressioni imperialiste non ne sono che la logica conseguenza. In questo
contesto, assolutamente angosciante per la sua forza e capacità espansiva, per
questa sinistra la soluzione è l'Ulivo allargato a Rifonda, con il contorno di
biciclettate e girotondi. Se la via istituzionale non ha nessuno sbocco,
neppure di tipo socialdemocratico, poiché non ci sono mezzi per nessuna
riforma, non è detto però che il suo contrario, il movimentismo spontaneista,
dia la soluzione. E se ogni tanto qualcuno si sfoga sfasciando una vetrina e
scrive Governo Assassino sul muro, questo non scalfisce minimamente la tenuta
del sistema. La rivoluzione comunista è altra cosa, inizia con la presa di
coscienza, la progettualità e l'accumulo di forza sociale.
Per i distratti e per coloro che credono nell'ideologia capitalista, dissoltosi
il "pericolo del comunismo", le uniche nuvole all'orizzonte
sembrerebbero il limite ambientale dello sviluppo e le residue culture,
religioni, ideologie incompatibili con la globalizzazione iperliberista. Ma si
potrebbe pur sempre ovviare a questi inconvenienti con nuove tecnologie
produttive ecologiche e con un pressing sugli stati alieni: guerra, embarghi e
penetrazione mediatica, culturale. Ma è un errore strategico per chi detiene il
potere. Le contraddizioni sistemiche, sul piano interno e sociale, come sul
piano internazionale, stanno scaricando già adesso effetti a cascata
incontrollabili, sopratutto se il capitalismo intero scivolasse nella barbarie
di una repressione incontrollata e di regimi di governo più o meno fascisti.
Lo stesso assetto sociale capitalista sta divenendo una miscela fuori controllo
di devastazione della natura umana e dell'ambiente naturale, miscela che, in
pochi decenni, ha sconvolto i già precari equilibri che capitalismo e
industrializzazione avevano nei confronti della vita stessa sul pianeta.
Pandemie, alterazioni genetiche, mercificazione della natura tutta,
modificazioni profonde del clima stesso, stanno stravolgendo la biosfera.
L'attacco all'uomo ed alla natura provoca effetti progressivi di segno opposto
e contrario, dallo scatenarsi della violenza sociale ai disastri ambientali, è
come una molla che si sta caricando, che già sussulta in tensione, ma che
inevitabilmente produrrà una risposta sistemica di proporzioni gigantesche. La
crisi economica, politica, sociale e culturale, dunque, non viene risolta ma
semmai accentuata da guerre e repressione, il sistema capitalista vive una fase
di emergenza che lo porta ad accentuare le misure contro gli antagonismi che
comunque si stanno manifestando ovunque, nelle forme più diverse. Ed è qui che
si apre l'opportunità epocale per i comunisti di dare concretezza al loro
programma: "Socialismo o Barbarie"!
- 4 - Soggetti e teorie
politiche
Abbiamo visto, nella prima parte, come esistano interpretazioni e scuole di
pensiero diverse sulla natura e sulle cause della crisi. A queste diverse
letture corrispondono, ovviamente, soggetti politici diversi. Si è descritta a
grandi linee la teoria marxista della crisi e delle sue cause che risiedono,
fondamentalmente, nella riduzione del saggio del profitto, provocata, in ultima
analisi, dallo stesso sviluppo tecnologico e produttivo del capitalismo. A
questa concezione fa riferimento, pur con notevoli differenze al suo interno,
l'area che noi definiamo antagonista, rivoluzionaria, di classe. Non è
intenzione di questo documento descrivere e analizzare le posizioni politiche
dei soggetti che fanno riferimento a quest'area. Rimandiamo ad altro luogo e
altro momento questa analisi, pur necessaria. Vogliamo invece concentrare la
nostra attenzione sulle posizioni presenti nel campo della cosiddetta
"sinistra borghese" per definirne meglio gli aspetti, criticarne le
teorie e denunciarne i pericoli che risiedono in una prassi politica che tende
ad occultare e indebolire le potenzialità rivoluzionarie della fase attuale ed
è quindi funzionale al mantenimento dei rapporti sociali esistenti.
La "sinistra borghese" si differenzia dalla destra borghese in quanto
si preoccupa maggiormente delle conseguenze sociali del sistema di produzione
capitalista e delle contraddizioni e sofferenze da questo generate in campo
sociale, ambientale, culturale. Ma si distingue dal campo antagonista,
rivoluzionario in quanto il punto di vista adottato non è quello di classe,
scientifico, marxista; esso rimane un punto di vista fondamentalmente idealista
e si pone in un orizzonte politico di tipo riformista, compatibile con le
istituzioni e il sistema di produzione esistenti e rifiutando, di fatto, ogni
ipotesi rivoluzionaria.
Questo punto di vista tende dunque, inevitabiltemente, a sottovalutare o
addirittura a negare le due principali contraddizioni che emergono in questa
fase: quella tra capitale e lavoro e quella interimperialista. Non che nel
periodo espansivo del capitale esse non siano presenti (sono anzi costitutive
del rapporto di produzione capitalista), ma è proprio nell'attuale fase di
crisi che esse diventano sempre più apertamente antagoniste, ponendo le
condizioni per eventuali sviluppi di tipo rivoluzionario.
Vale a dire, da un lato il capitale, nella crisi, è costretto a combattere una
guerra quotidiana contro le masse tanto dei paesi imperialisti quanto del resto
del mondo. Questa guerra ha il fine di imporre forme di sfruttamento sempre più
brutali e di cancellare tutte quelle conquiste di civiltà che il movimento dei
lavoratori ha fin qui ottenuto, nel tentativo di contrastare il generale calo
dei profitti. Dall'altro lato cresce la tendenza al conflitto, dapprima economico
e poi sempre più politico e militare tra i vari gruppi e Stati imperialisti: se
fino ad oggi gli USA sono apparsi egemoni sul piano politico e militare, non è
detto che gli altri, in particolare l'imperialismo europeo, continueranno a
subire a lungo, passivamente, l'interventismo americano a favore dei propri
gruppi di interesse.
Chi adotta un punto di vista che non è di classe, tenderà dunque a negare
l'esistenza di queste due contraddizioni, oppure a vederne solo alcuni aspetti
parziali e a frammentare la propria azione in lotte economiche, ambientaliste,
per la "pace", che combattono singoli aspetti della crisi, l'una
lotta isolata dall'altra. E anche quando queste lotte risultano vincenti non
fanno altro, nel migliore dei casi, che salvaguardare e difendere
(temporaneamente) qualche aspetto dell'esistente.
Quali sono le forze politiche che riconosciamo nella "sinistra
borghese"? Partendo da quelle più istituzionali, occorre chiedersi, ad es.
se i DS facciano effettivamente parte della sinistra oppure della destra
borghese, di quella che gli anglosassoni definiscono l'area liberal (o lib-lab,
cioé liberal-labour). Innanzitutto, va detto che nei DS il processo di
trasformazione del partito in senso liberal-democratico, da partito di massa a
insieme di circoli elettoralistici, non si è ancora definitivamente compiuto. E
questo per via della resistenza di una parte del partito e dei suoi referenti
(dal cosiddetto "correntone" fino alla CGIL) che stenta a ripudiare
la concezione socialdemocratica e la rappresentanza della residuale
aristocrazia operaia che tanto hanno dato in termini di fortune elettorali e
sindacali nel dopoguerra.
Ciò nonostante, la dirigenza attuale dei DS si pone nei confronti della crisi
non diversamente dagli economisti borghesi dell'area "liberal". Non è
un caso se i suoi consulenti sulle materie del lavoro sono stati gli stessi
dell'attuale maggioranza, se le critiche alle politiche economiche dell'attuale
governo sono del tipo: "quelli sono degli incapaci, noi sapremmo fare di
meglio per rilanciare l'economia" (vale a dire il livello dello
sfruttamento dei lavoratori e dei profitti); e se di fronte all'ultima guerra
sostengono a spada tratta la necessità di rafforzare il ruolo politico e
militare dell'UE (vale a dire dell'imperialismo europeo). C'è poco da
commentare!
Al di là dell'attuale dirigenza DS si colloca quella che possiamo più
specificamente definire la "sinistra borghese", che va appunto dal
"correntone" DS alla dirigenza di Rifondazione passando per la CGIL
(e la FIOM in specifico) ma anche per i Social Forum, i Disobbedienti, il
Manifesto e il variegato arcipelago dell'associazionismo Verde e pacifista. Si
tratta di un'area molto vasta che racchiude posizioni molto diverse ma che
condividono tutte alcune importanti concezioni. La prima di queste è quella
idealistica (che è la concezione filosofica affermatasi con l'ascesa al potere
della borghesia), che largamente domina fra questi soggetti, e che si
contrappone alla concezione storico-materialistica propria dei marxisti.
Vale a dire che costoro ritengono che la storia (e il presente) si leggono
innanzitutto come scontro di idee, di valori, che sono portati avanti da
singoli individui. Essi, dunque, sopravvalutano la forza delle idee, ritengono
le proprie universalmente valide, identificano il negativo della realtà sociale
con le idee sbagliate degli uomini. Così la guerra in Iraq è stata colpa di
Bush e di Blair, se le cose vanno male in Italia è colpa di Berlusconi o di
D'Alema, se il FMI o la BM fossero diretti da altri, si riparerebbe ai danni
della Globalizzazione.
Naturalmente, è difficile che costoro parlino di crisi generale del capitale.
Ovvero, riconoscono, a differenza dei pensatori "liberal", che esiste
una crisi strutturale, ma a questa ci si riferisce come effetto della
Globalizzazione, evento epocale che avrebbe cambiato negli ultimi trent'anni
ogni aspetto del tradizionale capitalismo, mettendo fuori della storia vecchie
categorie quali imperialismo, classe operaia, lotta di classe. Sono, né più né
meno, le tesi riportate nell'ultimo fortunato libro di Toni Negri
"L'impero".
Può sembrare strano che persino un partito come Rifondazione che si richiama
nel nome al comunismo abbia rimosso nell'ultimo Congresso il termine
Imperialismo a favore del termine Globalizzazione, ma non è casuale. Infatti
per Rifonda, come per il resto della compagnia, diventerebbe imbarazzante
ammettere che siamo di fronte ad una crisi generale del capitalismo ed alla
possibilità di nuove guerre. Questo comporterebbe dover tirare fuori termini
rimossi quali socialismo e rivoluzione, cosa alquanto scabrosa per chi si è
abituato da anni a godere di tutti i vantaggi del mondo democratico
occidentale, soprattutto quando si vive della rendita di una buona posizione
sociale!
Così, le ricette di fronte alla crisi di questa nuova sinistra borghese si
articolano nei modi più vari, ma pur sempre nel quadro delle compatibilità
economiche e politiche e nel rispetto dei sacri valori della democrazia
(occidentale), della libertà (d'impresa) e della pace (sociale). Vi è dunque
chi propone (Correntone DS, Rifonda) il ritorno a politiche economiche di tipo
keynesiano, vale a dire l'intervento dello Stato in economia a sostegno di
occupazione, investimenti produttivi, e a favore di settori industriali strategici.
In realtà è proprio quello che già fanno Bush e Berlusconi. Se non che, costoro
lo fanno a diretto interesse loro e dei gruppi di interesse amici. Nella guerra
per bande tra gruppi imperialisti a cui assistiamo, il controllo del governo
diventa cruciale per disporre delle enormi risorse di ogni Stato.
Piuttosto, la classe borghese nel suo insieme reclama un'azione più decisa del
governo per eliminare ogni residua conquista sociale che si frapponga
all'aumento dello sfruttamento dei lavoratori e la mobilitazione di ogni
risorsa dello Stato a sostegno dei loro margini di profitto e di nuove
avventure neo-coloniali. Per questo, le ricette di Bertinotti e Cofferati non
interessano alla borghesia e, se applicate, salvaguarderebbero per poco tempo i
lavoratori di fronte al procedere della crisi (vedi il fallimento
dell'applicazione della legge, voluta in Francia dalle "sinistre",
sulle 35 ore).
Ma vi è un altro motivo, ancora più importante, per cui queste ricette si
rivelerebbero, se applicate, fallimentari. Questa sinistra accusa gli esponenti
della destra borghese di non fare abbastanza per sostenere lo sviluppo
produttivo e per ridurre la disoccupazione. Propone inoltre di tassare gli
impieghi puramente speculativi di capitale (ad es. con la "Tobin Tax"),
di sostenere con investimenti pubblici soprattutto i settori in crisi e
stimolare gli investimenti dei privati. Con il che dimostra di non aver capito
assolutamente nulla della natura dell'attuale crisi economica. Che non risiede
nella cattiva volontà dei capitalisti, i quali preferirebbero speculare invece
che investire per "creare lavoro", ma risiede piuttosto nel fatto che
il tasso del profitto continua a rimanere basso nei settori tradizionali e ciò
spinge i capitalisti a cercare impieghi più remunerativi altrove (il capitale o
si valorizza o "muore").
Se, invece, come chiede la sinistra borghese, si impiegassero capitali
aggiuntivi nei settori tradizionali (per es. l'auto), si finirebbe per
accrescere la competizione, aumentare l'invenduto e, in definitiva,
paradossalmente, deprimere ancor più questi settori provocando una diminuzione
generalizzata dei profitti e una maggiore disoccupazione! Il problema non è
quello che manchino i capitali da investire, ma piuttosto le buone occasioni,
fintanto che nei settori produttivi tradizionali il saggio del profitto rimane
basso. E questo rimane il problema attualmente irresolubile, tanto per gli
economisti di destra che di sinistra: quello di far riprendere il saggio del
profitto in questa situazione.
Così come risultano del tutto velleitarie le proposte di coloro (i pacifisti)
che propongono di smettere di costruire armi (si avrebbero solo milioni di
disoccupati in più!) o di coloro che pensano che il problema della fame del
Terzo Mondo si potrebbe risolvere introducendo colture più produttive e
resistenti (tipo OGM), dimenticando che già oggi si produce abbastanza cibo per
sfamare tutto il mondo, ma che buona parte viene distrutto (così come molti
terreni non vengono coltivati) per mantenere un livello di profitto adeguato
per gli agricoltori del primo mondo.
Insomma, ciò che distingue in definitiva il punto di vista della sinistra
borghese, anche di quella di provenienza marxista, è il fatto di continuare ad
avere una visione dei problemi che si risolve nella sola questione dell'equità
distributiva, cioé di come vadano redistribuiti risorse e profitti, perdendo
del tutto di vista l'origine dei problemi, cioé i rapporti sociali entro cui si
esplicano queste disuguaglianze, quelli capitalisti. Parafrasando Marx, costoro
pretendono di insegnare quello che non hanno capito!
Ancora più confusa è la situazione nel movimento No-Global o ex-movimento di
Seattle, nell'arcipelago dell'associazionismo ecologico, sociale, pacifista. I
convegni (Forum) di Porto Alegre hanno segnato la nascita un pò ovunque dei
Social Forum il cui sviluppo recente denota però un sempre più marcato
affermarsi, al loro interno, di posizioni burocratico-istituzionali legate alle
già citate, precedentemente, organizzazioni della sinistra borghese. L'analisi
della crisi che prevale in queste associazioni è di stampo per lo più
sociologico con l'attenzione rivolta innanzitutto agli effetti perversi della
Globalizzazione in campo sociale, ambientale e culturale.
Si assiste al tentativo di organizzare lotte e iniziative locali per combattere
questi effetti insieme all'utopia di governare con una rete mondiale di
associazioni ed enti locali (la cosiddetta "global governance") la
Globalizzazione stessa, dando luogo ad un circuito virtuoso che dovrà portare
pace, sviluppo, progresso e giustizia sociale per tutti i popoli, innanzitutto
a quelli del Terzo Mondo. Si afferma sempre più l'idea che ci si possa opporre
all'egemonia delle multinazionali promuovendo un mercato alternativo basato
sull'autoimprenditorialità dal basso, sul Terzo settore no profit, sul
commercio equo&solidale. L'altra idea dominante è quella di un metodo di
lotta che ripudia la violenza e predica la disobbedienza civile come forma
estrema di lotta alle ingiustizie.
Concetti questi che intendono coscientemente porre una frattura rispetto alla
storia del movimento operaio, poiché è chiaro che in questo senso si intendono
ripudiare tanto il concetto di lotta di classe che il concetto di rivoluzione
socialista. Infatti, costoro non intendono contestare le istituzioni e lo Stato
borghese in sé ma reclamare a gran voce un funzionamento maggiormente
democratico delle stesse istituzioni; così come si chiede un'applicazione
integrale della Costituzione che dovrebbe di per sé garantire criteri di
maggiore equità e giustizia sociale, scordandosi che tutti gli Stati borghesi
nascono in quanto garanti dello sfruttamento borghese e del rapporto sociale di
valore, funzionale all'egemonia del capitale sul lavoro, dunque sugli uomini.
Casi interessanti ed emblematici, all'interno di quest'area, sono quelli di
Toni Negri e dei Disobbedienti (ex-Tute Bianche e Ya Basta). Il primo, nel già
citato best-seller "L'Impero" sostiene che, dato l'esaurirsi della
funzione dei vecchi stati-nazione, tutti i gruppi imperialisti mondiali
costituirebbero attualmente un'unica oligarchia il cui centro politico
risiederebbe nello Stato USA (il nuovo Impero). Non sussistendo più la vecchia
nozione di stato-nazione, conseguentemente, non avrebbe alcun senso parlare ancora
di imperialismi in conflitto tra loro. Al conflitto tra capitale e classe
operaia si sostituirebbe, a sua volta, un conflitto tra le moltitudini che
richiedono nuovi diritti di cittadinanza globale e l'Impero.
Peccato che le tesi del libro (scritto da Negri con M. Hardt poco prima della
guerra in Kosovo) siano state clamorosamente smentite proprio dalle ultime
guerre. Infatti, negando l'esistenza degli imperialismi, come è possibile
spiegare l'aspro conflitto politico sulla guerra in Iraq tra i governi USA e GB
da un lato e dall'altro i governi di Francia e Germania (asse
economico-politico principale dell'UE e dell'imperialismo europeo) ma anche di
Russia e Cina? Forse volendo credere che questi ultimi intendessero erigersi a
difensori del diritto internazionale e paladini dei popoli oppressi?
Appare evidente, invece, come la crisi del capitale spinga il governo USA a
farsi sempre più interprete delle esigenze dei gruppi monopolistici e
imperialistici americani, preoccupandosi sempre meno di ledere gli interessi
economici di altri gruppi imperialisti. Il che è evidente nei sempre più aspri
contrasti tra USA ed UE nell'ambito del WTO (vedi il recente fallimento di
Cancun) a riguardo dell'importazione ed esportazione di prodotti agricoli,
tessili, acciaio, ecc. Non è un caso che la prima iniziativa di risposta dei
governi francese e tedesco all'aggressione americana in Iraq sia stata
l'accelerazione della costituzione di un esercito europeo! Il conflitto
economico si trasforma in conflitto politico oggi e, probabilmente, militare
domani (con quale intensità non è dato saperlo). Lo stesso Giappone,
attanagliato da una grave recessione da oltre un decennio, sta dando il via ad
un processo di riarmo e contribuisce alle missioni di "pace"
imperialista in giro per il mondo, dopo oltre cinquant'anni in cui gli USA
avevano imposto di non inviare truppe all'estero.
Non è un caso che le tesi di Toni Negri affascinino tanto l'area dei
Disobbedienti, così da indurli, recentemente, ad indire un seminario nazionale
su disobbedienza e movimento globale dal suggestivo titolo di
"Controimpero". Ma se la teoria a cui si rifanno le ex-Tute Bianche è
alquanto discutibile, la prassi è ancor peggio, tutta caratterizzata dalla
ricerca del bel gesto, eclatante e simbolico, tanto meglio se poi "buca in
tivvù". La tesi secondo cui le iniquità del mercato globale dominato dalle
multinazionali si combattono innanzitutto a partire dalla costituzione di un
mercato alternativo, equo e solidale, non sono poi molto diverse da quelle
sostenute dalla destra che sponsorizza il Terzo Settore di cooperative come
metodo per smantellare lo stato sociale e infiltrare i privati nelle funzioni
pubbliche.
Di fatto è lo stesso programma sponsorizzato da Formigoni in Lombardia
attraverso La Compagnia delle Opere. Questo approccio al Terzo Settore da parte
dei Disobbedienti ha favorito le fortune delle ex-Tute Bianche non solo negli
ambienti istituzionali nazionali (non a caso Casarini è stato consulente anche
dell'ex-ministro Livia Turco) e locali (accordi con giunte anche di
centro-destra e ambienti confindustriali), ma purtroppo ha portato anche
all'affermazione di queste teorie in tutta una serie di Centri Sociali. La
stessa direzione di Rifondazione ha legittimato le loro posizioni definendo la
Disobbedienza come "forma di conflitto sociale, autentico e non disposto a
facili compromessi".
- 5 - Conclusioni
In questo documento abbiamo inteso trattare l'argomento della crisi di
capitale. Abbiamo dapprima analizzato alcune serie di dati economici, che ci
hanno portato ad affermare come la fase di sviluppo dell'economia capitalistica
mondiale, iniziata nel secondo dopoguerra, si sia conclusa circa una trentina
d'anni fa. Da allora, l'economia capitalistica si trova in una fase di crisi
generale che si va via via approfondendo, seppure manifesti, per brevi periodi
e relativamente ad alcune aree, fasi di controtendenza.
Abbiamo cercato di esaminare, in una breve sintesi, come gli aspetti economici
della crisi si manifestino anche sul piano politico, sociale e culturale. In
particolare, abbiamo analizzato come, all'approfondirsi della crisi, crescano
le lotte di resistenza ai tentativi di accrescere lo sfruttamento
capitalistico, resistenza che si manifesta sotto varie forme nei diversi paesi.
Abbiamo visto come i paesi imperialisti cercano di prevenire l'instabilità
politica e sociale e lo sfociare dei movimenti di resistenza in movimenti
rivoluzionari mediante le strategie della contro-rivoluzione preventiva.
Abbiamo, infine, cercato di analizzare le posizioni politiche presenti
nell'area della sinistra borghese (l'area definita un tempo come 'riformista')
e che si contrappongono alle posizioni del campo rivoluzionario, antagonista,
di classe. Non abbiamo voluto procedere oltre, analizzando le posizioni che
oggi emergono in questo campo, in cui noi ci collochiamo e ci identifichiamo. È
un compito che esula dal presente documento e che si scontra con i limiti
raggiunti dal livello di omogeneità politica del nostro piccolo collettivo.
Questo documento assume dunque la finalità di un confronto e di una crescita
politica al nostro interno, da un lato e di un contributo alla discussione
politica e all'analisi di fase all'interno del più vasto movimento antagonista
e rivoluzionario, dall'altro. È questo, d'altronde, uno dei primi obiettivi che
ci siamo posti come Centro Documentazione all'interno del CSA Castellazzo: fare
formazione, analisi, mantenere e recuperare la memoria storica. Per questo
abbiamo costituito, in primo luogo, la Biblioteca Popolare, per questo abbiamo
cominciato le nostre attività di formazione con il lavoro sulla Crisi,
essenziale per capire quale fase stiamo attraversando, qui ed oggi, e quali
prospettive si possono aprire per il lavoro politico.
In secondo luogo, vogliamo chiarire che le nostre finalità non sono quelle di
costituire un 'Centro Studi' o un luogo di raffinato dibattito teorico in
attesa che la realtà 'venga a noi'. Come detto fin dall'inizio, l'elaborazione
teorica ha un senso per noi solo se viene suffragata e rivista dal continuo
confronto con la prassi del lavoro politico di massa. E, viceversa, che la
prassi politica abbia un senso solo se si trasforma in elaborazione teorica.
E pensiamo che sia la prassi politica il punto dolente di molti dei gruppi e
delle organizzazioni del campo antagonista. Sicuramente anche qui c'è un vizio
di forma che discende da una carenza di analisi: come rapportarsi alle masse,
ai lavoratori, ai precari, ai disoccupati, agli studenti, ai migranti, ma anche
a coloro che si mobilitano contro i disastri ambientali o contro la guerra, per
la casa o contro il caro-vita?
Come ricomporre tutti i soggetti che già lottano, si oppongono, RESISTONO in
mille forme diverse, collettive o individuali, radicali o non-violente? Come
ricomporli in un progetto, in un programma che ci permetta di fuoriuscire da
questo incubo quotidiano che è il capitalismo imperialista, il libero mercato
di forza-lavoro e capitali, la democrazia "reale"?
Ma dobbiamo discutere ancora a lungo tra noi su quale sarà questo programma, quale
sarà la forma organizzativa (il partito?) che devono darsi i rivoluzionari, i
comunisti. E il tempo urge!
Per il momento noi, Centro Documentazione, CSA Castellazzo, Biblioteca
Popolare, in concreto, ci proponiamo di proseguire e potenziare formazione e
controinformazione, i dibattiti, le serate video e di teatro, i concerti e le
manifestazioni militanti, e ricordando che il marxismo viene appunto definito
da Gramsci la "filosofia della prassi", vediamo di potenziare
l'intervento e l'inchiesta sul nostro territorio canavesano, in particolare sul
lavoro precario e la scuola.
Diamo contributo, anche con questo documento, al Coordinamento Antimperialista,
portando anche avanti iniziative di solidarietà internazionalista. Nascerà
presto il bollettino di controinformazione delle lotte e delle resistenze in
Canavese. Ricerchiamo, in collegamento con altre forze antagoniste, di dare
vita a forme concrete di mutualità e di cooperazione, di divenire una struttura
di servizio per iniziative sul territorio. Più avanti, non compete ovviamente
solo a noi, sarà necessario costruire un Fronte Antimperialista e la
ricostruzione di una organizzazione comunista e rivoluzionaria, veramente
internazionalista.
E aumentare l'impegno personale di compagni e compagne, levarsi di dosso la
schiavitù di gesti, abitudini, malo uso di tempi e spazi esistenziali che il
sistema, questo, il capitalismo, ci ha rubato.
La resistenza , la rivoluzione, inizia dentro e attorno a noi.
Siamo, pessimismo della ragione ma ottimismo della volontà, ottimisti.
L'attacco che l'umanità intera sta subendo può cambiar di segno e le cento basi
imperialiste sparse per il mondo potranno vedere crescere intorno i mille
fuochi della resistenza!!
24 Ottobre 2003
stampato in proprio
via Arduino 109, IVREA