www.resistenze.org - pensiero resistente - transizione - analisi e prospettive - 28-12-03

Centro Documentazione 1° Maggio
CSA Castellazzo - Ivrea

Sulla crisi capitalistica


Premessa

Questo documento nasce dal tentativo di dare una risposta alle seguenti domande: è in corso attualmente una crisi capitalistica? Se si, quali sono le cause e la natura di tale crisi?
Quanto segue è il frutto del dibattito interno al Centro Documentazione e al CSA a partire dalla raccolta e dall'analisi di alcune serie di dati socio-economici. Dopo avere analizzato i risvolti economici, sociali e politici della crisi, si conclude con una breve analisi delle posizioni politiche oggi in campo su questo argomento. Questo lavoro non vuole certo essere un documento complessivo ed esaustivo sulla questione della crisi, ma si propone di esprimere un punto di vista collettivo su di un fenomeno complesso ed in corso di continuo sviluppo. Un punto di partenza, piuttosto che di arrivo, convinti che l'elaborazione teorica ha un senso solo se suffragata e rivista dal confronto continuo con la prassi del lavoro politico di massa. E viceversa, che la prassi politica abbia un senso solo se si trasforma in elaborazione teorica.

Sommario:

1. Aspetti economici e sociali
2. Resistenze alla crisi
3. Controrivoluzione Preventiva
4. Soggetti e teorie politiche
5. Conclusioni


- 1 - Aspetti economici e sociali

Per rispondere alla domanda iniziale, se sia in corso o meno una crisi capitalistica, occorre innanzitutto studiare l'andamento dell'economia mondiale degli ultimi decenni. Noi abbiamo preso in considerazione il periodo che va dal secondo dopoguerra ad oggi. All'interno di questo periodo, abbiamo considerato alcuni dei principali indicatori macro-economici quali il PIL, la disoccupazione, i salari, il reddito, ecc. sia a livello globale sia in alcuni dei paesi capitalisticamente più significativi. I dati raccolti provengono da fonti "ufficiali" quali: Eurostat, OCSE, ISTAT, IRES, ONU. Naturalmente, non intendiamo qui riproporre serie complete di dati (che appesantirebbero oltremodo la trattazione) ma semplicemente citarne alcuni tra quelli che ci sono apparsi più significativi per delineare le tendenze in corso.

Innanzitutto, il dato che viene ritenuto (dalle fonti borghesi) come uno degli indicatori principali del benessere e dello sviluppo di una nazione è il tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL). I dati ci indicano come nei Paesi OCSE (fanno parte dell'OCSE oggi i 23 paesi più industrializzati), durante gli Anni '60, il PIL sia cresciuto con una media di circa il 5% annuo. Negli Anni '80 la crescita media dei Paesi OCSE è stata attorno al 3,2% annuo. Negli Anni '90 è stata attorno al 2% (mentre in Italia, tra il 1992 e il 1998 è stata solo dell'1%). Nel corso del 2003, in molti paesi UE (tra cui l'Italia) la crescita del PIL risulta vicina allo 0% (stagnazione) o addirittura negativa (recessione). Appare dunque evidente come la crescita del PIL sia andata generalmente e progressivamente decrescendo negli ultimi trent'anni. Un altro dato significativo, rispetto al PIL, è quello relativo a come esso è ripartito a livello mondiale. Per esempio, si noti come la quota dell'Africa sul PIL mondiale sia scesa, dal 4,5% del 1980, all'1,5% a fine anni Novanta; questo ci dice che non solo la crescita economica è rallentata fino a quasi fermarsi per i paesi più avanzati, ma che i paesi più poveri partecipano sempre meno a questo tipo di sviluppo.

Consideriamo ora alcuni dati relativi al lavoro (e al non lavoro). Per ciò che riguarda la disoccupazione, gli 11 paesi dell'UE che oggi utilizzano l'Euro come valuta presentavano, negli Anni '60, un tasso di disoccupazione medio del 2%. Negli Anni '90, in questi stessi paesi, il tasso di disoccupazione medio era attorno al 10% (quindi 5 volte superiore!). In Italia, ad esempio, tra il 1960 e il 1975, il numero medio dei lavoratori disoccupati era attorno ad 1 milione, mentre dopo il 1980 supera i 2 milioni e si attesta stabilmente negli anni successivi tra 2,5 e 2,8 milioni.

Un altro dato importante, insieme a quello della disoccupazione, è quello relativo al lavoro precario. Le forme di lavoro "atipiche", pressoché inesistenti in Europa negli anni '60 e '70, si affermano rapidamente a partire dagli anni Ottanta. Verso la fine degli anni '90, in Gran Bretagna i lavoratori privi di occupazione stabile superavano il 50%, mentre in Germania superavano un terzo del totale. In Italia, dal 1996 in avanti, i nuovi ingressi al lavoro sono in forma atipica per oltre il 65% dei casi.

Inoltre, negli ultimi anni, sono in forte crescita anche il lavoro sommerso (3,4 milioni in Italia nel 1997) e il lavoro minorile di eta' inferiore ai 15 anni (5 milioni nei paesi UE e 200 milioni nel Sud del mondo). È significativo il fatto che la disoccupazione di lunga durata, il lavoro precario, il lavoro sommerso e minorile si ritenevano, nel corso degli anni '60 e '70, forme residuali del lavoro, tipiche di società arretrate ma in via di scomparsa nei paesi più avanzati.

Può essere interessante osservare da vicino alcuni dati economici relativi agli USA, paese non solo preso a riferimento per molte delle riforme economiche e del lavoro, ma anche il più avanzato sul piano delle nuove tecnologie. Si osserva, ad esempio, come il salario reale dei lavoratori USA cresce di oltre l'80% tra gli anni 1946 e 1973, mentre dal 1973 al 1999 diminuisce del 20%.

È significativo il fatto che, a meta' degli anni Novanta, tra i 15 paesi più avanzati, gli Stati Uniti sono il paese che combina i salari più bassi con gli orari di lavoro più lunghi! Uno degli effetti di questa situazione si riflette nei dati sulla povertà negli USA. Essa, infatti, è in forte aumento non solo tra i disoccupati di lungo periodo ma anche tra i lavoratori salariati a tempo pieno. I lavoratori poveri (sono coloro il cui reddito si colloca sotto la soglia della poverta' assoluta), passano dall'8,4% del 1969, sul totale della popolazione attiva, al 23,2% del 1994. Si assiste, in questi ultimi anni, ad una crescita della polarizzazione delle condizioni di vita (in pratica aumenta la distanza tra ricchi e poveri): si pensi ad esempio che nel 1969 l'1% della popolazione (i super-ricchi) possedeva il 25% di ricchezza nazionale, mentre nel 1999 questa percentuale è salita a circa il 40%. Allo stesso tempo, si verifica una forte crescita dell'indebitamento di imprese e famiglie, infatti il debito lordo di queste ultime nel 1999 è arrivato al 103% del reddito disponibile. Mentre, ancora, si assiste alla crescita dell'indebitamento dell'intero sistema statunitense, arrivato nel 1999 al 130% del PIL, e in particolare alla fortissima esposizione debitoria netta sull'estero che passa dal 2,5% del PIL del '94 al 20% del PIL del '99 (se gli investitori esteri ritirassero i loro soldi dagli Stati Uniti, l'economia di questo paese crollerebbe nel giro di poche ore!).

Vi sono, inoltre, alcuni dati interessanti a livello mondiale. Su 3 miliardi di individui che costituiscono le forze di lavoro totali, oltre 1 miliardo e' attualmente disoccupato o sotto-occupato. Tra le concause di questa elevata disoccupazione vi sono la crescita della popolazione mondiale e l'espansione capillare dell'economia monetaria a scapito di quella informale (vale a dire la distruzione, nel Terzo Mondo, delle forme tradizionali di economia basate sull'auto-sussistenza del villaggio, per cui le persone sono forzate a lasciare le campagne e ad inurbarsi, con scarse speranze di trovare però un lavoro regolare). Anche a livello globale si può notare la crescita delle disuguaglianze: nel 1997 il 20% più ricco della popolazione mondiale si spartiva l'86% del PIL del mondo, per contro al 20% più povero toccava solamente l'1% (con un rapporto di 86 : 1); nel 1990 il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero della popolazione mondiale era invece di 60 : 1, mentre nel 1960 il rapporto era di 30 : 1.

Un altro aspetto notevole di questi ultimi anni è l'enorme crescita del processo di finanziarizzazione dell'economia stessa. Con questo si intende il progressivo squilibrio tra economia finanziaria ed economia reale: nel 1998 le transazioni economiche giornaliere aventi un carattere puramente finanziario (titoli e divise) hanno toccato i 2000 miliardi di dollari, cifra che corrisponde a 50-100 volte il volume giornaliero del commercio mondiale (vale a dire l'intera compra-vendita di beni e servizi). Nel 1970 si trattava di soli 10-20 miliardi di dollari, saliti a 80 miliardi di dollari nel 1980 e a 500 miliardi di dollari nel 1990. Dal 1990 al 1998 tali scambi si sono dunque quadruplicati; sempre nel 1998, per l'82% detti scambi erano costituiti da operazioni con vita inferiore a 7 giorni, mentre per il 43,5% dei capitali le operazioni non superavano i 2 giorni. Si assiste quindi al fatto che gli investimenti produttivi (destinati cioé a produrre nuove merci) si riducono enormemente rispetto a quelli di tipo finanziario, i quali ultimi sono sempre meno investimenti di lunga durata e assumono invece un aspetto puramente speculativo.

Si potrebbero citare qui molti altri dati, ma crediamo che questi siano di per sé sufficienti a giungere ad una prima conclusione. Che è la seguente. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (che poneva a sua volta termine al ciclo di crisi degli anni Trenta) si possono identificare chiaramente due cicli economici molto diversi: uno di forte crescita ed espansione mondiale dell'economia capitalistica ed uno di crisi economica. Lo spartiacque tra i due cicli si può collocare attorno alla prima metà degli anni '70. Infatti, tutti gli indicatori precedentemente considerati (dal PIL alla disoccupazione, dal reddito alla garanzia del posto di lavoro, ecc.) mostrano un andamento estremamente diverso dagli anni '60-'70 agli anni '80-'90. Non che la crisi abbia avuto fin qui un andamento estremamente lineare e regolare: è infatti possibile identificare al suo interno dei micro-periodi di ripresa (negli anni '80 con la cosiddetta "reaganomics" o negli anni '90 con la "new economy"). Ma si tratta, a ben guardare, di fenomeni di tipo per lo più speculativo e di breve durata, al termine dei quali le condizioni generali si sono ancor più aggravate.

Questa conclusione (la crisi esiste) è oggi comunemente accettata non solo dai marxisti ma anche da buona parte degli economisti borghesi, a parte un sempre più sparuto gruppetto di economisti burloni e stipendiati dalla CIA che ritiene la crisi attuale come congiunturale e provocata dal crollo delle Torri Gemelle! In realtà, tutti i dati economici esaminati in precedenza ci dicono come la crisi abbia un'origine molto più lontana nel tempo.

Tra coloro che concordano sull'esistenza di una crisi generale, strutturale, del capitalismo si possono distinguere, grossomodo, due grandi correnti di pensiero.

La prima, quella degli economisti borghesi di sinistra, di stampo sociologico e new global, neo-keynesiano e riformista, identifica la natura dell'attuale crisi con il fenomeno della Globalizzazione o Mondializzazione e con la sua "mala-gestione" da parte degli enti sovranazionali quali FMI, BM, WTO, ecc. Questo fenomeno, secondo tale tesi, si origina nella seconda metà degli anni '70, in conseguenza dello sviluppo delle nuove tecnologie elettroniche ed informatiche e corrisponde alla formazione di un unico mercato mondiale per le merci e per i capitali. Senza entrare nei dettagli, costoro ritengono che gli effetti più macroscopici della Globalizzazione consistano: a) nella esasperata competizione a livello planetario tra capitali da un lato, e tra forza lavoro dall'altro (che ha come conseguenze una riduzione generalizzata dei salari e una polarizzazione delle disuguaglianze); b) nella speculazione finanziaria (che porta alla finanziarizzazione dei capitali, con disinvestimenti nei settori produttivi); c) nella fusione e concentrazione di capitali (con situazioni di monopolio e di cartello in diversi settori: informatica, settore aeronautico, ecc.) a danno di piccoli produttori e consumatori; d) nella penalizzazione delle economie locali (soprattutto quelle più fragili) a vantaggio delle multinazionali. Questi effetti vengono spesso definiti come "effetti perversi" della Globalizzazione, in quanto si ritiene che lo sviluppo di nuove tecnologie, la creazione di mercati mondiali, ecc. non siano elementi negativi in sé, ma piuttosto sia negativa la gestione che ne è stata fatta da parte delle multinazionali e degli organismi sovranazionali, gestione che ha favorito lo sviluppo di un numero ristretto di paesi e aziende capitalistiche, a danno di tutto il resto.

Si tratta dunque, per costoro, non tanto di combattere il fenomeno in sé ma di gestirlo politicamente in modo più democratico, più rispettoso di autonomie ed economie locali, penalizzando gli impieghi puramente speculativi di capitale (vedi la Tobin Tax), favorendo una maggiore competizione tra le imprese e sostenendo il "libero mercato".

Una seconda corrente di pensiero è quella che invece si rifà ad una lettura della crisi secondo un punto di vista marxista (più o meno ortodosso). In effetti, si tratta anche qui non di un unico punto di vista, ma di una serie di analisi che presentano un denominatore comune nella interpretazione data dal materialismo storico. La differenza principale rispetto alle ipotesi precedenti sta nel loro rovesciamento. Quelle che in precedenza apparivano come le cause della crisi (la globalizzazione di merci e capitali, la finanziarizzazione, ecc.) qui risultano come effetti della crisi stessa, le cui cause vanno ricercate altrove.

Secondo la teoria marxiana classica, il capitalismo produce spontaneamente cicli di sviluppo e cicli di crisi dovuti alla sovrapproduzione di merci; dovuti, cioé, all'accumulo di merci invendute, crisi che vengono risolte con la distruzione di una parte delle forze produttive (impianti, capitali, licenziamenti di lavoratori) e con la ripartenza di un nuovo ciclo. In realtà, la teoria marxiana, esposta ne "Il Capitale", non poteva tenere conto dei nuovi aspetti che lo sviluppo del modo di produzione capitalista avrebbe assunto a partire dalla fine dell'800, nella fase detta dell'Imperialismo.

Anche se ne previde aspetti importanti, quali la Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, per la quale il saggio del profitto medio (inteso come rapporto tra il plusvalore prodotto e il capitale impiegato) è destinato inevitabilmente a ridursi per via dell'introduzione di nuove e sempre più costose tecnologie. Marx previde anche la possibilità di forme di crisi diverse da quelle classiche dovute alla sovrapproduzione di merci. Egli parla infatti di possibili crisi dovute alla sovrapproduzione assoluta di capitali, intendendo questa forma di crisi come un limite "fisiologico" della crescita capitalistica, dove ogni ulteriore investimento di capitale produce una diminuzione anziché una crescita del plusvalore complessivo.

Le crisi generali nell'epoca dell'Imperialismo assumono dunque forme nuove, diverse dalle forme classiche ottocentesche, in cui brevi cicli di ripresa si alternavano ogni pochi anni a crisi di sovrapproduzione di merci. Le crisi capitalistiche contemporanee sono crisi generali che investono ogni settore produttivo, che danno luogo a persistenti fenomeni di instabilità economica, sociale, politica e culturale che ricoprono periodi anche di decenni.

Questi fenomeni si sono tradotti, nel corso del Novecento in due guerre mondiali interimperialiste, e in un vasto ciclo di guerre di liberazione e rivoluzioni socialiste. L'ultima crisi generale, che ha avuto il punto di maggiore approfondimento nel corso degli anni '30, si è risolta soltanto dopo le immani devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, dando luogo al più grandioso ciclo di espansione economica della storia umana. Questo ciclo, che noi conosciamo sotto il nome di "miracolo economico" si è concluso agli inizi degli anni '70. La nuova crisi generale presenta dunque aspetti nuovi ed inediti e può condurre ad esiti imprevedibili.

Dunque, secondo la teoria marxista, ciò a cui assistiamo a partire dalla metà degli anni '70, sono i diversi tentativi del capitale di contrastare la caduta del saggio del profitto o, detto altrimenti, l'avanzare della crisi. Assistiamo ad una vasta gamma di interventi che vanno innanzitutto nella direzione di intensificare la crescita dello sfruttamento (quindi di aumentare la quantità del plusvalore estratto). Questo avviene sotto forma di aumenti della produttività, della flessibilità' e tramite la riduzione del salario orario; il tutto ottenuto tramite l'introduzione di nuove tecnologie, l'automazione, l'introduzione di nuove forme contrattuali "atipiche" e la competizione diretta dei lavoratori del Nord con i lavoratori del Sud del mondo (con l'immigrazione ma anche con lo spostamento delle produzione in aree dove il costo del lavoro è più basso).

Analogamente, sempre come reazione alla diminuzione del saggio del profitto negli impieghi produttivi, aumentano smisuratamente gli impieghi speculativi del capitale (la cosiddetta finanziarizzazione dell'economia). Si verificano inoltre concentrazioni e fusioni tra aziende su larga scala per poter acquisire posizioni monopolistiche o preponderanti su importanti settori (Microsoft, ecc.).
Ma tutti questi interventi non sono sufficienti a creare una ripresa strutturale dell'economia. Nonostante gli interventi diretti dei governi imperialisti e delle agenzie da loro dirette (FMI, BM, WTO, ecc .), essi riescono soltanto ad ottenere la distruzione di capitali ed aziende concorrenti e la sottomissione dei mercati e delle economie più deboli agli interessi di pochi grandi gruppi. Ma non a far ripartire il ciclo di accumulazione.

Dal punto di vista politico e sociale, nei paesi imperialisti (le grandi "democrazie" occidentali), ai due cicli economici del dopoguerra (sviluppo / crisi) fanno riscontro due diversi modelli politico-sociali. Il primo è il modello del "welfare state" affermatosi negli anni '50-'70, ossia lo stato sociale, il cosiddetto "capitalismo dal volto umano", caratterizzato dalla presenza di grandi movimenti rivendicativi, da politiche riformiste e dalla cogestione sindacale. Le politiche di riforme e di aperture sociali furono rese possibili anche grazie agli elevati margini di profitto di quegli anni che consentivano di contenere le richieste operaie in un quadro di compatibilità sociali. D'altronde, era ben vivo e presente un forte movimento operaio e sindacale che faceva riferimento, anche nei paesi occidentali, a partiti comunisti che esprimevano una posizione di classe, mentre si faceva sentire il peso e l'influenza dell'URSS e dei paesi socialisti nonché delle lotte di liberazione nel Terzo Mondo.

La crisi dei primi Anni '70 porta al superamento di questo modello e in risposta alla diminuzione dei margini di profitto, si affermano negli anni '80-'90, politiche di stampo neo-liberista con il conseguente smantellamento dello stato sociale e gli interventi di deregulation del mercato del lavoro. Gli stati imperialisti, per contrastare la crisi, mobilitano tutte le risorse disponibili a sostegno del capitale e della riduzione del costo del lavoro. Il modello taylorista, allora al suo apice in Occidente, caratterizzato dal lavoro in catena di montaggio, scarsa flessibilità e grandi concentrazioni operaie, perde la sua centralità. Con l'affermarsi di nuove forme di organizzazione del lavoro e la fine dell'"operaio massa" (che era stato il protagonista del ciclo di lotte degli anni '60 e '70) si assiste alla progressiva deindustrializzazione e terziarizzazione di vaste aree produttive dei paesi imperialisti. La frammentazione delle figure e dei ruoli produttivi conduce ad una nuova composizione di classe e ci si chiede se la nuova / vecchia classe operaia sia ancora centrale nelle lotte sociali o se piuttosto la ricomposizione di classe operi oggi da un punto di vista essenzialmente politico.


- 2 -Resistenze alla crisi

Abbiamo visto in precedenza come, con il cambiamento del ciclo capitalistico, avvenuto a partire dai primi anni settanta, si affermino nuovi modelli politici e sociali (la cosiddetta "svolta neo-liberista") a cominciare dall'avvento di Reagan, della Thatcher e, prima ancora, di Pinochet, in Cile, che avviò una politica ultra-liberista affidandola ai famosi Chicago boys (economisti monetaristi della scuola di Milton Friedman).

La stessa "sinistra" istituzionale ha progressivamente sgombrato il campo riformista, (terreno sempre più impraticabile e oggi riservato a residue minoranze istituzionali, quali PRC in Italia, PCF in Francia, ecc.) per approdare ad una più "realistica", dal punto di vista delle esigenze del capitale, visione "liberal". All'interno della crisi, dunque, il capitale non ha più spazi di mediazione da concedere per il mantenimento / miglioramento delle condizioni di vita delle masse e dei lavoratori, è disponibile solo a trattare sui tempi e i modi dello smantellamento dello stato sociale e sulla flessibilità del lavoro.

Il venir meno degli spazi politici per un progetto riformista, fa sì che i partiti e i sindacati della sinistra istituzionale, che negli anni '60 e '70 si erano affermati perseguendo tali politiche (fino ad arrivare a cogestire ampi settori dello stato e delle grandi imprese) ora vedano ridursi il loro ruolo di mediatori tra capitale e lavoro. Privi di una rappresentanza politica istituzionale, a partire dalla fine degli Anni '70, i grandi movimenti di stampo rivendicativo perdono progressivamente peso, le lotte assumono sempre più un carattere difensivo, di fronte al tentativo del capitale di attaccare tutti i diritti acquisiti.

Con la frammentazione dell'organizzazione del lavoro (si moltiplicano i ruoli, le figure, le forme di inquadramento professionale) si assiste ad una equivalente frammentazione delle lotte. In mancanza di un partito / organizzazione di classe che si faccia carico di una ricomposizione politica della classe stessa, le lotte appaiono assumere sempre più un carattere difensivo, isolato, corporativo, con improvvise fiammate e momenti anche di partecipazione di massa sulle tematiche più svariate (lavoro, ambiente, salute, contro la guerra, ecc.) ma senza un'apparente continuità, una tensione verso l'organizzazione stabile.

Fine delle lotte, dunque? Fine probabilmente delle lotte di massa per come si sono manifestate nel ciclo di lotta degli anni sessanta / settanta. Ma la lotta di classe è un aspetto ineliminabile di ogni epoca storica, indipendente dalla volontà dei singoli, un prodotto del conflitto che oppone sfruttati e sfruttatori. Conflitto che è destinato a crescere con l'approfondirsi della crisi capitalistica, che mette in moto sempre nuove e più stridenti contraddizioni, qui nel ricco Occidente come nei paesi del Terzo Mondo che subiscono l'aggressione imperialista. Queste lotte si manifestano sempre più come lotte di resistenza al procedere della crisi.

Con l'acuirsi della crisi e con il conseguente manifestarsi di lotte di resistenza contro i tentativi capitalistici di elevare il livello di sfruttamento del lavoro e della rapina imperialistica, si rafforza la necessità del capitale di sviluppare le politiche di prevenzione e repressione dei movimenti rivoluzionari. Si tratta della cosiddetta "controrivoluzione preventiva" sulla quale ci soffermeremo nel prossimo capitolo. Qui accenneremo solo al contesto internazionale in cui si collocano le attuali lotte di resistenza e le politiche controrivoluzionarie.

L'imperialismo USA, nell'attuale fase di crisi strutturale del capitale, appare egemone dal punto di vista politico-militare sulla scena internazionale, nonostante il crescente conflitto con gli altri imperialismi, in particolare quello UE a guida franco-tedesca, conflitto che si manifesta nell'attuale scontro tra Euro e Dollaro, ma anche nel contenzioso sul commercio mondiale (vedi il recente vertice WTO di Cancun) e nella concorrenza in alcuni settori produttivi. Conflitto che è esploso clamorosamente nel caso dell'aggressione all'Iraq, con l'incapacità di mettersi preventivamente d'accordo sulla spartizione del bottino, dove agli europei toccavano le briciole (va però rilevato come la UE sia ancora pervasa da contraddizioni interne, espresse dai diversi gruppi di potere e lobby, quali quelli ad esempio legati a Berlusconi ed Aznar, apparentemente più vicini alle posizioni filoatlantiche che all'imperialismo franco-tedesco).

L'imperialismo USA guida la risposta alle lotte di resistenza e la controrivoluzione preventiva su scala mondiale (la cosiddetta "lotta al terrorismo", dove terroristi sono tutti coloro che si oppongono agli interessi del capitale USA), alzando ed allargando il livello dello scontro attraverso un uso che si fa vieppiù "normale" della guerra, della repressione sociale, dello smantellamento dello stato sociale e del collettivo, imponendo privatizzazioni, ecc.

Ma l'imperialismo USA non è in grado, neanche volendolo, di farsi "impero", di fondare un nuovo ordine durevole, non è in grado di mutare l'intrinseca natura del capitale, che rimane fondamentalmente anarchica. Il capitale non ha e non può ricercare un progetto razionale, universale, in quanto esso si fonda sulla concorrenza e la competizione per il massimo profitto tra le grandi multinazionali, le lobby finanziarie, in uno scontro permanente e strutturale che non può che ingenerare contraddizioni ulteriori.

L'attacco alla forza lavoro provoca sì polarizzazione sociale con l'accumulo di enormi ricchezze da parte delle classi dominanti ma deprime altresì i consumi popolari e questo vale anche nei rapporti fra stati metropolitani e le periferie del mondo. In assenza di una nuova fase di sviluppo e crescita produttiva, l'arraffare soldi con la speculazione finanziaria, da un lato, e la distruzione di capitali eccedenti con la guerra, dall'altro, non risolve la crisi strutturale del sistema e accentua ulteriormente le contraddizioni economiche e politiche in uno scenario di devastazione ambientale e sociale, mentre più evidenti si mostrano i segni del limite allo sviluppo.

Appare dunque inevitabile il manifestarsi delle crescenti contraddizioni e conflitti, per ora sul piano economico-finanziario, che oppongono l'imperialismo USA agli altri imperialismi, in primo luogo UE, ma anche alle medie potenze, aspiranti imperialismi, che seppure con differenze e contenziosi diversi, mal sopportano l'egemonia USA e lo stesso ruolo di "secondo" dell'Unione Europea. Dalla Russia all'India, dal Giappone al Brasile, le contraddizioni politiche rispetto agli interessi economici sono laceranti (e anche in questo caso è illuminante quanto successo al recente vertice del WTO di Cancun).

Sullo sfondo, infine, ma certamente il più importante, resta l'obiettivo degli USA della sottomissione e colonizzazione della Cina. Preoccupano i progressi dell'economia cinese, non solo la produzione, l'unica in crescita sostenuta, ma le sue tipologie strategiche: industria pesante, armamenti, satelliti, ecc. sono diventati il problema numero uno della lobby di potere al governo in USA. Le nuove basi americane nell'Asia ex sovietica, la definizione del Nord Corea, alleato cinese, come "stato canaglia", l'insistenza sulla necessità di "liberare"il Tibet, sono altrettanti tasselli di questa strategia.

Come prima della seconda guerra mondiale la Società delle Nazioni fu esautorata dalle dinamiche interimperialiste, così oggi è per l'ONU. Gli stessi organismi internazionali, Banca Mondiale, FMI, WTO, G8, ecc, sono in realtà strumenti della politica USA. Le riunioni di tali organismi, tanto contestate dai cosiddetti No Global, non fanno che sancire decisioni politico-economiche prese altrove. Questo è lo scenario geopolitico complessivo in cui situare la crisi attuale del sistema capitalista, ove collocare le forze resistenti all'offensiva del capitale. Vediamo quali sono queste forze.

Innanzitutto, per l'imperialismo restano un problema, poichè resistono, alcuni stati residuali dell'area socialista: Cuba, Corea del Nord e soprattutto la Cina. Da rilevare che la Cina, come il Vietnam, è passata ad una economia "socialista di mercato", ma si pone come grande potenza indipendente, forte non solo sul piano economico e militare, come già accennato in precedenza, ma altresì per il suo ruolo millenario, storico e culturale.

A questi si possono sommare alcune realtà statali di residuale terzomondismo, come Iran, Libia, Siria (tutti stati "canaglia"...) ed alcune repubbliche ex sovietiche, fuori dell'orbita occidentale, come l'Armenia e la Moldavia. A questo proposito una precisazione si impone. Come per l'aggressione alla Yugoslavia e la sua successiva frantumazione, come per l'Iraq e l'attuale occupazione anglo-americana, a parte le motivazioni strategiche, dai "corridoi" commerciali e produttivi alle risorse petrolifere, questi stati rappresentavano comunque aree di autonomia, di sovranità fuori controllo dell'imperialismo ed in sovrappiù con ancora parziali elementi di socialismo, di intervento sociale dello stato a favore di tutta la popolazione.

Dopo la frantumazione dell'URSS, della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, con la creazione di stati e staterelli impotenti, a volte succubi verso USA e UE, è invece in controtendenza la ripresa del sogno di Bolivar e di Che Guevara di un movimento di solidarietà panamericano che per ora collega Cuba, Venezuela, Ecuador. Questo avviene per contrastare l'aggressività USA e porre freno alla dollarizzazione, diretta o indiretta, di tutta l'America Latina, visti i disastri precedenti in Argentina ed Ecuador. Di segno comunista specifico sono invece le resistenze guerrigliere in Colombia (FARC e ELN), in Messico (ERP), in diversi stati dell'Unione Indiana, in Nepal.
La resistenza popolare contro l'occupazione straniera degli occidentali è altresì forte in Iraq e Afghanistan dove, come per alcuni stati dell'est europeo, sono al governo dei veri e propri "governi fantoccio" degli americani.

Un discorso a parte va fatto per i movimenti islamici, finanziati sino a ieri dagli USA o da alleati del Medio Oriente, oggi nel mirino della "lotta al terrorismo". Il ruolo di questi movimenti armati (in Afghanistan con funzione antisovietica ieri, oggi in Cecenia con funzione antirussa), a parte il loro fanatismo religioso, è stato favorito e tollerato (dalla Bosnia al Kosovo e Macedonia ) o contrastato a seconda solo degli interessi occidentali, americani ma anche europei. In realtà è sempre antipopolare, legato ora alle gerarchie religiose, ora a gruppi di potere locali o internazionali.

Nella resistente Palestina la repressione/occupazione del governo israeliano ha sempre messo al primo posto nei suoi obiettivi le organizzazioni marxiste, come l'FPLP, anche in combutta con la gestione moderata di Arafat dell'ANP, favorendo così indirettamente il fondamentalismo islamico. La repressione delle organizzazioni marxiste avviene in tutto il mondo islamico, in particolare Turchia, Siria e Libano.

Resistono in armi alla globalizzazione imperialista che da sempre ha distrutto popoli, lingue, culture, i Kurdi ed i Baschi. Sono lotte molto importanti perché in stati di stretta obbedienza agli USA, come la Turchia e la Spagna. Poco note ma altrettanto valide sono le resistenze degli Ogoni in Nigeria contro Shell e Agip, contro la distruzione del loro territorio ancestrale, delle foreste e delle acque, e quella dei Mapuche in Argentina, anche contro la Benetton, multinazionale italiana, contro l'espropriazione delle terre e la riduzione a lavoro servile dell'intero popolo. Anche i popoli dell'Amazzonia resistono e lottano, ancora oggi contro il governo progressista di Lula, agli attacchi di allevatori e agricoltori, alla distruzione dell'intero habitat, foreste, fauna, acque, da parte della "civilizzazione" che costruisce autostrade, scava miniere e abbatte foreste millenarie. Continua da anni la guerriglia in Perù mentre nella federazione messicana sono in piedi organizzazioni di resistenza indigenista negli stati di Oaxaca, Guerrero e Chiapas.

In Africa , nello Zimbabwe, un forte movimento popolare lotta per riappropriarsi delle terre ora in mano alla minoranza bianca, 4500 persone, vale a dire lo 0,6% della popolazione, che possiedono il 70% delle terre coltivabili.
In America Latina con i Sem Terra brasiliani e con le lotte sindacali in alcune nazioni dove sono presenti partiti marxisti e dove talvolta operano guerriglie locali, sono decisamente più offensive e per questo represse ferocemente: numerosi sindacalisti ed attivisti di base, vere avanguardie rivoluzionarie, sono uccisi negli attacchi dei paramilitari e delle guardie padronali.
Ricordiamo ancora la lotta contro la privatizzazione dell'acqua in Bolivia ad opera delle multinazionali francesi, una resistenza popolare e di massa che ha sinora bloccato il progetto. È di questo giorni la resistenza popolare boliviana contro la privatizzazione del gas (da destinare agli USA in prevalenva) anche dopo il massacro da parte dell'esercito di quasi un centinaio di manifestanti, il presidente DE LOZADA è stato costretto a fuggire a Miami.

Dopo la crisi del "default", bancarotta dello stato, in Argentina c'è stata una ripresa di organizzazione dal basso, scomparsa dopo il golpe fascista dei generali. Sono le autogestioni di operai e tecnici nelle fabbriche serrate dai padroni e le mense/ i mercati popolari dei barrios, entrambe forme di resistenza popolare e di classe alla crisi; di classe perché espresse chiaramente in forma anticapitalista, fuori del mercato. Lavoratori licenziati e disoccupati hanno dato vita al movimento dei piqueteros organizzato a livello nazionale argentino nel Polo Obrero.

Negli USA, organizzati talvolta su base etnica, sono i lavoratori dei servizi, veri lavoratori "servili" nel cuore dell'imperialismo mondiale, a portare avanti dure lotte sindacali; recente la vittoriosa vertenza dei "janitors", i dipendenti delle imprese di pulizia e facchinaggio. Nel sociale aumentano le figure dei "poor workers", lavoratori che percepiscono salari inferiori ai livelli minimi di sussistenza: come sempre gli USA sono all'avanguardia in questo fenomeno, come per le minoranze emarginate, neri e latinos, come per i ghetti miserabili in bilico fra rivolta e alienazione/integrazione (dalla droga alle sette religiose, dalle subculture metropolitane all'assunzione nell'esercito e nella polizia, la più fetente al mondo). Molti di loro fanno parte dei 2 milioni di carcerati USA, ben altri 5 milioni sono sub-judice, cioè sottoposti a misure restrittive. E questi dati sono precedenti alle leggi antiterrorismo: da Guantanamo ai lager militari metropolitani, gli USA sono il paese più repressivo della storia moderna, a parte la Germania nazista...

La lotta di classe, cosciente o implicita nelle sue dinamiche, resta comunque la dimensione per noi più valida della resistenza popolare. Purtroppo, nell'assenza di riferimenti politici complessivi, resta il più delle volte ingabbiata nello specifico corporativo. In questi ultimi anni si tratta soprattutto di lotte difensive, di contenimento dell'attacco che la classe lavoratrice subisce da parte di padroni e governi, governi ora di cosidetta sinistra ed ora apertamente di destra, reazionari.

Nelle categorie tradizionali, dai metalmeccanici ai ferrovieri, considerate un tempo la base sociale, la forza d'elite delle organizzazioni politiche marxiste in Europa occidentale, la lotta oggi si esprime per lo più in termini simbolici nelle mani delle burocrazie sindacali istituzionali. Delocalizzazione, flessibilizzazione, precarizzazione e informatizzazione dei processi produttivi, unite ad una azione politico-culturale di integrazione/alienazione della classe lavoratrice (ne parleremo nel prossimo capitolo), hanno indebolito la stessa azione sindacale. Tuttavia, rimane significativo il fatto che talvolta l'adesione alle lotte pur simboliche organizzate da sindacati e organizzazioni istituzionali supera di gran lunga le aspettative e la volontà reale degli organizzatori. Sono i milioni di lavoratori che sono scesi in piazza l'anno scorso costringendo la CGIL a dichiarare uno sciopero generale dopo oltre vent'anni, sono i milioni di lavoratori che hanno protestato quest'anno contro l'aggressione all'Iraq.

Ma le lotte assumono oggi anche altre caratteristiche che non sono sempre quelle di massa. Così, una forma di resistenza quotidiana è l'opporsi alla devastazione del sociale, anche approfittando di strumenti istituzionali. La lotta perduta per l'articolo 18, non da fare con un referendum ma a partire dai posti di lavoro, è stata comunque un modo per far uscire dal silenzio dei media la crescente precarizzazione dell'attuale mondo del lavoro. Sinistra antagonista e sindacati autonomi hanno coinvolto anche le aree più radicali del movimento, ed hanno portato, anche in manifestazioni ed azioni dimostrative contro la guerra in Iraq, un segno concreto di irriducibilità all'uso "normale" di repressioni e guerre. Che si dia fastidio al regime lo si è visto dalla campagna mediatica che ha denunciato come comportamenti "brigatisti" le scritte contro la CISL, sindacato completamente istituzionalizzato al governo, e il bloccare i treni di armamenti per la guerra. Se non raccogli solo firme e fai tavole rotonde sei definito apocalittico, visionario, conservatore e ... terrorista.

Resistere qui ed ora, in Canavese nel 2003, significa anche lottare contro il TAV, contro l'aggressione alla natura, dalla diga sul Chiusella al Millennium, contro la sperimentazione su animali come alla RBM di Colleretto. Ma anche le tante lotte che non fanno notizia, che non appaiono sui media, come quelle di piccole fabbrichette che rischiano la chiusura o di imprese delle pulizie che lasciano a casa i lavoratori.

Resistenti ancora sono le lotte, parziali certo, ma segni di disagio e ribellione, contro la mercificazione, la privatizzazione dei beni comunitari e naturali: dalle lotte contro l'inquinamento, le discariche, lo sfruttamento privatistico dell'acqua a quelle contro il profitto sulla salute, dai brevetti sulle medicine popolari e per le medicine essenziali e alternative, contro gli OGM, a quelle contro la privatizzazione di ospedali e delle pensioni, persino per la libertà di comunicare: radio e TV libere ma anche la guerriglia telematica degli hackers per il free Internet. Tutte queste resistenze esprimono un bisogno sempre più universale, a difesa della dimensione naturale e antropologica: questo capitalismo, neoliberista, globalizzato in forma imperialista è la causa prima dell'infelicità e della barbarie avanzante su tutto il pianeta.


- 3 - Controrivoluzione Preventiva

Ogni crisi economica porta in sé, potenziale, una crisi politica, sociale e culturale. Una crisi generale, dunque, che può portare i popoli a rimettere in discussione alcuni aspetti fondanti dell'attuale sistema capitalista come, per esempio, quelle che oggi vengono presentate come leggi di natura: il libero mercato di forza lavoro, di capitali, di beni quali la terra e le altre risorse naturali (e che leggi di natura non sono, come ben sa chi conosce la storia dell'accumulazione capitalistica).

Chi tira le fila di questa società capitalista (cioé la borghesia imperialista, che oggi è la classe dominante) agisce di conseguenza per prevenire il formarsi di processi rivoluzionari e, comunque, per evitare l'instabilità nel governo del sociale, delle classi subalterne, cercando di garantirsi il consenso necessario alle proprie politiche. Sul piano internazionale la guerra, prosecuzione della politica con altri mezzi (come diceva il von Clausewitz), corrisponde alla fase di accelerazione nella contesa politica interimperialista. Sul piano interno, la repressione e il controllo sociale divengono normale conduzione di governo per prevenire, contenere, annullare l'antagonismo sociale di classe.

L'uso quotidiano della violenza, legittimato dalla creazione di nuove "leggi", ha spogliato il cittadino comune dei diritti garantiti dalle Carte Costituzionali borghesi, di ogni diritto alla resistenza che non sia istituzionale e simbolico. Solo gli Stati, mai come oggi espressione diretta del capitale (neanche mediato dalla classe politica, vedi Bush e Berlusconi), hanno l'uso e l'abuso della forza, chi si oppone è concettualmente considerato antidemocratico, violento e addirittura "terrorista".

Colpisce, in questo contesto, l'uso aggressivo e assolutamente disinvolto dei media: la propaganda per le guerre umanitarie, la lotta contro il terrorismo, per la vittoria della civiltà e della democrazia, non sono che rappresentazioni mediatiche utili per occultare il quotidiano, questo sì terroristico, modo di sfruttamento e dominio sociale che oppone nella sostanza dei rapporti sociali di produzione la minoranza infima dei capitalisti, dei loro gregari e chierici, alla stragrande moltitudine di uomini e donne di questo pianeta. La menzogna, anche palese (dalle armi di sterminio dell'Iraq alla "liberazione" del soldato Jessica) è necessaria per occultare la realtà: il reale è coperto dal virtuale dei media, una anticipazione di Matrix...

I media che non sono sotto controllo vengono attaccati: vedi i bombardamenti TV di Belgrado e di Bagdad, gli arresti e l'uccisione di giornalisti indipendenti in Iraq e Palestina mentre uno dei più famosi giornalisti di Al Jazeera viene accusato di far parte di al-Qaeda. Persino la rete pubblica inglese BBC, già attaccata da Israele e accusata di essere troppo indipendente, ora è sotto inchiesta per le rilevazioni di Kelly contro la politica del governo Blair, mentre Kelly si è "suicidato".

La controrivoluzione preventiva è dunque guerra, guerra mediatica e sociale, è emergenza continua, è totalitarismo, è soluzione della crisi capitalista spostando sempre più in alto i termini della contesa imperialista e del conflitto sociale. Ma seppur minoritario l'antagonismo resiste, quando si manifesta è represso duramente e prontamente. Il regime deve dare esempio: da Napoli, marzo 2001, a Genova, luglio 2001, a Torino, marzo 2003. Genova è stata soprattutto la prova non nascosta, anzi, che si deve colpire per educare, per intimorire, per terrorizzare. Le inchieste, inconcludenti come ovvio, hanno comunque dimostrato la volontà repressiva del governo e delle sedicenti forze dell'ordine. Servono al sistema botte, denunce, controlli, lunghe e costose vie giudiziarie per scoraggiare l'antagonismo ridotto a protesta in assenza di progetti, di organizzazione politica e sociale.

Da sempre la legge rispecchia i rapporti di forza fra classi egemoni e subalterne, a difesa della proprietà e non della collettività umana, è normale applicazione della legge del capitale; non bisogna stupirsi dunque, in assenza di forza sociale della classe, che passi la legge "Biagi", non solo in parlamento ma nel paese, nella rassegnazione del sociale.

A parte la conferma dell'uso dei famigerati manganelli 'Tonfa' e dei gas lacrimogeni e urticanti, sulla recente Gazzetta Ufficiale di luglio c'è l'elenco delle nuove armi in dotazione di Esercito e polizia: gas nervino 'Sarin', agente 'Orange', gas antisommossa e apparecchiature per la disseminazione di sostanze chimiche tossiche. Oltre a servire le missioni "umanitarie" all'estero dei "nostri" soldati (peraltro mercenari come gli altri, volontari al soldo) verranno usati ovviamente anche nelle nostre piazze, terroristicamente.
Controrivoluzione preventiva è il controllo di massa del sociale: tramite telefono, Internet, satellite, telecamere, ed anche amministrativo delle varie polizie. Controllo sui posti di lavoro, non solo del padrone: è infatti ben più subdola la politica concertativa dei sindacati di regime che condannano, se non criminalizzano, le lotte spontanee, o indette dai sindacati autonomi, le poche forme di resistenza di classe.

I gruppi imperialisti USA costituiscono la parte più avanzata della controrivoluzione preventiva, essi non intendono porre alcun limite, né giuridico né morale alla loro azione, non intendono riconoscere né la sovranità degli altri stati né l'autorità dell'ONU o di altri organismi sovranazionali. La dottrina che ispira l'azione dell'attuale governo USA era già pienamente esplicitata nel "Defense Policy Guidance 1992-1994" (Dpg), documento del Pentagono che raccomandava "di impedire a tutte le potenze ostili di dominare regioni le cui risorse avrebbero permesso loro di accedere allo status di grande potenza", di "scoraggiare i paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo mirante a sfidare la nostra leadership o a rovesciare l'ordine politico ed economico stabilito", e "prevenire l'emersione futura di qualsiasi concorrente globale".

Da qui nasce la teoria della "guerra preventiva", definita il 20 settembre 2002 e così riassunta dall'ex direttore della Cia James Woolsey: "La nuova dottrina nata da questa battaglia asimmetrica contro il terrore è quella della "dissuasione anticipata" o "guerra preventiva". Dato che i terroristi hanno sempre il vantaggio di attaccare segretamente, dovunque e in qualunque momento, l'unico modo per difendersi è sorprenderli adesso, dovunque si trovino e prima che possano essere in grado di organizzare il loro attacco". Beninteso, ciò non richiederebbe nessuna autorizzazione delle Nazioni Unite.

La posta in gioco è dunque il dominio imperialista del pianeta, con questo fine la Guerra Infinita scatenata dagli USA significa:
a) il tentativo di recupero di produttività nei settori strategici armi-energia-comunicazioni;
b) la distruzione di capitale eccedente, delle economie dei paesi attaccati, con la successiva ricostruzione come allocazione di investimenti diretti o di vassalli/alleati;
c) il dominio diretto delle fonti di energia e materie prime, dal petrolio all'acqua;
d) il controllo militare tramite megabasi sul territorio occupato e/o controllato;
e) l'accerchiamento e/o condizionamento di altri imperialismi concorrenti, UE e soprattutto Cina.
L'amministrazione militare, il Pentagono, ha così aumentato gli stanziamenti e per il 2007 sono previsti ben 451 miliardi di $. Nel solo 2002, l'aumento è stato di 300 miliardi; per comprendere tale cifra si tenga conto che il PIL della Federazione Russa, sempre nel 2002, era di 325 miliardi.

Guerre, basi militari, foraggiamento ai governi fantoccio amici costano, e tanto. E' pur vero che basta, come ha sempre fatto sinora, in regime di "signoraggio", che la Banca Federale stampi dollari, ma già nel 2002 gli USA avevano un deficit di 500 miliardi e necessitano di 1,3 miliardi, sempre in biglietti verdi, al giorno per mantenere il proprio livello di vita (alla grande per i miliardari del Texas e di fame per gli homeless di NY City).

Ma gli USA si ripagano i costi con la conquista dei corridoi commerciali strategici, dai Balcani al Medio Oriente, dall'Afghanistan al Centro Asia, estraendo direttamente il petrolio iracheno ed ancora producendo merci, dalle armi, che tanto poi si usano, all'incremento dei beni di investimento e del consumo privato. Ma non è così che sta andando la faccenda: dei pozzi qualcuno è già in fiamme, ci sono sabotaggi agli oleodotti. Per mantenere un minimo di opinione pubblica favorevole alla Guerra Infinita, queste aggressioni militari non devono costare in morti americani e, dopo i bombardamenti, qualcuno deve pur scendere sul territorio e se non c'è da rubar nulla, come in Liberia, a portare la civiltà ci mettono anche dei mesi, anni, per mandare poi una spedizione panafricana. Infine, non tutti sono stati convinti dalle bombe umanitarie e dalle bibbie distribuite a manetta, ci sono attentati, guerriglie, sabotaggi, c'è insomma Resistenza ed il costo della repressione diminuisce i ricavi della rapina.

Se si passa dalle contraddizioni della guerra, a quelle della repressione preventiva nel sociale, esse non appiono meno gravi ed esplosive. La fabbrica cultural-mediatica del consenso, del controllo-repressione di regime, impegna una parte crescente del bilancio statale, bilancio che ha spostato in questi ultimi anni, ingenti risorse dal welfare alle strutture di "sicurezza". Ovunque, dagli USA all'Unione Europea, continua l'aumento notevole di addetti in polizia, carabinieri, guardia di finanza, agenti di custodia, vigili urbani, vigilanza privata: un esercito in armi, dotato di tecnologie e mezzi all'avanguardia. Se poi vi si aggiunge l'esercito vero e proprio, oggi di volontari professionisti al soldo, che possono venire usati anche per il cosiddetto ordine pubblico interno, si ha la netta la percezione che le carote siano ormai scarse ed occorre, per le classi egemoni, tirar fuori i bastoni...

Il costo sociale è infatti a carico dell'intera collettività e, con la progressiva caduta dei salari medi, con sottoccupazione e disoccupazione in crescita, sono le classi subalterne a "pagarsi" il costo della repressione. In contemporanea diminuisce la tassazione ai redditi alti ma aumenta quella indiretta, sopratutto le tariffe. Purtroppo funziona ancora la fabbrica mediatica del consenso e della rassegnazione, solo una minoranza di compagni è cosciente, per così dire una avancoscienza, e inizia a consolidare su basi nuove il dissenso. La sproporzione fra la forza sociale cosciente e le strutture repressive è angosciante. Ma il processo di accelerazione della crisi è quotidiano e non può che portare, se l'odierna minoranza di compagni interviene correttamente, ad un allargamento della base .

Un cenno va fatto sulla concentrazione, non solo per l'Italia berlusconiana, di TV, giornali, industria culturale in genere. E' lo strumento centrale dell'integrazione al sistema/regime delle masse: l'uso della "neolingua" e della menzogna sistematica, l'informazione sotterrata dal commento. Una melassa, un blob invasivo che penetra anche in ogni manifestazione "artistica", nel tempo cosiddetto "libero", dalla partita di calcio alla birreria, dal concerto alla vacanza, tutto è mercificato e reso "passatempo" e/o stordimento, merci compatibili il cui uso serve a poter sopportare il sistema nel tempo "occupato". Consumo di merci tempo-spazio ridotti sempre più a fughe (peraltro sempre più costose e dunque più "desiderate") dal reale sociale quotidiano. Una fuga in un "altrove" virtuale, una droga che, nelle metropoli occidentali, ma non solo, lega al sistema il grosso del corpo sociale.

Il sistema capitalista, nei rapporti sociali di produzione/consumo, in realtà aumenta gli esclusi e la popolazione extralegale (clandestina, immigrata ma anche indigena) che sopravvive fra disoccupazione e lavori marginali supersfruttati, aumenta gli emarginati di culture religiose, etniche, ma anche di subculture indigene metropolitane. Per questi soggetti sociali non c'è la carota della integrazione consumista, la fuga nell'altrove virtuale si paga caro, per loro c'è la repressione, il carcere, la marginalità.

Ma soprattutto c'è un comune nemico, il comunismo, che mette d'accordo tutti, oggetto di un attacco concentrico da parte della destra economico-politica, di padroni e liberali e fascisti, come da parte della cosiddetta sinistra, partiti e sindacati istituzionali e persino dalla nuova sinistra, no global e disubbidiente, vedi gli attacchi a Cuba. Questa "sinistra" tende a cancellare la dimensione rivoluzionaria, la prassi della resistenza, la memoria storica e gli stessi riferimenti teorici al marxismo e al leninismo. Agita soprattutto il fantasma di uno Stalin demoniaco senza minimamente contestualizzarlo alla fase storica e soprattutto evitando di accennare all'opposizione, alle critiche costruttive e innovative di sinistra: a partire dall'esperienza leninista che coniugava partito e soviet a quella trotskista che indicava nella via internazionalista l'uscita dall'impasse burocratica dell'URSS, come quella guevarista dei mille fuochi di una guerriglia globale. Questa sinistra evita di ricordare che, da sempre, l'uscita dalle crisi ha significato governi reazionari, il fascismo, il nazismo, la guerra. Da sempre, al pericolo dell'organizzarsi della classe lavoratrice, delle classi subalterne, la risposta sistemica è stata il fascismo, l'imbarbarimento sociale.

Attualmente gli USA, con la fusione di fondamentalismo religioso, cristiano e sionista e, sul piano economico, l'iperliberismo, ha pesantemente modificato in chiave fascista tutto l'assetto istituzionale, sociale, legislativo e le aggressioni imperialiste non ne sono che la logica conseguenza. In questo contesto, assolutamente angosciante per la sua forza e capacità espansiva, per questa sinistra la soluzione è l'Ulivo allargato a Rifonda, con il contorno di biciclettate e girotondi. Se la via istituzionale non ha nessuno sbocco, neppure di tipo socialdemocratico, poiché non ci sono mezzi per nessuna riforma, non è detto però che il suo contrario, il movimentismo spontaneista, dia la soluzione. E se ogni tanto qualcuno si sfoga sfasciando una vetrina e scrive Governo Assassino sul muro, questo non scalfisce minimamente la tenuta del sistema. La rivoluzione comunista è altra cosa, inizia con la presa di coscienza, la progettualità e l'accumulo di forza sociale.

Per i distratti e per coloro che credono nell'ideologia capitalista, dissoltosi il "pericolo del comunismo", le uniche nuvole all'orizzonte sembrerebbero il limite ambientale dello sviluppo e le residue culture, religioni, ideologie incompatibili con la globalizzazione iperliberista. Ma si potrebbe pur sempre ovviare a questi inconvenienti con nuove tecnologie produttive ecologiche e con un pressing sugli stati alieni: guerra, embarghi e penetrazione mediatica, culturale. Ma è un errore strategico per chi detiene il potere. Le contraddizioni sistemiche, sul piano interno e sociale, come sul piano internazionale, stanno scaricando già adesso effetti a cascata incontrollabili, sopratutto se il capitalismo intero scivolasse nella barbarie di una repressione incontrollata e di regimi di governo più o meno fascisti.

Lo stesso assetto sociale capitalista sta divenendo una miscela fuori controllo di devastazione della natura umana e dell'ambiente naturale, miscela che, in pochi decenni, ha sconvolto i già precari equilibri che capitalismo e industrializzazione avevano nei confronti della vita stessa sul pianeta. Pandemie, alterazioni genetiche, mercificazione della natura tutta, modificazioni profonde del clima stesso, stanno stravolgendo la biosfera.

L'attacco all'uomo ed alla natura provoca effetti progressivi di segno opposto e contrario, dallo scatenarsi della violenza sociale ai disastri ambientali, è come una molla che si sta caricando, che già sussulta in tensione, ma che inevitabilmente produrrà una risposta sistemica di proporzioni gigantesche. La crisi economica, politica, sociale e culturale, dunque, non viene risolta ma semmai accentuata da guerre e repressione, il sistema capitalista vive una fase di emergenza che lo porta ad accentuare le misure contro gli antagonismi che comunque si stanno manifestando ovunque, nelle forme più diverse. Ed è qui che si apre l'opportunità epocale per i comunisti di dare concretezza al loro programma: "Socialismo o Barbarie"!


- 4 - Soggetti e teorie politiche

Abbiamo visto, nella prima parte, come esistano interpretazioni e scuole di pensiero diverse sulla natura e sulle cause della crisi. A queste diverse letture corrispondono, ovviamente, soggetti politici diversi. Si è descritta a grandi linee la teoria marxista della crisi e delle sue cause che risiedono, fondamentalmente, nella riduzione del saggio del profitto, provocata, in ultima analisi, dallo stesso sviluppo tecnologico e produttivo del capitalismo. A questa concezione fa riferimento, pur con notevoli differenze al suo interno, l'area che noi definiamo antagonista, rivoluzionaria, di classe. Non è intenzione di questo documento descrivere e analizzare le posizioni politiche dei soggetti che fanno riferimento a quest'area. Rimandiamo ad altro luogo e altro momento questa analisi, pur necessaria. Vogliamo invece concentrare la nostra attenzione sulle posizioni presenti nel campo della cosiddetta "sinistra borghese" per definirne meglio gli aspetti, criticarne le teorie e denunciarne i pericoli che risiedono in una prassi politica che tende ad occultare e indebolire le potenzialità rivoluzionarie della fase attuale ed è quindi funzionale al mantenimento dei rapporti sociali esistenti.

La "sinistra borghese" si differenzia dalla destra borghese in quanto si preoccupa maggiormente delle conseguenze sociali del sistema di produzione capitalista e delle contraddizioni e sofferenze da questo generate in campo sociale, ambientale, culturale. Ma si distingue dal campo antagonista, rivoluzionario in quanto il punto di vista adottato non è quello di classe, scientifico, marxista; esso rimane un punto di vista fondamentalmente idealista e si pone in un orizzonte politico di tipo riformista, compatibile con le istituzioni e il sistema di produzione esistenti e rifiutando, di fatto, ogni ipotesi rivoluzionaria.

Questo punto di vista tende dunque, inevitabiltemente, a sottovalutare o addirittura a negare le due principali contraddizioni che emergono in questa fase: quella tra capitale e lavoro e quella interimperialista. Non che nel periodo espansivo del capitale esse non siano presenti (sono anzi costitutive del rapporto di produzione capitalista), ma è proprio nell'attuale fase di crisi che esse diventano sempre più apertamente antagoniste, ponendo le condizioni per eventuali sviluppi di tipo rivoluzionario.

Vale a dire, da un lato il capitale, nella crisi, è costretto a combattere una guerra quotidiana contro le masse tanto dei paesi imperialisti quanto del resto del mondo. Questa guerra ha il fine di imporre forme di sfruttamento sempre più brutali e di cancellare tutte quelle conquiste di civiltà che il movimento dei lavoratori ha fin qui ottenuto, nel tentativo di contrastare il generale calo dei profitti. Dall'altro lato cresce la tendenza al conflitto, dapprima economico e poi sempre più politico e militare tra i vari gruppi e Stati imperialisti: se fino ad oggi gli USA sono apparsi egemoni sul piano politico e militare, non è detto che gli altri, in particolare l'imperialismo europeo, continueranno a subire a lungo, passivamente, l'interventismo americano a favore dei propri gruppi di interesse.

Chi adotta un punto di vista che non è di classe, tenderà dunque a negare l'esistenza di queste due contraddizioni, oppure a vederne solo alcuni aspetti parziali e a frammentare la propria azione in lotte economiche, ambientaliste, per la "pace", che combattono singoli aspetti della crisi, l'una lotta isolata dall'altra. E anche quando queste lotte risultano vincenti non fanno altro, nel migliore dei casi, che salvaguardare e difendere (temporaneamente) qualche aspetto dell'esistente.

Quali sono le forze politiche che riconosciamo nella "sinistra borghese"? Partendo da quelle più istituzionali, occorre chiedersi, ad es. se i DS facciano effettivamente parte della sinistra oppure della destra borghese, di quella che gli anglosassoni definiscono l'area liberal (o lib-lab, cioé liberal-labour). Innanzitutto, va detto che nei DS il processo di trasformazione del partito in senso liberal-democratico, da partito di massa a insieme di circoli elettoralistici, non si è ancora definitivamente compiuto. E questo per via della resistenza di una parte del partito e dei suoi referenti (dal cosiddetto "correntone" fino alla CGIL) che stenta a ripudiare la concezione socialdemocratica e la rappresentanza della residuale aristocrazia operaia che tanto hanno dato in termini di fortune elettorali e sindacali nel dopoguerra.

Ciò nonostante, la dirigenza attuale dei DS si pone nei confronti della crisi non diversamente dagli economisti borghesi dell'area "liberal". Non è un caso se i suoi consulenti sulle materie del lavoro sono stati gli stessi dell'attuale maggioranza, se le critiche alle politiche economiche dell'attuale governo sono del tipo: "quelli sono degli incapaci, noi sapremmo fare di meglio per rilanciare l'economia" (vale a dire il livello dello sfruttamento dei lavoratori e dei profitti); e se di fronte all'ultima guerra sostengono a spada tratta la necessità di rafforzare il ruolo politico e militare dell'UE (vale a dire dell'imperialismo europeo). C'è poco da commentare!

Al di là dell'attuale dirigenza DS si colloca quella che possiamo più specificamente definire la "sinistra borghese", che va appunto dal "correntone" DS alla dirigenza di Rifondazione passando per la CGIL (e la FIOM in specifico) ma anche per i Social Forum, i Disobbedienti, il Manifesto e il variegato arcipelago dell'associazionismo Verde e pacifista. Si tratta di un'area molto vasta che racchiude posizioni molto diverse ma che condividono tutte alcune importanti concezioni. La prima di queste è quella idealistica (che è la concezione filosofica affermatasi con l'ascesa al potere della borghesia), che largamente domina fra questi soggetti, e che si contrappone alla concezione storico-materialistica propria dei marxisti.

Vale a dire che costoro ritengono che la storia (e il presente) si leggono innanzitutto come scontro di idee, di valori, che sono portati avanti da singoli individui. Essi, dunque, sopravvalutano la forza delle idee, ritengono le proprie universalmente valide, identificano il negativo della realtà sociale con le idee sbagliate degli uomini. Così la guerra in Iraq è stata colpa di Bush e di Blair, se le cose vanno male in Italia è colpa di Berlusconi o di D'Alema, se il FMI o la BM fossero diretti da altri, si riparerebbe ai danni della Globalizzazione.

Naturalmente, è difficile che costoro parlino di crisi generale del capitale. Ovvero, riconoscono, a differenza dei pensatori "liberal", che esiste una crisi strutturale, ma a questa ci si riferisce come effetto della Globalizzazione, evento epocale che avrebbe cambiato negli ultimi trent'anni ogni aspetto del tradizionale capitalismo, mettendo fuori della storia vecchie categorie quali imperialismo, classe operaia, lotta di classe. Sono, né più né meno, le tesi riportate nell'ultimo fortunato libro di Toni Negri "L'impero".

Può sembrare strano che persino un partito come Rifondazione che si richiama nel nome al comunismo abbia rimosso nell'ultimo Congresso il termine Imperialismo a favore del termine Globalizzazione, ma non è casuale. Infatti per Rifonda, come per il resto della compagnia, diventerebbe imbarazzante ammettere che siamo di fronte ad una crisi generale del capitalismo ed alla possibilità di nuove guerre. Questo comporterebbe dover tirare fuori termini rimossi quali socialismo e rivoluzione, cosa alquanto scabrosa per chi si è abituato da anni a godere di tutti i vantaggi del mondo democratico occidentale, soprattutto quando si vive della rendita di una buona posizione sociale!

Così, le ricette di fronte alla crisi di questa nuova sinistra borghese si articolano nei modi più vari, ma pur sempre nel quadro delle compatibilità economiche e politiche e nel rispetto dei sacri valori della democrazia (occidentale), della libertà (d'impresa) e della pace (sociale). Vi è dunque chi propone (Correntone DS, Rifonda) il ritorno a politiche economiche di tipo keynesiano, vale a dire l'intervento dello Stato in economia a sostegno di occupazione, investimenti produttivi, e a favore di settori industriali strategici. In realtà è proprio quello che già fanno Bush e Berlusconi. Se non che, costoro lo fanno a diretto interesse loro e dei gruppi di interesse amici. Nella guerra per bande tra gruppi imperialisti a cui assistiamo, il controllo del governo diventa cruciale per disporre delle enormi risorse di ogni Stato.

Piuttosto, la classe borghese nel suo insieme reclama un'azione più decisa del governo per eliminare ogni residua conquista sociale che si frapponga all'aumento dello sfruttamento dei lavoratori e la mobilitazione di ogni risorsa dello Stato a sostegno dei loro margini di profitto e di nuove avventure neo-coloniali. Per questo, le ricette di Bertinotti e Cofferati non interessano alla borghesia e, se applicate, salvaguarderebbero per poco tempo i lavoratori di fronte al procedere della crisi (vedi il fallimento dell'applicazione della legge, voluta in Francia dalle "sinistre", sulle 35 ore).

Ma vi è un altro motivo, ancora più importante, per cui queste ricette si rivelerebbero, se applicate, fallimentari. Questa sinistra accusa gli esponenti della destra borghese di non fare abbastanza per sostenere lo sviluppo produttivo e per ridurre la disoccupazione. Propone inoltre di tassare gli impieghi puramente speculativi di capitale (ad es. con la "Tobin Tax"), di sostenere con investimenti pubblici soprattutto i settori in crisi e stimolare gli investimenti dei privati. Con il che dimostra di non aver capito assolutamente nulla della natura dell'attuale crisi economica. Che non risiede nella cattiva volontà dei capitalisti, i quali preferirebbero speculare invece che investire per "creare lavoro", ma risiede piuttosto nel fatto che il tasso del profitto continua a rimanere basso nei settori tradizionali e ciò spinge i capitalisti a cercare impieghi più remunerativi altrove (il capitale o si valorizza o "muore").

Se, invece, come chiede la sinistra borghese, si impiegassero capitali aggiuntivi nei settori tradizionali (per es. l'auto), si finirebbe per accrescere la competizione, aumentare l'invenduto e, in definitiva, paradossalmente, deprimere ancor più questi settori provocando una diminuzione generalizzata dei profitti e una maggiore disoccupazione! Il problema non è quello che manchino i capitali da investire, ma piuttosto le buone occasioni, fintanto che nei settori produttivi tradizionali il saggio del profitto rimane basso. E questo rimane il problema attualmente irresolubile, tanto per gli economisti di destra che di sinistra: quello di far riprendere il saggio del profitto in questa situazione.

Così come risultano del tutto velleitarie le proposte di coloro (i pacifisti) che propongono di smettere di costruire armi (si avrebbero solo milioni di disoccupati in più!) o di coloro che pensano che il problema della fame del Terzo Mondo si potrebbe risolvere introducendo colture più produttive e resistenti (tipo OGM), dimenticando che già oggi si produce abbastanza cibo per sfamare tutto il mondo, ma che buona parte viene distrutto (così come molti terreni non vengono coltivati) per mantenere un livello di profitto adeguato per gli agricoltori del primo mondo.

Insomma, ciò che distingue in definitiva il punto di vista della sinistra borghese, anche di quella di provenienza marxista, è il fatto di continuare ad avere una visione dei problemi che si risolve nella sola questione dell'equità distributiva, cioé di come vadano redistribuiti risorse e profitti, perdendo del tutto di vista l'origine dei problemi, cioé i rapporti sociali entro cui si esplicano queste disuguaglianze, quelli capitalisti. Parafrasando Marx, costoro pretendono di insegnare quello che non hanno capito!

Ancora più confusa è la situazione nel movimento No-Global o ex-movimento di Seattle, nell'arcipelago dell'associazionismo ecologico, sociale, pacifista. I convegni (Forum) di Porto Alegre hanno segnato la nascita un pò ovunque dei Social Forum il cui sviluppo recente denota però un sempre più marcato affermarsi, al loro interno, di posizioni burocratico-istituzionali legate alle già citate, precedentemente, organizzazioni della sinistra borghese. L'analisi della crisi che prevale in queste associazioni è di stampo per lo più sociologico con l'attenzione rivolta innanzitutto agli effetti perversi della Globalizzazione in campo sociale, ambientale e culturale.

Si assiste al tentativo di organizzare lotte e iniziative locali per combattere questi effetti insieme all'utopia di governare con una rete mondiale di associazioni ed enti locali (la cosiddetta "global governance") la Globalizzazione stessa, dando luogo ad un circuito virtuoso che dovrà portare pace, sviluppo, progresso e giustizia sociale per tutti i popoli, innanzitutto a quelli del Terzo Mondo. Si afferma sempre più l'idea che ci si possa opporre all'egemonia delle multinazionali promuovendo un mercato alternativo basato sull'autoimprenditorialità dal basso, sul Terzo settore no profit, sul commercio equo&solidale. L'altra idea dominante è quella di un metodo di lotta che ripudia la violenza e predica la disobbedienza civile come forma estrema di lotta alle ingiustizie.

Concetti questi che intendono coscientemente porre una frattura rispetto alla storia del movimento operaio, poiché è chiaro che in questo senso si intendono ripudiare tanto il concetto di lotta di classe che il concetto di rivoluzione socialista. Infatti, costoro non intendono contestare le istituzioni e lo Stato borghese in sé ma reclamare a gran voce un funzionamento maggiormente democratico delle stesse istituzioni; così come si chiede un'applicazione integrale della Costituzione che dovrebbe di per sé garantire criteri di maggiore equità e giustizia sociale, scordandosi che tutti gli Stati borghesi nascono in quanto garanti dello sfruttamento borghese e del rapporto sociale di valore, funzionale all'egemonia del capitale sul lavoro, dunque sugli uomini.

Casi interessanti ed emblematici, all'interno di quest'area, sono quelli di Toni Negri e dei Disobbedienti (ex-Tute Bianche e Ya Basta). Il primo, nel già citato best-seller "L'Impero" sostiene che, dato l'esaurirsi della funzione dei vecchi stati-nazione, tutti i gruppi imperialisti mondiali costituirebbero attualmente un'unica oligarchia il cui centro politico risiederebbe nello Stato USA (il nuovo Impero). Non sussistendo più la vecchia nozione di stato-nazione, conseguentemente, non avrebbe alcun senso parlare ancora di imperialismi in conflitto tra loro. Al conflitto tra capitale e classe operaia si sostituirebbe, a sua volta, un conflitto tra le moltitudini che richiedono nuovi diritti di cittadinanza globale e l'Impero.

Peccato che le tesi del libro (scritto da Negri con M. Hardt poco prima della guerra in Kosovo) siano state clamorosamente smentite proprio dalle ultime guerre. Infatti, negando l'esistenza degli imperialismi, come è possibile spiegare l'aspro conflitto politico sulla guerra in Iraq tra i governi USA e GB da un lato e dall'altro i governi di Francia e Germania (asse economico-politico principale dell'UE e dell'imperialismo europeo) ma anche di Russia e Cina? Forse volendo credere che questi ultimi intendessero erigersi a difensori del diritto internazionale e paladini dei popoli oppressi?

Appare evidente, invece, come la crisi del capitale spinga il governo USA a farsi sempre più interprete delle esigenze dei gruppi monopolistici e imperialistici americani, preoccupandosi sempre meno di ledere gli interessi economici di altri gruppi imperialisti. Il che è evidente nei sempre più aspri contrasti tra USA ed UE nell'ambito del WTO (vedi il recente fallimento di Cancun) a riguardo dell'importazione ed esportazione di prodotti agricoli, tessili, acciaio, ecc. Non è un caso che la prima iniziativa di risposta dei governi francese e tedesco all'aggressione americana in Iraq sia stata l'accelerazione della costituzione di un esercito europeo! Il conflitto economico si trasforma in conflitto politico oggi e, probabilmente, militare domani (con quale intensità non è dato saperlo). Lo stesso Giappone, attanagliato da una grave recessione da oltre un decennio, sta dando il via ad un processo di riarmo e contribuisce alle missioni di "pace" imperialista in giro per il mondo, dopo oltre cinquant'anni in cui gli USA avevano imposto di non inviare truppe all'estero.

Non è un caso che le tesi di Toni Negri affascinino tanto l'area dei Disobbedienti, così da indurli, recentemente, ad indire un seminario nazionale su disobbedienza e movimento globale dal suggestivo titolo di "Controimpero". Ma se la teoria a cui si rifanno le ex-Tute Bianche è alquanto discutibile, la prassi è ancor peggio, tutta caratterizzata dalla ricerca del bel gesto, eclatante e simbolico, tanto meglio se poi "buca in tivvù". La tesi secondo cui le iniquità del mercato globale dominato dalle multinazionali si combattono innanzitutto a partire dalla costituzione di un mercato alternativo, equo e solidale, non sono poi molto diverse da quelle sostenute dalla destra che sponsorizza il Terzo Settore di cooperative come metodo per smantellare lo stato sociale e infiltrare i privati nelle funzioni pubbliche.

Di fatto è lo stesso programma sponsorizzato da Formigoni in Lombardia attraverso La Compagnia delle Opere. Questo approccio al Terzo Settore da parte dei Disobbedienti ha favorito le fortune delle ex-Tute Bianche non solo negli ambienti istituzionali nazionali (non a caso Casarini è stato consulente anche dell'ex-ministro Livia Turco) e locali (accordi con giunte anche di centro-destra e ambienti confindustriali), ma purtroppo ha portato anche all'affermazione di queste teorie in tutta una serie di Centri Sociali. La stessa direzione di Rifondazione ha legittimato le loro posizioni definendo la Disobbedienza come "forma di conflitto sociale, autentico e non disposto a facili compromessi".


- 5 - Conclusioni

In questo documento abbiamo inteso trattare l'argomento della crisi di capitale. Abbiamo dapprima analizzato alcune serie di dati economici, che ci hanno portato ad affermare come la fase di sviluppo dell'economia capitalistica mondiale, iniziata nel secondo dopoguerra, si sia conclusa circa una trentina d'anni fa. Da allora, l'economia capitalistica si trova in una fase di crisi generale che si va via via approfondendo, seppure manifesti, per brevi periodi e relativamente ad alcune aree, fasi di controtendenza.

Abbiamo cercato di esaminare, in una breve sintesi, come gli aspetti economici della crisi si manifestino anche sul piano politico, sociale e culturale. In particolare, abbiamo analizzato come, all'approfondirsi della crisi, crescano le lotte di resistenza ai tentativi di accrescere lo sfruttamento capitalistico, resistenza che si manifesta sotto varie forme nei diversi paesi.

Abbiamo visto come i paesi imperialisti cercano di prevenire l'instabilità politica e sociale e lo sfociare dei movimenti di resistenza in movimenti rivoluzionari mediante le strategie della contro-rivoluzione preventiva.

Abbiamo, infine, cercato di analizzare le posizioni politiche presenti nell'area della sinistra borghese (l'area definita un tempo come 'riformista') e che si contrappongono alle posizioni del campo rivoluzionario, antagonista, di classe. Non abbiamo voluto procedere oltre, analizzando le posizioni che oggi emergono in questo campo, in cui noi ci collochiamo e ci identifichiamo. È un compito che esula dal presente documento e che si scontra con i limiti raggiunti dal livello di omogeneità politica del nostro piccolo collettivo.

Questo documento assume dunque la finalità di un confronto e di una crescita politica al nostro interno, da un lato e di un contributo alla discussione politica e all'analisi di fase all'interno del più vasto movimento antagonista e rivoluzionario, dall'altro. È questo, d'altronde, uno dei primi obiettivi che ci siamo posti come Centro Documentazione all'interno del CSA Castellazzo: fare formazione, analisi, mantenere e recuperare la memoria storica. Per questo abbiamo costituito, in primo luogo, la Biblioteca Popolare, per questo abbiamo cominciato le nostre attività di formazione con il lavoro sulla Crisi, essenziale per capire quale fase stiamo attraversando, qui ed oggi, e quali prospettive si possono aprire per il lavoro politico.

In secondo luogo, vogliamo chiarire che le nostre finalità non sono quelle di costituire un 'Centro Studi' o un luogo di raffinato dibattito teorico in attesa che la realtà 'venga a noi'. Come detto fin dall'inizio, l'elaborazione teorica ha un senso per noi solo se viene suffragata e rivista dal continuo confronto con la prassi del lavoro politico di massa. E, viceversa, che la prassi politica abbia un senso solo se si trasforma in elaborazione teorica.

E pensiamo che sia la prassi politica il punto dolente di molti dei gruppi e delle organizzazioni del campo antagonista. Sicuramente anche qui c'è un vizio di forma che discende da una carenza di analisi: come rapportarsi alle masse, ai lavoratori, ai precari, ai disoccupati, agli studenti, ai migranti, ma anche a coloro che si mobilitano contro i disastri ambientali o contro la guerra, per la casa o contro il caro-vita?

Come ricomporre tutti i soggetti che già lottano, si oppongono, RESISTONO in mille forme diverse, collettive o individuali, radicali o non-violente? Come ricomporli in un progetto, in un programma che ci permetta di fuoriuscire da questo incubo quotidiano che è il capitalismo imperialista, il libero mercato di forza-lavoro e capitali, la democrazia "reale"?
Ma dobbiamo discutere ancora a lungo tra noi su quale sarà questo programma, quale sarà la forma organizzativa (il partito?) che devono darsi i rivoluzionari, i comunisti. E il tempo urge!


Per il momento noi, Centro Documentazione, CSA Castellazzo, Biblioteca Popolare, in concreto, ci proponiamo di proseguire e potenziare formazione e controinformazione, i dibattiti, le serate video e di teatro, i concerti e le manifestazioni militanti, e ricordando che il marxismo viene appunto definito da Gramsci la "filosofia della prassi", vediamo di potenziare l'intervento e l'inchiesta sul nostro territorio canavesano, in particolare sul lavoro precario e la scuola.

Diamo contributo, anche con questo documento, al Coordinamento Antimperialista, portando anche avanti iniziative di solidarietà internazionalista. Nascerà presto il bollettino di controinformazione delle lotte e delle resistenze in Canavese. Ricerchiamo, in collegamento con altre forze antagoniste, di dare vita a forme concrete di mutualità e di cooperazione, di divenire una struttura di servizio per iniziative sul territorio. Più avanti, non compete ovviamente solo a noi, sarà necessario costruire un Fronte Antimperialista e la ricostruzione di una organizzazione comunista e rivoluzionaria, veramente internazionalista.

E aumentare l'impegno personale di compagni e compagne, levarsi di dosso la schiavitù di gesti, abitudini, malo uso di tempi e spazi esistenziali che il sistema, questo, il capitalismo, ci ha rubato.
La resistenza , la rivoluzione, inizia dentro e attorno a noi.

Siamo, pessimismo della ragione ma ottimismo della volontà, ottimisti. L'attacco che l'umanità intera sta subendo può cambiar di segno e le cento basi imperialiste sparse per il mondo potranno vedere crescere intorno i mille fuochi della resistenza!!


24 Ottobre 2003

stampato in proprio
via Arduino 109, IVREA