da Umsebenzi Online, 10 febbraio 2006
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Red Alert. America Latina: Sta iniziando una nuova era?
Martedì 10 gennaio 2006 il SACP ha avuto l’onore di incontrare il Presidente eletto della Bolivia, compagno Evo Morales. Morales si trovava nel nostro paese per una breve visita, nel corso di un viaggio internazionale in diversi paesi progressisti, prima del suo insediamento ufficiale, il 22 gennaio 2006. Il SACP ha usato questa opportunità per congratularsi vivamente con Morales per la sua storica vittoria alle elezioni boliviane, e abbiamo espresso la solidarietà del SACP al suo movimento, il Movimento Verso il Socialismo (MAS) e a tutto il popolo della Bolivia.
Abbiamo colto questa opportunità per discutere del processo costituente del Sudafrica prima dell'adozione della nostra nuova costituzione nel 1996, e delle prospettive sugli sviluppi politici generali da allora. Con interesse abbiamo trovato di avere con il compagno Morales molti principi comuni sui fondamenti dello sviluppo di una costituzione democratica e progressista, che avanzi gli interessi della grande maggioranza del popolo lavoratore e dei poveri nei nostri rispettivi paesi.
‘Non si può vincere al tavolo quello che non si vince sul campo’
Vi è stato un accordo fondamentale sull’assoluta necessità di convocare un’assemblea democratica costituente, che sarà volta agli interessi della grande maggioranza della popolazione, piuttosto che a proteggere gli interessi dell’élite. Questo è un aspetto critico per entrambe i nostri paesi, che condividono un passato di diniego dei fondamentali diritti democratici e umanitari per la grande maggioranza delle nostre rispettive popolazioni indigene. Nel caso della Bolivia, il 63% della popolazione è costituito a nativi Indios che, secondo Morales, “non sono mai stati trattati umanamente, con dignità, e non hanno mai potuto partecipare alla vita politica ed economica della Bolivia come pari cittadini.” Gli indigeni boliviani, ancora oggi, pur essendo una maggioranza, sono virtualmente assenti da ogni centro chiave del potere economico e politico.
Nelle nostre discussioni, un altro punto di convergenza sul processo costituente era che i movimenti rivoluzionari non possono vincere al tavolo dei negoziati quello che non è stato vinto sul campo, sottolineando così l'importanza della mobilitazione di massa progressista come componente essenziale dello stesso processo costituente. Similmente, particolarmente quando le forze progressive sono al governo, è possibile perdere al tavolo ciò che si è vinto sul campo, sottolineando i pericoli della separazione delle istituzioni (o più specificamente del governo) dalla mobilitazione di massa in atto. Una costituzione progressista sulla carta, senza una partecipazione popolare attiva in tutti gli aspetti della vita, è un documento morto. Il primo passo verso le rivoluzioni decadenti è la mobilitazione periodica delle masse soltanto per le elezioni, trascurandole di fatto nei periodi tra le elezioni.
La vittoria elettorale di Morales in Bolivia segna una buona e continuativa tendenza a sinistra della politica latinoamericana. Come abbiamo già provato, questi spostamenti a sinistra segnano anche una potente resistenza popolare e la sfida alle politiche capitalistiche neo-liberali. È per questa ragione che gli sviluppi progressisti in America Latina non sono significativi solo per i popoli latinoamericani, ma per i popoli del mondo in via di sviluppo, i cui diritti e opportunità economiche sono stati conculcati dal neo-liberismo. Questi sviluppi sono quindi di immenso significato anche per il Sudafrica, specialmente per tutte le forze progressiste di questo paese, che perciò rivendicano lo scrutinio più vicino.
La vittoria di Morales è venuta sulla scorta delle vittorie simili di Lula in Brasile, Chavez in Venezuela e dell’affermazione di questa settimana della candidata socialista Michelle Bachelet in Cile, primo presidente donna in quel paese. Mentre sono diversi i partiti politici, i movimenti e i programmi di questi leader e degli altri governi di inclinazione di sinistra, come in Uruguay, ed ognuno ha la sua propria specificità nazionale (alcune più di sinistra di altre), tutti sono stati trascinati al potere da potenti ondate popolari di mobilitazione anti-neoliberista. Una marea in favore dei lavoratori e dei poveri sta chiaramente rifluendo in questa parte del mondo.
Le transizioni “democratiche” capitalistiche: la fine all'era dominata dagli Stati Uniti?
Ci sono ovviamente importanti differenze tra la storia recente del Sudafrica e quella dell'America Latina, ma ci sono anche importanti paralleli. L’elevata mobilitazione popolare dopo la II Guerra Mondiale in Sudafrica e in molti paesi dell’America Latina, è stata repressa da regimi autoritari e, in America Latina, di solito militari. C'è stato l’uso diffuso di tortura, sparizioni, assassinii, e la presa di mira di Partiti comunisti, sindacati e movimenti di guerriglia.
Nel mezzo della Guerra Fredda, l’imperialismo degli Stati Uniti ha sostenuto attivamente queste forze reazionarie, come ha sostenuto i regimi della minoranza bianca in Sudafrica. In Cile, il presidente democraticamente eletto Allende venne rovesciato e portato alla morte con un colpo di stato militare nel 1973. Non diversamente alla sconfitta strategica del movimento di liberazione condotto dall’ANC a metà degli anni ‘60, la maggior parte della sinistra tradizionale in America Latina si trovò gravemente destabilizzata nei decenni ’60-‘70.
Poi, con molte similitudini con il Sudafrica, in condizioni di severa repressione, il movimento popolare cominciò di nuovo a lavorare negli anni ’70-’80, spesso nella forma di movimento di attivismo sociale (sul tipo dell’“UDF”)- sindacati, gruppi di diritti civili, movimenti civici e studenteschi, giornalismo progressista, formazioni a base religiosa e progressista influenzate dalla teologia di liberazione, ecc. Il movimento sindacale in Brasile, che in seguito divenne la formazione centrale per il Partito dei Lavoratori del Presidente Lula, emerse vigorosamente, contemporaneamente al riemergente movimento progressista sindacale in Sudafrica.
In altri paesi latinoamericani, particolarmente quelli a sviluppo più basso (come Nicaragua, El Salvador, Perù e Colombia) le lotte di guerriglia dei contadini contro i regimi autoritari spalleggiati dagli Stati Uniti, diedero prova di essere più tenaci.
Nel corso degli anni ‘80 e primi ‘90, ci fu un importante (anche se parziale) svolta nella politica imperialista verso i regimi autoritari nei luoghi più disparati, come il Sud Africa, le Filippine e paesi chiave latinoamericani come il Cile, l’Argentina ed il Brasile. Questi regimi venivano considerati sempre più come un handicap e quindi le teste pensanti influenti di Washington incoraggiarono a negoziare patti di élite di transizione alla “democrazia”. Questo cambiamento fu in parte una risposta preventiva alle sfide popolari ai regimi autoritari. E in parte fu anche dovuto al fatto che il potere diminuito e il successivo crollo dell'Unione Sovietica rendevano gli impopolari gendarmi regionali filo-imperialisti in Sudafrica o in America Latina, meno utili di prima agli scopi dell’imperialismo.
Come somma di una combinazione di fattori, il potere militare finì e, in diversi paesi chiave, ci fu un patto d’élite di transizione alla “democrazia” multipartitica. Comunque, dove la lotta di guerriglia provò di essere vincente (come in Nicaragua) le politiche di Washington continuarono a concentrarsi sulla destabilizzazione economica e militare: al popolo sarebbe stata data la “democrazia” ma se loro avessero votato nel modo “sbagliato”, sarebbe stata data loro una lezione.
In vari modi, in questo periodo, nei paesi dell’America Latina (inclusi Cile, Brasile e Argentina) ci furono davvero transizioni al potere civile e qualche grado di democrazia liberale. Ovviamente questi processi di democratizzazione furono generalmente i benvenuti. Tuttavia, con poche eccezioni, i nuovi governi civili usarono il loro mandato elettorale per spingere verso aspre politiche sociali ed economiche neoliberiste, la stabilizzazione macro-economica a spese delle classi popolari, la sfrenata privatizzazione, ecc. La brutalità della stanza di tortura fu sostituita dall’anonima brutalità del mercato.
A Washington negli anni ‘80-‘90 le “transizioni democratiche” in America Latina, Europa Orientale e Sudafrica, furono annunciate come la “terza ondata della democrazia”, frutto di una nuova globalizzazione post Guerra Fredda. Ciò a cui ora stiamo assistendo, almeno in molte parti dell'America Latina, è il rifiuto popolare di questa “terza ondata”. Come in Sudafrica, così attraverso l’America del Sud il popolo sta sostenendo che la democrazia non consiste solo in elezioni periodiche e diritti costituzionali formali (che pure sono importanti), la democrazia per avere qualche vero significato per la maggioranza, deve comportare anche la giustizia sociale ed economica
La classe lavoratrice si assume l’incarico diretto e la responsabilità di portare avanti la rivoluzione democratica nazionale
Forse ciò che segna la possibilità di una nuova era in America Latina, è che i lavoratori ed i poveri, principalmente attraverso i movimenti di massa, sono riusciti a mettersi più direttamente alla testa di rivoluzioni democratiche, senza la mediazione di classe della piccola borghesia o della borghesia “patriottica”. E, nell’attuale congiuntura più che nelle due decadi precedenti, le formazioni popolari rivoluzionarie stanno cominciando a dominare il terreno elettorale come un'importante piattaforma, per avanzare obiettivi rivoluzionari.
E’ significativo che alcune delle rivendicazioni della sinistra in America Latina siano una sfida diretta al discorso neo-liberista, altrimenti dominante, di una ‘fine della storia’, per cui non c’è alternativa (Tina) alle politiche globali imperialiste. Queste rivendicazioni stanno sfidando anche i consueti argomenti riformisti, che “abbiamo bisogno di capire il quadro più ampio”, che la mobilitazione popolare è “populista”, “estremista di sinistra” e “avventurista”. Queste posizioni riformistiche sono ‘Tina’, con una cattiva coscienza.
Un'altra importante lezione dalle rivendicazioni della sinistra latinoamericana- non da ultimo in Venezuela- è che la partecipazione popolare e la mobilitazione di massa in atto, non sono solo necessarie durante le campagne elettorali ma caratteristica permanente di consolidamento delle rivoluzioni progressiste. Deve essere una mobilitazione di massa basata sulla partecipazione popolare nelle lotte quotidiane sui problemi che la popolazione affronta quotidianamente. Deve essere una mobilitazione basata sulla ‘esperienza vissuta' quotidianamente dai lavoratori ed i poveri, non su qualche opinione di benpensante, fondata prevalentemente sulla fiducia o sulla borghesia e la classe media. Questa è stata appunto una lezione che Chavez ha dato alla borghesia a alla classe media venezuelana nel referendum dello scorso anno.
Nelle nostre discussioni con Morales siamo stati rincuorati dal suo impegno alla ri-nazionalizzazione dell'industria petrolifera e delle altre risorse e beni del popolo boliviano. La sua vittoria elettorale è fondata anche su questa richiesta di vecchia data, che in Bolivia ha portato i movimenti di massa ed il movimento sindacale a far cadere tre presidenti in quattro anni. In Venezuela Chavez sta intraprendendo programmi simili; mentre, dove necessario, non ha chiuso completamente le partnership con il settore privato, tuttavia quando tali partnership continuano l'obiettivo è che queste siano guidate da un programma di sviluppo a conduzione statale e non di mercato.
Come marxisti-leninisti, noi possiamo che dirci grati e cercare di costruire un nuovo ordine, con e per i lavoratori ed i poveri di quei paesi, sugli eventi molto importanti prodotti dal popolo latinoamericano nella lotta contro il neo-liberismo. E’ anche ben visibile in molti degli ultimi avvenimenti che i movimenti di massa (detti in America Latina ‘movimenti sociali’) hanno giocato un ruolo cruciale e qualche volta anche determinante, in alcuni dei recenti risultati e vittorie elettorali.
Tra gli importanti paralleli tra la nostra propria storia recente di lotta e quella di diversi paesi latinoamericani, abbiamo notato particolarmente il riemergere della lotta popolare attraverso movimento di massa in atto, spesso nelle situazioni in cui i partiti politici più vecchi erano stati sconfitti. L'esperienza dell’organizzazione sudafricana è stata tuttavia piuttosto diversa dalla chiave prevalente nei paesi dell’America Latina, quando, negli anni ‘70-‘80, nonostante il fatto che gran parte del comando dell'ANC e del SACP fosse in prigione o in un esilio relativamente distante, le nostre formazioni storiche (“la vecchia sinistra”) riuscirono a provvedere comando e coesione al “nuovo” ampio movimento di massa (imparando contemporaneamente da questo).
Questo non è stato generalmente il caso di paesi come il Brasile, l’Uruguay o la Bolivia. Vi sono molte ragioni- soggettive ed oggettive- per questo ma la più importante è senza dubbio la scorrettezza con la quale gli Stati Uniti sostennero l'indebolimento e, dove possibile, l'annientamento di partiti comunisti e movimenti. Nessuna risorsa è stata risparmiata in questa crociata, che gli Stati Uniti consideravano come il loro proprio giardino di casa, la loro propria “sfera di interesse particolare.” Da qui la rabbiosità ossessiva della campagna e del blocco contro Cuba, un paese stabile, retto da un Partito Comunista ormai da quasi cinquant’anni.
Comunque, la debolezza di Partiti comunisti in molti paesi latinoamericani (e, anche più segnatamente, lo stesso capita in gran parte dell'Africa) può essere attribuito anche ad una tendenza ad essere ‘avanguardisti’, qualche volta dogmatici (che spesso è il diretto risultato di operare in condizioni di dura repressione), cercando di essere il partito della classe operaia in una maniera purista, in un contesto in cui la diffusa classe operaia si fa da sola le sue sezioni organizzate ed è una piccola proporzione delle folte popolazioni latinoamericane.
Nelle nostre discussioni, il compagno Morales ha elevato le sue preoccupazioni sull’approccio del Partito Comunista boliviano, da lui considerato molto fazioso e avanguardista. Nel caso della Bolivia, la vittoria elettorale di Morales è stata basata essenzialmente sui movimenti di massa che combinano principalmente movimenti operai, rurali ed indigeni. Questo solleva una questione basilare per la sinistra: come sia sostenibile una vittoria elettorale come quella di Morales, basata come è sull'appoggio di un movimento di massa senza alcun partito politico rivoluzionario coesivo. Questa domanda è importante, data la natura spesso frazionata dei movimenti di massa. Le lotte di opposizione spesso possono unire movimenti sociali diversi, ma le politiche elettorali sostenute e specialmente l'effettivo esercizio del potere statale, pongono delle sfide supplementari. Chavez in Venezuela sembra avere colto la sfida, e sta impegnandosi in un progetto per costruire un movimento politico unitario dei lavoratori e dei poveri.
Per ragionare sulla necessità della sinistra e specialmente dei partiti comunisti nelle lotte rivoluzionarie non si deve essere ciechi sul pericolo incombente di burocratizzazione dei partiti politici di sinistra e dei movimenti di liberazione, una volta al potere. Questo è avvenuto particolarmente per il blocco socialista sovietico nell’Europa Orientale e per molti dei precedenti movimenti di liberazione nella nostra regione sudafricana, dove, una volta al potere, il partito o movimento si è allontanato, sviluppando anche un atteggiamento ostile verso la massa indipendente e i movimenti sindacali.
Queste sono davvero le questioni fondamentali per ogni movimento rivoluzionario. Al centro delle lotte rivoluzionarie c’è spesso la relazione sempre problematica tra partiti politici, movimenti di massa e stato. La via al consolidamento delle vittorie delle sinistre nell’America Latina, e anche della nostra stessa situazione, passa per una comprensione corretta di questa relazione.
Le forze e le debolezze del ‘terreno elettorale’ di lotta.
Un’eterna questione per i movimenti rivoluzionari è quella del posto delle elezioni e della democrazia rappresentativa nell'avanzamento degli obiettivi rivoluzionari dei lavoratori e dei poveri. Le posizioni elettorali della lotta sono nel contemporaneo periodo molto importanti, ma sono sempre soggette ai rapporti di potere diseguali della società. Le vittorie elettorali della massa popolare sono sempre suscettibili di inversione da parte di quelli che nella società controllano la ricchezza e le principali istituzioni ideologiche.
Nella società di classe continua ad esistere il fatto che le classi possidenti hanno la capacità di sovvertire le vittorie elettorali, in molti casi anche attraverso la ‘scelta comune’ della nuova élite. È per questa ragione che la democrazia rappresentativa elettorale deve essere sempre sostenuta da una mobilitazione di massa in atto. Questo sarà un importante test per gli eventi attualmente determinati dalla sinistra in America Latina, e anche per la nostra stessa situazione.
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Il SACP si congratula con Morales per il suo imminente insediamento. Noi garantiamo la nostra solidarietà al suo movimento e al suo governo.