www.resistenze.org - pensiero resistente - transizione - analisi e prospettive - 24-11-25 - n. 948

Una difficile transizione

Eros Barone

2025

Dopo che si è eliminato il modo di produzione capitalistico, con­servando però la produzione sociale, la determinazione di valore continua a dominare, nel senso che la regolazione del tempo di lavoro e la distribuzione del lavoro sociale tra i diversi gruppi di produzione e infine la contabilità a ciò relativa, diventano più importanti che mai.

K. Marx, Il Capitale, libro III, cap. 49.

Per affrontare e svolgere correttamente la tematica della transizione dal capitalismo al socialismo/comunismo bisogna tenere presente, per un verso, l'esperienza so­vietica (che rimane la più grande che vi sia stata) e tutta la storia dalla Comune di Parigi in poi (ma anche partendo dal 1848, attraverso il Manifesto, la Prima Internazionale e la Critica al programma di Gotha) e, per un altro verso, il profondo mutamento delle basi strutturali del capitalismo nella fase imperialistica attuale, giacché senza considerare tale aspetto ogni possibile discorso sulle condizioni della transizione socialista al comunismo perde qualsiasi significato.

Anzitutto, giova chiarire, poiché oggi è spesso confuso dai marxisti "critici", il significato e il ruolo del concetto di "modo di produzione" in quanto distinto dalla sua "dominanza" oppure dalla semplice compresenza con un altro modo di produzione (o anche con più modi di produzione). Nella conoscenza storica si dà e si è sempre dato un modo di produzione che, prima di divenire dominante, era in posizione dominata. Prova ne sia che anche Lenin in un articolo sull'economia russa enumera ben cinque "diversi tipi economico-sociali che sono presenti in Russia" nel 1918: patriarcale, piccola produzione mercantile, capitalismo privato, capitalismo di Stato, socialismo (Sull'infantilismo di sinistra e sullo spirito piccolo-borghese, in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1967, vol. XXVII, pp. 304-305). La stessa articolazione di più modi di produzione intrecciati e sovrapposti si riscontra nell'epoca dell'ascesa della borghesia, che si compie sotto il predominio del modo di produzione feudale rispetto al modo di produzione mercantile degli artigiani, definiti da Marx come "pro­duttori privati indipendenti". Queste determinazioni storiche assumono un'importanza essenziale anche in ordine alla tematica della transizione dal capitalismo al socialismo/comunismo, come accade nell'analisi di Marx, ma anche di Engels e dello stesso Lenin, il quale era, peraltro, consapevole dei tempi "lunghi e tormentosi" che tale passaggio avrebbe richiesto.

E invero capitalismo, socialismo e comunismo configurano tre modi di produzione specifici, differenti tra loro e diversamente dominanti o dominati. Nel capitalismo, in quanto modo di produzione specifico, sono presenti le classi e la lotta di classe è condotta dai detentori del capitale ed accumulatori del plusvalore; il socialismo, dal canto suo, è sicuramente diverso dal capitalismo, se non altro perché, permanen­do ancora le classi e la lotta di classe, la proprietà e la direzione dello Stato è categorialmente (anche se spesso non effettualmente) nelle mani dei produttori. Orbene, va detto che la questione della transizione richiede approfondimenti praticamente interminabili e praticamente nessuno che non abbia la sfera di cristallo può dire qualcosa di definitivo, al di là delle proprie personali "interpretazioni". È noto che Marx si premuniva dicendo di non avere a disposizione alcuna palla di vetro per fare "previsioni" sul futuro e di "non prescrivere ricette per l'o­steria dell'avvenire". Come egli stesso afferma nel Poscritto alla IIª edizione del Capitale, si era rigorosamente attenuto ad un'analisi scientifica delle tendenze del capitalismo, mostrandone "l'inevita­bile crisi", senza poter prevedere quale possa essere la fase successiva che concretamente si verificherà. D'altra parte, questa giusta cautela critica di Marx non esclude, anzi implica, che, nella misura in cui il modo di produzione capitalistico è un risultato storico destinato a deperire come tutti i fatti umani, il socialismo/comunismo è una delle possibilità inscritte in quella tendenza al superamento dialettico del capitalismo. Da questo punto di vista, è la scelta proletaria che riveste, come sappiamo, un ruolo particolare, talché proprio Marx, Engels e Lenin hanno ritenuto di doverne studiare le specifiche condizioni sociali di attuazione (= socialismo scientifico), le quali comportano una imprescindibile azione soggettiva di massa, ossia coscienza e conoscenza, proprio per giungere a codesta attuazione.

Fatta questa premessa concettuale, storica e metodologica, occorre sottolineare, per una corretta impostazione della problematica della transizione, che non il valore né il plusvalore rappresentano il male del modo di produzione capitalistico, ma piuttosto l'appropriazione privata del plusvalore ed il fatto che la produzione e la distribuzione non abbiano altro scopo che l'autoconservazione. Porre in rilievo questo aspetto non significa indulgere ad un eccessivo realismo, poiché resta pur vero che la "negazione determinata" del capitalismo e il superamento della sua auto-contraddittorietà non consistono nell'abbattimento della complessità e della diversificazione del "sistema dei bisogni", con la produzione e la distribuzione che ad esso corrispondono, ma, per l'appunto, in una "negazione", ossia nello spezzare la continua riproduzione dell'accumulazione di capitale e nell'orientare la produzione sociale secondo finalità umane e naturali tanto a breve termine quanto a lungo termine. L'altro 'punctum saliens' della problematica in oggetto è la questione concernente l'estinzione della legge del valore nel socialismo/comunismo: questione che è stata, ed in parte è ancora, un'idea condivisa da vari autori marxisti di diverse tendenze. Ad esempio, Charles Bettelheim, nel suo saggio Calcolo economico e forme di proprietà (Jaka Book, Milano 1970), basandosi meno sulle citazioni che non su una interpretazione delle analisi di Marx e di Engels, può affermare quanto segue: «"Valore" delle cose e scambio sono così indissolubilmente legati che il valore, in quanto "proprietà generale delle cose", non può sussistere quando la produzione di merci è stata sostituita da una produzione destinata non allo scambio ma alla soddisfazione dei bisogni sociali» (ivi, p. 44). Sennonché sembra maggiormente corretta la posizione formulata nel manuale sovietico di economia politica, L'Economie politique du Socialisme (Maspero, Parigi 1974, p. 231), che dichiara: «Data la divisione sociale socialista del lavoro fra le imprese cooperative e quelle del settore di Stato, lo scambio della produzione deve avvenire per compravendita, cioè sulla base del valore. […] L'esistenza delle due forme di proprietà sociale socialista - la proprietà cooperativa kolchoziana e la proprietà dello Stato - è una delle cause della produzione di merci nella società socialista». Il manuale conferma poi in un altro capitolo: «Esistono nel sistema di leggi economiche del socialismo le leggi della produzione mercantile e, in primo luogo, la legge del valore che resta in vigore fintanto che esiste la produzione mercantile, cioè fino all'edificazione integrale del comunismo». Non è mia intenzione riaccendere un difficile dibattito (basti pensare alla questione degli incentivi materiali e/o morali dei lavoratori in un'economia socialista), ma aver riferito la posizione degli economisti sovietici serve a ricordarci che il socialismo non si costruisce in un sol giorno, ma in un lungo periodo di tempo, durante il quale esistono "diversi tipi economico-sociali", la lotta di classe non si ferma e il predominio del modo di produzione socialista emerge a poco a poco dalle categorie capitalistiche, che deperiscono ma sopravvivono (e, come abbiamo constatato a partire dal 1989, possono essere ripristinate).

Insomma, è opportuno sottolineare che, nell'ipotesi più favorevole, per tutto il periodo della transizione coesistono, naturalmente in proporzioni variabili: 1) un settore socializzato che cresce; 2) un settore capitalistico privato di piccole e medie imprese, soprattutto industriali, che si riduce; 3) un settore di piccole imprese individuali, che può sopravvivere a lungo. Ovviamente, i due ultimi settori, non essendo socializzati, generano relazioni mercantili e continuano ad essere soggetti alla legge del valore: Cc + Cv + pv = valore totale. Riassumendo, il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo/comunismo è caratterizzato dalla coesistenza di un settore socializzato dominante sempre più ampio, che obbedisce alle leggi del socialismo (accumulazione originaria socialista, pianificazione centralizzata ecc.), e da due settori non socializzati, dominati e in via di estinzione, che continuano ad essere retti dalle leggi interne del capitalismo, pur essendo regolati nelle linee fondamentali dalla pianificazione socialista. Deve infine essere chiaro che il sistema socialista implica l'abolizione, sul piano economico, del lavoro salariato, cioè della forma-salario, e la scomparsa della legge del valore nella sua configurazione capitalistica. Ecco perché la concezione di un "socialismo di mercato" vuol dire confondere la sopravvivenza inevitabile, parziale e provvisoria del mercato ereditato dalla società capitalistica, nella prima fase del periodo di transizione al socialismo, con il socialismo stesso, che di quel mercato è, nella sostanza, la negazione. D'altronde, bisogna riconoscere che, per tutto il periodo della transizione, permane la contraddizione tra "mercato" e "piano". Questo, però, non significa che non si debba lottare contro il mercato, poiché non si può dimenticare che ciò che caratterizza il socialismo in opposizione al capitalismo è, fondamentalmente, l'esistenza della dittatura del proletariato. È attraverso l'esistenza di questa dittatura in tutti i campi, economico, politico e ideologico, che le relazioni mercantili possono essere progressivamente eliminate, ma una siffatta eliminazione non può essere né decretata né proclamata, poiché richiede una strategia e una tattica politiche (secondo la teoria della continuazione della lotta di classe nel periodo della transizione dal capitalismo al socialismo/comunismo: teoria che è parte integrante del socialismo scientifico a partire dal XX secolo e dalle esperienze storiche della dittatura del proletariato).

Sennonché è possibile impostare il discorso sul rapporto tra il capitalismo e il socialismo/comunismo, prendendo le mosse dalla formula marxiana D-M-D', che ci dice che M è il termine medio attraverso cui si compie il processo di accumulazione del capitale. Se da questa formula si togliesse il termine medio, cioè il mercato, il denaro perderebbe ogni sua funzione, poiché la funzione del denaro consiste, appunto, nel permettere l'ingresso, nel circuito dello scambio, di beni considerati astrattamente, ossia prescindendo dal loro valore d'uso, e proprio così trasformandoli in merci. Gli utopisti ragionano in questo modo: senza denaro non vi sarebbero merci, senza merci non vi sarebbe mercato e senza mercato non vi sarebbe accumulazione di capitale. Ma è vero che le cose stanno semplicemente così? No, non è vero, poiché la divisione delle risorse in base ai bisogni elementari è il principio di un'economia di semplice sussistenza, che già nelle società più antiche, dotate di un'avanzata divisione del lavoro, era sostituito da un meccanismo di scambio ben diverso. Una cosa è certa: che la moderna società di massa non rende possibile un meccanismo fondato sulla semplice allocazione delle risorse. Comunque possa essere pensata e organizzata la società, quale che sia l'esito del superamento del capitalismo (sempre a condizione che, nel frattempo, il genere umano non sia scomparso), la società, nella prima fase della transizione corrispondente alla dittatura del proletariato, non potrà evitare di ricorrere al mercato come meccanismo per regolare la distribuzione dei beni, servendosi di uno strumento astratto che misura l'utilità sociale, ossia del denaro o di qualcosa che svolga comunque, la funzione di "equivalente universale". Insomma, il capitalismo e il socialismo/comunismo, come afferma la teoria del valore-lavoro, hanno un punto in comune: il valore (ed, entro certi limiti, il mercato). In tal senso, è giusto asserire che non il valore né il plusvalore rappresentano il male del modo di produzione capitalistico, ma piuttosto l'appropriazione privata del plusvalore ed il fatto che la produzione e la distribuzione non abbiano altro scopo che l'autoconservazione: «La circolazione del capitale è scopo a sé, dato che la valorizzazione del valore esiste solo all'interno di questo movimento, che si rinnova in continuazione. Dunque, il movimento del capitale è privo di misura» (K. Marx, Il Capitale, Libro primo, Utet, Torino 2009, p. 153).

Dal canto suo, nella disàmina della legge del valore Marx prospetta il modello di una società in cui gli operai siano essi stessi proprietari dei mezzi di produzione e quindi le merci non siano prodotti del capitale. Sennonché anche in una società comunistica di produttori associati, i quali scambiano reciprocamente i prodotti del loro lavoro, sussisterebbe una diversità della composizione tecnica del capitale pur socializzato. In questo tipo di società, poiché il tempo di lavoro dovrebbe essere uguale per tutti e, di conseguenza, i valori nuovi incorporati nelle merci dal lavoro sarebbero anch'essi uguali, i valori delle merci varierebbero solo in quanto, per adottare l'ottica capitalistica, varierebbero i saggi di profitto (ossia il rapporto tra il plusvalore e il valore complessivo dato dalla somma del capitale costante e del capitale variabile). Ma per i produttori di una siffatta società questa variazione non avrebbe alcuna influenza. Essi avrebbero infatti i loro eguali mezzi di sussistenza, corrispondenti a ciò che nella società capitalistica si chiama salario, ed inoltre riceverebbero eguali frazioni di valori, corrispondenti a ciò che nella società capitalistica si chiama plusvalore. In questo tipo di società la cui riproduzione è regolata razionalmente dall'autogoverno dei produttori, i profitti non avrebbero alcun ruolo da esplicare. Pertanto, in una società comunista di liberi produttori il problema sarebbe soltanto quello di acquisire collettivamente il corrispettivo di ciò che nella società capitalistica si chiama salario e plusvalore, detraendo dal valore il capitale costante necessario al ricambio organico con la natura. Certamente, essendo diversi i valori delle merci, il produttore che lavora là dove la frazione di valore dei mezzi di produzione è maggiore (ossia più alta la composizione organica del capitale) avrebbe bisogno di fare degli anticipi maggiori che, argomenta Marx, «sarebbero rimborsati da una frazione maggiore del valore della sua merce, che sostituisce questa parte costante ed in conseguenza... sarebbe costretto a riconvertire una parte più cospicua del valore complessivo del suo prodotto in elementi materiali di questa parte costante». Per converso, il produttore che lavora là dove è minore la frazione dei mezzi di produzione impiegati e maggiore la frazione di lavoro vivo (ossia più bassa la composizione organica del capitale) «incasserebbe... una parte minore, ma avrebbe anche meno da riconvertire» (Il Capitale, libro III, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 242).

Questo significa che in una società in cui i mezzi di produzione sono proprietà collettiva e sono regolati dai produttori associati il problema del profitto non esiste in quanto non sorge il problema del rapporto tra il plusvalore e la totalità del capitale investito, mentre l'importanza del capitale costante si riduce al problema tecnico della ricostituzione (o dell'incremento) delle condizioni di base della riproduzione. Nella società comunista il calcolo del valore passa quindi attraverso la separazione dei suoi componenti (capitale costante e capitale variabile) con la correlativa destinazione del capitale costante allo sviluppo umano. In questo senso, non è dunque difficile capire che, oggettivamente, il capitalismo sviluppato non è che la gestazione di questa separazione. D'altronde, in quel passo del III libro del Capitale Marx riprende e approfondisce un tema analogo svolto nel I libro, là dove egli delinea «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendono coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale» (K. Marx, Il Capitale, libro I, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 110).

Nel III libro del Capitale (nel passo testé citato, che ha un'importanza centrale ai fini della comprensione dell'idea di valore) Marx riprende dal I libro proprio questa ipotesi e se ne avvale per dimostrare che in una società siffatta non sorge più il problema del profitto, ma solo quello della destinazione di ciò che nella vecchia società si chiamava salario e plusvalore. Tale ipotesi getta una viva luce sulla concezione marxiana del funzionamento della legge del valore nella società comunistica. Il problema allora non è quello di restaurare la legge del valore nella forma che ha caratterizzato la società nell'epoca del comunismo primitivo, ma è quello di instaurare un uso sociale delle forze produttive che assicuri la disponibilità individuale di ciò che, nel linguaggio mutuato dalla vecchia società, Marx chiama salario o plusvalore. Pertanto ciò che resta naturale e, in un certo senso, eterno non è la legge del valore nella forma in cui essa appare nella circolazione semplice, ma è qualche cosa di più profondo e di meno storico che si esprime nella tautologia secondo la quale ogni prodotto (compresa l'"intelligenza artificiale") vale come oggettivazione del lavoro umano. Di conseguenza, il modo come tale legge naturale eterna si configura nella società comunistica non ha più bisogno di quel rapporto il cui rispecchiamento è dato dal profitto e il cui aggiustamento è imposto dal mercato, poiché, avendo come assi di riferimento l'appropriazione del plusvalore da parte dei lavoratori associati e la pianificazione razionale del ricambio organico con la natura, non è più mediato da rapporti formali, ma dall'intelletto sociale dei produttori. Dopodiché, circa il rapporto tra produzione distribuzione vale sempre la pena di rammentare ciò che Marx scrive nella sua Critica al programma di Gotha. Note in margine al programma del partito operaio tedesco (1875): «Se i mezzi di produzione materiali sono proprietà collettiva degli operai, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall'attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da esso una parte della democrazia) l'abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla distribuzione. Ma dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perché tornare nuovamente indietro?».

In conclusione, il problema del valore nel suo aspetto invariante è proprio di tutte le epoche storiche. Esso assume poi, volta per volta, diverse configurazioni, una delle quali è appunto connessa al calcolo del profitto ed ai molteplici rapporti economici di cui tale calcolo è il rispecchiamento e, insieme, il 'primum movens'. La storicità di questa configurazione deriva non solo dalle sue interne contraddizioni, ma anche dalla possibilità di "immaginare" (Marx si esprime in questi precisi termini: «Immaginiamoci... un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni...») una serie di variabili relative al futuro, che sono la condizione per dare uno sbocco al rovesciamento della dialettica. Infatti, perché la storia progredisca occorre che il suo esito non sia solo il cataclisma che scuote la presente società, ma anche un modello emergente costituito da forme più alte di produzione e di convivenza umana che, basandosi da un lato sul disvelamento dei contenuti sottesi alle presenti forme sociali e dall'altro sulla possibilità di sostituirle con "un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni", indichi la dimensione del progresso storico non solo come un fatto meccanicamente necessario, ma anche come un fattore dialetticamente necessario che implica, sul piano della soggettività, la costruzione dell'"intellettuale collettivo organico", dapprima a livello politico e poi a livello statale (laddove la categoria dell'"intellettuale collettivo organico" è un tema classico dell'elaborazione gramsciana).


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