www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 20-09-02

L’importanza del lavoro culturale nella lotta e per l’unità dei comunisti.


18-19 novembre 2000 – Torino

Mi è stato chiesto dai compagni che hanno organizzato questo incontro una relazione scritta sul ruolo della casa editrice nel dibattito tra comunisti in Italia. Cercherò di fornire alcuni elementi di riflessione inquadrando però il problema all’interno della più generale e importante questione del lavoro culturale e di alcune delle altre questioni poste all’ordine del giorno.
Credo che si debba plaudire al fatto che finalmente e giustamente la questione del lavoro culturale sia stata posta come uno dei problemi centrali che i comunisti debbono affrontare; come questione oggettivamente essenziale, non più rinviabile, soprattutto nella fase attuale e nel dibattito che vede finalmente i comunisti impegnati nel faticoso e difficile tentativo di ricomposizione delle proprie diversità.
È una riunione indetta con molta tempestività perché anche da altre parti sono state prese e sono in atto iniziative mirate anch’esse al confronto e, possibilmente, alla definizione in comune di un processo unitario. Questo vuol dire che siamo in presenza di una inversione di tendenza che può avere conseguenze molto positive. Dobbiamo essere molto attenti anche ai percorsi che questi altri compagni stanno intraprendendo, e verificare se, quando e in che modo possano incrociare il nostro. Non si tratta in alcun modo – s’intende – di forzare la mano, o mettere in campo un ecumenismo e un eclettismo che non ci appartengono. Ma esistono situazioni in cui alcuni compagni stanno già operando il confronto tra analisi ed esperienze e cercano, senza fretta né presunzione, di realizzare sintesi (anche parziali) in comune per avviare in comune esperienze più avanzate. In qualche caso si tratta anche di compagni che hanno accumulato esperienze interessanti su alcuni nodi politici essenziali (la questione sindacale, ad esempio), e da cui sembra difficile poter prescindere.
La riflessione critica sulle esperienze del movimento operaio e comunista; la ricerca teorica; la definizione di una linea e di una iniziativa politica; la formazione di una nuova leva di quadri; la costruzione di livelli organizzativi via via capaci di realizzare l’unità crescente dei comunisti e ad avvicinare la formazione del partito: sono le questioni fondamentali, a monte del dibattito attuale sui problemi più urgenti, ma di cui­ i comunisti debbono tener conto e avviarli fin d’ora a soluzione. E, oltre a questi, i tantissimi problemi legati al recupero della nostra cultura e alla ricostruzione di quel tessuto di organismi e di attività attraverso cui soltanto può passare la coscienza e la pratica del cambiamento di questa società. Questioni che hanno assoluto bisogno di strumenti strategici adeguati.

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È anche chiaro a tutti che questa stessa vastissima e complessa problematica si pone, nei suoi termini essenziali, esattamente allo stesso modo e con la stessa urgenza non soltanto in Italia: la natura delle contraddizioni fondamentali – determinate sia dallo straordinario sviluppo delle forze produttive e, quindi, dalla fase transnazionale del capitalismo, sia dalla sconfitta subita – impone un orizzonte e un respiro sovranazionale anche nell’approccio, nella ricerca e nelle possibili soluzioni che facciano giustizia finalmente di ogni concezione eurocentrista e, dunque, ben al di là della realtà italiana, dovunque nel mondo i comunisti si pongono il problema della ripresa rivoluzionaria. L’ambito locale può essere soltanto il terreno di articolazione organizzativa, tattica e (parzialmente) politica della concreta iniziativa dei comunisti definita in un orizzonte internazionale.
La realtà concreta dello scontro di classe oggi fa giustizia e spazza via alcune polemiche che un tempo avevano una irrinunciabile valenza politica e che con il cambiare delle condizioni materiali dello scontro di classe sono divenute oggetto di polemica ideologica. Oggi le configurazioni tradizionali di quelle divisioni sono consegnate alla critica storica e, finalmente, le diversità irriconciliabili con correnti politiche e di pensiero che giudichiamo estranee alla politica e alla cultura marxiste e leniniste possono e debbono incentrarsi e venire allo scoperto sulle questioni politiche attuali.
Lo straordinario sviluppo delle forze produttive e l’internazionalizzazione compiuta dei mercati sgombrano il campo anche da impostazioni sbagliate, da incomprensioni, da fandonie e cialtronerie che in questi anni, lontani o recenti, hanno ostacolato e attardato il cammino dei comunisti. Così l’eurocentrismo può continuare a resistere solo nella concezione e nelle politiche di socialdemocratici sazi e contenti di pascolare nel cortile delle metropoli imperialiste: i comunisti non possono che prendere atto della realtà e trarre dalla storia le giuste lezioni per ricercare con altre parti del proletariato mondiale una sintesi culturale e politica e costruire insieme l’unità del fronte rivoluzionario. Così le lotte di liberazione dei popoli si pongono oggi in una prospettiva diversa, non più come fase intermedia nella lotta per l’abbattimento definitivo e planetario del dominio capitalistico. D’altro canto l’assorbimento di funzioni autonome o collaterali nel ciclo di produzione capitalistico e la proletarizzazione di strati sociali un tempo intermedi, e, per altro verso,l’irruzione nella storia di centinaia di milioni di lavoratori subordinati dei paesi ex-coloniali in qualità di salariati e non più come forza-lavoro servile, rafforza l’esercito proletario sia – nei paesi di origine – come classe operia a tutti gli effetti, sia – nelle metropoli capitalistiche – come esercito industriale di riserva, fanno giustizia delle sciocchezze liquidazioniste sulla “fine della classe operaia” e aumentano, al contrario,  a dismisura la schiera dei “becchini” del capitalismo.
L’orizzonte in cui muoverci e sostenere la lotta sul fronte della cultura non può essere, dunque, – soprattutto in questa fase  – che internazionale. Lo impongono non più soltanto la nostra vocazione universalistica e, per ciò stesso, internazionalista, ma le dimensioni delle contraddizioni e delle loro possibili soluzioni: oggi la nostra visione del mondo, la realtà dei problemi, la nostra vocazione coincidono finalmente e concretamente con la portata e le connotazioni delle condizioni materiali e di ciò che è possibile e necessario fare.
Appaiono, quindi, sciocche, grette e perdenti ipotesi e pratiche di lavoro minoritarie e localistiche – abbondantemente condite, semmai, di diffidenza e di settarismo – in cui la salvaguardia spocchiosa del proprio piccolo orticello affonda le radici in un soggettivismo che sopravvive perfino alle proprie reiterate miserie e sconfitte.
Le condizioni per fare un buon lavoro esistono: la comune esigenza di metter mano a questo lavoro; i primi sparsi tentativi; alcune tra le migliori intelligenze del nostro tempo; risorse umane, divise ma sufficienti ad avviare e mettere nella giusta direzione questo difficile percorso.
Sappiamo che esistono anche enormi difficoltà. Prima fra tutte la sfiducia, il soggettivismo, il settarismo. E non basta la buona volontà di tutti per farle sparire d’incanto. Crediamo, però, che sia possibile superarle nel tempo e in concreto, su iniziative reali, decise insieme e realizzate insieme.

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La sconfitta subita alla fine degli anni ’80 ha posto perentoriamente all’ordine del giorno per i comunisti prima di tutto la necessità di una attenta riflessione che – è ovvio – non può essere effettuata soltanto sul piano storico-politico, ma va necessariamente inquadrata in un ambito teorico. Si rende, allora, necessaria una rilettura dei testi fondamentali del socialismo scientifico quale premessa irrinunciabile e ancoraggio sicuro di qualsiasi riflessione sulla realtà attuale e di qualsiasi elaborazione sul “che fare?”. È anche questa lotta politica, per un verso propedeutica, per un altro parallela a quella da sostenere su altri fronti, se non si vuol compromettere in partenza l’esito dello scontro.
La battaglia principale è contro la deriva positivista e riformista che ha portato negli anni la teoria e la pratica del movimento comunista sempre più lontano dal rigore scientifico del materialismo dialettico e storico.
Ed anche negli anni più recenti l’opportunismo – sempre risorgente – aveva nuovamente dato un’interpretazione interessata e distorta, di tipo gradualista, della teoria marxista per giustificare la propria pratica politica deviata. Negli ultimi anni, anche a seguito della sconfitta, – “coerentemente” con il “ritorno a Marx” e la rimozione del leninismo e dell’Ottobre – l’ha abbandonata del tutto. Piuttosto che sottoporle, semmai, ad un esame storico, teorico e politico assolutamente rigoroso – e certamente ineludibile – revisionismo e liquidazionismo, in perfetta sintonia tra loro,  azzerano frettolosamente l’esperienza  e la elaborazione teorica del comunismo rivoluzionario con motivazioni tratte dal bagaglio culturale e polemico dell’avversario.
Ma c’è da combattere anche un altra battaglia, per molti aspetti non meno importante, contro un’opposta forma di opportunismo che assume la teoria marxista e leninista in modo dogmatico e schematico. È insidia altrettanto pericolosa che porta inevitabilmente alle secche del minoritarismo aristocratico, e che sfocia o nel nullismo élitario e impotente, o nel volontarismo avventurista.
La elaborazione teorica di Marx e di Lenin non costituisce una “dottrina”,  non è, in alcun modo, il “manuale” della rivoluzione: una sua rilettura in termini schematici e dogmatici è non solo ridicola, “estremista ed infantile”, ma anche inutile. Per molti aspetti la realtà in centocinquanta o in ottanta anni è mutata. E l’opportunismo – incontrastato per troppi anni – ha ormai compiuto la sua opera devastante, sia a livello di massa, sia nei quadri, sia nelle organizzazioni che furono della classe. Tanto che oggi non ha più neppure la necessità di alcun riferimento, neppure formale, alla teoria marxista che, anzi, viene definitivamente liquidata o più semplicemente ignorata, anche da coloro che pretendono di dirsi ancora comunisti. L’affermazione dell’esistenza (e della legittimità) di diversi “marxismi” si rivela la comoda fandonia per giustificare l’allontanamento galoppante da ogni rigore scientifico e per dare dignità anche alle peggiori cialtronerie. D’altro canto, però, l’esperienza di oltre mezzo secolo e lo sgretolamento o il crollo degli Stati del “socialismo reale”, impongono una riflessione attenta e rigorosa finalizzata – quanto meno – a verificare se l’esperienza concretamente realizzata abbia corrisposto effettivamente alla elaborazione a cui si era ispirata, e se quella teoria non abbia mostrato segni di debolezza o di errore alla prova della storia. Infine non si può sfuggire alla realtà del tutto evidente di una diversa e maggiore complessità della società che ha, necessariamente, importanti ricadute sul piano della tattica politica, e potrebbe averne anche ad un livello più alto, teorico e strategico.
Non basta allora riprendere e riproporre le tesi “direttive generali” di Marx e di Lenin. Si tratta di andare – con rigore scientifico e nella realtà odierna – ad una “elaborazione indipendente”, rispondente alle esigenze dello sviluppo storico, demolendo contestualmente concezioni e elaborazioni del tutto estranee e opposte al marxismo, ma ormai radicate e consolidate. Concezioni, ispirate formalmente al peggiore “pluralismo” e, sostanzialmente, all’accettazione del “pensiero unico” dominante, penetrate nel movimento comunista non a caso insieme al liberalismo economico. Esse hanno del tutto ingabbiato il proletariato, i suoi quadri, le sue organizzazioni, nei meccanismi della democrazia borghese, in una cultura pragmatica, gradualista, conservatrice, senza speranza.

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Le condizioni per questo grandioso impegno sono – paradossalmente – estremamente favorevoli: la crisi del sistema di potere della borghesia a ogni livello è un dato oggettivo. Verso di esso la classe e le masse del popolo hanno già consumato una spietata critica tratta dalla realtà quotidiana.
E, tuttavia, l’orizzonte comunista – che è squisitamente politico – viene avvilito e declassato dai sedicenti “comunisti” riformisti a livello economico (la “maggiore giustizia sociale”) o a problema etico (la famigerata “questione morale”) tutta interna, oltre tutto, a questo stesso sistema di potere che si sarebbe, a dir loro, “imbarbarito”: ricordiamo tutti le recenti stupidaggini nuoviste culminate con l’indignazione bertinottiana contro questo “nuovo capitalismo” e contro questo Stato che avrebbe mutato la sua natura perché non si preoccuperebbe più di assistere il cittadino!
In tal modo – in barba a tutti i vaghi e vuoti “antagonismi” di maniera che vengono mano a mano evocati – il percorso avviato molti decenni fa si conclude in un’operazione che avrà successo se e finché i comunisti non ritroveranno la propria dimensione teorica, politica e organizzativa.
È, del resto, inevitabile che, finché la politica resterà ancora confinata esclusivamente nelle istituzioni sarà asfittica, improduttiva, inconcludente. Soltanto quando la  politica tornerà a respirare fra le masse e a vivere delle loro lotte potrà connotarsi in senso classista ed essere conseguente con una teoria che, intanto, deve rapportarsi con la concreta realtà contemporanea.
Le contraddizioni interne del sistema offrono condizioni favorevolissime per una concreta iniziativa rivoluzionaria, alternativa, di classe, non solo teorica ma politica, strettamente legata con la pratica delle masse, che faccia finalmente uscire i comunisti dal pantano di una politica chiusa nelle istituzioni borghesi e restituisca alla classe partecipazione e protagonismo in forme nuove e percorsi coraggiosi.
È un compito immenso, ma necessario.
Per affrontarlo con rigore e spregiudicatezza l’insegnamento contenuto nei “classici” del socialismo scientifico e nell’esperienza straordinaria del proletariato sono assolutamente necessari e propedeutici. Ma senza isolare scolasticamente e cristallizzare ottusamente questo o quel punto della elaborazione marxista e leninista, e senza restare aggrappati disperatamente e sterilmente a una storia che contiene in sé anche le cause e gli effetti della sconfitta.
È proprio qui che si verificano le responsabilità, qui si misurano concretamente le distanze tra le professioni di fede, opportunismi mascherati e la politica dei comunisti.
Quando decenni di deriva riformista – sempre più sciatta e scialba – portarono, in perfetto tempismo e consonanza con il crollo del “socialismo reale”, alla liquidazione di quel che restava dell’esperienza comunista, le speranze di tantissimi compagni che rifiutavano quell’esito sciagurato si concentrarono su un brandello residuale di quello stesso riformismo che aveva portato alla sconfitta. Era anche un modo per moltissimi compagni di ritrovarsi e di ritrovare un qualche orientamento. Queste illusioni – certamente sincere dei tanti e tanti militanti che vi aderirono – sono andate via via deluse con il trascorrere degli anni e con l’inseguirsi senza fine di tatticismi, correntismi, opportunismi di ogni genere. A molti sembrò di assistere ad una incredibile pantomima già vista, di essere di fronte alla versione farsesca e grottesca della tragedia già vissuta e appena conclusa. A tutti è divernuto chiaro, infine, che su quella strada – che vuole per scelta consapevole proseguire nella tradizione più opportunista del Pci – qualunque cosa si vada a “rifondare” è, comunque, molto diversa dal comunismo rivoluzionario.
Non è per caso che il PRC – dalle origini ad oggi, con il vecchio e con il nuovo gruppo dirigente – abbia sempre accuratamente evitato o rifiutato ogni seria lettura critica delle esperienze, ogni riflessione rigorosa sulla realtà esistente, ogni iniziativa che non fosse nel solco della più becera tradizione riformista. E non è per caso che alla rivendicazione orgogliosa del berlinguerismo si accompagnino il rifiuto netto del leninismo e, reciprocamente, le smanie di collaborazione ecumenica con tutto quello che si autodefinisce “sinistra”.
Tantissimi hanno rinunciato all’illusione e hanno abbandonato; moltissimi compagni resistono ancora, nella speranza che – almeno – si riesca a mantenere in piedi una speranza o a realizzare una qualche resistenza.
Solo alcuni ostinati continuano a credere – e far credere – che sia ancora possibile costruire – con il materiale di risulta dell’opportunismo sconfitto – il partito comunista. Poco importa se questo classico entrismo si dichiari apertamente “trotzkista” o si pretenda “leninista” (o, piuttosto, togliattiano). Quel che conta è che ancora si inchiodino le speranze dei militanti su ipotesi di “conquista” del partito o di una sua ennesima scissione salvifica. E mentre si condanna tutti al nullismo, si lascia tutto lo spazio di cui ha bisogno all’opportunismo riformista, si litiga in modo squallidissimo, si pascola negli organismi dirigenti (o si briga vergognosamente e si subordina tutto al tentativo di entrarvi) con l’unica speranza di essere l’erede (esclusivo?) di un altro cadavere politico.
Questo atteggiamento è oltremodo colpevole, perché è di ostacolo a quei fermenti e quella tensione che oggi possiamo finalmente registrare tra i comunisti che tentano sinceramente di avviare, pur tra mille difficoltà e ostacoli, un processo di confronto, di dibattito, di lavoro comune, di unità a livelli successivi, anche attraverso riunioni come quella di oggi.
La  strada per la ricostruzione della nostra identità culturale, politica e organizzativa di comunisti passa per un processo di questo tipo, non attraverso la clonazione di organismi non più vitali e inservibili. Lasciamo che i morti seppelliscano i morti.
I comunisti hanno intanto altro su cui impegnarsi: proseguire il confronto, avviare insieme il tanto lavoro da fare, realizzare a livelli sempre più alti la sintesi delle eleborazioni e delle esperienze, conquistare l’unità giorno per giorno e costruire per questa via il partito.
Non è giusto né saggio alzare steccati nei confronti di nessuno, sol perché milita in un’organizzazione, per quanto sciaguratamente riformista. Dobbiamo, anzi, imparare ad avere – a differenza del passato – molta tolleranza (da coniugare sempre, si badi bene, con il rigore) se vogliamo superare le secche della divisione e del minoritarismo e realizzare l’unità. Ma qui, ormai, si confrontano due ipotesi del tutto diverse, per molti aspetti contrapposte e, al momento, antagoniste sul percorso per la costruzione del partito. Non si tratta, allora, di essere intolleranti e di sbattere la porta in faccia a nessuno, ma è lecito e indispensabile su una tale questione essere rigorosi e pretendere da chi milita – ad esempio nel PRC – non soltanto di abbandonare ogni insopportabile e ingiustificata boria, ma, soprattutto, di lasciare a Bertinotti e Ferrando le spoglie dell’opportunismo organizzato, e di lavorare, invece, lealmente e alacremente allo sforzo comune e al processo di sintesi in atto, in una prospettiva in cui il PRC non esiste per niente.
A queste condizioni il loro apporto è auspicabile e deve, anzi, essere incoraggiato. Il che non significa chiedere di uscire dal loro partito. Al contrario: sarebbe del tutto inutile e controproducente. Di più: bisogna incoraggiare i tantissimi iscritti a Rifondazione – che sono del tutto insoddisfatti e critici nei confronti della linea di maggioranza e che non si riconoscono o sono in profondo disagio anche rispetto alle minoranze interne organizzate – a prendere atto che il PRC non è e non può essere il partito comunista, a lavorare con noi e ad essere, con noi, protagonisti del processo di unificazione dei comunisti e di costruzione del partito.
Nei confronti delle minoranze organizzate tolleranza non può significare consentire loro di rinnovare all’infinito tatticismi indecorosi che rinviano sine die sclete significative subordinandole furbescamente ogni volta a questa o a quella scadenza (congressuale o istituzionale che sia), con l’unico risultato di impantanarsi in un attendismo che continua a dare un qualche credito al PRC, ritarda il processo unitario, ma permette, in compenso, di godere frutti e prebende dall’appartenenza ad organismi dirigenti di diversi livelli.
Non vogliamo dividerci da questi compagni sulla tattica (su cui, con tutta evidenza, non siamo d’accordo). Ma dev’esser chiaro che o ci uniamo sui contenuti (cfr.: lotta senza quartiere al riformismo e all’opportunismo), sulla strategia (cfr.: come si arriva a costruire il partito comunista rivoluzionario), sul metodo (cfr.: accettazione o rifiuto dell’entrismo) e sul rapporto con il resto del movimento comunista (cfr.: chi è fuori del PRC non è un “diverso” né un’apostata, e con lui si opera criticamente per il comune obbiettivo nel confronto, nel lavoro comune, nella ricerca della sintesi e dell’unità), oppure ci dividiamo nettamente.
Lo stato e lo spessore di un movimento politico – e delle sue realtà organizzate – si può giudicare, del resto, anche dalla sua pubblicistica.
Quella dei due partiti istituzionali che pretendono di attribuirsi e si contendono illegittimamente l’appellativo di comunista (PRC e PdCI) meriterebbero, forse, una critica più articolata. Ma non c’è dubbio che siamo di fronte ad una pubblicistica misera e – non di rado – miserabile, certamente non iscrivibile nel novero della stampa comunista.
Giudizio qualche volta meno disperante, ma certamente non positivo si può dare per molti aspetti a gran parte delle pubblicazioni “interne” a questi due partiti: le loro articolazioni correntizie, infatti, mosse dal proprio inutile e impotente entrismo – di cui restano, tutte, sempre volontariamente e irrimediabilmente prigioniere fino all’opportunismo più sciatto e alla “guerra per bande” – si rispecchiano nella propria stampa che non sa e non vuole travalicare l’orizzonte angusto e impossibile del “partito” e delle sue interne miserie. Anche i bagliori di autonomia – culturale e politica –, che pure esistono, non riescono a illuminare e dare orizzonte al grigiore dei percorsi o al buio di prospettive sempre rinviate e subordinate. Al punto di esercitare anch’essi la censura preventiva su articoli che potrebbero essere sgraditi alla segreteria del partito o “compromettere” il tatticismo di turno.

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Pensare di affrontare la questione culturale è un compito immenso che fa tremare i polsi. Non si tratta soltanto di riannodare i fili di un ragionamento interrotto da troppi anni e riprendere un percorso di ricerca, di analisi, di elaborazione positiva sulla base dei contenuti e del metodo indicati da Marx, da Engel, da Lenin. Non si tratta soltanto di riflettere e comprendere la lezione della storia sull’esperienza del movimento comunista internazionale e portarlo – possibilmente – ad una sintesi capace di trasformare il mondo. C’è dell’altro. C’è da appropriarsi della produzione culturale che, in tanti anni, la borghesia ha realizzato nel governo (economico, politico, scientifico, tecnologico, etc.) del mondo (o di una sua grande parte). Bisogna appropriarsene e cambiarle “segno”, bisogna – di nuovo – rimetterla “sui piedi”. C’è – ancora – da recuperare e rilanciare il grande patrimonio culturale che il proletariato e le classi subalterne hanno saputo produrre in ogni ambito. E c’è – infine – da ricostruire quella rete di strutture, di istituzioni, di iniziative che erano spazi e conquiste della classe operaia organizzata e che sono necessarie per sostenere – come per il passato – lo scontro con il nemico di classe. Una lotta si vince sul terreno strettamente politico soltanto nel momento decisivo in cui deve essere compiuto il salto di qualità. Ma per arrivare a quel momento ogni lotta politica deve essere combattuta anche su altri terreni che debbono supportare lo scontro principale.
Di questo dobbiamo finalmente convincerci: se non daremo lo spazio e le energie necessarie anche alla questione culturale, non saremo mai in grado di combattere bene e di vincere la lotta sul piano politico. Non basta ripetere le parole dei “sacri testi”: “senza teoria rivoluzionaria, niente rivoluzione”: è tempo che usciamo dal rito e ci diamo piuttosto da fare perché effettivamente “la teoria si impossessi delle masse” e divenga, allora, scelta consapevole e percorso concreto del nostro agire politico, e anche forza reale del cambiamento.
Ma non parliamo però soltanto di “lotta ideologica”: è un termine che può generare pericolosi equivoci.
Nella battaglia che dobbiamo sostenere c’è sicuramente – e, probabilmente, al primissimo posto – anche la lotta tra la visione del mondo della borghesia e quella del proletariato, c’è da riappropriarsi (e trasmettere) la concezione dialettica e materialistica della natura e della storia, ci sono da riscoprire i grandi valori del comunismo e le sue idee-forza. In questo senso c’è certamente lotta ideologica che – è bene intendersi – può e deve essere condotta anche dentro lo schieramento proletario, perché le idee dominanti fanno presto a penetrarvi o ad annidarvisi, connotandosi e mascherandosi in modi diversi.
Guai, però, ad accreditare – anche al di là delle intenzioni, con l’uso frettoloso del lessico – la convinzione, ancora fin troppo radicata nella testa e nell’agire di moltissimi compagni, secondo cui la lotta sia esclusivamente ideologica, e che tutto ciò di cui abbiamo bisogno sia la nostra ideologia, vale a dire la nostra concezione del mondo, i nostri bravi principi e, forse, poco più. Questa impostazione è idealista e, giustamente, Marx la disprezzava. Essa, anche in un passato recente – quando era patrimonio di tanti di noi –, ha fatto molti guasti e ci ha condannati all’astrazione e, per ciò stesso, all’impotenza, finendo – mentre si consumavano le nostre piccole innumerevoli sconfitte che erano complementari e interne a quella più generale dell’intero movimento comunista – per impantanarci nel nullismo della purezza dogmatica, schematica, settaria, nel minoritarsmo organizzativistico o nella tragica illusione di scorciatoie estremiste.
Eppure ci sono ancora compagni che sembrano interessati esclusivamente alla riaffermazione pregiudiziale, più o meno astratta, schematica e dogmatica, dei pricípi e della ideologia. Tutti indistintamente, poi, ci appassioniamo soltanto al dibattito politico. La ricerca e il dibattito teorico sembrano essere scomparsi dal nostro orizzonte. Nella migliore delle ipotesi ne ammettiamo l’esigenza, ma per scordarcene un attimo dopo o per sottovalutarla abbondantemente.
È una concezione sbagliata, un’eredità che ci viene da molto lontano, dalla pausa della ricerca e della elaborazione teorica, dalla sua ossificazione che per molti decenni è andata affermandosi nel movimento comunista cheperò allora era pressato da altri problemi altrettanto urgenti ed essenziali, non di rado legati alla sopravvivenza stessa delle esperienze e delle organizzazioni comuniste. E, più direttamente, è un errore che riproduce quello già commesso recentemente, negli anni ’60 e ’70. Allora, però, non avevamo alle nostre spalle l’esperienza che proprio in quegli anni abbiamo realizzato. Per di più quella fu una stagione della nostra storia in cui la presenza massiccia sul campo del proletariato e di altre classi subalterne, l’acutezza delle contraddizioni (pur se non sempre compiutamente comprese) e l’ampiezza della loro portata, l’esistenza di lotte violentissime dal più piccolo livello locale a quello internazionale, sembrarono porre con estrema e esclusiva urgenza il problema del “che fare?”, e di farlo immediatamente. Sembrò allora giusto – e appare oggi plausibile –, in quelle condizioni, far discendere dall’unico “patrimonio di teoria” che avevamo, quello ideologico, l’agire politico, senza alcuna mediazione. Intendiamoci: già allora sarebbe stata necessaria – e solo oggi possiamo dirlo con certezza – una elaborazione teorica che non derivasse le proposte e l’iniziativa politica direttamente dall’ideologia, restando così pura astrazione. E, tuttavia, non ce ne accorgemmo, o non avemmo il tempo e l’opportunità di accorgecene o di essere più attenti alla questione: eravamo stretti inesorabilmente tra l’urgenza del fare e la nostra immaturità soggettiva.
Allora questa fu una delle cause (non l’unica e, neppure, tutto sommato, la principale) della sconfitta. Oggi sarebbe imperdonabile e sciocco commettere un errore analogo.
Oggi le contraddizioni sono certamente ancora più acute e violente, ma non ci sono ancora in campo intere classi e popoli a lottare in modo generalizzato e deciso contro il capitalismo transnazionale. Nel frattempo è intervenuta una pesante sconfitta che ha devastato lo scenario, le condizioni e i soggetti della politica. È, allora, sciocco e suicida ostinarsi a riproporre progetti e percorsi su un terreno immediatamente ed esclusivamente politico: senza la “mediazione” dell’analisi teorica l’ideologia resta pura astrazione, e la politica si riduce a pratica cieca e volontarista.
Non solo: ma se oggi più che in passato – grazie all’accelerazione straordinaria dello sviluppo delle forze produttive e ai cambiamenti che questi determinano su scala planetaria mettendo in crisi i rapporti capitalistici di produzione – si vanno inverando tutte le condizioni indicate da Marx per il salto rivoluzionario, appare del tutto evidente che occorre capire come le “direttive generali” di Marx (e di Lenin) vadano applicate alla realtà trasformata e ancora in via di trasformazione e non scambiate con la loro caricatura ideologica.

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Ma il lavoro culturale non è soltanto quello immediatamente legato alla lotta politica. C’è dell’altro. E quest’altro è spesso specchio delle tensioni e dei fermenti che si agitano in una società e del livello di maturità raggiunto dalla classe rivoluzionaria sulla strada della rivoluzione sociale.
Ricordate gli anni ’60 e ’70? La tensione verso la trasformazione radicale, l’aspirazione ad una società diversa, a dimensione d’uomo, erano palpabili: non c’erano soltanto i grandi scioperi o le manifestazioni operaie e studentesche, non c’erano solo le iniziative di lotta contro l’imperialismo o per migliori condizioni di vita. Nella musica, nella letteratura, nel teatro, nella ricerca, nell’editoria, dovunque era visibile l’aspirazione al nuovo che si manifestava attraverso una produzione culturale vastissima e intelligente: la critica feroce e intransigente, le analisi, le ipotesi, le proposte. E la cultura comunista – seppure in forma incompiuta, spesso anche in modo confuso e ideologico, qualche volta perfino incoerente – egemonizzava tutti questi fermenti e iniziative.
Una classe che vive intensamente e attivamente la propria aspirazione alla trasformazione radicale della società e lotta per essa, produce ad ogni istante la sua cultura del cambiamento, che nasce e vibra, in forme diversissime, in tutti gli ambiti e in tutte le manifestazioni della vita collettiva.
Nella desertificazione provocata dall’azione combinata dell’opportunismo e della sconfitta sembra prospettiva fantascientifica il rinnovarsi di una stagione in cui una tale produzione culturale ritorni ad essere possibile. Eppure è la prospettiva per cui siamo chiamati a lavorare. È certamente difficile, ma non impossibile: nelle masse c’è, accumulata e compressa, un’immensa energia creativa pronta a esplodere nuovamente e a sgorgare incessantemente. Occorre dargli forza attraverso la speranza nel futuro e la fiducia in se stesse. Avremo la certezza d’essere a buon punto sul terreno politico quando ricomincerà a fiorire e a diffondersi la cultura proletaria del cambiamento.
Questo ci porta a riflettere sull’altro immenso problema che abbiamo di fronte e che dobbiamo proporci di affrontare e risolvere con grande serietà e impegno: quello della partecipazione convinta delle masse al processo rivoluzionario, del loro protagonismo cosciente e maturo. Anche su questo terreno si tratta di ripartire dalle devastazioni e dalla desertificazione provocate dall’opportunismo e dalla sconfitta subita. E non basta la fiduciosa e deterministica attesa della maturazione delle contraddizioni.
La disperazione e la rabbia possono portare alla ribellione, a nient’altro. Soltanto la speranza e la fiducia possono produrre la rivoluzione. Dobbiamo, allora, riempire la nostra proposta di speranza, dare valenza politica anche alle iniziative economiche, impostare le lotte in modo che sia l’esperienza a ricostruire nelle masse la fiducia nelle proprie forze e capacità, dobbiamo offrire un orizzonte per cui valga la pena di impegnarsi e di lottare perché degno e perché è l’unico possibile. Dobbiamo, in altre parole, tornare a fare “propaganda” del comunismo, nel senso alto, leninista del termine, offrendo una prospettiva di liberazione, non di mero benessere.
Al XX° Congresso del PCUS Krushov non spalancò soltanto le porte ai selvaggi attacchi anticomunisti della borghesia internazionale, creò anche le premesse per la demolizione sistematica delle conquiste socialiste realizzate e per la restaurazione del capitalismo. Non criticò soltanto in modo indegno Stalin e l’intera esperienza bolscevica e soviettista, gettò il bambino insieme all’acqua che – secondo lui – era sporca: sostituì i valori del socialismo (per cui la classe operaia e il popolo sovietico avevano combattuto compiendo sacrifici ed atti di eroismo collettivo incredibili e inenarrabili, per cui erano morti milioni e milioni di uomini) con la competizione e la promessa di benessere. Insinuò che il sistema capitalistico già dispensava quello che per il popolo sovietico era ancora soltanto un traguardo da raggiungere; disse agli operai, ai giovani, alle donne dell’URSS e del mondo che ciò per cui avevano lottato così duramente non era più quello per cui si doveva continuare a lottare; indicò come obbiettivo non più la liberazione dell’intera umanità dal bisogno, ma la soddisfazione di bisogni immediati, materiali, personali. Ai comunisti, ai proletari e ai popoli dell’Unione Sovietica e del mondo furono strappati i loro valori, e, in loro sostituzione, furono indicati quelli della borghesia, del capitalismo. Era iniziato il disarmo culturale delle masse, e, con esso, cominciava la decadenza, venivano gettate le basi della sconfitta.
Il comunismo non può vivere senza il sostegno convinto, senza la partecipazione e il protagonismo consapevole, senza la tensione e lo slancio delle masse. Il compito più difficile che ci aspetta è forse proprio quello di fare in modo che dal seno stesso della classe e dei popoli torni a sgorgare questa che è la vera forza motrice della storia, l’unica capace di operare concretamente il cambiamento. Bisogna restituire al proletariato del mondo i suoi valori, rimettere in campo le idee-forza del cambiamento, mostrare l’orizzonte della liberazione come l’unico possibile e giusto, fare in modo che la classe trovi in se stessa la fiducia e la forza per fare della rivoluzione non una magnifica aspirazione ma un concreto fatto della storia.
Tutto questo è compito del lavoro culturale che i comunisti non possono fingere più di non vedere come essenziale e urgente, che non può essere più rinviato o subordinato alle urgenze della politica.

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È di questi giorni il chiasso provocato sull’iniziativa del fascista Storace che vorrebbe censurare i libri di testo della scuola perché – a suo dire – sarebbero imbottiti di “dottrina marxista”. Sappiamo, purtroppo, che non è vero. E, di nuovo, accade che, dopo aver dato spazio e legittimato con i più vergognosi attacchi al comunismo anche il cosiddetto revisionismo storico, ora democratici e rifondatori insorgano fingendo d’essere stupiti e indignati. Invocano la loro costituzione e i “valori” della loro democrazia cogliendo l’occasione per riproporre proprio le infamie revisionistiche da cui i reazionari hanno preso le mosse, e si guardano bene, naturalmente, dal far notare che la vera censura oggi viene esercitata – con il loro pieno consenso e con la loro attiva partecipazione – contro il marxismo in modo assolutamente ferreo, pur se silenzioso e con altri mezzi.
Per cominciare, tutti i compagni avranno notato che – da anni ormai – i classici del marxismo e del leninismo sono stati cancellati dai cataloghi delle case editrici (di “sinistra”, ovviamente) e sono scomparsi dalle librerie. Oggi sono letteralmente introvabili. Siamo arrivati al paradosso di vedere il formarsi quasi di una sorta di mercato nero per certi testi, e molti compagni giovani sono costretti a leggerli in fotocopia.
Si tratta di una mancanza gravissima: per vivere, diffondersi e svilupparsi una cultura non può esistere soltanto nella meoria degli anziani, o appagarsi di una conoscenza statica, né di una interpretazione astratta, dogmatica, unilaterale e, spesso, saccente. La cultura marxista – la sua visione del mondo, il suo metodo, il suo farsi forza di cambiamento – deve poter vivere, diffondersi e svilupparsi nella vita degli uomini, nella realtà concreta e nello straordinario dinamismo della società e dei suoi protagonisti, deve circolare, deve diventare patrimonio e forza della trasformazione nelle intelligenze e nell’iniziativa di milioni di uomini, di milioni – soprattutto – di giovani a cui deve essere trasmessa. Deve essere strumento di conoscenza, di formazione, di trasformazione. Tanto più se il nemico di classe dispone di strumenti smisurati e sofisticatissimi per far penetrare e affermare il suo “pensiero unico”.
Eppure sono pochi i compagni che hanno inteso questo problema in tutta la sua portata. Si propone ancora, purtroppo, una priorità eccessiva ed esclusiva alle urgenze della politica, qualche volta anche come conseguenza di pressapochismo o di soggettivismo. Ma c’è anche un condizionamento indiretto e nefasto di quella “sinistra” ex comunista, liquidazionista e “nuovista” che – essa sì a ragione – mette la sordina alla teoria, blatera di “ritorni a Marx” e di indefiniti nuovi orizzonti della politica e, in un modo o nell’altro, relega in soffitta il marxismo aiutando consapevolmente a toglierlo dalla circolazione.
In verità, non sono pochi, dopo tutto in questo clima di disfattismo, i compagni che si sono posti più o meno concretamente il problema di far tornare a circolare i testi fondamentali della cultura comunista, non come questione pregiudiziale da risolvere, ma come compito irrinunciabile incardinato ben dentro il più grande problema della ripresa rivoluzionaria.
Anche noi ci siamo posti questo problema, e ora intendiamo porlo a tutti i compagni in tutta la sua importanza, ma anche in tutta la sua concretezza. Esistono le energie, esistono le risorse, esistono le possibilità concrete di affrontarlo e risolverlo. Sarebbe stupido e colpevole, allora, non porlo – insieme – tra le priorità da affrontare a breve.
Abbiamo preparato un appello per la pubblicazione dei classici del marxismo che è stato accolto e sottoscritto da alcuni tra i compagni più prestigiosi a livello internazionale tra gli studiosi di Marx e di Lenin, gli stessi a cui pensiamo di affidare la cura della riproposizione di questi testi. È sicuramente un eccellente punto di partenza. Ma non basta: non intendiamo fare un’operazione meritoria ma “aristocratica” o, anche, rivolta a cerchie molto ristrette di compagni che sono già interessati alla discussione e all’approfondimento di queste opere e che – sicuramente – ne hanno già la disponibilità. Vogliamo far arrivare gli scritti di Marx, di Engels, di Lenin nelle mani di tutti i compagni – soprattutto dei giovani. Vogliamo coinvolgerli in un’operazione il più ampia possibile di lettura, di formazione, di approfondimento. Vogliamo che la riproposizione di queste opere sia scelta consapevole e collettiva dei tanti compagni che si sforzano di ricercare insieme la via della ripresa rivoluzionaria, di tutti coloro che si impegnano e, magari, si dividono appassionatamente sul come tradurre la necessità e la volontà di cambiamento in forza delle masse. Riproponiamo, allora, a voi e a tutti i compagni schierati su posizioni di classe questo appello perché diventi scelta comune di ancorare saldamente la nostra lotta alle comuni radici teoriche.
Molti compagni ci chiedono di far presto, di cominciare subito a pubblicare questi testi, “senza perder troppo tempo” (è la loro espressione) in introduzioni o presentazioni “dotte” che avrebbero, sicuramente, il pregio di dare una delle possibili chiavi di lettura utili al dibattito e all’approfondimento, ma comporterebbero anche tempi lunghi per la pubblicazione. Questi compagni propongono, invece, introduzioni agili che abbiano l’unico scopo di “contestualizzare” lo scritto pubblicato e di presentarlo al lettore, rinviando ad operazioni editoriali più complesse l’approfondimento e il dibattito. Questa proposta avrebbe il pregio, sicuramente, di mettere rapidamente nella disponibilità dei compagni i testi fondamentali.
È una questione aperta; è una decisione importante e urgente da prendere. E vorremmo prenderla insieme.

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La censura operata dal mercato non opera soltanto rispetto ai classici del marxismo che non vengono ristampati o sono radiati dai cataloghi. La sua azione si estende con altrettanta efficacia a tutta la pubblicistica che non sia prodotta sotto il controllo diretto del capitale monopolistico, o che non si omologhi al suo “pensiero unico”. Naturalmente questa efficientissima censura non se la prende soltanto con la cultura marxista, ma taglia spazi e possibilità anche a tutto ciò che è, in qualche modo, “diverso” o fuori di ogni controllo o, anche più semplicemente, che non produca abbastanza profitto. È così che tutta la piccola editoria in qualche modo “antagonista”, ma anche la produzione culturale di elevata qualità (ma che ha una “platea” di fruitori ristretta), vengono inesorabilmente espunte dal mercato, senza alcuna possibilità di circolazione e di vendita.
Tutto è effettivamente e molto concretamente contro di noi: la povertà delle risorse economiche che possiamo mettere in campo; le tecnologie sempre più sofisticate ma sempre più costose per chi non può attestarsi su elevati volumi produttivi; la distribuzione sempre più concentrata nelle mani dei gruppi editoriali e finanziari, o, quella minore, sempre più inaffidabile; le librerie che veleggiano verso il gigantismo, ogni giorno più somiglianti a supermercati, ormai appagate d’essere soltanto il terminale dell’industria culturale. Perfino librerie che tradizionalmente costituivano uno spazio garantito per l’editoria alternativa o povera – come le Feltrinelli e le Rinascita –, oggi si chiudono inesorabilmente anch’esse a queste produzioni. Né si può sperare di risalire la china restando sullo stesso terreno degli avversari, o utilizzando gli stessi strumenti che sono essi a controllare e di cui dettano le leggi attraverso il “mercato” da loro condizionato. La pubblicità, ad esempio: un libro che non è “spinto” dalla pubblicità non ha speranza di entrare nei circuiti commerciali. Ma la pubblicità – in tutte le sue forme – costa, e nessun piccolo editore si può permettere di investire in pubblicità cifre esorbitanti che superano di molte volte il costo del libro e che non verranno mai recuperate.
Una situazione difficilissima, per molti aspetti disperante, ma contro cui c’è un’unica possibilità di lottare vittoriosamente: quella di affrontarla mettendo in campo tutte le energie possibili interessate a sostenere questa battaglia, e di creare ­ con queste forze una sorta di mercato parallelo.
Non è impresa semplice, ma neppure impossibile.

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Da parte nostra è quello culturale il fronte su cui da anni abbiamo scelto di dare il nostro contributo alla lotta comune, nella consapevolezza che fosse di primaria importanza e che fosse necessario darsi per tempo strumenti strategici per combattere questa battaglia e quella più complessiva di carattere politico.
Abbiamo avuto grandi difficoltà e commesso errori. Ma ce l’abbiamo fatta: le difficoltà abbiamo imparato a superarle mano a mano che si presentavano; gli errori abbiamo cercato di correggerli imparando da essi.
Ora, nel momento in cui i comunisti francamente si confrontano e cercano possibili percorsi comuni, crediamo che questo strumento – ancora piccolo ma reale – debba essere messo a disposizione di tutti.
Abbiamo operato per definire rapporti con il meglio della cultura non marxista per acquisire quello che può essere utile e necessario alla nostra conoscenza e alla nostra elaborazione; abbiamo la fiducia e la collaborazione dei migliori intellettuali marxisti, italiani e non; abbiamo dato voce a pezzi importanti del movimento comunista e alla loro lotta; abbiamo riproposto alcuni testi fondamentali del socialismo scientifico e ci apprestiamo a fare di meglio e di più; abbiamo stabilito i primi rapporti di collaborazione a livello internazionale, sia con traduzioni incrociate di libri con case editrici di altri paesi, sia con la pubblicazione in tedesco di una rivista marxista di filosofia ad altissimo livello, che speriamo di far diventare strumento multilingue della ricerca teorica dei comunisti a livello intezrnazionale; abbiamo intenzione di sostenere l’attività della “Societas Hegel-Marx” – nata, anche con il nostro auspicio, per evoluzione naturale della vechia “Societas Hegeliana” e per scelta coraggiosa dei compagni Holz e Losurdo che la dirigevano.
È un patrimonio – piccolo ma esistente e vitale – di esperienze che mettiamo a disposizione di tutti i compagni che sinceramente vogliono avviare un processo di riavvicinamento reciproco e di unificazione degli sforzi nella comune lotta.
Qualunque sia il percorso che ciascuno di noi prefigura e auspica, la disponibilità di uno strumento editoriale è irrinunciabile: il rigore teorico di cui abbiamo bisogno nella nostra ricerca ed elaborazione deve essere ancorato e rinsaldato attraverso la conoscenza dei testi fondamentali del socialismo scientifico; il dibattito politico necessita di strumenti di comunicazione, di discussione, di sintesi; le iniziative di lotta debbono viaggiare attraverso strumenti di agitazione adeguati; l’attività di organizzazione – ad ogni livello e in ciascun ambito, fino a quello ultimo del partito – non può concretizzarsi che attraverso mezzi adeguati di collegamento, di coesione, di comune finalizzazione; la formazione di nuovi quadri non può che appoggiarsi saldamente su una pubblicistica all’altezza del compito. Una casa editrice è sicuramente uno degli strumenti strategici che ci occorrono. Non l’unico, certo, ma irrinunciabile.  Non è detto che debba essere per sempre questo, né che sia perfetto. Ma intanto c’è.
Noi vi proponiamo di discutere insieme e di utilizzare insieme questo strumento.
Concretamente sono possibili livelli diversi di utilizzo e di collaborazione, mano a mano che la pratica comune ci convincerà che è possibile e necessario.
Un primo livello, molto elementare, è già possibile da subito: utilizzare la casa editrice esistente per la produzione che ciascun gruppo di compagni autonomamente intende realizzare. La convenienza economica e la disponibilità di una struttura tecnica possono essere, forse, il primissimo passo per uscire dall’autosufficienza non sempre pagante e per avviare una prima forma di sinergia.
La casa editrice è soltanto uno strumento. Un secondo livello di collaborazione è, dunque, legato alla capacità e alla volontà dei compagni di avviare, insieme, esperienze comuni e un percorso in qualche modo unitario. In tal caso sarebbe possibile su specifiche iniziative o attività pensare alla redazione comune di opuscoli o pubblicazioni. Sarebbe un importantissimo passo in avanti che porterebbe necessariamente alla diffusione in comune di ciò che in comune è stato voluto e realizzato.
E questo potrebbe portare realisticamente a realizzare un’unica rete di diffusione militante delle pubblicazioni di tutti, mettendo insieme anche gli indirizzari postali ed elettronici, costituendo archivi informatici comuni, ospitando nelle pubblicazioni di ciascuno spazi informativi sulle pubblicazioni degli altri.
Via via sarebbero possibili livelli crescenti di collaborazione, di pari passo con la crescita del dibattito e della collaborazione politica, che potrebbero culminare in pubblicazioni periodiche comuni o in un sito informatico da gestire insieme.
È inutile pensare ora a ulteriori e superiori possibili livelli di collaborazione.
È il caso, invece, di ricordare che il lavoro sul fronte culturale va ben oltre la disponibilità di uno strumento come la casa editrice per la pubblicazione e la diffusione dei materiali prodotti. Si tratta di operare concretamente sia per “produrre” la cultura da diffondere, sia per veicolarla attraverso un “circuito” che è anch’esso tutto da realizzare.
Anche in queste due direzioni la casa editrice può avere un ruolo.
Per quanto riguarda la produzione di cultura questo ruolo è intuitivo e connaturato alla funzione stessa dello strumento editoriale. Si tratta, semmai, di avere abbastanza fantasia e coraggio per immaginare e realizzare percorsi comuni capaci di sfruttarne appieno le potenzialità.
Quanto al circuito, si pensi alla possibilità – per iniziare –  di utilizzare le pubblicazioni esistenti e di quelle che mano a mano verranno prodotte da ciascuno e da tutti per presentazioni o per dibattiti, approfondimenti e  seminari.
Per quello che ci riguarda non abbiamo atteso che maturassero fuori di noi tutte le condizioni, ma, così come anni fa iniziammo per tempo questo percorso di tipo editoriale, così oggi stiamo avviando per tempo una serie di iniziative di ricerca, sotto forma di laboratori o di seminari, su alcune tematiche fondamentali e stiamo dando vita ad altri strumenti – in particolare una biblioteca e un archivio storico del movimento operaio meridionale – che riteniamo indispensabili per proseguire nel lavoro di riflessione critica, di ricerca, di elaborazione e di formazione.
Sappiamo che altri compagni hanno già avviato o pensano di avviare iniziative similari o dispongono di strumenti bibliotecari e archivistici importanti. È irrealistico immaginare di poter stabilire anche su questi terreni momenti e, poi, rapporti stabili di collaborazione? Crediamo di no. Pensare a realizzare un circuito culturale partendo da queste iniziative concrete comporta certamente non poche difficoltà, ma è ragionevole e realistico. Semmai anche ricorrendo finalmente alle nuove tecnologie (es.: videoconferenze). Così come è assolutamente possibile collegare in rete le biblioteche e gli archivi esistenti, per quanto piccoli siano, in modo da mettere nella disponibilità di tutti i materiali necessari al lavoro culturale e politico che occorre affrontare insieme.
Sergio Manes