Proposta per la formazione di un Centro studi sulla
transizione
e per l’organizzazione di un convegno
nazionale sul tema: “Stalin e i problemi della transizione nell’URSS”.
Napoli, 7-8 novembre 2003
Con la rivoluzione d’Ottobre prese le mosse una straordinaria esperienza che
cambiò il corso della storia aprendo concretamente una strada del tutto nuova
all’umanità per la conquista della propria liberazione e che impresse agli
eventi una incredibile accelerazione. Il proletariato e le classi subalterne, i
popoli coloniali, oppressi e sfruttati, fecero irruzione nella storia
rivendicando - non per sé soltanto, ma per l’intera umanità - pienezza di
diritti e di dignità, battendosi per la eliminazione definitiva dalla società
umana delle cause strutturali e sovrastrutturali della disuguaglianza.
Il compito dei comunisti, già immane, era reso ancora più arduo dalle
difficoltà obbiettive di una realtà non ancora giunta a maturazione, sempre e
dappertutto diversa, più difficile per le inevitabili carenze soggettive nella
capacità di comprendere e trasformare la realtà, per le immense difficoltà che
le classi dominanti - ancora potentissime e atterrite dalla prospettiva aperta
dall’Ottobre e dal leninismo - frapposero con ogni mezzo.
Problemi di enorme portata si posero: dalla loro soluzione sarebbe dipeso il
passaggio alla nuova società preconizzata dai rivoluzionari marxisti.
L’approccio a questi problemi e le possibili soluzioni furono - e restano - il
terreno su cui, spesso empiricamente e pragmaticamente, si è misurato lo
scontro tra le classi antagoniste nel corso di quasi tutto il secolo XX.
Quella della transizione dal capitalismo al socialismo è una delle questioni
centrali della storia recente, che ha attraversato gran parte del ’900, e
ancora resta aperta nel nuovo millennio sia per quei paesi che ancora si
pongono in una prospettiva socialista, sia per quelle forze che intendono
ricollocarsi e proseguire il proprio percorso in quella stessa direzione. La
sua mancata o parziale soluzione ha, per il momento, determinato la sconfitta
delle esperienze che convenzionalmente vengono definite di “socialismo reale”,
con il conseguente sconvolgimento negli assetti economici e politici
sull’intero pianeta negli ultimi anni del XX secolo. Essa è, tuttavia, questione
aperta che ancora divide studiosi e politici - quanto meno nel giudizio che
deve esser dato sulle esperienze ancora in atto e sulle loro prospettive,
questione di immensa portata e complessità, decisiva per la storia dell’intera
umanità, sempre affrontata in modo episodico e ancora ben lontana da una
compiuta comprensione.
La sconfitta formalmente sancita prima dello spirare del secolo ha precipitato
nell’avvilimento molti comunisti, li ha disorientati, ha posto l’esigenza
primaria di comprenderne le cause. L’avversario di classe ha mascherato dietro
la enfatizzazione della sua temporanea vittoria la propria crisi che resta,
tuttavia, più grave che mai. E, contemporaneamente, lo sviluppo impetuoso delle
forze produttive ha raggiunto livelli elevatissimi che oggi rendono finalmente
concreto e possibile quel rinnovamento radicale rispetto al quale si era
misurata la sfida dei comunisti vittoriosi e si era poi consumata la immaturità
del cosiddetto “socialismo reale”.
Le disastrose conseguenze della sconfitta delle esperienze di transizione sono
sotto gli occhi di tutti: l’Unione Sovietica è stata smembrata; alcuni dei
paesi che furono di “democrazia popolare” hanno seguito la stessa sorte o sono
stati semplicementi cancellati e annessi; i partiti comunisti, compreso il
PCUS, sciolti; il capitalismo restaurato nella sua forma più selvaggia e
spietata; la delinquenza organizzata risorta ferocissima e collusa con il
potere; le conquiste proletarie cancellate e le condizioni di vita delle masse
ridotte e avvilite spesso a condizioni sub-umane; il capitalismo transnazionale
senza più freni e argini lanciato nel dominio dell’intero pianeta; le
contraddizioni interimperialistiche tornate in primissimo piano per la
spartizione del mondo ripropongono concretamente la guerra come strumento della
politica aggressiva del capitalismo; le lotte dei popoli frenate e schiacciate
con metodi di una ferocia senza pari; difficoltà e pericoli ancora maggiori per
i paesi che ancora si battono per un futuro di tipo socialista, sperimentando
strade diverse su cui è aperto e vivace il dibattito; involuzione riformista e
opportunista delle organizzazioni proletarie dei paesi capitalistici e perdita
progressiva di tutte le conquiste strappate dalle masse operaie e popolari con
decenni di durissime lotte; vittoria del “pensiero unico”; avvilimento e
sfiducia nelle file proletarie; rigurgiti di correnti politiche e di pensiero
opportuniste e gradualiste, interne al movimento operaio e, in vario modo,
ostili alle esperienze consumate a partire dall’Ottobre.
E, tuttavia, una questione di tale importanza che ha devastato il movimento
comunista e ha cambiato momentaneamente la faccia del mondo è stata
semplicemente e sfacciatamente ignorata, volutamente rimossa dai gruppi
dirigenti del movimento operaio e comunista che - invece di porsi e di porre,
con l’urgenza e la serietà che la questione imponeva, l’esigenza di giungere
alla comprensione intransigente e autocritica delle esperienze e a una analisi
rigorosa della realtà - hanno preferito in tutta fretta adattarsi al nuovo
corso. Non è parso loro vero, in definitiva, liberarsi di un’eredità
ingombrante che era di obbiettivo ostacolo sulla strada da essi preferita del
gradualismo, tutto interno al sistema capitalistico.
La forma più semplice di rimozione è quella che segue le mode culturali del
momento, che insegue il movimento, e che ritiene perciò inutile riflettere e
discutere su una esperienza politica, economica e sociale che considera oramai
definitivamente passata. Né è diversa l’altra rimozione, quella che a parole
mostra di difendere quella gloriosa esperienza, e nei fatti - disorientata,
incerta, tentennante - rinvia anno dopo anno, decennio dopo decennio la
indispensabile ricognizione adducendo ed enfatizzando sine die motivi di “opportunità”.
Ma vi sono altri modi per realizzare la rimozione. Vi è la rimozione degli
irriducibili e dichiarati avversari del comunismo, alla von Hayek: quella
esperienza non poteva non sfociare in un disastro, perché sbaglaiata sin dalle
origini, negatrice della libera impresa e del mercato.
E ve ne è un altro, più sottile e più insidioso: quello “palingenetico” - di
chi ritiene che si debba ritornare alle pure origini, direttamente a Marx,
mettendo tra parentesi una storia, “in fondo, di errori e di orrori” - per
ricominciare tutta daccapo una “nuova storia”, che è il modo di non fare i
conti con la propria vecchia storia.
E c’è, infine, la rimozione - perfino involontaria - che si realizza con la
semplificazione eccessiva, col rifiuto fideistico di ogni approccio critico: le
pagelle dei buoni e dei cattivi, dei rivoluzionari conseguenti e lungimiranti e
dei carrieristi opportunisti e traditori sono state già da un pezzo compilate:
la storia è in fondo già scritta, la spiegazione di tutto quanto è avvenuto ormai
consolidata …
Modi diversi per non fare veramente i conti con la storia della formazione
economico-sociale sovietica, i cui 70 anni di vita rappresentano - nel
grandioso e contraddittorio processo delle sue realizzazioni e delle sue
involuzioni, delle sue vittorie entusiasmanti e dei suoi arretramenti deludenti
- il più lungo e complesso tentativo di transizione al socialismo che si sia
sino ad ora conosciuto.
E si dimentica che la questione - ben al di là di quanto è stato “decretato” e
del suggello di morte del socialismo e del comunismo che troppi hanno
frettolosamente apposto - non è affatto chiusa. In Cina, in Korea, in Vietnam,
a Cuba: dall’Estremo Oriente ai Caraibi, da un capo all’altro del mondo un
miliardo e mezzo di uomini - un quarto dell’intera umanità - ancora si misura
con i problemi della transizione. I modi sono diversi - tra loro e rispetto al
passato -, le condizioni oggettive e soggettive anche, ma i problemi e gli
obbiettivi, pur nel mutato scenario, sono gli stessi.
E, allora, chiunque si senta seriamente impegnato sulla strada della
trasformazione dei rapporti di produzione in senso socialista non può fare a
meno di misurarsi con quest’esperienza, che è stata - nel bene e nel male -
paradigmatica e fondativa delle altre rivoluzioni di orientamento socialista
del XX secolo, di quelle temporaneamente sconfitte, e di quelle che ancora
resistono.
La conseguenza della rimozione opportunistica è che è stato lasciato campo
libero alle interpretazioni e alla propaganda di parte avversa che ha - con
potenti mezzi, ma in termini propagandistici e non scientifici - sostenuto la
sconfitta definitiva del comunismo e, con essa, di ogni orizzonte di
liberazione dell’umanità dal giogo capitalista. Questa acquiescenza, questa
accettazione passiva delle interpretazioni - interessate e spesso velenose - di
parte borghese, hanno determinato l’avvilimento e la passività delle masse
proletarie e, perfino, il temporaneo inaridimento del pensiero critico.
Non rimuovere, ma fare i conti con queste esperienze, significa anche rimettere
sul tappeto alcune questioni fondamentali - teorico-politiche - che hanno
assillato generazioni di comunisti e di marxisti e che mantengono - al di là
delle contingenze - tutto il loro peso:
quali sono le condizioni strutturali per rendere possibile la transizione?
come costruire un’economia socialista?
come collocarsi nelle contraddizioni del mercato mondiale?
come realizzare un’effettiva socializzazione dei mezzi di produzione?
qual è il ruolo dello Stato nella transizione?
quale il ruolo del partito comunista?
quale il rapporto partito-masse?
come superare la separazione-contrapposizione tra dirigenti e diretti?
come contrastare l’involuzione del processo rivoluzionario?
quale educazione?
quale cultura?
quale concezione del mondo?
In questo contesto già così complesso il cinquantesimo anniversario della morte
del compagno Giuseppe Stalin ha giustamente e necessariamente posto un altro
grande problema:
quello di combattere finalmente ed opporsi attivamente alla demonizzazione che
la propaganda borghese ha fatto della figura e dell’opera del grande dirigente
sovietico e dell’intero gruppo dirigente del PCUS, e che fragilità e pochezza
non hanno saputo e l’opportunismo non ha voluto contrastare.
La tentazione di molti comunisti è stata di riproporre - ancora una volta
attraverso celebrazioni rituali - frontalmente e minoritariamente le proprie
assolute e immutabili certezze di sempre.
Ma la posta in gioco è infinitamente più importante della sterile e
autogratificante contrapposizione fideistica a interpretazioni interessate,
parziali, tendenziose e - perfino - alle infamie. Recuperare o guadagnare -
soprattutto tra i giovani - consenso e sostegno alla causa del comunismo può
esser fatto non con semplicistiche, stereotipate e tassative affermazioni, ma
attraverso la lettura motivata e critica dell’esperienza realizzata.
È per questo motivo che, piuttosto che organizzare un ennesimo evento
celebrativo - più o meno “partecipato”, ma, in ogni caso, del tutto estraneo
alla conoscenza e alla sensibilità delle masse -, abbiamo ritenuto preferibile
iscrivere l’occasione del cinquantenario della morte di Stalin all’interno di
un percorso paziente di ricerca sull’esperienza di transizione realizzata
nell’URSS. La centralità del ruolo di Giuseppe Stalin in tanta parte della
storia sovietica, del comunismo e dell’intero secolo appena trascorso è
ineludibile e irrinunciabile, e l’anniversario offre un’opportunità unica per
iniziare il percorso di ricerca senza infingimenti, mistificazioni o tortuosi
tatticismi.
È allora questo il tempo di iniziare una rigorosa riflessione sulla grandiosa
esperienza che il movimento operaio e comunista ha avviato, a partire dagli
straordinari fatti dell’Ottobre - che restano l’esperienza e il riferimento
cardine e irrinunciabile di una indagine sulla questione -, dalle conquiste e
dai limiti dei primi tentativi di costruzione del socialismo, sfuggendo sia
alla tentazione di vecchie concezioni celebrative o assolutorie, sia alle
saccenti certezze liquidatorie di vecchi e nuovi nemici interni del movimento
comunista.
Questa esigenza è, sì, dei militanti comunisti, ma è - anche e soprattutto -
oggettivamente messo all’ordine del giorno dallo sviluppo stesso delle
contraddizioni per chiunque si ponga in modo rigoroso di fronte alla necessità
di comprendere la storia. Evitare ancora questa riflessione non soltanto
assolve i gruppi dirigenti dei vecchi partiti dalle loro pesanti
responsabilità, ma offre aiuto insperato alla parte borghese che ha buon gioco
nel far credere che il comunismo abbia rappresentato soltanto una parentesi
definitivamente chiusa nella storia, e getta confusione sulle prospettive. La
cancellazione del ’900 e il rifiuto a riflettere sulla ricchezza di esperienze
del comunismo (o, anche, darne una lettura unilaterale e scopertamente
tendenziosa) sono operazioni complementari - anch’esse di “revisionismo
storico” - volte a impedire una reale ripresa del movimento comunista, a
deviarlo verso percorsi e traguardi di tipo riformista e “compatibili”, miranti,
in definitiva, a perpetuare il sistema di potere e di dominio esistente.
È soprattutto ai giovani - scippati della memoria storica e privati di
strumenti di pensiero critico - che va rivolta la massima attenzione.
* * *
Si tratta di un lavoro di essenziale importanza e di enorme complessità, ma chi
dovrebbe e potrebbe mettere in campo energie, fonti e risorse necessarie si
guarda bene dal farlo: sulle rimozioni consapevolmente realizzate e
consolidate, anzi, vengono costruiti percorsi “teorici” e politici che si
basano sulla accettazione sostanziale del punto di vista ormai corrente - che è
quello borghese - e vanno in direzione opposta a quella di una comprensione
scientifica delle esperienze e di un loro recupero critico.
E, tuttavia, non ci si può sottrarre al compito: la insufficienza apparente
delle energie e la pochezza iniziale delle risorse non possono ulteriormente
ritardare l’avvio di una tale ricerca. Si può e si deve rompere il silenzio
colpevole di questi anni, pur con mezzi per il momento modesti. Si tratta di
avviare un processo e di raccogliere sul campo le energie e le risorse
esistenti ma disperse o disorganizzate.
Il Centro Culturale “La Città del Sole”, allora, propone di dar vita ad un
Centro Studi sulla transizione. Lo scopo è di intraprendere un percorso di
ricerca, con i tempi e i mezzi che le possibilità e le circostanze consentono,
sulla base di un’ipotesi concreta e praticabile, capace di delineare il
progetto della ricerca, iniziarlo materialmente e di svilupparlo mano a mano,
ma che abbia ben chiari, però, fin dal primo momento, il respiro e la
complessità della questione.
L’ipotesi di lavoro è di avviare una ricerca di lungo periodo e di grande
impegno sui problemi della transizione dal capitalismo al socialismo, sia nelle
esperienze esaurite del cosiddetto “socialismo reale” - e, in primo luogo
dell’URSS -, sia in quelle ancora in atto, pur su percorsi diversi.
Non si parte da zero, perché in questi anni molto - date le condizioni
esistenti - è stato fatto: da un lato alcuni lodevoli e, spesso, eccellenti
approcci al problema che ci indicano la strada da intraprendere; dall’altro è
cresciuta intanto la convinzione che occorra riprendere il cammino di una seria
riflessione sia sulle esperienze realizzate, sia su quelle realtà che, nelle
nuove condizioni, si sforzano di esplorare nuove ipotesi di percorso. Non solo:
negli ultimi anni c’è stata anche una ancor giovane ma robusta ripresa della
ricerca teorico-filosofica da cui stanno iniziando a venire nuove interessanti
e, probabilmente, promettenti chiavi di lettura anche dell’esperienza sovietica
e dell’intero ’900.
Va sottolineato, inoltre, con forza, che - nella persistente assenza
dell’“intellettuale collettivo” - una enorme e pesante responsabilità grava su
quei singoli intellettuali, su tutti quei compagni che possono apportare un
serio e concreto contributo di conoscenza e di analisi al percorso collettivo
da intraprendere. Essi non possono sottrarsi allo sforzo da compiere in comune, insieme, rifiutando la pratica della
ricerca e dell’analisi solitarie che, in qualche caso, nascondono aristocratico
compiacimento e autogratificazione individualista. È giunto il tempo di
perseguire il confronto ravvicinato, di mettere in comune dati conoscitivi, di
utilizzare gli stessi metodi, di fare insieme il percorso di ricerca e di
analisi. Anche per questa via obbligata verranno create le condizioni di
formazione e di esistenza dell’“intellettuale collettivo”. Ostinarsi in uno
splendido e spocchioso isolamento vuol dire assumersi anche la responsabilità
di ritardarne la creazione.
* * *
Non possiamo, con tutta evidenza, affrontare in questa fase la ricerca
contemporaneamente rispetto a tutte le diverse esperienze di transizione
realizzate o tentate, sconfitte o ancora in atto.
La proposta è di tentare l’approccio a quella certamente più complessa e più
difficile, ma anche - in assoluto - ineludibile e centrale per la sua
importanza: quella dell’URSS, la “madre di tutte le transizioni”. Le altre -
sia quelle terminate anch’esse nella sconfitta (come le democrazie popolari
dell’Europa orientale), sia quelle ancora esistenti, pur in mezzo ad immense e
più aspre difficoltà (come quelle della Cina, della Korea, del Vietnam, di
Cuba) potranno essere però oggetto di attente ricognizioni che sottolineino i
tratti comuni o le peculiarità di ciascuna rispetto all’esperienza sovietica.
Occorrerà, certo, accumulare ulteriori risorse ed energie, nonché - dalla
nostra stessa ricerca - conoscenze significative sui tanti temi della
transizione, per poter affrontare adeguatamente e interpretare queste altre
esperienze.
Sull’URSS sarà necessario individuare i molti e grandi problemi legati a tutti
gli aspetti di quella vasta esperienza, e sarà - probabilmente - utile
procedere sulla base di una periodizzazione temporale che - senza impossibili
cesure - favorisca la ricerca rispetto ad una esperienza estremamente complessa
e non omogenea nelle sue diverse fasi, dall’Ottobre al crollo.
Si può tentare - a puro titolo esemplificativo - di indicare alcune questioni
essenziali proposte per la discussione:
ECONOMIA
1. Il problema della transizione ad un’economia socialista nelle peculiari
condizioni della Russia arretrata
2. L’economia sovietica dalla NEP alla pianificazione. Motivazioni,
realizzazioni, limiti, problemi
3. La teoria economica sovietica negli anni ’30-’50. Il pensiero economico
sovietico. Stalin e i “Problemi economici del socialismo”.
4. Problemi teorici e pratici della pianificazione negli anni ’30-’50.
Pianificazione e socialismo
5. Organizzazione del lavoro nella fabbrica sovietica negli anni ’30-’50;
Direttori, maestranze, udarniki
e stachanovisti.
6. Classi e rapporti sociali di produzione nel periodo della NEP. Classi e
rapporti sociali di produzione negli anni ’30-’50. Socialismo e capitalismo di
stato.
7. Il rapporto città-campagna tra gli anni ’20 e ‘50
8. L’economia sovietica negli anni ’50-’70. Classi e rapporti sociali di
produzione negli anni ’50-’70.
9. Il periodo della “stagnazione”negli anni ‘80. Cause di lungo periodo del declino
dell’economia sovietica
SOCIETÀ
1. I rapporti sociali nella Russia sovietica tra gli anni ’20 e gli anni ’50.
Il problema di una gigantesca trasformazione sociale accelerata e concentrata
in qualche decennio
2. Mobilità e promozione sociale. Dalle campagne alle città. L’emancipazione di
massa nell’URSS degli anni ’20-’50. Realizzazioni, limiti, problemi.
3. L’articolazione della società sovietica. Sindacati, associazioni e
‘organismi di massa’ negli anni ’20-’50. Partecipazione attiva e “organizzazione
del consenso”
4. La scuola e l’Università sovietiche negli anni ’20-’50. La pedagogia
sovietica e il progetto di formazione politecnica e di superamento della
divisione del lavoro direttivo/esecutivo
5. La medicina e l’organizzazione sanitaria nell’URSS. Sviluppi e problemi
dagli anni ’30 agli anni ’80.
6. La città sovietica negli anni ’30-’50. Nuovi principi urbanistici e
realizzazioni sul campo. Successi, limiti, problemi
POLITICA
1. Lo Stato e il socialismo. L’organizzazione dello Stato sovietico quale Stato
di tipo nuovo. Problemi teorici e storici.
(derivanti cioè dalle condizioni reali storicamente determinate in cui si
sviluppa il processo di “costruzione del socialismo”)
2. Il partito comunista nello Stato sovietico. Ruolo specifico, organizzazione
e funzionamento interni, modalità di assunzione e messa in atto delle
decisioni. i di Problemi teorici e storici
3. Il problema della democrazia
socialista nell’URSS degli anni ’20-’50. Questioni teoriche e storiche.
4. Stato e partito comunista in URSS negli anni ’50-’70.
5. Stato e partito comunista in URSS dagli anni ’70 alla dissoluzione del 1991
6. La costituzione dell’URSS in rapporto al problema delle nazionalità. La
soluzione sovietica delle questioni nazionali. Stalin e la questione nazionale
7. Le costituzioni sovietiche alla luce della teoria sovietica del diritto. Il
ruolo della costituzione del ’36. Costituzione “formale” e costituzione “reale”
nell’URSS degli anni ’30 e ’50.
L’URSS E IL CONTESTO INTERNAZIONALE
1. La “fortezza assediata”. La politica estera sovietica e il problema
prioritario della difesa del primo paese socialista. La politica estera
sovietica tra gli anni ’20 e gli anni ’50.
2. Il Komintern e il suo ruolo propulsivo nella costituzione e sviluppo dei
partiti comunisti. Successi, limiti, problemi. Stalin e Togliatti.
3. Politica estera e internazionalismo
4. L’URSS e la seconda guerra mondiale. Il contesto internazionale e il patto
Ribentropp-Molotov. Il ruolo dell’URSS nella vittoria sul nazifascismo.
5. La costituzione di un “campo socialista”.
6. La guerra fredda. Difficoltà interne e condizionamenti esterni della
politica di transizione.
7. Il ruolo dell’URSS nel processo di decolonizzazione e di sviluppo delle
lotte antimperialiste (anni ’50-’80).
8. L’URSS e il Patto di Varsavia
9. L’URSS e il COMECON
10. L’organizzazione della controrivoluzione comincia nei paesi dell’Europa
centro-orientale
CULTURA e IDEOLOGIA
1. Il marxismo sovietico.
2. Lo sviluppo degli studi di Filosofia e marxismo nell’URSS degli anni ’30-‘50
3. Il “diamat”
4. Stalin e la linguistica
5. La ricerca scientifica sovietica. La concezione della scienza nel mondo
sovietico. Materialismo dialettico e scienza. Note sul “caso Lisenko.
6. La letteratura militante e il realismo socialista. La produzione letteraria
sovietica negli anni ’20-‘50
7. La cinematografia sovietica negli anni ’20-‘50
8. La scuola e la pedagogia sovietiche.
PROBLEMI GENERALI
1. Storia della categoria dello “stalinismo”. L’invenzione dello “stalinismo”.
Antistalinismo e anticomunismo. “Stalinismo” e “totalitarismo”
2. Il ruolo del rapporto segreto di Chruscev al XX Congresso e la questione del
“culto della personalità”
3. Il problema della repressione, della violenza e del “terrore” esercitato
dagli apparti di Stato nell’URSS degli anni ’20-’50. Giacobinismo e stalinismo.
Il problema della difesa della rivoluzione dalla controrivoluzione. Il problema
dei metodi con cui si affronta la minaccia controrivoluzionaria.
4. L’effettiva dimensione del fenomeno della repressione dei kulaki alla luce
delle più recenti ricerche archivistiche.
5. Il problema delle “purghe”: la repressione interna agli apparati di partito
e di Stato sovietici negli anni ’20-’50. Cause di fondo in una prospettiva
storica. L’effettiva dimensione del fenomeno alla luce delle più recenti
ricerche archivistiche.
6. Il GULAG. Il suo funzionamento reale. L’effettiva estensione del fenomeno
alla luce delle più recenti ricerche archivistiche. Cause di fondo.
7. Lenin, Stalin, Krushev, Breshnev: continuità e discontinuità nelle politiche
per la transizione.
* * *
In concreto la proposta è di:
1. tenere a Napoli, nei tempi più brevi possibile, un convegno o una giornata
di studio (1 o 2 giorni) sul tema: “Stalin e i problemi della transizione
nell’URSS”. La data possibile sarebbe il 7/8 novembre prossimi, in coincidenza
di un fine-settimana (e con l’86° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre).
Poiché si tratta del primo evento del percorso proposto, un passaggio delicato
che deve essere correttamente e rigorosamente impostato e finalizzato,
l’iniziativa sarà riservata ai soli comunisti di dichiarata formazione e
ispirazione leninista.
Inoltre, per evitare dispersioni e per meglio focalizzare le questioni
principali che dovranno essere gli ambiti portanti della ricerca da continuare,
verranno suggeriti e concordati con i diversi relatori precisi argomenti, e
verrà loro richiesto non soltanto di fornire rigorose chiavi di lettura dello
specifico problema, ma anche di evidenziarne la complessità, gli intrecci con
l’intera esperienza della transizione, le differenti caratterizzazioni assunte
nell’arco dell’intero ’900, le relazioni con lo sviluppo della lotta di classe
a livello internazionale e, quando possibile, i nessi e le derivazioni di
carattere filosofico. In altre parole si chiederà di contribuire a individuare
insieme i capisaldi e i punti di attacco della ricerca da proseguire in comune.
2. Dal momento che sarebbe ridicolo immaginare che un convegno possa fare
chiarezza e dire qualcosa di conclusivo su un’esperienza grandiosa, complessa e
contraddittoria come quella della transizione nell’URSS, o, anche, soltanto
sull’opera di Stalin e dei gruppi dirigenti sovietici, l’intento dichiarato è
soltanto quello di creare le premesse e le condizioni del futuro lavoro.
Scopo dichiarato del convegno è, allora, anche quello di dar vita concretamente
al Centro Studi sulla transizione, indicandone le direttrici e gli obbiettivi
del lavoro, individuando il metodo e gli strumenti per operare, costruendone le
strutture - sia pure elementari - e attribuendo precise responsabilità.
Il convegno dovrà concludersi con il raggiungimento di questi obbiettivi,
premessa ineludibile per il futuro lavoro di ricerca.
In seguito sarà necessario operare per “guadagnare” al “Centro” adesione o sostegno
o collaborazione di strutture universitarie e/o culturali e di intellettuali
qualificati.
Sarà opportuno accompagnare il percorso di avvicinamento agli eventi
programmati con attività e materiali preparatori e di sostegno (es.: produzione
editoriale, seminari, sito web, etc.).
Il “Centro” potrebbe avere sede a Napoli dove è possibile disporre di una
struttura permanente attrezzata.
3. I comunisti sono consapevoli di possedere uno strumento formidabile,
essenziale, per conquistare la conoscenza: il materialismo dialettico e storico
e, con esso, corrette categorie interpretative della realtà. Essi sanno anche,
però, che questo non vuol dire avere già, in assoluto, la conoscenza, sia
perché la realtà materiale ha subito profonde trasformazioni (e si pone,
dunque, un problema di corretto uso di quelle categorie), sia perché -
probabilmente - la realtà mutata ha posto l’esigenza di individuare e mettere a
punto nuove categorie. Inoltre, per molti e molti anni, mentre i comunisti
erano impegnati prioritariamente nella lotta senza quartiere per gettare le
basi della nuova società e per la loro stessa sopravvivenza, l’imperialismo ha
governato il mondo e ha continuato a farlo anche dopo la sconfitta che i
comunisti hanno subito. Questo governo del mondo ha prodotto - evidentemente e
inevitabilmente - conoscenza, in ogni campo. Una conoscenza che - nel suo
utilizzo e nelle sue finalizzazioni - ha una chiara impronta culturale e
politica di classe, ma che, alle sue basi, ha un nocciolo duro, oggettivo. Di
questa conoscenza i comunisti debbono appropriarsi per darle le connotazioni e
le finalizzazioni che la propria visione del mondo e il loro programma politico
esigono. A questo scopo essi debbono attingere anche al bagaglio di conquiste e
alle elaborazioni della borghesia con il dichiarato intento di “rovesciarli”.
Non si fa una gran scoperta costatando come gran parte - la maggioranza, forse
- delle fonti sono di provenienza borghese, così come, del resto, gli strumenti
materiali di elaborazione, di comunicazione, di confronto, di formazione.
Sarà allora necessario correre consapevolmente il rischio di “contaminarsi”,
ricorrere alle pubblicazioni e alle banche-dati della borghesia e, perfino,
ricercare il confronto con i migliori dei suoi intellettuali, misurarsi con le
loro elaborazioni: i comunisti non debbono temere di lanciare questa sfida.
In quest’ottica sarà opportuno e, forse, necessario organizzare convegni e
iniziative cui invitare esponenti significativi dell’intellettualità non
comunista.
È possibile fin d’ora pensare ad un evento internazionale di alto livello
scientifico in cui, accanto ai migliori intellettuali comunisti siano presenti
esponenti importanti della cultura non marxista.
4. Occorrerà, inoltre, evitare - per quanto possibile promuovendone la raccolta
- la dispersione dell’immenso patrimonio di documenti storici (l’apertura degli
archivi sta fornendo, anche se in modo poco ordinato, una grande quantità di
materiali interessanti che gettano una nuova luce sulla storia sovietica e
tolgono terreno a interpretazioni semplicistiche e demonizzanti), di
elaborazioni teoriche (si pensi solo alla ricchezza del dibattito sovietico
degli anni Venti sul diritto, l’economia, la dialettica materialistica; ma, in
realtà, una riflessione sulle grandi questioni, anche se non sempre in modo
aperto, vi è stata in tutti i momenti di vita dell’URSS), di produzione
culturale in generale (libri, riviste, giornali, film e materiali audiovisivi).
In Italia, oltre ai pochi istituti universitari che si occupavano esplicitamente
di ricerca e documentazione sull’URSS e sulle società di transizione,
esistevano alcuni centri non istituzionali che raccoglievano questi materiali:
in particolare, l’importantissima cineteca sovietica dell’Associazione
Italia-URSS, la biblioteca centrale della stessa Associazione (e le diverse
biblioteche, talora ampiamente fornite di materiale raro e interessante, dei
numerosi circoli disseminati in diverse città italiane) e la sezione dedicata
all’URSS e ai paesi dell’Europa centro-orientale dell’Istituto Gramsci di Roma.
Molti di questi centri - com’è noto - sono stati chiusi e il materiale non è
più disponibile per la consultazione.
Si può ragionevolmente cominciare a fare un lavoro di ricognizione e
catalogazione del materiale esistente sparso nelle diverse città del nostro
paese per trovare il modo di renderlo accessibile e disponibile. Sarà
importante, nel tempo, costituire una biblioteca (e una videoteca) telematica.
5. Ovunque ne esistano le condizioni sarà possibile utilizzare strumenti diversi,
capaci di coinvolegre attivamente tutti coloro che sono interessati alla
ricerca all’interno di un laboratorio di iniziative molto articolate: i
classici seminari organizzati sotto forma sia di lezioni sia di dibattiti;
raccolta di materiali documentari e di pubblicazioni da mettere nella
disponibilità e nell’utilizzo di tutti gli interessati; bibliografie, materiali
audiovisivi e testimonianze orali e scritte; circolazione dei contributi
(scritti e orali) al dibattito che via via saranno prodotti o che perverranno;
pubblicazioni; allestimento di un sito telematico; borse di studio (se
possibile). Obbiettivo primario dovrebbe essere anche quello di realizzare
seminari che abbiano la funzione di formazione di base (soprattutto per i
giovani) sulla storia dell’URSS e di precisa individuazione delle problematiche
delle società di transizione.
6. Si potrà, infine, stimolare e, possibilmente, indirizzare una produzione
editoriale (tradizionale e in rete telematica), tra cui: la riproposizione di
testi sovietici importantissimi - un tempo disponibili anche in italiano -
ormai introvabili (dalle stesse opere di Lenin ai dibattiti sulla costruzione
del socialismo, sull’economia, sulla filosofia materialistica, sulla cultura e
l’arte, ecc.);la traduzione di testi prodotti in URSS e nelle società di
transizione inediti in Italia (dalle recenti acquisizioni negli archivi
sovietici alle analisi che i comunisti (russi e non solo) propongono oggi sulla
storia e la situazione dei loro paesi); lavori fondamentali di storia e di
analisi critiche della struttura economico-sociale dell’URSS e delle società di
transizione, anch’essi ormai irreperibili; “libri di base”, rivolti
essenzialmente alle giovani generazioni, allo scopo di fornire gli elementi
fondamentali per la conoscenza dell’esperienza delle società socialiste; nuovi
lavori di ricerca storica e di analisi teorica.
In quest’ambito è possibile cogestire o utilizzare (a seconda dei casi)
iniziative editoriali già esistenti, o programmare nuove produzioni funzionali
al progetto di ricerca e al lavoro del Centro.
Esiste concretamente la possibilità di realizzare:
-. una nuova collana di documenti del Politburo sovietico, per la prima volta
tradotti dal russo: il primo volume potrebbe uscire in autunno-inverno;
-. II° e III° volume Opere scelte di Stalin: manca soltanto il corredo di note;
-. Stalin, Problemi economici del
socialismo nell’URSS : è necessaria una congrua presentazione;
-. A.L. Strong, L’era di Stalin;
-. “Numero unico” di un possibile periodico
--- Sommario:
--- presentazione del progetto e del percorso per la realizzazione del Centro
sulla Transizione
--- programma del convegno di novembre
--- abstracts o brevissimi
saggi e contributi (semmai sotto forma di “schede”)
--- qualche breve testo o documento
--- cronologia essenziale della transizione nell’URSS
--- segnalazioni e recensioni
--- bibliografia generale essenziale (o altra)
* * *
Il Centro Studi sulla Transizione e il Convegno di novembre sono iniziative
autofinanziate che, al momento, non godono di alcun sostegno economico.
Non è, quindi, possibile prevedere nessun rimborso spese per i compagni che
decideranno di partecipare e di portare il proprio contributo ai lavori, né per
i costi del viaggio, né per quelli del soggiorno. Soltanto in casi particolari
- per consentire la partecitazione di alcuni compagni che, diversamente, non
potrebbero essere presenti - il Centro Culturale “La Città del Sole” offrirà
soluzioni soddisfacenti di ospitalità o fornirà un contributo per le spese di
viaggio, come già fatto in altre occasioni. Per tutti, il Centro si attiverà
per individuare, a richiesta, soluzioni e sistemazioni adeguate e a prezzi
contenuti.
* * *
I compagni che vogliono avere maggiori informazioni e/o fornire suggerimenti,
far pervenire proposte, collaborare o sono interessati ad intervenire possono
far riferimento ai seguenti recapiti:
Centro Culturale “La Città del Sole”
Via dei Tribunali 362 - 80138 Napoli
tel. 081 4206374 (chiedere di Sergio Manes)
centroculturale@lacittadelsole.net