www.resistenze.org - pensiero resistente - unità dei comunisti - 25-05-03

Proposta per la formazione di un Centro studi sulla transizione

e per l’organizzazione di un convegno nazionale sul tema: “Stalin e i problemi della transizione nell’URSS”.
Napoli, 7-8 novembre 2003


Con la rivoluzione d’Ottobre prese le mosse una straordinaria esperienza che cambiò il corso della storia aprendo concretamente una strada del tutto nuova all’umanità per la conquista della propria liberazione e che impresse agli eventi una incredibile accelerazione. Il proletariato e le classi subalterne, i popoli coloniali, oppressi e sfruttati, fecero irruzione nella storia rivendicando - non per sé soltanto, ma per l’intera umanità - pienezza di diritti e di dignità, battendosi per la eliminazione definitiva dalla società umana delle cause strutturali e sovrastrutturali della disuguaglianza.

Il compito dei comunisti, già immane, era reso ancora più arduo dalle difficoltà obbiettive di una realtà non ancora giunta a maturazione, sempre e dappertutto diversa, più difficile per le inevitabili carenze soggettive nella capacità di comprendere e trasformare la realtà, per le immense difficoltà che le classi dominanti - ancora potentissime e atterrite dalla prospettiva aperta dall’Ottobre e dal leninismo - frapposero con ogni mezzo.
Problemi di enorme portata si posero: dalla loro soluzione sarebbe dipeso il passaggio alla nuova società preconizzata dai rivoluzionari marxisti. L’approccio a questi problemi e le possibili soluzioni furono - e restano - il terreno su cui, spesso empiricamente e pragmaticamente, si è misurato lo scontro tra le classi antagoniste nel corso di quasi tutto il secolo XX.

Quella della transizione dal capitalismo al socialismo è una delle questioni centrali della storia recente, che ha attraversato gran parte del ’900, e ancora resta aperta nel nuovo millennio sia per quei paesi che ancora si pongono in una prospettiva socialista, sia per quelle forze che intendono ricollocarsi e proseguire il proprio percorso in quella stessa direzione. La sua mancata o parziale soluzione ha, per il momento, determinato la sconfitta delle esperienze che convenzionalmente vengono definite di “socialismo reale”, con il conseguente sconvolgimento negli assetti economici e politici sull’intero pianeta negli ultimi anni del XX secolo. Essa è, tuttavia, questione aperta che ancora divide studiosi e politici - quanto meno nel giudizio che deve esser dato sulle esperienze ancora in atto e sulle loro prospettive, questione di immensa portata e complessità, decisiva per la storia dell’intera umanità, sempre affrontata in modo episodico e ancora ben lontana da una compiuta comprensione.

La sconfitta formalmente sancita prima dello spirare del secolo ha precipitato nell’avvilimento molti comunisti, li ha disorientati, ha posto l’esigenza primaria di comprenderne le cause. L’avversario di classe ha mascherato dietro la enfatizzazione della sua temporanea vittoria la propria crisi che resta, tuttavia, più grave che mai. E, contemporaneamente, lo sviluppo impetuoso delle forze produttive ha raggiunto livelli elevatissimi che oggi rendono finalmente concreto e possibile quel rinnovamento radicale rispetto al quale si era misurata la sfida dei comunisti vittoriosi e si era poi consumata la immaturità del cosiddetto “socialismo reale”.

Le disastrose conseguenze della sconfitta delle esperienze di transizione sono sotto gli occhi di tutti: l’Unione Sovietica è stata smembrata; alcuni dei paesi che furono di “democrazia popolare” hanno seguito la stessa sorte o sono stati semplicementi cancellati e annessi; i partiti comunisti, compreso il PCUS, sciolti; il capitalismo restaurato nella sua forma più selvaggia e spietata; la delinquenza organizzata risorta ferocissima e collusa con il potere; le conquiste proletarie cancellate e le condizioni di vita delle masse ridotte e avvilite spesso a condizioni sub-umane; il capitalismo transnazionale senza più freni e argini lanciato nel dominio dell’intero pianeta; le contraddizioni interimperialistiche tornate in primissimo piano per la spartizione del mondo ripropongono concretamente la guerra come strumento della politica aggressiva del capitalismo; le lotte dei popoli frenate e schiacciate con metodi di una ferocia senza pari; difficoltà e pericoli ancora maggiori per i paesi che ancora si battono per un futuro di tipo socialista, sperimentando strade diverse su cui è aperto e vivace il dibattito; involuzione riformista e opportunista delle organizzazioni proletarie dei paesi capitalistici e perdita progressiva di tutte le conquiste strappate dalle masse operaie e popolari con decenni di durissime lotte; vittoria del “pensiero unico”; avvilimento e sfiducia nelle file proletarie; rigurgiti di correnti politiche e di pensiero opportuniste e gradualiste, interne al movimento operaio e, in vario modo, ostili alle esperienze consumate a partire dall’Ottobre.

E, tuttavia, una questione di tale importanza che ha devastato il movimento comunista e ha cambiato momentaneamente la faccia del mondo è stata semplicemente e sfacciatamente ignorata, volutamente rimossa dai gruppi dirigenti del movimento operaio e comunista che - invece di porsi e di porre, con l’urgenza e la serietà che la questione imponeva, l’esigenza di giungere alla comprensione intransigente e autocritica delle esperienze e a una analisi rigorosa della realtà - hanno preferito in tutta fretta adattarsi al nuovo corso. Non è parso loro vero, in definitiva, liberarsi di un’eredità ingombrante che era di obbiettivo ostacolo sulla strada da essi preferita del gradualismo, tutto interno al sistema capitalistico.

La forma più semplice di rimozione è quella che segue le mode culturali del momento, che insegue il movimento, e che ritiene perciò inutile riflettere e discutere su una esperienza politica, economica e sociale che considera oramai definitivamente passata. Né è diversa l’altra rimozione, quella che a parole mostra di difendere quella gloriosa esperienza, e nei fatti - disorientata, incerta, tentennante - rinvia anno dopo anno, decennio dopo decennio la indispensabile ricognizione adducendo ed enfatizzando sine die motivi di “opportunità”.

Ma vi sono altri modi per realizzare la rimozione. Vi è la rimozione degli irriducibili e dichiarati avversari del comunismo, alla von Hayek: quella esperienza non poteva non sfociare in un disastro, perché sbaglaiata sin dalle origini, negatrice della libera impresa e del mercato.
E ve ne è un altro, più sottile e più insidioso: quello “palingenetico” - di chi ritiene che si debba ritornare alle pure origini, direttamente a Marx, mettendo tra parentesi una storia, “in fondo, di errori e di orrori” - per ricominciare tutta daccapo una “nuova storia”, che è il modo di non fare i conti con la propria vecchia storia.
E c’è, infine, la rimozione - perfino involontaria - che si realizza con la semplificazione eccessiva, col rifiuto fideistico di ogni approccio critico: le pagelle dei buoni e dei cattivi, dei rivoluzionari conseguenti e lungimiranti e dei carrieristi opportunisti e traditori sono state già da un pezzo compilate: la storia è in fondo già scritta, la spiegazione di tutto quanto è avvenuto ormai consolidata …

Modi diversi per non fare veramente i conti con la storia della formazione economico-sociale sovietica, i cui 70 anni di vita rappresentano - nel grandioso e contraddittorio processo delle sue realizzazioni e delle sue involuzioni, delle sue vittorie entusiasmanti e dei suoi arretramenti deludenti - il più lungo e complesso tentativo di transizione al socialismo che si sia sino ad ora conosciuto.
E si dimentica che la questione - ben al di là di quanto è stato “decretato” e del suggello di morte del socialismo e del comunismo che troppi hanno frettolosamente apposto - non è affatto chiusa. In Cina, in Korea, in Vietnam, a Cuba: dall’Estremo Oriente ai Caraibi, da un capo all’altro del mondo un miliardo e mezzo di uomini - un quarto dell’intera umanità - ancora si misura con i problemi della transizione. I modi sono diversi - tra loro e rispetto al passato -, le condizioni oggettive e soggettive anche, ma i problemi e gli obbiettivi, pur nel mutato scenario, sono gli stessi.

E, allora, chiunque si senta seriamente impegnato sulla strada della trasformazione dei rapporti di produzione in senso socialista non può fare a meno di misurarsi con quest’esperienza, che è stata - nel bene e nel male - paradigmatica e fondativa delle altre rivoluzioni di orientamento socialista del XX secolo, di quelle temporaneamente sconfitte, e di quelle che ancora resistono.

La conseguenza della rimozione opportunistica è che è stato lasciato campo libero alle interpretazioni e alla propaganda di parte avversa che ha - con potenti mezzi, ma in termini propagandistici e non scientifici - sostenuto la sconfitta definitiva del comunismo e, con essa, di ogni orizzonte di liberazione dell’umanità dal giogo capitalista. Questa acquiescenza, questa accettazione passiva delle interpretazioni - interessate e spesso velenose - di parte borghese, hanno determinato l’avvilimento e la passività delle masse proletarie e, perfino, il temporaneo inaridimento del pensiero critico.

Non rimuovere, ma fare i conti con queste esperienze, significa anche rimettere sul tappeto alcune questioni fondamentali - teorico-politiche - che hanno assillato generazioni di comunisti e di marxisti e che mantengono - al di là delle contingenze - tutto il loro peso:
quali sono le condizioni strutturali per rendere possibile la transizione?
come costruire un’economia socialista?
come collocarsi nelle contraddizioni del mercato mondiale?
come realizzare un’effettiva socializzazione dei mezzi di produzione?
qual è il ruolo dello Stato nella transizione?
quale il ruolo del partito comunista?
quale il rapporto partito-masse?
come superare la separazione-contrapposizione tra dirigenti e diretti?
come contrastare l’involuzione del processo rivoluzionario?
quale educazione?
quale cultura?
quale concezione del mondo?


In questo contesto già così complesso il cinquantesimo anniversario della morte del compagno Giuseppe Stalin ha giustamente e necessariamente posto un altro grande problema:
quello di combattere finalmente ed opporsi attivamente alla demonizzazione che la propaganda borghese ha fatto della figura e dell’opera del grande dirigente sovietico e dell’intero gruppo dirigente del PCUS, e che fragilità e pochezza non hanno saputo e l’opportunismo non ha voluto contrastare.

La tentazione di molti comunisti è stata di riproporre - ancora una volta attraverso celebrazioni rituali - frontalmente e minoritariamente le proprie assolute e immutabili certezze di sempre.

Ma la posta in gioco è infinitamente più importante della sterile e autogratificante contrapposizione fideistica a interpretazioni interessate, parziali, tendenziose e - perfino - alle infamie. Recuperare o guadagnare - soprattutto tra i giovani - consenso e sostegno alla causa del comunismo può esser fatto non con semplicistiche, stereotipate e tassative affermazioni, ma attraverso la lettura motivata e critica dell’esperienza realizzata.

È per questo motivo che, piuttosto che organizzare un ennesimo evento celebrativo - più o meno “partecipato”, ma, in ogni caso, del tutto estraneo alla conoscenza e alla sensibilità delle masse -, abbiamo ritenuto preferibile iscrivere l’occasione del cinquantenario della morte di Stalin all’interno di un percorso paziente di ricerca sull’esperienza di transizione realizzata nell’URSS. La centralità del ruolo di Giuseppe Stalin in tanta parte della storia sovietica, del comunismo e dell’intero secolo appena trascorso è ineludibile e irrinunciabile, e l’anniversario offre un’opportunità unica per iniziare il percorso di ricerca senza infingimenti, mistificazioni o tortuosi tatticismi.

È allora questo il tempo di iniziare una rigorosa riflessione sulla grandiosa esperienza che il movimento operaio e comunista ha avviato, a partire dagli straordinari fatti dell’Ottobre - che restano l’esperienza e il riferimento cardine e irrinunciabile di una indagine sulla questione -, dalle conquiste e dai limiti dei primi tentativi di costruzione del socialismo, sfuggendo sia alla tentazione di vecchie concezioni celebrative o assolutorie, sia alle saccenti certezze liquidatorie di vecchi e nuovi nemici interni del movimento comunista.

Questa esigenza è, sì, dei militanti comunisti, ma è - anche e soprattutto - oggettivamente messo all’ordine del giorno dallo sviluppo stesso delle contraddizioni per chiunque si ponga in modo rigoroso di fronte alla necessità di comprendere la storia. Evitare ancora questa riflessione non soltanto assolve i gruppi dirigenti dei vecchi partiti dalle loro pesanti responsabilità, ma offre aiuto insperato alla parte borghese che ha buon gioco nel far credere che il comunismo abbia rappresentato soltanto una parentesi definitivamente chiusa nella storia, e getta confusione sulle prospettive. La cancellazione del ’900 e il rifiuto a riflettere sulla ricchezza di esperienze del comunismo (o, anche, darne una lettura unilaterale e scopertamente tendenziosa) sono operazioni complementari - anch’esse di “revisionismo storico” - volte a impedire una reale ripresa del movimento comunista, a deviarlo verso percorsi e traguardi di tipo riformista e “compatibili”, miranti, in definitiva, a perpetuare il sistema di potere e di dominio esistente.

È soprattutto ai giovani - scippati della memoria storica e privati di strumenti di pensiero critico - che va rivolta la massima attenzione.

* * *

Si tratta di un lavoro di essenziale importanza e di enorme complessità, ma chi dovrebbe e potrebbe mettere in campo energie, fonti e risorse necessarie si guarda bene dal farlo: sulle rimozioni consapevolmente realizzate e consolidate, anzi, vengono costruiti percorsi “teorici” e politici che si basano sulla accettazione sostanziale del punto di vista ormai corrente - che è quello borghese - e vanno in direzione opposta a quella di una comprensione scientifica delle esperienze e di un loro recupero critico.

E, tuttavia, non ci si può sottrarre al compito: la insufficienza apparente delle energie e la pochezza iniziale delle risorse non possono ulteriormente ritardare l’avvio di una tale ricerca. Si può e si deve rompere il silenzio colpevole di questi anni, pur con mezzi per il momento modesti. Si tratta di avviare un processo e di raccogliere sul campo le energie e le risorse esistenti ma disperse o disorganizzate.

Il Centro Culturale “La Città del Sole”, allora, propone di dar vita ad un Centro Studi sulla transizione. Lo scopo è di intraprendere un percorso di ricerca, con i tempi e i mezzi che le possibilità e le circostanze consentono, sulla base di un’ipotesi concreta e praticabile, capace di delineare il progetto della ricerca, iniziarlo materialmente e di svilupparlo mano a mano, ma che abbia ben chiari, però, fin dal primo momento, il respiro e la complessità della questione.

L’ipotesi di lavoro è di avviare una ricerca di lungo periodo e di grande impegno sui problemi della transizione dal capitalismo al socialismo, sia nelle esperienze esaurite del cosiddetto “socialismo reale” - e, in primo luogo dell’URSS -, sia in quelle ancora in atto, pur su percorsi diversi.
Non si parte da zero, perché in questi anni molto - date le condizioni esistenti - è stato fatto: da un lato alcuni lodevoli e, spesso, eccellenti approcci al problema che ci indicano la strada da intraprendere; dall’altro è cresciuta intanto la convinzione che occorra riprendere il cammino di una seria riflessione sia sulle esperienze realizzate, sia su quelle realtà che, nelle nuove condizioni, si sforzano di esplorare nuove ipotesi di percorso. Non solo: negli ultimi anni c’è stata anche una ancor giovane ma robusta ripresa della ricerca teorico-filosofica da cui stanno iniziando a venire nuove interessanti e, probabilmente, promettenti chiavi di lettura anche dell’esperienza sovietica e dell’intero ’900.

Va sottolineato, inoltre, con forza, che - nella persistente assenza dell’“intellettuale collettivo” - una enorme e pesante responsabilità grava su quei singoli intellettuali, su tutti quei compagni che possono apportare un serio e concreto contributo di conoscenza e di analisi al percorso collettivo da intraprendere. Essi non possono sottrarsi allo sforzo da compiere in comune, insieme, rifiutando la pratica della ricerca e dell’analisi solitarie che, in qualche caso, nascondono aristocratico compiacimento e autogratificazione individualista. È giunto il tempo di perseguire il confronto ravvicinato, di mettere in comune dati conoscitivi, di utilizzare gli stessi metodi, di fare insieme il percorso di ricerca e di analisi. Anche per questa via obbligata verranno create le condizioni di formazione e di esistenza dell’“intellettuale collettivo”. Ostinarsi in uno splendido e spocchioso isolamento vuol dire assumersi anche la responsabilità di ritardarne la creazione.

* * *

Non possiamo, con tutta evidenza, affrontare in questa fase la ricerca contemporaneamente rispetto a tutte le diverse esperienze di transizione realizzate o tentate, sconfitte o ancora in atto.

La proposta è di tentare l’approccio a quella certamente più complessa e più difficile, ma anche - in assoluto - ineludibile e centrale per la sua importanza: quella dell’URSS, la “madre di tutte le transizioni”. Le altre - sia quelle terminate anch’esse nella sconfitta (come le democrazie popolari dell’Europa orientale), sia quelle ancora esistenti, pur in mezzo ad immense e più aspre difficoltà (come quelle della Cina, della Korea, del Vietnam, di Cuba) potranno essere però oggetto di attente ricognizioni che sottolineino i tratti comuni o le peculiarità di ciascuna rispetto all’esperienza sovietica. Occorrerà, certo, accumulare ulteriori risorse ed energie, nonché - dalla nostra stessa ricerca - conoscenze significative sui tanti temi della transizione, per poter affrontare adeguatamente e interpretare queste altre esperienze.

Sull’URSS sarà necessario individuare i molti e grandi problemi legati a tutti gli aspetti di quella vasta esperienza, e sarà - probabilmente - utile procedere sulla base di una periodizzazione temporale che - senza impossibili cesure - favorisca la ricerca rispetto ad una esperienza estremamente complessa e non omogenea nelle sue diverse fasi, dall’Ottobre al crollo.

Si può tentare - a puro titolo esemplificativo - di indicare alcune questioni essenziali proposte per la discussione:

ECONOMIA

1. Il problema della transizione ad un’economia socialista nelle peculiari condizioni della Russia arretrata
2. L’economia sovietica dalla NEP alla pianificazione. Motivazioni, realizzazioni, limiti, problemi
3. La teoria economica sovietica negli anni ’30-’50. Il pensiero economico sovietico. Stalin e i “Problemi economici del socialismo”.
4. Problemi teorici e pratici della pianificazione negli anni ’30-’50. Pianificazione e socialismo
5. Organizzazione del lavoro nella fabbrica sovietica negli anni ’30-’50; Direttori, maestranze, udarniki e stachanovisti.
6. Classi e rapporti sociali di produzione nel periodo della NEP. Classi e rapporti sociali di produzione negli anni ’30-’50. Socialismo e capitalismo di stato.
7. Il rapporto città-campagna tra gli anni ’20 e ‘50
8. L’economia sovietica negli anni ’50-’70. Classi e rapporti sociali di produzione negli anni ’50-’70.
9. Il periodo della “stagnazione”negli anni ‘80. Cause di lungo periodo del declino dell’economia sovietica

SOCIETÀ

1. I rapporti sociali nella Russia sovietica tra gli anni ’20 e gli anni ’50. Il problema di una gigantesca trasformazione sociale accelerata e concentrata in qualche decennio
2. Mobilità e promozione sociale. Dalle campagne alle città. L’emancipazione di massa nell’URSS degli anni ’20-’50. Realizzazioni, limiti, problemi.
3. L’articolazione della società sovietica. Sindacati, associazioni e ‘organismi di massa’ negli anni ’20-’50. Partecipazione attiva e “organizzazione del consenso”
4. La scuola e l’Università sovietiche negli anni ’20-’50. La pedagogia sovietica e il progetto di formazione politecnica e di superamento della divisione del lavoro direttivo/esecutivo
5. La medicina e l’organizzazione sanitaria nell’URSS. Sviluppi e problemi dagli anni ’30 agli anni ’80.
6. La città sovietica negli anni ’30-’50. Nuovi principi urbanistici e realizzazioni sul campo. Successi, limiti, problemi

POLITICA

1. Lo Stato e il socialismo. L’organizzazione dello Stato sovietico quale Stato di tipo nuovo. Problemi teorici e storici. (derivanti cioè dalle condizioni reali storicamente determinate in cui si sviluppa il processo di “costruzione del socialismo”)
2. Il partito comunista nello Stato sovietico. Ruolo specifico, organizzazione e funzionamento interni, modalità di assunzione e messa in atto delle decisioni. i di Problemi teorici e storici
3. Il problema della democrazia socialista nell’URSS degli anni ’20-’50. Questioni teoriche e storiche.
4. Stato e partito comunista in URSS negli anni ’50-’70.
5. Stato e partito comunista in URSS dagli anni ’70 alla dissoluzione del 1991
6. La costituzione dell’URSS in rapporto al problema delle nazionalità. La soluzione sovietica delle questioni nazionali. Stalin e la questione nazionale
7. Le costituzioni sovietiche alla luce della teoria sovietica del diritto. Il ruolo della costituzione del ’36. Costituzione “formale” e costituzione “reale” nell’URSS degli anni ’30 e ’50.

L’URSS E IL CONTESTO INTERNAZIONALE

1. La “fortezza assediata”. La politica estera sovietica e il problema prioritario della difesa del primo paese socialista. La politica estera sovietica tra gli anni ’20 e gli anni ’50.
2. Il Komintern e il suo ruolo propulsivo nella costituzione e sviluppo dei partiti comunisti. Successi, limiti, problemi. Stalin e Togliatti.
3. Politica estera e internazionalismo
4. L’URSS e la seconda guerra mondiale. Il contesto internazionale e il patto Ribentropp-Molotov. Il ruolo dell’URSS nella vittoria sul nazifascismo.
5. La costituzione di un “campo socialista”.
6. La guerra fredda. Difficoltà interne e condizionamenti esterni della politica di transizione.
7. Il ruolo dell’URSS nel processo di decolonizzazione e di sviluppo delle lotte antimperialiste (anni ’50-’80).
8. L’URSS e il Patto di Varsavia
9. L’URSS e il COMECON
10. L’organizzazione della controrivoluzione comincia nei paesi dell’Europa centro-orientale

CULTURA e IDEOLOGIA

1. Il marxismo sovietico.
2. Lo sviluppo degli studi di Filosofia e marxismo nell’URSS degli anni ’30-‘50
3. Il “diamat”
4. Stalin e la linguistica
5. La ricerca scientifica sovietica. La concezione della scienza nel mondo sovietico. Materialismo dialettico e scienza. Note sul “caso Lisenko.
6. La letteratura militante e il realismo socialista. La produzione letteraria sovietica negli anni ’20-‘50
7. La cinematografia sovietica negli anni ’20-‘50
8. La scuola e la pedagogia sovietiche.

PROBLEMI GENERALI

1. Storia della categoria dello “stalinismo”. L’invenzione dello “stalinismo”. Antistalinismo e anticomunismo. “Stalinismo” e “totalitarismo”
2. Il ruolo del rapporto segreto di Chruscev al XX Congresso e la questione del “culto della personalità”
3. Il problema della repressione, della violenza e del “terrore” esercitato dagli apparti di Stato nell’URSS degli anni ’20-’50. Giacobinismo e stalinismo. Il problema della difesa della rivoluzione dalla controrivoluzione. Il problema dei metodi con cui si affronta la minaccia controrivoluzionaria.
4. L’effettiva dimensione del fenomeno della repressione dei kulaki alla luce delle più recenti ricerche archivistiche.
5. Il problema delle “purghe”: la repressione interna agli apparati di partito e di Stato sovietici negli anni ’20-’50. Cause di fondo in una prospettiva storica. L’effettiva dimensione del fenomeno alla luce delle più recenti ricerche archivistiche.
6. Il GULAG. Il suo funzionamento reale. L’effettiva estensione del fenomeno alla luce delle più recenti ricerche archivistiche. Cause di fondo.
7. Lenin, Stalin, Krushev, Breshnev: continuità e discontinuità nelle politiche per la transizione.

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In concreto la proposta è di:
1. tenere a Napoli, nei tempi più brevi possibile, un convegno o una giornata di studio (1 o 2 giorni) sul tema: “Stalin e i problemi della transizione nell’URSS”. La data possibile sarebbe il 7/8 novembre prossimi, in coincidenza di un fine-settimana (e con l’86° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre).
Poiché si tratta del primo evento del percorso proposto, un passaggio delicato che deve essere correttamente e rigorosamente impostato e finalizzato, l’iniziativa sarà riservata ai soli comunisti di dichiarata formazione e ispirazione leninista.
Inoltre, per evitare dispersioni e per meglio focalizzare le questioni principali che dovranno essere gli ambiti portanti della ricerca da continuare, verranno suggeriti e concordati con i diversi relatori precisi argomenti, e verrà loro richiesto non soltanto di fornire rigorose chiavi di lettura dello specifico problema, ma anche di evidenziarne la complessità, gli intrecci con l’intera esperienza della transizione, le differenti caratterizzazioni assunte nell’arco dell’intero ’900, le relazioni con lo sviluppo della lotta di classe a livello internazionale e, quando possibile, i nessi e le derivazioni di carattere filosofico. In altre parole si chiederà di contribuire a individuare insieme i capisaldi e i punti di attacco della ricerca da proseguire in comune.

2. Dal momento che sarebbe ridicolo immaginare che un convegno possa fare chiarezza e dire qualcosa di conclusivo su un’esperienza grandiosa, complessa e contraddittoria come quella della transizione nell’URSS, o, anche, soltanto sull’opera di Stalin e dei gruppi dirigenti sovietici, l’intento dichiarato è soltanto quello di creare le premesse e le condizioni del futuro lavoro.
Scopo dichiarato del convegno è, allora, anche quello di dar vita concretamente al Centro Studi sulla transizione, indicandone le direttrici e gli obbiettivi del lavoro, individuando il metodo e gli strumenti per operare, costruendone le strutture - sia pure elementari - e attribuendo precise responsabilità.
Il convegno dovrà concludersi con il raggiungimento di questi obbiettivi, premessa ineludibile per il futuro lavoro di ricerca.
In seguito sarà necessario operare per “guadagnare” al “Centro” adesione o sostegno o collaborazione di strutture universitarie e/o culturali e di intellettuali qualificati.
Sarà opportuno accompagnare il percorso di avvicinamento agli eventi programmati con attività e materiali preparatori e di sostegno (es.: produzione editoriale, seminari, sito web, etc.).
Il “Centro” potrebbe avere sede a Napoli dove è possibile disporre di una struttura permanente attrezzata.

3. I comunisti sono consapevoli di possedere uno strumento formidabile, essenziale, per conquistare la conoscenza: il materialismo dialettico e storico e, con esso, corrette categorie interpretative della realtà. Essi sanno anche, però, che questo non vuol dire avere già, in assoluto, la conoscenza, sia perché la realtà materiale ha subito profonde trasformazioni (e si pone, dunque, un problema di corretto uso di quelle categorie), sia perché - probabilmente - la realtà mutata ha posto l’esigenza di individuare e mettere a punto nuove categorie. Inoltre, per molti e molti anni, mentre i comunisti erano impegnati prioritariamente nella lotta senza quartiere per gettare le basi della nuova società e per la loro stessa sopravvivenza, l’imperialismo ha governato il mondo e ha continuato a farlo anche dopo la sconfitta che i comunisti hanno subito. Questo governo del mondo ha prodotto - evidentemente e inevitabilmente - conoscenza, in ogni campo. Una conoscenza che - nel suo utilizzo e nelle sue finalizzazioni - ha una chiara impronta culturale e politica di classe, ma che, alle sue basi, ha un nocciolo duro, oggettivo. Di questa conoscenza i comunisti debbono appropriarsi per darle le connotazioni e le finalizzazioni che la propria visione del mondo e il loro programma politico esigono. A questo scopo essi debbono attingere anche al bagaglio di conquiste e alle elaborazioni della borghesia con il dichiarato intento di “rovesciarli”.
Non si fa una gran scoperta costatando come gran parte - la maggioranza, forse - delle fonti sono di provenienza borghese, così come, del resto, gli strumenti materiali di elaborazione, di comunicazione, di confronto, di formazione.
Sarà allora necessario correre consapevolmente il rischio di “contaminarsi”, ricorrere alle pubblicazioni e alle banche-dati della borghesia e, perfino, ricercare il confronto con i migliori dei suoi intellettuali, misurarsi con le loro elaborazioni: i comunisti non debbono temere di lanciare questa sfida.
In quest’ottica sarà opportuno e, forse, necessario organizzare convegni e iniziative cui invitare esponenti significativi dell’intellettualità non comunista.
È possibile fin d’ora pensare ad un evento internazionale di alto livello scientifico in cui, accanto ai migliori intellettuali comunisti siano presenti esponenti importanti della cultura non marxista.

4. Occorrerà, inoltre, evitare - per quanto possibile promuovendone la raccolta - la dispersione dell’immenso patrimonio di documenti storici (l’apertura degli archivi sta fornendo, anche se in modo poco ordinato, una grande quantità di materiali interessanti che gettano una nuova luce sulla storia sovietica e tolgono terreno a interpretazioni semplicistiche e demonizzanti), di elaborazioni teoriche (si pensi solo alla ricchezza del dibattito sovietico degli anni Venti sul diritto, l’economia, la dialettica materialistica; ma, in realtà, una riflessione sulle grandi questioni, anche se non sempre in modo aperto, vi è stata in tutti i momenti di vita dell’URSS), di produzione culturale in generale (libri, riviste, giornali, film e materiali audiovisivi).
In Italia, oltre ai pochi istituti universitari che si occupavano esplicitamente di ricerca e documentazione sull’URSS e sulle società di transizione, esistevano alcuni centri non istituzionali che raccoglievano questi materiali: in particolare, l’importantissima cineteca sovietica dell’Associazione Italia-URSS, la biblioteca centrale della stessa Associazione (e le diverse biblioteche, talora ampiamente fornite di materiale raro e interessante, dei numerosi circoli disseminati in diverse città italiane) e la sezione dedicata all’URSS e ai paesi dell’Europa centro-orientale dell’Istituto Gramsci di Roma. Molti di questi centri - com’è noto - sono stati chiusi e il materiale non è più disponibile per la consultazione.
Si può ragionevolmente cominciare a fare un lavoro di ricognizione e catalogazione del materiale esistente sparso nelle diverse città del nostro paese per trovare il modo di renderlo accessibile e disponibile. Sarà importante, nel tempo, costituire una biblioteca (e una videoteca) telematica.

5. Ovunque ne esistano le condizioni sarà possibile utilizzare strumenti diversi, capaci di coinvolegre attivamente tutti coloro che sono interessati alla ricerca all’interno di un laboratorio di iniziative molto articolate: i classici seminari organizzati sotto forma sia di lezioni sia di dibattiti; raccolta di materiali documentari e di pubblicazioni da mettere nella disponibilità e nell’utilizzo di tutti gli interessati; bibliografie, materiali audiovisivi e testimonianze orali e scritte; circolazione dei contributi (scritti e orali) al dibattito che via via saranno prodotti o che perverranno; pubblicazioni; allestimento di un sito telematico; borse di studio (se possibile). Obbiettivo primario dovrebbe essere anche quello di realizzare seminari che abbiano la funzione di formazione di base (soprattutto per i giovani) sulla storia dell’URSS e di precisa individuazione delle problematiche delle società di transizione.

6. Si potrà, infine, stimolare e, possibilmente, indirizzare una produzione editoriale (tradizionale e in rete telematica), tra cui: la riproposizione di testi sovietici importantissimi - un tempo disponibili anche in italiano - ormai introvabili (dalle stesse opere di Lenin ai dibattiti sulla costruzione del socialismo, sull’economia, sulla filosofia materialistica, sulla cultura e l’arte, ecc.);la traduzione di testi prodotti in URSS e nelle società di transizione inediti in Italia (dalle recenti acquisizioni negli archivi sovietici alle analisi che i comunisti (russi e non solo) propongono oggi sulla storia e la situazione dei loro paesi); lavori fondamentali di storia e di analisi critiche della struttura economico-sociale dell’URSS e delle società di transizione, anch’essi ormai irreperibili; “libri di base”, rivolti essenzialmente alle giovani generazioni, allo scopo di fornire gli elementi fondamentali per la conoscenza dell’esperienza delle società socialiste; nuovi lavori di ricerca storica e di analisi teorica.
In quest’ambito è possibile cogestire o utilizzare (a seconda dei casi) iniziative editoriali già esistenti, o programmare nuove produzioni funzionali al progetto di ricerca e al lavoro del Centro.

Esiste concretamente la possibilità di realizzare:
-. una nuova collana di documenti del Politburo sovietico, per la prima volta tradotti dal russo: il primo volume potrebbe uscire in autunno-inverno;
-. II° e III° volume Opere scelte di Stalin: manca soltanto il corredo di note;
-. Stalin, Problemi economici del socialismo nell’URSS : è necessaria una congrua presentazione;
-. A.L. Strong, L’era di Stalin;
-. “Numero unico” di un possibile periodico
--- Sommario:
--- presentazione del progetto e del percorso per la realizzazione del Centro sulla Transizione
--- programma del convegno di novembre
--- abstracts o brevissimi saggi e contributi (semmai sotto forma di “schede”)
--- qualche breve testo o documento
--- cronologia essenziale della transizione nell’URSS
--- segnalazioni e recensioni
--- bibliografia generale essenziale (o altra)

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Il Centro Studi sulla Transizione e il Convegno di novembre sono iniziative autofinanziate che, al momento, non godono di alcun sostegno economico.
Non è, quindi, possibile prevedere nessun rimborso spese per i compagni che decideranno di partecipare e di portare il proprio contributo ai lavori, né per i costi del viaggio, né per quelli del soggiorno. Soltanto in casi particolari - per consentire la partecitazione di alcuni compagni che, diversamente, non potrebbero essere presenti - il Centro Culturale “La Città del Sole” offrirà soluzioni soddisfacenti di ospitalità o fornirà un contributo per le spese di viaggio, come già fatto in altre occasioni. Per tutti, il Centro si attiverà per individuare, a richiesta, soluzioni e sistemazioni adeguate e a prezzi contenuti.

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I compagni che vogliono avere maggiori informazioni e/o fornire suggerimenti, far pervenire proposte, collaborare o sono interessati ad intervenire possono far riferimento ai seguenti recapiti:

Centro Culturale “La Città del Sole”
Via dei Tribunali 362 - 80138 Napoli
tel. 081 4206374 (chiedere di Sergio Manes)
centroculturale@lacittadelsole.net