I comunisti e le sfide della politica
Gli errori e i limiti del PRC e del PdCI sul terreno della politica e
del profilo strategico non si combattono con l’universalismo astratto
La ricerca di un’alternativa a Berlusconi e al berlusconismo, via via che si
sgretola il suo blocco sociale di riferimento, è un tema di non secondaria
importanza nello scenario politico italiano. Non è tema che è possibile
liquidare nell’ambito della teoria delle “due destre”: chi lo fa, nella
sinistra di classe, equiparando i due blocchi che tendono ad un unico centro,
assume una posizione neo-bordighista che non fa i conti con le concretissime
sfide della politica; misurando così una distanza davvero abissale dai
sentimenti e bisogni popolari, tale da non poter essere colmata da nessun
velleitario protagonismo organizzativo.
I comunisti, a sinistra, non possono non porsi il problema dell’efficacia della
loro azione nel quadro politico storicamente determinato. Proprio per questo è
necessaria una riflessione sul dibattito interno al PRC in vista del prossimo
Congresso e con all’orizzonte importanti scadenze elettorali (tra cui, non è da
escludere, ma da auspicare, la fine anticipata di questa sciagurata
legislatura). Ma non di meno è giusto puntualizzare i limiti non secondari che,
ad es., presenta una formazione quale quella del PdCI che un suo Congresso lo
ha recentemente celebrato. Non ci sembra che, al di fuori di queste due
formazioni, vi sia un’aggregazione di comunisti volti all’azione politica di
una certa consistenza; e la ricerca di aggregazioni di esclusivo tipo
ideologico (e pre-politico) ha dato sempre prova di insussistenza
ultraminoritaria. Una qualche ragione, storico-oggettiva e non meramente
soggettiva, ci sarà pure.
Il PRC si trova, al solito, alle prese con linee tattiche espresse dal suo
segretario del tutto al di fuori della prassi interna delle deliberazioni
frutto di elaborazione collettiva: non è semplice questione metodologica, alla
lunga questo comportamento tipicamente leaderistico, usura la propria stessa
base di consenso. E infatti questo sta accadendo. Considerare l’accordo in
chiave antiberlusconiana già compiuto, in cambio di un organico inserimento
ministeriale nella compagine guidata da Prodi, provoca non pochi dissapori
nella stessa maggioranza che ha sostenuto Bertinotti al V° Congresso, prima fra
tutti la componente troskista-entrista di Maitan e Malabarba. Ma Bertinotti ha
dichiarato che ora si accontenterebbe anche del 51% di consensi interni,
mettendo in conto evidentemente il conformismo e l’obbedienza alle sue
posizioni dovute a una capziosa interpretazione della (da lui) aborrita
tradizione comunista, di una base sempre più confusa ed incerta.
Le piroette del passaggio dalla “gabbia del centro-sinistra” ad una fantomatica
“coalizione democratica” non è un rigurgito post-togliattiano, ma un calcolo
ponderato. Lo stesso che sta alla base della proposta di primarie sul programma
e dell’ipotetico e grottesco ‘vincolo di maggioranza’. Modalità che, tra
l’altro, deprivano il partito del suo potere decisionale, equiparando iscritti
a non iscritti, indebolendo il ruolo della militanza a favore di
un’organizzazione leggera e d’opinione. Bertinotti così manda a dire che è
pronto a quantificare il suo peso specifico e in base a quello pretendere la propria
fetta di potere. Alla faccia della critica alla presa del potere a cui i
comunisti dovrebbero rinunciare! Ma il disegno ormai abbastanza chiaro è quello
di trasformare il PRC in un pezzo di radicalismo sussunto nel ceto politico
dirigente, che rinunzia all’egemonia sulla sinistra complessivamente intesa
(punto già manifesto ai tempi dell’ascesa e declino della figura di Cofferati)
per costruire la propria direzione solo su quella cosiddetta d’alternativa,
fino alla costruzione di un unico soggetto politico.
La contraddizione qui però è stridente, e su questa lavora l’area dell’Ernesto, la minoranza ormai più
significativa all’interno del PRC. L’accordo a prescindere non prevede il protagonismo sostanziale del blocco
sociale e politico che, ad es,. ha sostenuto la battaglia referendaria
sull’art.18 e privilegia gli accordi politicisti diretti con i moderati (in salsa neosocialdemocratica,
liberal-liberista o confessionale che sia): ed è per questo che dalle colonne
di Liberazione, gli esangui
ripetitori del segretario si affannano a ricamare belle fiabe sulla critica al
politicismo e agli accordi di vertice (viva le primarie! che la base si
esprima! come se in queste ‘americanate’ non si scorgessero le forme di
manipolazione atte a coartare il consenso reale) e sulla centralità dei nuovi
movimenti ecc.., quasi si fosse nei caracòl della Selva Lacandona.
- L’eclettismo bertinottiano è funzionale a uno scenario nuovo della politica
italiana: la scomparsa dell’antagonismo strutturale alla rapina capitalista e
alla barbarie imperialista di natura di classe, coscientemente marxista e di
impianto leninista; e la nascita di un’aggregazione che ‘spenda’ il consenso
elettorale o la presa sociale, nell’agone del rinnovato centro-sinistra.
Si può imputare all’area ernestina un privilegiamento delle tattiche sulla
necessaria sottolineatura dell’alternatività strategica al nuovo profilo
politico che si sta sviluppando, ma il dato interessante è che ora il confronto
interno congressuale si muoverà su mozioni differenti e non su emendamenti.
Fermo restando il rifiuto, che a noi pare giusto, di non cercare aggregazioni
sul terreno ideologico “puro”, ma nella concreta politica dei bisogni delle
masse popolari e della classe operaia (quella tradizionale, ancora molto vicina
ai DS e quella del nuovo proletariato precario, di difficile organizzazione
unitaria).D’altra parte, chi critica su questi aspetti il gruppo dirigente
interno al PRC che fa capo a Claudio Grassi, non tiene conto dell’assenza,
oggi, tra i comunisti organizzati, di ogni respiro strategico.
Ha respiro strategico il PdCI, nato da una scelleratezza scissionista per
appoggiare il governo Prodi e ridare linfa al moderatismo del centro-sinistra?
Ancora nell’ultimo Congresso, la formazione cossuttiana indicava nel
centro-sinistra la prospettiva di fondo del proprio operato politico: ben oltre
il Bertinotti attuale. E nessuna autocritica sul fatto che il governo D’Alema,
con la sua benedizione, bombardò la Serbia e si rese complice di un’infame
aggressione imperialista. Il fatto che oggi, sulla guerra in Iraq, la posizione
sia cambiata, è un dato positivo, ma fa anche sospettare sulla “tenuta” di
certi princìpi una volta al governo. E infatti la cultura politica propria del
PdCI oscilla tra la patetica riedizione della “via italiana”, con un connotato
riformista deteriore e il tentativo di radicarsi con una propria fetta di
potere nella rete delle amministrazioni locali.
Troppo poco per non farsi stritolare nello spazio politico che cerca di
dimensionare tra PRC e “correntone” DS, spazio che non esisteva nel 1998 e che
continua a non esserci nel 2004. Il PdCI, con la sua proposta di
“confederazione della sinistra”, tenta di salvare se stesso non di rilanciare
la sinistra in Italia: come ci si può confederare con D’Alema e Fassino,
alimentando, tra l’altro, ogni motivo di divisione con il PRC?
Diverso sarebbe se l’area ernestina e il PdCI (o qualche sua significativa
componente) esplicitassero il bisogno di ritessere la trama unitaria tra i
comunisti e avviassero un dialogo proficuo sulla prospettiva strategica:
qualche tentativo c’è, ma sinora è troppo sotto traccia e non colma il divario
tra il ceto politico e i sentimenti di quello che è rimasto del popolo
comunista.
E intanto la borghesia nostrana, proprio perché punta a influenzare l’altro
cavallo del bipolarismo costruito questo sì tutto in chiave ideologica, sta per
accentuare le spinte repressive e intimidatorie contro i movimenti di classe
dell’autunno. Berlusconi tenterà il tutto per tutto e se porta a casa dei
risultati rideterminerà a proprio favore il consenso di alcuni poteri forti e
di alcuni ceti sociali retrivi e timorosi di un’offensiva delle classi
lavoratrici.
Molti compagni dovrebbero comprendere che il dibattito a sinistra (e tra i
comunisti e tra questi e presunti tali, ecc..) non avviene in un vuoto
pneumatico. Lo dico con schiettezza: il decidere, ad es., se l’esperienza
sovietica sia da considerare di “transizione” o compiutamente socialista nella
fase staliniana, non può essere, oggi, discriminante del processo aggregativo
necessario. La si può pensare diversamente su questo, ma ugualmente camminare
insieme nell’azione politica. Ha ragione Losurdo: è pericoloso ogni universalismo astratto (cfr. proprio
il suo intervento al convegno di Napoli dell’autunno scorso sulla transizione
ora uscito in volume).
Uno dei danni più persistenti del troskismo vecchio e nuovo è proprio questo e
non si può combattere il suo tentativo di influenza e di egemonia sulla
sinistra comunista commettendo lo stesso errore: misurare le asperità e le
contraddizioni del reale in base al modello teoretico (o di interpretazione dei
fatti storici) che ci si pone a livello ideale. Non che il modello o
l’interpretazione siano indifferenti alla battaglia politica, ma la pretesa di
aver ragione prima di combattere per l’egemonia provoca la sterilità rispetto
alle sfide della politica. Per questo non dobbiamo stancarci mai di richiamarci
a Gramsci e all’intelligenza con cui intrecciò la prospettiva strategica con i
valori di fondo non negoziabili e le battaglie contingenti per affermarli. E’
questa capacità assente il limite che si intravede in molti compagni, anche
sinceramente impegnati nella lotta per il socialismo.
Non può esserci oggi un rifiuto aprioristico di qualsivoglia accordo per la
sconfitta della trucida variante eversiva berlusconiana del dominio
imperialista: partiamo da qui, ma da qui rilanciamo. Il modo con cui sia il PRC
nella sua maggioranza bertinottiana, sia il PdCI , stanno affrontando questo
passaggio decisivo, è, a nostro parere, errato. Nei fatti subalterno e non
incisivo. Un programma alternativo va definito, ma prima all’interno delle
forze della sinistra antagonista, compresi i movimenti e le organizzazioni che
hanno un qualche serio radicamento sociale o di classe.
E’ in base a quella definizione che va avviato poi un confronto con i moderati,
anche mettendo nel conto un atteggiamento di appoggio esterno o tecnico alla
nuova compagine governativa se accordo completo non si trovasse, via scelta ad
esempio dai due partiti comunisti indiani in seguito alla recente sconfitta
degli ultraconservatori. Perché vi sono temi davvero non mediabili: la guerra
imperialista è uno di questi, altro che "vincolo di maggioranza"!,
con la richiesta di immediato ritiro delle truppe dall’Iraq aggredito e
devastato; e politiche che riducano profitti e rendite in favore dei salari, il
rilancio dei settori pubblici strategici, ecc.. Non è un caso che sia la stessa
FIOM ad esigere dei punti fermi su cui non transigere, proprio per restringere
al massimo il brodo di coltura politico-sociale di cui si nutre il
berlusconismo, la variante aggressiva e filoimperialista più retriva tenuta
insieme da una frazione reazionaria del grande capitale.
Se da questo processo nascesse uno sviluppo aggregativo dei comunisti, il puro
dato di difesa strategica e resistenza diverrebbe di controffensiva: e si
trasformerebbe anche il clima politico-sociale nel quale giocarsi, anche dal
punto di vista culturale, ideale, di interpretazione storica, e infine di
profilo strategico, la battaglia per l’egemonia. Ritirarsi da questa battaglia,
arroccandosi nella sola torre del proprio universalismo astratto, avrebbe la
sola funzione consolatoria che ebbe la filosofia per Severino Boezio.
Ferdinando Dubla, settembre 04
in uscita sul prossimo numero di “Aginform”