La scoperta della violenza
di Enrico Penati
Sono stati appena pubblicati gli Atti del convegno organizzato nel marzo 2004
presso la Casa della Cultura di Milano dalla rivista comunista “l’Ernesto”. Il
convegno aveva come tema “Il potere, la violenza, la resistenza”, tema che più
attuale non avrebbe potuto essere nonostante alcune indecorose scivolate , da
parte anche di una eminente personalità politica di sinistra, abbiano tentato
nel corso degli anni Novanta di far credere che il potere , quello che i comunisti
hanno sempre correttamente considerato essere il “potere”, aveva cambiato nome,
natura ed indirizzo e soprattutto si occupava d’altro. Alcune guerricciole
scatenate dagli Stati Uniti in nome del capitalismo internazionale, ultima
quella in Iraq, si sono incaricate di porre quelle scivolate nel cestino della
carta straccia se non nel vaso dell’immondizia.
Non è mia intenzione commentare gli interventi al convegno che parlano da soli,
sia quelli - molti - sui quali è facile dichiararsi parzialmente o totalmente
d’accordo, sia quelli sui quali è - dal mio punto di vista - lecito avanzare più di una riserva, sia quelli -
pochi - sui quali è necessario - sempre a mio parere - prendere le distanze, a
volte chilometriche. Mi sembra invece utile spendere qualche parola e proporre
qualche domanda sulle ragioni ed i motivi che hanno indotto una rivista come
“l’Ernesto” a porsi ed a porre alcuni interrogativi, soprattutto un
interrogativo, quello che in questi ultimi dieci-quindici anni una
certa “sinistra” sempre più anemica, rinunciataria e disfattista avanza
balbettando : ma la sinistra ha il diritto di rispondere con la violenza alla
violenza dell’avversario cioè della destra ? E
se la sinistra risponde con la violenza non corre forse il rischio di
diventare come la destra, cioè brutta, cattiva e violenta ? Non sia mai detto,
meglio non rispondere e rimanere belli, bravi e buoni. E morti. Oppure, nella
migliore delle ipotesi, sconfitti, cancellati.
Intendiamoci, non sto polemizzando con i compagni de “l’Ernesto” - loro lo
sanno benissimo - per aver organizzato il convegno. Intendo solamente
richiamare in generale l’attenzione sul fatto che una rivista sicuramente non
anemica, non rinunciataria e non disfattista abbia sentito la necessità di
organizzare un convegno su questo tema invitandovi anche personaggi presso i
quali evidentemente questa domanda sembra avere diritto di cittadinanza
soprattutto per potervi rispondere positivamente, sì, a fronte della violenza
della destra la sinistra non può che subire senza reagire.
Che la coscienza della sinistra italiana - e che non sia la sola non è una
consolazione - sia stata devastata da
vent’anni di revisionismo storico è un fatto accertato ( e prima per decenni
una parte del vecchio Pci aveva preparato il terreno) ma che si sia arrivati al
punto che qualcuno, e più di uno, possa
tranquillamente spacciarsi di sinistra avendo come programma politico
quello dell’autoaffondamento, questo ha
avuto la ventura di sorprendermi e di indignarmi.
Viviamo in un mondo unipolare, grazie anche alle migliaia di anime belle -
convinte da sempre di essere di sinistra - che non hanno mancato di dare una
mano nei decenni passati a tutte le campagne anticomuniste, nessuna esclusa od
eccettuata, e secondo i quali la scomparsa dell’Urss avrebbe finalmente dato il
via ad un’epoca di benessere, di libertà per tutti, di democrazia pienamente
attuata. Lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo tutti i giorni. Smembramento
della Jugoslavia, minacce a Cuba, minacce alla Corea del Nord, alla Libia, alla
Siria, al Venezuela di Chavez. Diluvio di fuoco sull’Afganistan. Distruzioni
immani sull’Iraq. Sequestro del diritto internazionale che d’ora in avanti ha
la sua sede alla Casa Bianca e come seconda casa il Pentagono. Dichiarazione di
guerra planetaria da parte del presidente statunitense : chi non è d’accordo
sul pieno diritto degli americani a comportarsi quali padroni del mondo è un
terrorista. Se qualcuno vuole prendere nota, lo faccia : io sono un terrorista.
Fortunatamente in Iraq non hanno capito che se si mettono a sparare contro gli invasori americani corrono il
rischio di comportarsi male. Oppure hanno deciso di correre il rischio.
Ma che cosa aspettiamo a prendere a frustate - anche senza organizzare convegni
appositi - questi ben Oui Oui, tutti questi ex, o pentiti di essere stati
comunisti, o angosciati di essere stati un tempo dalla parte giusta, ed ora
sempre propensi all’autoflagellazione per aver firmato tanto tempo fa una
protesta contro l’invasione americana del Viet Nam, oppure macinati dalla
globalizzazione, orfani prima di Craxi e poi adottati da Berlusconi ? Questi mentecatti da quattro soldi non devono
essere incoraggiati a discutere con la gente per bene perché il loro
intendimento è quello di insinuare che il nostro futuro sta nella resa, nella
fuga, nel rivoltare il vestito, nel non reagire, nel leccare la mano del
padrone.
Ma la storia non insegna proprio più nulla ? I Gracchi avrebbero fatto bene,
allora, ad inchinarsi alla volontà del Senato ? E Spartaco non avrebbe dovuto
ribellarsi e giù giù fino alla Bastiglia che non avrebbe dovuto essere
espugnata, alla Comune di Parigi che non avrebbe dovuto insorgere, al Palazzo
d’Inverno che non avrebbe dovuto essere preso d’assalto, alla Repubblica
spagnola che non avrebbe dovuto essere difesa dall’ammutinamento dei “quattro
generali”, alla Resistenza europea che non avrebbe dovuto ergersi contro il
nazismo ed il fascismo. Quella santa, giusta, benedetta, entusiasmante, anche
se non sufficiente, violenza contro i violenti non avrebbe avuto ragion
d’essere perché poi il tipo di potere uscito da questi rivolgimenti - una volta
vittoriosi - correvano il rischio, udite udite, di produrre situazioni forse
anche peggiori di quelle che erano state rovesciate.
So benissimo - l’ho scritto apposta - che il
ben Oui Oui di turno vuole
rinfacciarmi che i Gracchi sono stati uccisi (dal Senato), che Spartaco è stato
crocefisso (da Crasso), che la Rivoluzione francese ha generato anche Napoleone,
che la Comune è stata soffocata nel sangue di decine e decine di migliaia di
fucilati (da Thiers e dai prussiani), che l’Urss, nata dalla Rivoluzione
d’Ottobre, è crollata poco più di settant’anni dopo (soffocata dal capitalismo
internazionale guidato degli Stati Uniti ed anche in parte come conseguenza dei
propri errori), che i “quattro generali” hanno vinto in Spagna e che la
Resistenza europea non ha prodotto se non in parte e non dovunque situazioni
sociopolitiche radicalmente più avanzate.
Ma queste sono buone ragioni perché non
ci si doveva battere ? Perché non si doveva impiegare la violenza - la nostra
violenza - contro coloro che della violenza avevano fatto, e fanno anche oggi,
sistema di vita, pane quotidiano, costume nazionale ?
Tra le cose che hanno imparato alla scuola del “cattivo uso del tradimento”
sicuramente non c’è quella che dice : “Chi perde dopo essersi battuto con tutte
le sue forze, non è stato ancora sconfitto.
E’ sconfitto, e per sempre, colui che - a qualunque titolo - rifiuta di
battersi” . Quali che siano le motivazioni “teoriche” con le quali si sforza di
accreditare la diserzione.
E se c’è bisogno di organizzare un convegno mi permetto sommessamente di
suggerire questo argomento : la necessità di iniziare da subito il processo per
la riunificazione di tutti i comunisti. O non è ancora arrivato il momento di
cominciare a parlare fra di noi , di noi e del nostro futuro ?
Milano 2 ottobre 2004