Osare ed innovare
Giorgio Lindi – Daniele Maffione
La proposta di una riflessione sull’attualità del pensiero marxista e sui
compiti del proletariato, organizzato in partito politico, rispondono
all’esigenza di aggiornare la teoria ed la pratica rivoluzionaria dei comunisti
nel XXI secolo. In questo senso, l’articolo del compagno Valentini, pubblicato
nel n. 1-2 di “Mondo Nuovo”, riassume efficacemente i principali quesiti che
avvolgono l’attuale fase storica e l’esperienza del pensiero marxista in Occidente
e nel Mondo.
Le analisi ed i contributi, che non mancano e vengono proposti da diverse
riviste marxiste in Italia, offrono l’occasione per comprendere le difficoltà
di far vivere questo dibattito in sedi politiche e testimoniano la
frantumazione epocale delle forze rivoluzionarie, che dovrebbero più di
chiunque altro elaborare delle risposte politiche.
Il movimento comunista internazionale, dalla caduta del blocco socialista
avvenuta tra il 1989 ed il 1991, sta vivendo una fase di disomogeneità e le teorie
degli intellettuali “riduzionisti”, che enunciano la fine del ‘900 senza
approfondirne l’analisi, non producono altri risultati che la deriva e la
frantumazione della coscienza politica, esaltando lo spontaneismo. Per
intenderci, la vulgata dei vari Negri, Hardt e Revelli si concentra tutta su
due punti: il primo, è la fine del ruolo degli stati nazionali, con il dominio
di centrali ed organismi mondiali che controllano l’intera sfera dell’economia
capitalista; il secondo, invece, è l’estinzione dei conflitti di classe nelle
società capitaliste e l’individuazione dello “scontro fra civiltà” come
elemento di distinzione dell’attuale fase storica. A malincuore, queste tesi,
come una malattia, hanno contagiato anche esponenti politici e dirigenti della
sinistra anticapitalista, che hanno sposato i suddetti presupposti, indicando
l’allontanamento dall’ideale e dalla teoria comunista come la soluzione di
tutti i mali.
Ma allo stesso modo in cui un professore di storia non può accontentarsi di
studiare rapidamente da un bignami, il marxista oggi ha il principale compito
di approfondire, e non di riassumere, la storia del ‘900 e l’esperienza del
movimento comunista.
Lenin avrebbe definito le interpretazioni degli intellettuali “riduzionisti”
come letture “liquidazioniste”, rivolte, cioè ad abiurare non solo l’esperienza
storica, ma anche la teoria marxista e leninista, giungendo così alle note
conclusioni che evidenziano il primato delle multinazionali sugli stati,
delle civiltà sulle classi (come se queste si fossero estinte,
all’interno dei vari paesi capitalisti, con un colpo di bacchetta magica) e, in
definitiva, dell’economia sulla politica.
In una fase in cui i punti di riferimento politici e teorici vengono
quotidianamente messi in discussione, non si può ritenere attendibili simili
letture come valide all’interpretazione della realtà.
Se intendiamo la teoria marxista ed il pensiero leniniano come degli strumenti
necessari, li dobbiamo utilizzare per l’interpretazione del passato e del
presente ed elaborare delle risposte strategiche per il nostro movimento
rivoluzionario.
Su tali premesse, presentiamo in questa sede un contributo, che speriamo possa
stimolare nuovi interventi ed un approfondimento nell’analisi della lotta di
classe e dei compiti dei comunisti oggi.
Partiamo inserendo l’Italia lì dove si trova, cioè nel contesto di un
capitalismo occidentale avanzato, che si articola in società complesse ed in
cui, anziché essere superate, si acuiscono le contraddizioni di classe.
Tanto per tracciare i contorni ed i contenuti di un quadro generale, nel nostro
Paese la popolazione censita raggiunge i cinquantotto milioni di abitanti; il
lavoro è colpito dalle dinamiche di esternalizzazione produttiva e di
privatizzazione del settore pubblico;
la disoccupazione raggiunge livelli paragonabili a quelli del secondo
dopoguerra (23,1% riferito al 2004, pari a circa sedici milioni di persone tra
i quindici ed i sessantaquattro anni); due milioni sono i migranti,
prevalentemente di nazionalità africane e dell’Est europeo, che vivono e
lavorano in condizioni ai limiti della sopravvivenza; i giovani, raccolti nella
fascia d’età dagli 0 ai 30 anni, sono circa venti milioni[1].
Questi dati, però, sarebbero pura indagine sociologica se fossero sguarniti
dalla considerazione che, in Italia come in altri paesi imperialisti, si sono
rafforzati i monopoli, di cui il Governo Berlusconi è diretta emanazione; la
finanza non risponde allo Stato, ma controlla vasti settori dell’economia
attraverso ristretti gruppi di potere; l’imprenditoria gode di progressivi
incentivi statali e sgravi fiscali a danno dei lavoratori e degli strati medi
della popolazione.
Riassumendo, l’esempio dell’Italia è il tipico quadro, pur con delle sue
specificità, di una società a capitalismo avanzato, in cui le condizioni di
vita delle masse peggiorano progressivamente e nel quale vanno accentuandosi le
contraddizioni tra capitale e lavoro.
È bene, però, focalizzare degli elementi utili alla nostra riflessione.
Innanzitutto, la concentrazione dei capitali in cerchie sempre più ristrette di
banche ed industrie, italiane e straniere (vedi il caso della “scalata” alla
Banca Antonveneta), che è un fenomeno dovuto al rafforzamento del capitale
finanziario; in secondo luogo, il lavoro viene colpito dalle regole della
flessibilità, evidenziando la precarietà come un elemento strutturale
della produzione capitalistica; in terzo luogo, la gioventù, con le riforme nel
lavoro e nell’istruzione, viene marginalizzata e posta al di fuori
dell’ambito produttivo, aliena ai diritti sindacali ed all’emancipazione
sociale. Nessuno, però, sembra considerare questi elementi come i cardini di
un’ analisi complessiva della realtà, che riguardano i compiti politici dei
comunisti rispetto al proletariato.
Ma le domande, che il lettore si porrà subito, saranno: cos’è il proletariato
oggigiorno? La classe operaia può ancora essere il soggetto della
trasformazione sociale, politica ed economica?
Marx, nel “Manifesto del partito comunista”, sostenne che la borghesia genera
sempre il proprio antagonista storico, il proletariato appunto, che, resosi
indipendente, è destinato ad abbattere la tirannia borghese instaurando la
propria dittatura di classe. Lenin dimostrò al Mondo intero, al contrario di
quanto previsto dallo stesso Marx, che nella fase dell’imperialismo, i compiti
del proletariato mutano da paese a paese, ma è lì, nell’anello debole
dell’imperialismo che deve cominciare a spezzare le catene. E fin qui la storia
del pensiero comunista, che verrà poi, interpretata nei paesi in cui avverranno
rotture rivoluzionarie ed i comunisti prenderanno il potere.
Un dato acquisito, però, è che la nozione di proletariato debba essere
aggiornata e che debba essere valutata l’attuale situazione, che vede in
società complesse che attuano la flessibilità lavorativa, indebolire la forza
del movimento operaio e crescere, di pari passo, un esercito di disperati,
sfruttati da forme di lavoro distanti anni luce dalla contrattazione di
categoria e dalle tutele sindacali. In questo senso, le forme contrattuali ad
personam crescono rapidamente e vengono incentivate dai capitalisti, forti
del vento della restaurazione seguita alla caduta del blocco socialista.
Osserviamo, perciò, in un’economia stagnante e parassitaria, a quel fenomeno
che corrisponde alla proletarizzazione dei ceti medi della borghesia ed
all’oppressione di nuovi strati della popolazione, come i giovani ed i
migranti, che vivono ai margini della società. Per la natura stessa in cui si
presentano tali strati della popolazione, eterogenei fra loro, è difficile
indicare il sorgere di una nuova classe, come dice chi sostiene
l’esistenza di un “vecchio” e “nuovo” movimento operaio (tesi che ha alla base
una forzatura in chiave ideologica, orientata alla liquidazione del movimento
operaio come protagonista politico).
È motivato, invece, analizzare l’attuale composizione del proletariato, in cui
il movimento operaio non esprime la direzione politica. E questo
“effetto collaterale” è dovuto precisamente all’indebolimento della teoria e
dell’organizzazione comunista, che porta gli sfruttati a vertenze
economico-sindacali e non politiche contro il capitalismo. Lenin sottolineava,
a tale proposito, che la classe operaia da sola può raggiungere solo una
coscienza trade-unionistica, cioè sindacale, e non politica, che può
essere portata solo dall’esterno; Engels parlava della necessità di condurre
una battaglia teorica e politica, accanto alla resistenza
sindacale dei lavoratori; ancora Lenin, in polemica con gli “economisti” in
seno al POSDR, approfondì questa tesi e si scontrò con quelle posizioni che
attribuivano un ruolo primario alla sola lotta economica.
I comunisti, insomma, hanno il ruolo di educare la classe alla coscienza
politica. E come è possibile condurre questa lotta teorica e politica
accanto alla resistenza dei lavoratori contro il capitalismo? Come la storia ha
dimostrato, questo ruolo lo può assolvere solo il partito rivoluzionario che
esprime l’avanguardia del proletariato. Ma qui correremmo il rischio di cadere
nella banalità e di non leggere l’attuale fase storica, in cui la coscienza, le
avanguardie ed i comunisti non riescono a svolgere tali compiti.
In questo, scontiamo una parte della storia specifica del comunismo italiano,
in cui la direzione politica della classe operaia ha assunto un atteggiamento
prudente, in attesa della “maturazione delle condizioni oggettive” per giungere
alla rottura rivoluzionaria. E questo è, al tempo stesso, un limite ed un
pregio. Lo scenario del secondo dopoguerra, che vedeva uscire dalla Resistenza
il P.C.I. come il partito che maggiormente aveva contribuito alla lotta contro
il fascismo ed alla vittoria della Guerra di Liberazione, attestava il Mondo
suddiviso in due metà, in cui la polarizzazione dello scontro tra socialismo ed
imperialismo non consentiva soluzioni di mezzo: in questo modo, con la minaccia
della guerra incombente e la repressione del movimento comunista greco, si fece
strada nel P.C.I. la necessità di unanuova democrazia, che non
accelerasse immediatamente alla rottura rivoluzionaria con la D.C., che
mantenne il partito nell’orbita dell’ arco parlamentare e attestò una costante
crescita di consenso culturale e politico non solo nel proletariato, ma in
diversi strati della popolazione ed anche nella borghesia.
Poi, irruppero gli anni ’60 e ’70 dove nuove generazioni, precedentemente
escluse, lottarono per conquistare spazi politici e diritti civili
precedentemente negati; si consumò una prima grande rottura nel movimento
comunista italiano: da un lato, il P.C.I. ed il sindacato, che difendevano la
Costituzione antifascista e la tattica parlamentare e, dall’altro, gli studenti
e la sinistra extra-parlamentare, che invocavano la rottura con la borghesia e
la rivoluzione.
Intanto, mentre la borghesia prendeva misure reazionarie ed il capitalismo
anziché implodere, fuoriusciva dalla crisi produttiva con nuova forza,
all’interno del blocco socialista si accendevano delle contraddizioni
strutturali, che portavano a livelli economici competitivi con il capitalismo,
ma producevano l’irrigidimento dell’apparato statale e sociale.
La perestrojika e Gorbaciov offrirono finalmente ai revisionisti in seno
al P.C.I. di svoltare bruscamente dal comunismo e di fondare una formazione
politica socialdemocratica, il P.d.S., poi, D.S., che conservando la struttura
e l’orientamento costituzionale del partito comunista, si votano all’alleanza
stabile con la borghesia e la condivisione dell’orizzonte capitalista. Questa
svolta condiziona tutt’ora larghi strati della popolazione; ma sarebbe troppo
facile attribuire alla sola socialdemocrazia, sempre più orientata al
capitalismo, i limiti delle forze rivoluzionarie.
Infatti, la nascita del P.R.C. ha condotto avanti, per buona parte degli anni
’90, la speranza di rinvigorire la
lotta di classe con la costituzione di un nuovo partito comunista di massa. Ma
con il trascorrere del tempo, e questa è storia a tutti ormai nota, anche il
P.R.C. ha rivelato essere un “gigante con i piedi di creta” o, meglio, una
formazione politica incapace di leggere la realtà capitalista trasformandola in
coscienza politica. In più, l’orientamento ad intraprendere la lotta sociale,
pur necessaria, ma divisa in mille rivoli, ha gradualmente allontanato
l’iniziativa del partito dalla lotta di classe.
E questo limite, ulteriormente sostenuto dalla scissione del P.d.C.I. nel ’98,
dall’appiattimento sulle dinamiche istituzionali, dalla condivisione delle
primarie e dalla nuova “svolta” del Segretario Bertinotti, rivolto ad un
progetto che chiuda i conti con il passato e tracci una linea ideologica con il
comunismo, non fanno altro che condurci all’attuale indebolimento e
frantumazione delle forze rivoluzionarie.
E tutto questo avviene in uno scenario internazionale, contrassegnato dalla
dottrina neo-cons degli U.S.A., in cui la lotta al terrorismo è divenuta
il pretesto per muovere aggressioni imperialiste di matrice neo-coloniale. Ed
il conflitto in Iraq, che mette in scacco l’imperialismo con la resistenza
popolare, indica che la “lunga marcia” verso l’Asia è iniziata, ma non avrà per
forza l’esito desiderato dai nordamericani. Ha un senso, allora, come si chiede
Zolo nel suo intervento su “Iride”[2],
parlare di non-violenza?
Da cosa ripartire, allora? Che Guevara disse, nel suo intervento alla
Tricontinental del 1967: “Bisogna rendersi conto che l’imperialismo è un
sistema mondiale, fase suprema del capitalismo, e che bisogna batterlo in un
grande scontro mondiale. La finalità strategica di questa lotta deve essere la
distruzione dell’imperialismo”[3].
E con questo, intendiamo mettere in rilievo un elemento e rispondere a chi dice
che si debba attendere la “maturazione delle condizioni” per aprire uno spazio
all’agibilità politica, che nel frattempo va riducendosi: bisogna convincersi
che troppo a lungo abbiamo riposto le nostre speranze nel contesto oggettivo,
sottovalutando l’importanza dell’elemento soggettivo ossia della
capacità dei comunisti di rispondere all’attacco del capitalismo combattendolo
lì dove conduce le sue crociate contro il proletariato: nei luoghi di lavoro,
nei luoghi di sfruttamento, nelle scuole elevando la coscienza politica
degli sfruttati. È fondamentale conquistare delle postazioni intermedie tra gli
sfruttati e la borghesia, come il Parlamento e le istituzioni locali, ma
dobbiamo far vivere la necessità della lotta politica, svoltando
dall’indecisione e dal codismo che sin qui ci ha contraddistinto.
Lenin diceva, nel suo “Che fare?”[4], che
i rivoluzionari non si distinguono quando sono attaccati, perché si difendono,
ma perché ad un attacco rispondono con un contrattacco. Da qui, l’esigenza di
condurre non una ricerca storica, ma una battaglia politica che conduca i
comunisti a mantenere aperta un’opzione rivoluzionaria organizzata per la
conquista del potere.
È possibile, cioè che oggi un’organizzazione comunista, che sconta le
deficienze di un radicamento di massa che apparteneva al P.C.I., necessiti di
una nuova rete di quadri capaci di educare la lotta spontanea del proletariato
e trasformarla nuovamente in lotta di classe. E, per rispondere a chi ha fretta
di chiudere i conti con un ideale e di prendere il treno della storia verso la
borghesia, diciamo che è realmente necessario osare ed innovare, ma leggendo la
nuova fase con attenzione ed accettando in maniera non pregiudiziale tutti i
contributi, specialmente quelli che ritengono la lotta di classe come una
necessità storica degli oppressi.
Carrara, 6/1/2006
[1] Fonte: Dati Istat 2004, elaborazione propria;
[2] Danilo Zolo, Violenza e non-violenza dopo l’11 settembre, intervento tratto da “Iride” Filosofia e discussione pubblica, vol. XXV, anno 2002;
2 Ernesto “Che” Guevara, La Rivoluzione dei popoli oppressi testo messo a disposizione dal sito www.resistenze.org, sezione “Materiali resistenti in linea”;
[4] V.I. Lenin, Che fare?, Edizioni “La Città del Sole”, 2003;